Elogio dell’immobilismo?

13/02/2010

Elogio dell'immobilismo?Ammettiamolo. Davanti all’incedere di questa crisi sembriamo sempre di più dei semianalfabeti del Medioevo che vengono giù dalla montagna del sapone ogni qual volta si verifica un prodigio. Prima scopriamo con stupore che colossi come Lehman Brothers possono fallire come un credito artigiano qualunque, poi che il PIL delle floride economie occidentali può crollare del 5% in un anno, e forse anche di più, poi scopriamo addirittura che Paesi dell’UE che credevamo al riparo dell’ombrello dell’euro possono tranquillamente essere giudicati a rischio dai mercati e – qualcuno dice – che potrebbero in teoria anche fallire. Infine scopriamo, sempre più basiti, che una volta tanto tra questi paria della finanza internazionale l’Italia non c’è.
Come al solito, invece, il dibattito sulla crisi ed i suoi effetti assume nel nostro Paese toni grotteschi, apocalittici e melodrammatici. Come al solito, noi rimaniamo a bocca aperta di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili, non comprendiamo i passaggi logici che sottendono all’accaduto e preferiamo interpretare pensieri di altri (economisti, professori, politici, etc.) sperando di trarne auspici divinatori o, più semplicemente, manipolarli a favore di questo o quel colore politico. Per poi, sazi e soddisfatti, ripiegarci su ciò che da sempre realmente ci affascina: guardarci l’ombelico. E così, grufoliamo daccapo nella melma dei pentiti, delle tangenti, delle regionali, dei sondaggi, dei magistrati, delle escort.
Continuiamo ad accapigliarci su domande da quiz di Bonolis, tipo "Ma l’Italia ha superato davvero la crisi meglio di altri?" oppure "Quando e come ne usciremo?". Domande rivolte con l’ansia di chi, non capendo, si aspetta un intervento esterno, magari divino, per salvarsi. Risposte date solo per tranquillizzare, o al contrario allarmare, i propri tifosi politici. Se proviamo a guardare ad alcuni dati senza le lenti della faziosità, scopriamo semplicemente che le virtù e i vizi del Paese, crisi o non crisi, sono sempre gli stessi.
Il nostro sistema bancario, si dice, ha mostrato maggiore solidità rispetto a quelli di altri Paesi, anche a causa di una minore esposizione su titoli stranieri, derivati, future, ed altri funambolici "pacchetti" avvelenati dai fantomatici subprime. Vero. Ma è vero anche che la tradizionalmente limitata propensione dei nostri istituti di credito a finanziare progetti, magari anche rischiosi ma potenzialmente redditizi, insomma a "prestare i soldi" alle imprese (specie se piccole e medie) frena la ripresa. Vero anche questo.
Il Governo – rectius Tremonti – ha fatto una scelta chiara all’inizio della crisi. Le poche risorse disponibili devono concentrarsi sulla difesa del sistema bancario e della liquidità (garanzia dello Stato alle banche, aumento del limite assicurato dallo Stato sui conti correnti bancari, Tremonti bond, etc.) e sugli ammortizzatori sociali (cassa integrazione). Il tutto limitando al massimo l’inevitabile crescita del rapporto deficit/PIL (oggi al 5% circa dal 2,5% pre-crisi) e del debito pubblico (aumentato al 114, 9% del PIL dal 111,2%).
Perché, direte voi? Ma come? Ce ne siamo sempre fottuti del debito. Siamo persino riusciti a entrare nell’euro con numeri assolutamente deficitari e ora facciamo il braccino corto proprio ora che c’è la crisi? Eh sì. Perché Tremonti ha guardato principalmente ad un dato e quando ne parlava nei talk show lo prendevano tutti per i fondelli: il famoso "differenziale" dei titoli di stato italiani con quelli tedeschi. Ovvero, il tasso di interesse che si intasca se si compra un titolo del debito publico italiano rispetto a quello che si intasca se se ne compra uno tedesco (ritenuto, va da sé, più affidabile).
Sembra un’assurdità. Ma sui mercati conta questo. Più il debito pubblico è alto, più si emettono titoli per coprirlo. Per invogliare gli investitori a comprare Bot, CCT, BtP e quant’altro, bisogna remunerarli con un tasso di interesse. Se gli investitori non hanno fiducia nel fatto che uno Stato possa un giorno pagare questo tasso di interesse, disertano le aste per i titoli, con il risultato che lo Stato deve "giocare al rialzo" e offrire tassi di interesse ancora più alti. Il rischio è che si inneschi una spirale aumento del debito – diminuzione della fiducia – aumento dei tassi che porta lo Stato alla bancarotta. E’ esattamente quello che sta accadendo alla Grecia, e in parte alla Spagna e al Portogallo. E che, si mormora, possa accadere all’Irlanda e, addirittura, al Regno Unito se non cambiano certe cose.
