Archive for the ‘storia e storielle’ Category

Concerti

02/05/2010

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E' un momento complesso. Gente sparsa per il mondo che, tanto per cambiare, sta per traslocare ma senza ribeccasse. Allora non è male tornare indietro ogni tanto agli anni “stabili”, quelli che ti svegliavi e ti riaddormentavi sempre a Roma.
Roma, anni ’90. Eravamo tanto giovani e ce ne andavamo in giro per concerti. Ci siamo io, Gau e Bof. Di portarsi dietro Kolchoz nemmeno a parlarne.

 

Beck (live sul Tevere, un anno tra il 1995 ed il 1996): era l’anno di Coolio, nel senso che non si trovava un essere umano che non ascoltasse Gangsta Paradise (a quindici anni di distanza si può dire… che canzone di merda!). Quella sera il patetico rapper suonava in una venue inventata dal nulla sul Lungotevere di fronte all’Olimpico (prima di lui, i Colle der Fomento). Costo: una tombola. Noi, un pò perchè non c’avevamo una lira, un pò perchè ci piaceva fare i fighetti decidemmo di andare al concerto gratuito dello squinternato Beck Hansen (sono quasi sicuro, all’epoca non aveva fatto uscire ancora Odelay). “Vaffancoolio, noi se ne annamo a sentì Beck”, era la parola d’ordine. Un concerto idiota, con un palco mezzo raffazzonato costruito sulla sabbia a pochi passi dalla letamaia del Biondo Tevere. Beck che sale sul palco completamente ubriaco ma che, dopo qualche minuto di idiozie varie (“italia, maccaroni, vino….”) riuscì a fare mente locale e tirò fuori un signor concerto: divertente, casinaro, senza grosse pretese e con la straordinaria ed inconcludente Loser a completare il tutto (che pezzo… nel marasma creato dalla gente che volava ci accorgemmo troppo tardi che avevamo creato una tempesta di sabbia che ci aveva coperti…). 

Grande concerto e soprattutto gratis.

 

R.E.M. (live al Palaeur, qualcosa tra il 1993 ed il 1994): una line-up da urlo (Grant Lee Buffalo come opening act). Acustica orrenda. Concerto da riempipiste. Divertente (il finale con It’s the end of the world fu delizioso). Ma lo si ricorda soprattutto come il concerto più bizzarro a cui andammo. Io con mezza faccia attaccata da punti di sutura (ennesimo incidente con il motorino). Gau che si presenta con dei loschi individui di cui uno, si dice, “porti sfiga…”. "Seeee….", il concerto fu interrotto due volte (di cui una, voglio precisare, durante Man on the Moon) perchè andò via la luce. Non so altro. So solo che Gau non lo ha voluto più frequentare ed io ne sono stato contento.

 

Jon Spencer Blues Explosion (live al Palladium, doveva essere il 1999): nella seconda metà degli anni '90 erano il gruppo che non si poteva perdere dal vivo. Fantastici. Li beccammo a Roma dopo la pubblicazione di quella tremenda zozzeria a nome ACME (non che i dischi precedenti facessero faville ma insomma…). Furono preceduti da un gruppo di cui non ricordo il nome ma la cui stramberia era talmente elevata da evitargli anche i fischi del pubblico. Il concerto della Blues Explosion peraltro fu un immenso sabba. Con Russel Siminis (miglior batterista della sua generazione, non temo discussioni) e Judah Bauer (occhi spenti, occhiaie, tecnica non male, un mito) a fare casini e poi con Jon che fece di tutto. Urletti. Si denudò. Lanciò roba. A fine concerto mentre salutavano avevi la chiara sensazione di non aver buttato dei soldi. Grandi.

 

CSI (mi sa che siamo intorno al 1993, settembre): concerto mitologico fin dalla location (il parco di Castel Sant’Angelo), passando per i protagonisti (uno dei gruppi più seri della scena mainstream italiana), finendo per Emilia Paranoica e Spara Jurij all’inizio, così, tanto per fare amicizia. Finimmo mezzi pesti con Gau che mi chiedeva notizie sulla sua schiena… "c’è qualcosa che non va, mi fa un male cane…".
Non so dove trovai la forza per spiegargli che una punkettona vi aveva lasciato una impronta di anfibio. 

