Archive for the ‘società degli spettacoli’ Category

Elogio dell’immobilismo?

13/02/2010

Elogio dell'immobilismo?Ammettiamolo. Davanti all’incedere di questa crisi sembriamo sempre di più dei semianalfabeti del Medioevo che vengono giù dalla montagna del sapone ogni qual volta si verifica un prodigio. Prima scopriamo con stupore che colossi come Lehman Brothers possono fallire come un credito artigiano qualunque, poi che il PIL delle floride economie occidentali può crollare del 5% in un anno, e forse anche di più, poi scopriamo addirittura che Paesi dell’UE che credevamo al riparo dell’ombrello dell’euro possono tranquillamente essere giudicati a rischio dai mercati e – qualcuno dice – che potrebbero in teoria anche fallire. Infine scopriamo, sempre più basiti, che una volta tanto tra questi paria della finanza internazionale l’Italia non c’è.
Come al solito, invece, il dibattito sulla crisi ed i suoi effetti assume nel nostro Paese toni grotteschi, apocalittici e melodrammatici. Come al solito, noi rimaniamo a bocca aperta di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili, non comprendiamo i passaggi logici che sottendono all’accaduto e preferiamo interpretare pensieri di altri (economisti, professori, politici, etc.) sperando di trarne auspici divinatori o, più semplicemente, manipolarli a favore di questo o quel colore politico. Per poi, sazi e soddisfatti, ripiegarci su ciò che da sempre realmente ci affascina: guardarci l’ombelico. E così, grufoliamo daccapo nella melma dei pentiti, delle tangenti, delle regionali, dei sondaggi, dei magistrati, delle escort.
Continuiamo ad accapigliarci su domande da quiz di Bonolis, tipo "Ma l’Italia ha superato davvero la crisi meglio di altri?" oppure "Quando e come ne usciremo?". Domande rivolte con l’ansia di chi, non capendo, si aspetta un intervento esterno, magari divino, per salvarsi. Risposte date solo per tranquillizzare, o al contrario allarmare, i propri tifosi politici. Se proviamo a guardare ad alcuni dati senza le lenti della faziosità, scopriamo semplicemente che le virtù e i vizi del Paese, crisi o non crisi, sono sempre gli stessi.
Il nostro sistema bancario, si dice, ha mostrato maggiore solidità rispetto a quelli di altri Paesi, anche a causa di una minore esposizione su titoli stranieri, derivati, future, ed altri funambolici "pacchetti" avvelenati dai fantomatici subprime. Vero. Ma è vero anche che la tradizionalmente limitata propensione dei nostri istituti di credito a finanziare progetti, magari anche rischiosi ma potenzialmente redditizi, insomma a "prestare i soldi" alle imprese (specie se piccole e medie) frena la ripresa. Vero anche questo.
Il Governo – rectius Tremonti – ha fatto una scelta chiara all’inizio della crisi. Le poche risorse disponibili devono concentrarsi sulla difesa del sistema bancario e della liquidità (garanzia dello Stato alle banche, aumento del limite assicurato dallo Stato sui conti correnti bancari, Tremonti bond, etc.) e sugli ammortizzatori sociali (cassa integrazione). Il tutto limitando al massimo l’inevitabile crescita del rapporto deficit/PIL (oggi al 5% circa dal 2,5% pre-crisi) e del debito pubblico (aumentato al 114, 9% del PIL dal 111,2%).