Perché all’Italia non sta capitando? Perché, almeno per ora, gli investitori vedono che deficit e debito in Italia aumentano a tassi ragionevoli per le possibilità del Paese, hanno fiducia nei titoli italiani e li comprano. Il deficit della Grecia è a oltre il 12% del PIL, quello della Spagna quasi uguale. Molti Paesi europei viaggiano ormai con un debito pubblico vicino al 100% del PIL, più o meno come il nostro. Solo che gli altri Paesi (Spagna, Grecia, Regno Unito, etc.) hanno "pubblicizzato" il debito privato, rilevando banche o aziende, aumentando la spesa pubblica con sussidi, etc. Noi no, anche perché avevamo già un debito altissimo. Il nostro debito "privato" è invece molto basso e la nostra propensione al risparmio ancora alta. Gli investitori quindi sanno che in Italia c’è ancora ricchezza privata da cui lo Stato, in caso di bisogno, può attingere. 
Cosa sarebbe successo se il Governo avesse dato retta a quelli che invocavano interventi e sostanziosi aumenti di spesa per l’economia mesi fa? Molto probabilmente, saremmo oggi in compagnia dei nostri amici mediterranei e dei maestri del rugby irlandesi. E’ vero che Francia e Germania hanno fatto di più, ma loro se lo potevano permettere. Una volta per tutte, almeno sul piano della finanza pubblica, noi NON SIAMO Francia e Germania. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.
Bene. Ma questi freddi e aridi numeri non possono coprire l’amara e per qualcuno drammatica realtà della recessione e della disoccupazione. Giustissimo. E bisogna fare qualcosa. Si dice che l’Italia crescerà nel 2010 solo dell’1%, meno degli altri Paesi, che nel 2009 ha perso il 5% circa di PIL, più di altri Paesi. Certo, è vero. La disoccupazione sta crescendo, è già all’8% circa. E’ vero anche questo. E’ vero anche che c’è chi sta molto peggio di noi (Spagna al 20% per esempio, Francia quasi al 10%), ma non importa. E’ comunque grave.
Si invocano come panacee di tutti i mali varie misure, tra cui il taglio delle tasse in varie salse. Chi dice che vanno ridotte solo ai meno abbienti, chi dice che vanno ridotte solo ai lavoratori dipendenti, chi dice che vanno ridotte a tutti, chi alle imprese che innovano e così via. Nessuno però spiega da dove prendere i soldi per coprire il minore gettito che deriverebbe dal taglio.
Il problema, come spiegano Draghi, Padoan (OCSE) ed altri, è sempre il solito. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali: maggiore concorrenza, più liberalizzazioni, meno burocrazia (saranno ormai decenni che si sente parlare di "aprire un’impresa in un giorno"), più trasparenza, meno tasse, un mercato del lavoro meno sclerotizzato in alcuni settori, più competitività (che significa anche licenziamenti, se necessario), più ricerca scientifica, più infrastrutture, più risorse energetiche a basso costo. Serve una rivoluzione, insomma. Tutto ciò di cui si parla da decenni senza risultato. Tutto ciò che cetro-destra e centro-sinistra hanno sempre predicato, ahimé con pochi esiti.
Aspettarsi che una classe politica di dubbie capacità riesca a fare tutto questo ora, con il fiato della crisi sul collo, con il rischio che i mercati valutino negativamente misure suscettibili di aumentare la spesa, sarebbe come attendersi che Ahmadinejahd vada a trovare Sharon in ospedale con un mazzo di fiori. Significherebbe sottrarre risorse a corporazioni cristallizzate e invincibili che hanno referenti in tutte le forze politiche, in più a ridosso delle Regionali che ormai hanno assunto le tinte foschissime di un Armageddon della politica italiana. Tutto ciò che è lecito sperare è che Tremonti continui a resistere all’assalto alla diligenza di spendaccioni irresponsabili e che in qualche modo San Gennaro ci aiuti con qualche miracolo.
Invece, ci tocca sentire persino affermazioni del tipo "l’Italia non ha più grandi gruppi industriali" da chi ha privatizzato aziende di Stato come se si trattasse dei mobili di casa propria o "sono disposto a ragionare di pensioni solo se si parla di risorse per i più giovani" da chi guida un sindacato che i giovani li ha lobotomizzati e ammazzati. Ma tant’è.
Dovremo accontentarci, per ora, di difendere i singoli posti di lavoro con le unghie e con i denti, sperando che Alcoa non se ne vada, che qualcuno (ma chi? "Se sta’ a move’ la Cina?" come diceva Alberto Sordi) si compri Termini Imerese, che la magistratura vada a scovare i proprietari dei call center che non pagano più gli stipendi e intanto scappano, etc. Vedremo. Ma intanto, rilassiamoci. Non preoccupiamoci troppo. Non agitiamoci più del necessario.
Tra poco ricomincia Sanremo.