 

Chemical Brothers (2006): ne ho già parlato ampiamente. Lo cito non fosse altro perchè fu il concerto della tremenda presa di coscienza dell’avvenuta vecchiaia. Biglietti presi prima e soprattutto domande come “dove le buttiamo le sigarette… per terra… dici?".

 

Oasis (Bologna, AD 1997): mitica trasferta in terra bolognese. Ricordi patetici (avevamo una sola cassetta in macchina, Marvin Gaye, nel suo imbolsimento senile… " ma sta canzone è tutta finta… non c’è niente di vero… manco la voce…"). Tutti pronti per il concertone del gruppo che, volenti o nolenti, aveva segnato (malamente) la nostra postadolescenza. Ovviamente un disastro. Già il disco non reggeva il confronto con i due precedenti poi una forma psichica al limite della denuncia penale fecero il resto. Da segnalare non fosse altro però per una scena da sogno. L’Italia, la stessa sera, affronta allo spareggio la Russia. Ci si gioca il mondiale. Passiamo il concerto aspettando il responso. Poi alla fine sul tabellone, in mezzo ad un mare di “oooooo” ci assicuriamo che abbiamo passato il turno. E daje, e allora “Inghilterra… vaffanculo!” (ci avevano sopravanzati in classifica e relegati allo spareggio e peraltro la partita con loro all’Olimpico era stata per lo meno turbolenta…). Ovviamente trasciniamo mezzo Palasport quando una signorina si avvicina a Gau e gli chiede con petulante accento albionico ("pecchè avete voi con Inghilterra?").
Che fai? L’ammazzi? 

 

Subsonica (1998): avete presente la frase "li ho visti che non li conosceva nessuno?!?" Eccoci qua. Quella volta fummo noi i protagonisti. Location terribile (Il Frontiera, un capannone industriale fuori Roma, fuori il raccordo, fuori da tutto). Un gruppo con un disco fuori che non conosce nessuno. Io mi fido di una recensione su Rumore e mi carico il buon Gau. Ma sai che…. In fondo…. Insomma quella sera eravamo in 30. La volta dopo, circa 6 mesi dopo, eravamo in un migliaio. E allora daje, li abbiamo visti che non se li cagava nessuno,  si!!!

 

Chiudiamo con un film e non con un concerto.

Serata cinefila al Palladium (ricordo ex cinema PORNO). Siamo intorno al 1995. Fanno un film di Antonioni. Quello con la colonna sonora dei Pink Floyd. Siamo io, Gau e Bof. Ci sediamo in fondo. Il pubblico è diviso a metà. Metà cinefila (per lo più femmina, rompicoglioni, seria, stucchevole). Metà è il compagno della medesima. Non je ne frega un cazzo ma sta lì, sopporta. Il film è una palla tremenda. Lo tolleriamo fino alla scena madre. Improvvisamente i due cervi del film scopano nel deserto. E' un attimo, l’inquadratura si allarga. Non si sa da dove sono comparse un centinaio di coppie che scopano nel deserto. Silenzio. Poi un applauso fragoroso. E' Bof. Lo seguiamo noi. Poi ci segue la metà bistrattata del cinema.
E’ un trionfo. Usciamo poco dopo un pò perchè ci siamo rotti i coglioni un pò perchè temevamo ritorsioni.

E adesso che si torni a pensare a dove cazzo andremo a finire tra 6 mesi.


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Ridiscutiamo il contratto

26/09/2009

Uno lo manda all’estero per farlo divertire. Gli trova un lavoro decente. Una moglie.
Un’unica condizione: non si muove foglia nei Balcani che noi, inteso come 2B, non siamo i primi a parlarne.
Poi capita una delle storie più fantastiche dell’anno e lui non ne fa cenno.
Venga. Venga, caro Gau. Si presenti a Roma con il contratto. Si ridiscute l’ingaggio.