Perché, direte voi? Ma come? Ce ne siamo sempre fottuti del debito. Siamo persino riusciti a entrare nell’euro con numeri assolutamente deficitari e ora facciamo il braccino corto proprio ora che c’è la crisi? Eh sì. Perché Tremonti ha guardato principalmente ad un dato e quando ne parlava nei talk show lo prendevano tutti per i fondelli: il famoso "differenziale" dei titoli di stato italiani con quelli tedeschi. Ovvero, il tasso di interesse che si intasca se si compra un titolo del debito publico italiano rispetto a quello che si intasca se se ne compra uno tedesco (ritenuto, va da sé, più affidabile).
Sembra un’assurdità. Ma sui mercati conta questo. Più il debito pubblico è alto, più si emettono titoli per coprirlo. Per invogliare gli investitori a comprare Bot, CCT, BtP e quant’altro, bisogna remunerarli con un tasso di interesse. Se gli investitori non hanno fiducia nel fatto che uno Stato possa un giorno pagare questo tasso di interesse, disertano le aste per i titoli, con il risultato che lo Stato deve "giocare al rialzo" e offrire tassi di interesse ancora più alti. Il rischio è che si inneschi una spirale aumento del debito – diminuzione della fiducia – aumento dei tassi che porta lo Stato alla bancarotta. E’ esattamente quello che sta accadendo alla Grecia, e in parte alla Spagna e al Portogallo. E che, si mormora, possa accadere all’Irlanda e, addirittura, al Regno Unito se non cambiano certe cose.
Perché all’Italia non sta capitando? Perché, almeno per ora, gli investitori vedono che deficit e debito in Italia aumentano a tassi ragionevoli per le possibilità del Paese, hanno fiducia nei titoli italiani e li comprano. Il deficit della Grecia è a oltre il 12% del PIL, quello della Spagna quasi uguale. Molti Paesi europei viaggiano ormai con un debito pubblico vicino al 100% del PIL, più o meno come il nostro. Solo che gli altri Paesi (Spagna, Grecia, Regno Unito, etc.) hanno "pubblicizzato" il debito privato, rilevando banche o aziende, aumentando la spesa pubblica con sussidi, etc. Noi no, anche perché avevamo già un debito altissimo. Il nostro debito "privato" è invece molto basso e la nostra propensione al risparmio ancora alta. Gli investitori quindi sanno che in Italia c’è ancora ricchezza privata da cui lo Stato, in caso di bisogno, può attingere. 
Cosa sarebbe successo se il Governo avesse dato retta a quelli che invocavano interventi e sostanziosi aumenti di spesa per l’economia mesi fa? Molto probabilmente, saremmo oggi in compagnia dei nostri amici mediterranei e dei maestri del rugby irlandesi. E’ vero che Francia e Germania hanno fatto di più, ma loro se lo potevano permettere. Una volta per tutte, almeno sul piano della finanza pubblica, noi NON SIAMO Francia e Germania. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.