Se semo fatti vecchi

11/02/2010

Ennesima indagine choc della Magistratura.
Ennesime prese di posizione.
Ennesime intercettazioni hot pubblicate (non è più di moda nemmeno chiedersi come siano arrivate a Repubblica…).
Ennesimi editoriali in cui si chiede di smetterla di affrontare i problemi del paese come se si stesse organizzando una festa di piazza ma di prendersi le proprie responsabilità e di farlo tramite una organica e seria riforma costituzionale.

Sono passati 17 anni da Mani Pulite.

Miss me yet?

10/02/2010

Nei giorni scorsi è apparso un misterioso cartellone pubblicitario sulla strada Interstatale 35 nei pressi di Wyoming, Minnesota, USA.

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La domanda è chiara.
E la risposta?

Magnetic Fields live @ Corona Theatre, Montreal, 06.02.2010

07/02/2010

Era uno dei concerti più attesi dell’inverno montrealese. Non solo per l’intrinseco valore del gruppo di Boston ma anche per l’anno particolarmente sfigato dalla Ville dal punto di vista Indie (Girls e Fanfarlo cancellati poche ore prima per problemi di passaporto).
La location prescelta era molto Stephin Merrit: Il Corona Theatre. Uno sconosciuto ai più teatro di posa anni’ 50 perso nel nulla della zona working-class di St: Henry. Fuori una temperatura al limite della morte per assideramento. 
All’ingresso del teatro, mentre cerchi di togliere il ghiaccio dagli occhiali, come prima botta ti imbatti in una posatissima maschera in livrea che ti stacca l biglietto. Non capisci ("cazzo ho sbagliato festa…"). Poi l’impatto con la prevedibile fauna di nerds, personalità sensibili, hipsters, fotografi et similia. Si tira un sospiro di sollievo.

Il teatro è francamente bruttino. La sala centrale è occupata da tavolini sparsi con candele in mezzo. Molto Marlene e Berlino anni 20. Suggestivo ma, anche qui, non capisco. Mi rifugio al bar.  
I nostri eroi salgono sul palco in perfetto orario (preceduti dal concertino di un attrezzo di nome Laura Barrett). Prime conferme della serata. Si. E’ vero. Stephin Merritt entra sul palco con le dita nelle orecchie. Si, le stesse dita tornano in azione, alla fine di ogni canzone, ma niente isterie particolari. Anzi, il nostro deve essere in un periodo di quelli buoni, scherza, fa battute (è simpaticissimo…). Già l’inizio è molto easy e fa crollare i timori di doversi pappare una serata di follie nevrotiche. Si siede, chiede scusa, tira fuori il cellulare, lo spegne. Molto di classe. Sulla sinistra del maestro, Claudia Gonson febbricitante, senza voce, con uno scialle al collo (che manco mi madre). Sarà lei la guida della serata. Il tramite tra Lui (trattato con una reverenza quasi biblica) ed il pubblico. Chiacchiera la Gonson. E’ simpatica. E allora il buon Merritt (con l’ukulele!!!!) le chiede di introdurre la canzone con più brevità. Lei sorride e si va. Il concerto è stato bellissimo (sono un Merrittiano e non me ne vergogno). Niente concerto promozionale del nuovo disco ma un piccolo viaggio nella straordinaria produzione del nano malefico. La qualità quindi non scende mai. Sia quando si tirano fuori le straordinarie canzoni di 69 Love Songs che quelle, un pò meno epocali ma non meno efficaci dell’ultimo Distortion (tra cui non si può non citare la già leggendaria You must be out of your mind,  "I want you crawling back to me, down on your knees, yeah, like an appendectomy sans anesthesia"). Poi pezzi sparsi da colonne sonore, dal periodo The 6ths e via dicendo. Insomma si apprezza. Si applaude. Si canticchia.