Classic

24/09/2009

“why hip-hop sucks in 1996? It’s the money…” – DJ Shadow

Guardate questo video. Guardatelo con la mente ben focalizzata sulle parole di DJ Shadow. Tenetele come monito inascoltato ad una generazione inutile. Il video è semplicemente fantastico. C’è tutto. Ci sono i writers divini di Medina. C’è l’alba sulla città che non solo non dormiva mai ma che sotto le sue fondamenta aveva sempre uno studio di registrazione in cui potevi beccare i Beastie Boys. C’è il sampling divino di DJ Premier. C’è il rapping unico di tre dei mammasantissima della scena di Medina: Rakim, KRS One e Nas. Tutti insieme con il buon Kanye West che, a mettere insieme una tale masnada di geni (con l’unico scopo di combattere l’indifferenza), ci fa la figura di Facci nel 1992. Lui da solo contro tutti. Da solo perche, del futuro della musica che ha cambiato molte delle nostre vite, a nessuno sembra importare poi molto. La considerazione attuale dell’hip-hop è infatti oramai prossima allo zero. Una tragedia o poco ci manca. Avoglia a cercare di spiegare chi cazzo fosse, per un ventenne di metà anni 90, uno come KRS-One. O di come Gau, sotto sotto, andasse matto per i Public Enemy e che, anche i Vonneumann, tra Shellac e Slint, ogni tanto dessero una passata ai Roots. Non voglio perdermi ma pensate alla considerazione attuale dell’Hip-Hop e pensate al passa-parola al mio Liceo per andare a vedere al cinema Malcolm-X di Spike Lee con i Public Enemy di Fight the Power. Pensateci e guardatevi attorno.
Producers di talento (uno su tutti Timbaland) che vanno dietro ai miliardi facili di dischi di gentaglia come Madonna (ma sentite che cazzo di samples c’è dietro Five Minutes). A NYC non si muove foglia da tempo. Certo c’è sempre Nas. Ma se uno guarda la sua faccia sembra quella di uno che comincia a rompersi il cazzo di tirare il carretto da solo. Kanye West è attualmente uno dei pochi a crederci. La west coast intanto è morta e anche Atlanta si è persa in mille rivoli insignificanti. Intanto i più giovani guardano una scena superficiale, di minimo spessore e senza morale alcuna. Si vestono come Eminem e non sanno cosa si perdono dietro. Non sanno la straordinaria storia di un movimento fantastico che ha cambiato la musica (non quanto avrebbe potuto peraltro) nel profondo. Il sogno di una musica senza più steccati né barriere. Il rap che prendeva tutto, lo rimescolava e te lo rivomitava più figo mille volte dei suoi originali (pensate ai Run DMC di Walk this way). I rappers credibili testimonial di una inversione di tendenza storica nel mondo del music business. Basta con le “star” intoccabili e non criticabili. Spazio invece alla musica e soprattutto alla carica dirompente insita nel ruolo di DJ (in questo segnando la strada ai mille Dj Ombra degli anni ’90, ricordate “Elvis was an hero for most but he never meant a shit for us…”? Erano i Public Enemy di Fight the Power e allora tanti saluti agli U2…).
E invece gli anni ’90 saranno ricordati proprio come gli anni delle mille barriere create ad arte per aumentare l’appeal di mille barbagianni (Brit-Pop, emo, Nu-Metal e mi fermo per grazia di Dio…). Divisioni, peraltro, che, lo stesso movimento Hip-Hop, concorse a creare con le sue idiote faide da mafiosetti. Saranno ricordati come gli anni delle mille starlette senza futuro cui, proprio l’hip-hop (tramite i suoi producers più di talento), concorse a rinsaldare le carriere prossime allo stremo. Infine saranno ricordati, soprattutto, come gli anni della presa di coscienza da parte della maggior parte dei producers hip-hop di avere tra le mani una macchina da soldi spaventosa. E allora spazio ai 50 Cent, ai Game, agli Enimen. Alle storie da ghetto che tanto piacciono ai bianchi. Su tutto una musica che non può, per definizione, scendere di tono.
Il risultato? Una bella ragazza che ti guarda con lo sguardo comprensivo. Hai cercato di fargli capire che senza “Made You Look” di Nas ti saresti suicidato tanti anni prima. Lei sorride e ti fa notare che “ascolti musica coatta”.
Rimani perplesso. Cerchi di spiegarti ma non c’è possibilità di scamparla.

I soldi. I soldi, si. Eppure serviva così poco.

“two turntables and a microphone…” – Beck