Bene. Ma questi freddi e aridi numeri non possono coprire l’amara e per qualcuno drammatica realtà della recessione e della disoccupazione. Giustissimo. E bisogna fare qualcosa. Si dice che l’Italia crescerà nel 2010 solo dell’1%, meno degli altri Paesi, che nel 2009 ha perso il 5% circa di PIL, più di altri Paesi. Certo, è vero. La disoccupazione sta crescendo, è già all’8% circa. E’ vero anche questo. E’ vero anche che c’è chi sta molto peggio di noi (Spagna al 20% per esempio, Francia quasi al 10%), ma non importa. E’ comunque grave.
Si invocano come panacee di tutti i mali varie misure, tra cui il taglio delle tasse in varie salse. Chi dice che vanno ridotte solo ai meno abbienti, chi dice che vanno ridotte solo ai lavoratori dipendenti, chi dice che vanno ridotte a tutti, chi alle imprese che innovano e così via. Nessuno però spiega da dove prendere i soldi per coprire il minore gettito che deriverebbe dal taglio.
Il problema, come spiegano Draghi, Padoan (OCSE) ed altri, è sempre il solito. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali: maggiore concorrenza, più liberalizzazioni, meno burocrazia (saranno ormai decenni che si sente parlare di "aprire un’impresa in un giorno"), più trasparenza, meno tasse, un mercato del lavoro meno sclerotizzato in alcuni settori, più competitività (che significa anche licenziamenti, se necessario), più ricerca scientifica, più infrastrutture, più risorse energetiche a basso costo. Serve una rivoluzione, insomma. Tutto ciò di cui si parla da decenni senza risultato. Tutto ciò che cetro-destra e centro-sinistra hanno sempre predicato, ahimé con pochi esiti.
Aspettarsi che una classe politica di dubbie capacità riesca a fare tutto questo ora, con il fiato della crisi sul collo, con il rischio che i mercati valutino negativamente misure suscettibili di aumentare la spesa, sarebbe come attendersi che Ahmadinejahd vada a trovare Sharon in ospedale con un mazzo di fiori. Significherebbe sottrarre risorse a corporazioni cristallizzate e invincibili che hanno referenti in tutte le forze politiche, in più a ridosso delle Regionali che ormai hanno assunto le tinte foschissime di un Armageddon della politica italiana. Tutto ciò che è lecito sperare è che Tremonti continui a resistere all’assalto alla diligenza di spendaccioni irresponsabili e che in qualche modo San Gennaro ci aiuti con qualche miracolo.
Invece, ci tocca sentire persino affermazioni del tipo "l’Italia non ha più grandi gruppi industriali" da chi ha privatizzato aziende di Stato come se si trattasse dei mobili di casa propria o "sono disposto a ragionare di pensioni solo se si parla di risorse per i più giovani" da chi guida un sindacato che i giovani li ha lobotomizzati e ammazzati. Ma tant’è.
Dovremo accontentarci, per ora, di difendere i singoli posti di lavoro con le unghie e con i denti, sperando che Alcoa non se ne vada, che qualcuno (ma chi? "Se sta’ a move’ la Cina?" come diceva Alberto Sordi) si compri Termini Imerese, che la magistratura vada a scovare i proprietari dei call center che non pagano più gli stipendi e intanto scappano, etc. Vedremo. Ma intanto, rilassiamoci. Non preoccupiamoci troppo. Non agitiamoci più del necessario.
Tra poco ricomincia Sanremo.