Poi però si esce prima. Appuntamento per un party di esuli italiani a Jean Talon (dall’altra parte della città).
Fuori ci sono -18 gradi. E’ tutto congelato. E’ spassoso ritrovarsi a correre verso la stazione della metro, ogni due passi rischiando la frattura combinata tibia-perone, canticchiando che "True, I’d give my right arm, to keep you safe from harm, and true, for you, I ‘d move to Ecuador…".
Ecuador, secondo l’iPhone, ci sono 15 gradi di notte. Lo vedi che quella sagoma di Stephin ha sempre ragione.

Io sto con Sarah Palin

04/02/2010

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Penso che definitivamente il Corriere della Sera possa essere considerato un giornale finito. 
I residui dubbi che albergavano nella mia testa sono stati spazzati via stamane dalla lettura di questo spaventoso articolo di Maria Luisa Rodotà, argomento: le esternazioni politiche di Sabrina Ferilli.
Spaventoso? Non vorrei esagerare, direi freddamente terrorizzante. Una cosa tipo Sandra Milo che parla del sequestro Moro. 
Capitemi, sono all’estero. Vivo a 6 ore di fuso orario e mi sveglio quando da voi la giornata è mezza che consumata. Mi sveglio, dopo un’ennesima notte insonne, apro il Mac e mi ritrovo davanti a questo articolo allucinante in cui si straparla di questa poveraccia che era finita giustamente a reclamizzare tinte per capelli (primo commento personale… anvedi ancora campa la Ferilli…) e che cerca disperatamente di tornare in auge utilizzando la politica. Ora, premesso che ritengo superfluo ogni commento sul fatto che, in Italia, si consideri la politica come un mezzo per ricostruire una carriera da puttanella non penso si possa sorvolare sul fatto che un giornale sputtani argomenti serissimi (le unioni di fatto) affidandoli alla voce di una sguattera di Fiano Romano (ma il Corriere è finito, lo ripeto, è giustificato…).
Poi però succede qualcosa. Succede che per dare al penoso articolo un senso si cerchino pericolosissime analogie. Il dramma è tutto raccolto in pochissime frasi.
"Il fu centrosinistra scopriva di avere tra le sue file una Sarah Palin (vabbè, Ferilli è più colta e informata di Palin)"
Gelo, non capisco, rileggo. Sono basito. 
Secondo questa deficiente della Rodotà, un Governatore di uno Stato americano, una candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti sarebbe "meno colta ed informata della Ferilli". 
Povera Sarah. Chissà se lo sa che non solo è stata paragonata ma anche sbertucciata di fronte ad una patetica soubrettina italiana.
Insomma, sono perplesso. Ma questo è il mondo visto dal Corriere della Sera.
Questo è ciò che vi meritate.
Dovrò tornare (sono mezzo obbligato da motivi di lavoro e familiari) ma quanto mi girano i coglioni.

Cartoline dagli States

31/01/2010

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Thanx to the NY Times.

J.D. Salinger (1-1-1919 – 28-1-2010)

28/01/2010

 I Balordi ringraziano quanti vorranno unirsi nel ricordo.