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Goran Bregovic live at East – 31.12.2009/01.01.2010

03/01/2010

 
Goran Bregovic live at East - 31.12.2009/01.01.2010Il Cambiamento Climatico ha indubbiamente i suoi vantaggi. Comincio a pensare che abbia sviluppato anche un intrinseco, più che antropomorfo senso di giustizia.
Solo così posso spiegarmi perché Roma sia stata flagellata da una pioggia battente durante il concerto di Capodanno, affidato quest’anno agli Zeroassoluto (nomen omen) ed al fantasma da Canto di Natale di Antonello Venditti (fino a venti anni fa circa, mio idolo), mentre una Capitale dell’Est europeo, normalmente sommersa dalla neve di questi tempi, abbia potuto accogliere con una temperatura quasi primaverile il concerto di Goran Bregovic per dare il benvenuto al 2010.
Tralascio dettagli di cui non può fregare di meno ad alcuno sull’ansia di mettere tra me ed il 2009 quanto più tempo possibile, e mi permetto di ammorbarvi sui motivi per i quali, a mio avviso, la presenza di Bregovic in quella Capitale all’alba del 2010 significa molto.
Innanzitutto, è la prima volta che la Capitale di un Paese est-europeo da poco entrato nell’UE ospita per Capodanno un concerto con un artista internazionale di simile calibro. Ma ancora più importante è il fatto che tale artista sia balcanico, in particolare serbo, cioè appartenente ad un Paese che fino a pochi anni fa ha rappresentato l’ultimo vero "nemico" dell’Europa, della NATO, dell’Occidente. Un Paese vicino per geografia e cultura a Stati e popoli oggi già parte dell’Unione, al punto da condividerne tratti linguistici, credo religioso, cibo, bevande, leggende, ma che è stato additato come la "bottega degli orrori" nel cuore dell’Europa, la culla di tutti gli odi etnici e religiosi, la madre delle nostre paure più ancestrali dalla Prima Guerra Mondiale in poi.
La notte di S.Silvestro, tuttavia, Bregovic – a cavalcioni della sua valanga di musica balcanica dal ritmo travolgente – non rappresentava solo se stesso, uno straordinario artista reso noto dalle colonne sonore dei film di Kusturica. Egli era la faccia, il corpo e la brillante testa di un Paese diverso. Un Paese che faticosamente si è rimesso in marcia, che ha iniziato a collaborare seriamente con il Tribunale de L’Aja per i crimini nella ex-Jugoslavia, che ha ottenuto la liberalizzazione dei visti verso i Paesi Schengen dal 19 dicembre scorso e che tre giorni dopo ha orgogliosamente presentato la propria domanda di adesione alla UE.
Così, fa piacere pensare che Il Serbo abbia potuto celebrare il 2010, lavorando peraltro, in un Paese balcanico ma europeo, dove migliaia di persone – nella Piazza principale della città – hanno cantato a squarciagola i suoi ritornelli (le lingue sono molto simili), hanno ballato senza requie alle sue note ed hanno brindato alla sua salute. Fa piacere pensare che, in qualche modo, tutti quegli applausi siano in parte anche per Belgrado.
Fa infine piacere immaginare che l’orchestra che accompagna l’artista serbo, simbolicamente denominata "Weddings and Funerals Orchestra", abbia celebrato l’estremo saluto ai Balcani in fiamme e, al contempo, un nuovo matrimonio davanti all’altare di un’Europa riconciliata. Ma forse è troppo. Basta accontentarsi dell’ora e mezzo abbondante di canzoni e ballate che Goran concede ad una platea di scatenati di tutte le età in visibilio.
In chiusura, mi affido ancora al Cambiamento Climatico. Ho letto che a Roma ci sono stati simpaticoni che, ubriachi persi, hanno provato a salire sul palco del concerto, che – naturalmente – ci sono state persone mutilate dai consueti "botti", che addirittura tre persone sono rimaste ferite dopo una rissa al termine del concerto della Pausini (non i Container 90, la Pausini…) a Cagliari. All’Est invece, a parte qualche cialtrone straniero (italiano, ovviamente) che spruzzava champagne qua e là e provava a circuire avvenenti fanciulle, nulla di tutto questo.
Per calmare i bollenti spiriti a Capodanno 2011, nutro cieca ed incondizionata fiducia nel profondo, superiore senso di giustizia del Cambiamento Climatico. Sapevo che il fallimento del recente Vertice di Copenaghen sarebbe servito a qualcosa.
 

Mi sa che ci siamo persi qualcosa… ovvero Container 90 live @ Big Bang, Roma, 10/10/2009

07/11/2009

A volte capitano serate come questa. Senza il biondone (tornato nel suo amato esilio tra pomelli d’oro e vasche da bagno piene di latte) a rapporto erano rimasti i reduci (cioè io, AA, Kolchoz, la mia donna ed un altro amicone). Unica missione: cercare di tirare fuori una serata sensata da una città alla deriva da anni. Dove si va? Semplice, si prende una macchina e si parte. Dove si trova prima parcheggio poi, ci si ferma. Così, senza capirci molto, ci si ritrova su Via Galvani, in mezzo alla Testaccio più macellara, parcheggiati da signori e sotto un diluvio mostruoso. La pioggia finisce quasi subito per cui ci si guarda in faccia e il problema annoso (" e mo n’do annamo") riciccia fuori. Non ricordo chi di noi (potrei essere stato io per cui non accuso nessuno) propone il Big Bang, il locale che ha preso il posto del vecchio Zoobar.
Lo Zoobar (via con una musichetta evocativa dei primi anni del 2000…). Un postaccio che, circa 6-7 anni fa, aveva anche una sua dignità. Dopo il suo spostamento (legato a problematiche di sicurezza, si diceva all’epoca) uno si aspetta, come minimo, che il nuovo locale sia completamente diverso (insomma se hanno avuto il permesso di riaprire…). Ma che! Il locale è spudoratamente uguale (anche le scritte ai cessi sono le stesse). Siamo perplessi. Peraltro per entrare abbiamo pagato l’ennesima affiliazione ad associazioni bizzarre ed inesistenti (che sembra essere un must per entrare nei locali a Roma e solo a Roma). Comunque ora siamo dentro, ci siediamo vicino al bar. In fondo siamo qui per bere, per stare insieme (dopo quasi 6 mesi di esilio artico) e di cercare di fare un pò di luce.
Si chiacchiera amabilmente. Ci si prende per il culo poi, piano piano, cominciamo a prendere coscienza che la fauna del locale è semplicemente spassosa. Un giro piu’ attento e praticamente il quadro e’ fatto. Peter Murphy che cerca Robert Smith che però non può venire perchè Siouxsie si sta scopando uno skinhead.
Come? Non lo so. Non lo voglio sapere. Che differenza fa.
Il posto peraltro sembra mezzo vuoto. Fa freddo. I cocktails fanno schifo e soprattutto non c’è figa, ma non si può volere tutto dalla vita. Ad un certo punto, nel mezzo della nostra discussione, AA si allontana verso la sala concerti da dove giunge un rumore misto di pulsioni elettriche, grida ed eccitazione. Lo seguo e la prima cosa che vedo è AA che guarda estasiato il palco e, poco dopo, io sono con lui. Sul palco ci sono due buzzurri palestratissimi. Per capire, cercate di immaginare la versione skinhead-alcolica da birra dei Pet Shop Boys. Uno che suona le tastiere e che sobbilla la folla. L’altro che utilizza le stantie basi elettroniche e la ritmica a 100 all’ora per urlare contro tutto e tutti. Sotto il palco, una cinquantina di esagitati che se le danno di santa ragione.
Io rimango perplesso. Ma chi è sta gente? Ma chi so questi? Ma chi li paga?
Comunque il concerto ce lo godiamo tutto. Dai flyers leggiamo che si chiamano Container 90. Sono svedesi e suonano EBM. Più di questo non voglio sapere.  Rimango però sinceramente perplesso di quanta roba ci passi sotto il naso. Cioè, dieci anni fa sapevo tutto di tutti (anche i Zeni Geva e i Gero Geri Ge Ge Ge conoscevo). Adesso, senza saperlo, mi potrei ritrovare in un locale del cazzo con un concerto di femministe ferocissime che evirano i maschi presenti.
Bisogna stare attenti.