salinger

Oratorio e laboratorio

27/01/2010

Oratorio e laboratorioCoraggio. La fine di marzo non è lontana.
Non manca poi così tanto alla conclusione di questo rutilante caravanserraglio di voci di corridoio, di candidati mandati al massacro, di alleanze pomposamente annunciate e poi rimangiate, di "laboratori" politici che volano via al primo starnuto per rivelare soltanto il dilettantismo da oratorio dei loro artefici.
Le prossime Regionali avrebbero dovuto sancire l’avvio di un esperimento, ovvero la convergenza tra PD e UDC su alcuni candidati in vista di una possibile costruzione di un’alleanza per l’alternativa di Governo. In Piemonte, i centristi avrebbero voluto sostenere un candidato del PD che non fosse la Bresso. Risultato: la Bresso è candidata e l’UDC, obtorto collo, la sostiene. In Calabria, Bersani avrebbe voluto schierare il partito a fianco di un candidato centrista chiedendo a Loiero un passo indietro. Risultato: Loiero ha risposto picche e l’UDC si è alleato con il PDL. Nel Lazio, l’UDC avrebbe anche sostenuto un’autorevole candidatura del PD (Zingaretti?). Risultato: la Bonino ha preso tutti in contropiede, il PD è salito sul suo carro e l’UDC sostiene la Polverini.
E poi la Puglia. Il vero "laboratorio" dell’alleanza che verrà, si diceva. UDC e PD che costruiscono una piattaforma di Governo in una regione importante, per poi proporre domani un’alternativa di Governo, si diceva. Il Sindaco di Bari, Emiliano, è pronto, ma Vendola non si ritira e invoca la primarie. Emiliano dice sì alle primarie, a patto che prima si faccia una leggina regionale che gli consenta di candidarsi mantenendo la poltrona di sindaco. Bersani dice no, Emiliano si ritira. Il PD non demorde: vuole un’alleanza con l’UDC e lancia la candidatura di Boccia. Boccia, sconfitto nel 2005 alle primarie proprio da Vendola, fa quello che può, ma è un agnello scarificale. Alle primarie il risultato è sconfortante: Vendola al 67%, Boccia al 32%.  Il PD fa retromarcia e sostiene Vendola. L’UDC candida la Poli Bortone.
Al termine dell’imbarazzante sequela di piccole e grandi cialtronerie, scopriamo oggi da Bersani che Di Pietro è un alleato strategico per il PD in vista della costruzione di un’alternativa di Governo. Con Casini, si vedrà. Bravi.
Nel frattempo, a destra le cose non vanno poi molto meglio. Il PDL cede alla Lega le candidature in Veneto e Piemonte. In Veneto il vantaggio è largo, ma in Piemonte un candidato più moderato di Cota – pur apprezzabile nel suo giubbotto di pelle stile Happy Days d’antan – potrebbe avere più chances. Nel Lazio si candida la Polverini, ma una parte del PDL, sulla scorta degli attacchi di Feltri, la vuole boicottare. In Campania si pensava a Cosentino, ma Fini si è impuntato evocando rapporti poco chiari con i Casalesi e alla fine si è scelto Caldoro (Nuovo PSI). In Puglia, Fitto decide di candidare Palese, ma Berlusconi ritiene – penso a ragione – che candidare direttamente la Poli Bortone, anticipando l’UDC, sarebbe stata un’eccellente mossa e vuole tornare indietro, sconfessando i suoi in Puglia. Allo stato attuale, il favorito in Puglia resta Vendola. Per la Basilicata, viene addirittura lanciato il nome di Magdi Cristiano Allam, noto esperto di cose lucane. Qualche giorno dopo, l’annuncio si volatilizza nel nulla. Come dicevano anni fa Amurri & Verde (chi li ricorda?): "Mi dicono che non è vero".
Chissà quali altre sorprese ci attendono.
Ma non è tutto. La vicenda del sindaco di Bologna, Delbono, induce ulteriori riflessioni. Il PD ha una linea, mi si permetta, un po’ singolare  sulla integrità dei suoi amministratori e sui rapporti con la magistratura. In molti casi, ad ogni stormir di fronde in Procura la gente viene invitata a dimettersi ricorrendo alla solita bufera di aria fritta, "atto dovuto", "atto di rispetto per i cittadini", "piena fiducia nella magistratura", "non deve esserci l’ombra di un sospetto", etc. etc. Se non che, faccio un esempio, sul caso Del Turco stiamo ancora aspettando di sapere se è un delinquente o una specie di nuovo caso Tortora. I rapporti dei Carabinieri sembrano propendere per la seconda.  Vedremo come evolverà il caso Delbono, ma se alla fine si dovesse chiarire che non ha usati soldi pubblici per scopi privati e il tutto dovesse ridursi a 490 euro di nota spese di troppo, chi lo dirà ai Bolognesi che nel frattempo saranno stati commissariati, avranno avuto nuove eelezioni e poi una nuova Giunta?
Non solo. Questa linea poi non vale per tutti: Del Turco è stato trattato come un appestato, Marrazzo come un paria (nel frattempo una trans e un pusher ci hanno rimesso la pelle e di chiarezza ce n’è ancora poca), Delbono è stato bacchettato, mentre Bassolino è ancora al suo posto, la Jervolino (che aveva qualche Assessore "sfrantummato" collegato con i clan camorristi) pure e Loiero, invece, anche. Vendola, nonostante le indagini sugli Assessori, etc., non solo si ricandida, ma stravince alle primarie. A livello nazionale si può dire solo sottovoce che in effetti il problema del riequilibrio tra politica e magistratura esiste, che le Procure sono dei groviera da cui trapela qualunque notizia, che il segreto istruttorio è stato di fatto abolito.
L’unica cosa che davvero consola è che se uno come D’Alema ammette candidamente di "non aver capito cosa davvero stesse succedendo", allora siamo tutti esentati.
Almeno fino a Pasqua.