Lo spettacolo

21/09/2009

Questo non è un post "contro la guerra" in Afghanistan. Non lo è perchè, a differenza della maggioranza dei bloggers (e degli opinionisti italiani), non ritengo di "saperla lunga" su una delle guerre più difficili del dopoguerra (per chi volesse saperne di più senza stronzate alla Grillo etc, consiglio Galt, blog di giornalisti veri, che in quei posti ci sono andati, ci vanno e ne sanno dieci volte di più dei colleghi che scrivono da Roma e delle tonnellate di stronzetti che sui blog sparano stronzate quotidiane del tipo "lo sanno tutti che…"). Si combatte in Afghanistan, quindi. Si combatte da, oramai 7 anni, una guerra logorante contro un nemico "vero" nel senso di nemico che "vale la pena" di combattere (non certo quel buffone da operetta di Saddam Hussein). Ma, ripeto, non vorrei parlare delle ragioni della nostra presenza in Afghanistan, questo è un post contro il modo di vedere, di giudicare e di rispondere alla guerra da parte dei media e degli italiani (sul cui gusto i media gestiscono la loro "programmazione"). Vivo in Canada da oramai 5 mesi. Da Aprile ad oggi le vittime canadesi sono state tante, a frequenza plurimensile. I giornali ne danno notizia in modo serio, pacato, nome, cognome, foto, stato d’origine. Basta. Niente telecamere straordinarie ai funerali di stato. Niente vergognosi primi piani di piccoli innocenti che, ad un età in cui si comprende poco della vita, avrebbero il diritto di non vedere la propria immagine per sempre sui giornali.
Ma è così. Il popolo italiano è così. Sergio Romano, ieri, parlava di un paese che "ha sviluppato (…) una «cultura della pace» in cui si sono confuse componen­ti diverse: pensiero cattoli­co, neutralismo, odio per gli Stati Uniti e una conce­zione dogmatica dell’artico­lo della Costituzione in cui l’Italia «ripudia la guerra»….". Come al solito, sono d’accordo. In Italia si mischia tutto, soprattutto l’pportunismo politico di mezza tacca, il terzomondismo d’accatto ed il non volere "rogne". Ecco, tutto qui. Non commento ulteriormente sulle versioni on line dei nostri quotidiani che accostavano le immagini del, a questo punto, povera settima vittima di questa tragedia con le foto di Belen, di Corona e di qualche altra troiona. Non commento perchè la tragedia della nostra informazione è qualcosa di oramai unico nel mondo ed il bello è che, per la maggioranza delle persone, il problema non è il livello base del nostro popolo, della nostra cultura e dei nostri gusti. Il problema è il nostro Premier. Solo lui.
In bocca al lupo.
Ultimo commento per la Lega. Gau, da sempre estimatore delle virtù politiche del Senatur, cerca di convincermi che, sotto la scorza di stupidità secessionistiche, si nasconde un grande progetto politico. Oggi penso, mio caro amico, che con l’affermazione "votai anche io ma non per farli morire" sia crollato l’ultima maschera della più grande fregatura a cui sono cascati gli italiani (dopo il nostro Premier, ovvio). In fondo, dopo due legislature al governo che cosa sono riusciti a produrre i leghisti? Il federalismo fiscale, forse? No. Hanno reso legali le Ronde (con un danno di immagine, verso la nostra Polizia, incalcolabile). Hanno creato i Tg in dialetto. Ed ora, spinti dalle richieste del popolino, si gettano nella bagarre antimilitarista, con frasi di una idiozia rara.
A chi interessa, non sono mai stato un’amante del decisionismo americano ma, cazzo, questa non è un affermazione politica, questo è un insulto a 100 anni e più di indipendenza del nostro paese. Che cosa significa, brutto idiota, "non per farli morire"? Che cosa significa? E’ un guerra. Sai come si scrive? Sai che cosa è? E’ una cosa che impegna un paese (che, peraltro se fosse un paese normale e con una classe politica normale, non gestirebbe la morte di 6 soldati come una puntata del Festival di Sanremo).
Insomma, se credi, alle ragioni che ti portano ad una guerra, voti. Se non ci credi, lo dici. I morti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Perche’ è semplicemente una guerra.
Ma no! Come al solito, non prendiamoci delle responsabilità! Seguiamo il popolino e diciamo quattro stronzate degne della stupidità globale della nostra opinione pubblica! Che ti frega! Tanto un giornale morto come il Corriere, le darà spazio come se fosse una dichiarazione di Willy Brandt. 
P.S. un solo ultimo ultimo commento a latere di questo sfogo (devo andare a lavorare).
1978, le BR portano l’attacco al cuore dello stato. Lo Stato, tra mille difficoltà ed errori di ogni tipo, reagisce. Niente patteggiamenti. Strategia della fermezza. Lo Stato, con costi drammatici (ma la partita era di quelle tremende),  vince. Vince. Ecco, pensate se fosse stata questa classe politica a dover gestire il caso Moro e le grevi indagini che ne seguirono.
Pensiamoci tutti.

Gundam (30° anniversario)

10/06/2009

Dio benedica il Giappone.

Gundam

 

 

Santa Vergine…

20/02/2009

Brit Awards 2009. Il solito carrozzone di nani, puttane da 4 soldi e idiozie varie. Poi…
Fratellino li riconosci?

PSB

Perché No, ovvero…

09/02/2009

giotto_giairo…breve prontuario per Deputati e Senatori costretti a votare col favore delle tenebre o alle prime luci dell’alba sulla Vita e sulla Morte.

Ora che Eluana non c’è più, ora che i signori Englaro possono piangerla con un minimo di raccoglimento, ora che i branchi di iene che li hanno circondati fino a poco fa si stanno disperdendo, forse possiamo riportare la questione nell’alveo di un ragionamento più generale, senza presunte urgenze ad personam, e far finta di essere un Paese serio.

1. Ha ragione Marish. Il caso Welby era molto diverso. Lì era stata espressa una precisa volontà di "farla finita" da parte del paziente. Qui c’era una persona incapace di intendere e volere, non in grado di assumere decisioni da sola. I pasdaran che fino a poco fa frugavano nella vita di Eluana per rinvenire tracce della sua volontà sono gli stessi che negavano a Piergiorgio Welby la possibilità di esprimere la sua, o meglio di attuarla.  

2. Ha ragione Kolchoz. Situazioni analoghe (non identiche, ma analoghe) sono sempre esistite in Italia. Quando eravamo un Paese civile, decisioni di questo tipo ("staccare la spina" delle macchine, per esempio) venivano prese dalle uniche persone all’epoca considerate abilitate a farlo: i familiari del malato ed i medici. Punto. Io stesso ho assistito ad un caso del genere nel 1993, allorché un mio amico, vittima di un incidente, è finito in coma. Dov’erano questi ayatollah quindici anni fa?

3. E arriviamo al punto. Che secondo me è il vero punto, come – anche qui giustamente – accennava Marish. E cioè i limiti dell’intervento dello Stato. La funzione dello Stato. Siamo uno Stato confessionale o uno Stato laico? Il concetto, in sé sublime, che la vita è IL dono incondizionato ed indifferibile di Dio all’uomo deve diventare legge dello Stato valida erga omnes ed in tutte le circostanze? O piuttosto lo Stato deve rappresentare una comunità umana inclusiva in cui la libertà di scelta dell’individuo non cattolico, ateo, agnostico o anche soltanto in preda a dubbi amletici deve essere tutelata? Propendo per la seconda.

4. Inoltre, a corollario di quanto al punto 3, uno Stato liberale e democratico ha il dovere di disciplinare situazioni di questo genere ingerendosi nella vita delle famiglie? Il Presidente del Consiglio dice, manicheizzando tutto come al solito, che si contrappongono due culture, "quella della libertà e della vita" contro quella "della morte e dell’interventismo dello Stato". Sarà. Ma se così è, lui sta difendendo la seconda. Non la prima. Chissà se se ne rende conto. Uno Stato laico e liberale meno entra negli spazi privati, personali ed individuali dei cittadini e delle famiglie e meglio è.

5. Personalmente, come ho già detto in un commento al post di marish, sul caso specifico sposo la tesi del filosofo cattolico (sottolineo) Reale. Ha senso insistere a prolungare artificialmente la vita di una persona in quelle condizioni se non c’è alcuna speranza di ottenere miglioramenti? Davvero trattenere a forza su questa terra un corpo inerte con l’aiuto della meccanica e dell’elettronica significa rispettare il carattere sacrale della vita e della natura?

6. E ancora, a corollario del punto 5. L’uomo ha sviluppato ormai una dimensione di "tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura" (per dirla ancora con Reale): non è forse più naturale lasciar andare una persona – come sarebbe accaduto se l’uomo non avesse interferito – piuttosto che imporre inutile sofferenza? L’intervento dell’uomo, intendiamoci, salva quotidianamente migliaia di vite o ne migliora le condizioni. Ma se la tecnologia non è più al servizio dell’uomo bensì diventa essa stessa "vita", una sovrastruttura che prende il sopravvento sulla struttura, allora il discorso cambia. Viceversa, chi pensa che la tecnologia possa e debba mantenere in vita un essere umano anche ultra vires perché si batte contro la fecondazione assistita? Non è forse la scienza che corre in soccorso della vita? Non pone lo stesso problema di coscienza il congelamento di un embrione ed il congelamento per anni (17 nel caso di Eluana) di un corpo adulto inerte?