Manifesto della Destra Divina

23/01/2010

Manifesto della Destra Divina"Difendi, conserva, prega!"
                                                 Pier Paolo Pasolini, Saluto e Augurio, 1975

Inutile negarlo. Quello di Camillo Langone è il libro dell’anno, almeno in Italia. Lo è per diverse ragioni: oltre, va da sé, a essere stilisticamente pregiato, assurge a "caso letterario" mirando a rovesciare luoghi comuni ormai sedimentati e cristallizzati nei nostri poveri tempi su scrittori e poeti, ma soprattutto rappresenta in 148 piccole pagine l’operazione culturale più ambiziosa degli ultimi decenni.
E’ proprio quest’ultimo punto che mi sembra il più interessante.
La copertina nei libri ha sempre un valore. In questo, è quasi rivelatrice: guardatela e capirete tutto. Osservatela e avrete la chiave di lettura per comprendere prima ancora di sfogliare le pagine. Lo sfondo bianco è di per sé più che eloquente. I due oggetti ritratti al centro sono sacri, ma mantengono intatto il significato del potere temporale e civile, quasi a testimoniare che la religione cristiana non giace inerte in un iperuranio inconoscibile, ma ha un’indiscutibile valenza materiale e civile, una vitalità sociale ed una evidente, per non dire necessaria, influenza sull’agire umano, e soprattutto politco.
Il titolo è un’ulteriore conferma: le tre parole chiave, "manifesto", "destra" e "divina" chiariscono il concetto. Il libro, rectius il "manifesto", ha fini divulgativi, certo, ma ha soprattutto limpidi fini politici: esiste una parte politica, la "destra", che affonda le radici delle sue convinzioni e del suo agire nella Parola di Dio ("divina", per l’appunto). Non è, come chiarirà Langone in apertura, né la "destra grattacielara" di Formigoni e Moratti, né la "destra in Chanel" della Prestigiacomo, né la "destra opportunista e nichilista" di Gianfranco Fini. Ad un "manifesto" – ovviamente – segue un appello. A quello del Partito Comunista di Marx seguiva il celebre "Proletari di tutto il mondo unitevi", a questo della destra divina segue il "difendi, conserva, prega!" della splendida ultima poesia di Pasolini, "Saluto e Augurio", idealmente indirizzata ad un giovane fascista e nella quale viene evocata "la destra divina che è dentro di noi, nel sonno".
Langone parte proprio dai versi del Poeta per scardinare e rovesciare, come in un ideale Mercato del Tempio infestato da intellettuali soloni ed ingannevoli, il luogo comune di Pasolini uomo di sinistra (al contrario, un conservatore, cattolico apostolico romano, che vede nel PCI non il progresso ma la difesa a oltranza di un’Italia che nel frattempo cambiava, sradicandosi) per giungere a contestare e rovesciare una società, come quella attuale in Italia e in Europa, informata a principi di individualismo edonistico, sfrenato e volgarmente materiale, brandendo la duplice arma di Dio e della Chiesa.
La sua radicale critica all’Uomo moderno che ha dimenticato Dio e si fa beffe dei richiami della Chiesa si articola in salaci, ironiche, ma quanto mai efficaci "antinomie". Decisamente più divulgative di quelle kantiane, e non strutturate su tesi e antitesi ma su mere contrapposizioni tra semplici concetti, le diciassette antinomie langoniane rappresentano piuttosto un divertissement carico di vis polemica: alcune forniscono una personale interpretazione su tematiche e codici di comportamento frequentemente e seriamente dibattuti (es. Amore rischioso versus Sesso sicuro, Ubbidienza versus Coscienza, Muri versus Mondo, Indissolubilità versus Divorzio, etc.), altre sembrano riguardare temi più e leggeri (Domenica versus Week End, Gonna versus Pantalone, Presepe versus Albero, etc.). Ma del divertissement pascaliano, a ben guardare, non c’è traccia. Pur in un’atmosfera politica che se mai sembra rimandare al Joseph de Maistre di Du Pape, c’è piuttosto un audace tentativo di tradurre in un linguaggio accessibile il concetto agostiniano di "Città di Dio".
In breve, come secondo Langone deve vivere nell’Italia o nell’Europa di oggi un cittadino (si badi, non il semplice individuo) che crede che l’Etica non abbia altre radici se non quelle religiose, che non vede nel "laicismo" (si chiama ateismo, protesta il nostro) una prospettiva politica, che appartiene – in una parola – alla "destra divina". Dalle cose più piccole della quotidianità a quelle più grandi, di respiro filosofico e teologico, quest’uomo si sposa e non divorzia, fa sesso certamente per piacere ma senza snaturare l’istinto verso la procreazione, va a caccia, non ha paura delle armi se deve difendere l’uscio di casa, va a messa e prega, non affida le sue angosce ad un freddo ciarlatano chiamato psichiatra, ma al parroco, se è una donna indossa la gonna e non i pantaloni, etc. etc. In sostanza, difende, conserva e prega.
Personalmente, non condivido molti assunti. E’ vero, il profilattico non garantisce alcuna certezza blindata, ma in Africa con l’AIDS rimane meglio di niente. Nulla contro l’astinenza, ma non tutti la praticano…Si ritorna naturalmente, sulla vicenda del testamento biologico e della morte di Eluana: la mia posizione resta quella del filosofo cattolico Giovanni Reale, nulla da aggiungere. Detesto la caccia. Sono contrario alla proliferazione delle armi tra i cittadini, che spesso e volentieri – America docet – si sparano tra loro per errore, follia, imperizia, etc. Continuo per ostinata necessità a prendere l’aereo. Altri ne potrei citare, ma ognuno ha le sue opinioni.
Ho trovato invece geniale, oltre che per fettamente coerente con lo spirito di diffusione del libro, l’elenco dei libri, della musica e dei film della "destra divina". Condivido quasi tutto. Punta di eccellenza: la segnalazione del "Marchese del Grillo".
Il "manifesto", che può fregiarsi di una splendida recenzione tutto sommato positiva sul Foglio addirittura di Rina Gagliardi, eminenza grigia di un altro Manifesto (il quotidiano), prosegue a mio avviso, cesellandola e dandole al contempo spessore più quotidiano, l’operazione filosofica e culturale avviata da Marcello Pera e Joseph Ratzinger (quando ancora non era Papa) con il libro "Senza radici", ovvero il tentativo di esaltare il ruolo di "religione civile" del Cristianesimo e di farne anche un riferimento per comportamenti sociali e politici. Langone inoltre appare a mio avviso un alter ego "civile" di Giovanni Lindo Ferretti, che invece privilegia la testimonianza della tradizione "mistica" del Cristianesimo. Per me, insomma, il "manifesto"  è perfettamente complementare con "Reduce". 
Due unici appunti. Il primo è il rischio, se mi è concesso, che il "manifesto" sia male interpretato e strumentalizzato come "libro-cult" senza che venga compresa a pieno la complessità (e, a mio avviso, i potenziali problemi) di una simile operazione culturale. Che certi comportamenti, insomma, diventino una "moda" o rappresentino una sorta di novello conformismo, per ora di nicchia. L’altro è che mi pare di ravvisare nel "manifesto" più uno spirito da Antico Testamento, duro, a tratti manicheo, che uno compassionevole e mansueto sguardo da Nuovo Testamento, dove Dio si fa Uomo e poi Agnello Sacrificale.
Ci rifletterò. Nel frattempo, mi consola il pensiero che socchiudere gli occhi, ascoltare Psalm di John Coltrane e sorseggiare un Negroni, secondo Langone, mi avvicini a Dio più di tante altre cose. 

Cartoline dagli States

20/01/2010

Cartoline dagli States
Thanx to NY Times.