7. Infine, un ragionamento politico. Dal momento che, come dimostrano alcuni sondaggi, i temi etici spaccano il Paese quasi come Calciopoli, non sarebbe forse più saggio provare a legiferare cercando un minimo comune denominatore, un compromesso di base in cui almeno "la maggioranza del senso comune" possa riconoscersi? O al limite non sarebbe meglio non legiferare affatto? Dobbiamo davvero continuare ad esportare le logiche da derby calcistico furioso che segnano questo Paese culturalmente martoriato e lobotomizzato persino su temi di infinita delicatezza come questo?

Post Scriptum: Il Cardinale Tettamanzi dice che "l’intelligenza della vita e la speranza nella vita non sono separabili". Probabilmente ha ragione lui, che ha sperato fino all’ultimo in un epilogo simile a quello della figlia di Giaro, guarita da Gesù, ritratta nello splendido dipinto di Giotto in alto a sinistra.

Ma questa è una verità, o forse la Verità, che deve essere rivelata al cuore dell’individuo, non imposta dallo Stato per decreto all’animo sofferente di Beppino Englaro e di sua moglie.

Eluana sfascia lo stato? parte II

09/02/2009

Letti i meritori commenti di G e di K preferisco postare ancora ma vorrei che venissero chiariti alcuni elementi nella tristissima storia degli Englaro. Qui nessuno tra i politici ha le competenze nemmeno per aprire un libro mondadori figurarsi un tomo di neurofisiologia del coma. Ma il problema è un ancora un altro. Un problema che, come medico, sento particolarmente stringente: l’assenza in tutta questa stroria di una presa di posizione (magari uscita da un consensus di specialisti) da parte dell’Ordine dei medici. Premesso che, se fosse per me, utilizzerei la sede romana del suddetto Ordine come ritrovo per gli homeless di Termini e, voglio precisare, con gli addetti ai lavori come pulitori degli stessi.
Premesso questo l’assenza di una presa di posizione netta, precisa, in nome della scienza e dell’etica è semplicemente ridicola. E’ ovvio che Berlusconi che è un idiota (lo vorrei precisare…), poi spara cazzate. Ma qui le cazzate le sparano tutti. Nessuno ha fatto un esame neurologico della paziente. Nessuno ha visto la sua ultima TC. Nessuno sa nemmeno cosa è una TC.
Ma tutti straparlano (compreso il mio adorato Foglio dentro la cui redazione, secondo me da un pò di tempo, bevono…). Tutti. Sia gli adoratori della vita che i seguaci della morte dolce. Nessuno sa bene cosa fare di questi corpi. Ma tutti sono pronti ad utilizzarli per le loro strategie politiche di mezza tacca.
E’ tristissimo.
A Kolchoz, in finale, te ne parlo da medico, uomo di sinistra, laico e antipapalino (e juventino…).
Io la spina non la staccherei mai ad una paziente nelle condizioni in cui si trova Eluana. Qui non si tratta di un paziente vivo che sopravvive grazie ad un respiratore. Eluana, se ho capito bene, respira autonomamente. Interromperle l’alimentazione è omicidio. Eluana, prendila come una provocazione orrenda ma non così lontana dalla realtà, è nelle condizioni neurologiche nè piu’ nè meno di un paziente con la malattia di Alzheimer allo stato terminale. Non muore perchè le condizioni generali sono ottime. Però non ha coscienza di esistere, non prova sensazioni, non prova dolore etc.
Che facciamo? Li uccidiamo tutti?

P.S. premesso che, in uno Stato normale, se una commissione scientifica dimostrasse la giustificazione scientifico-etica della scelta di Beppino Englaro, si deve dare alle persone la possibilità di scegliere. E, quindi specifico, i cattolici pensassero ai loro di corpi e non rompessero i coglioni.

Eluana sfascia lo Stato?

07/02/2009

Lasciamo da parte lo straordinario titolo di quei folli di Libero (va detto, tra parentesi, tra i pochi a comprendere la reale portata della vicenda). Mettiamolo da parte. Mettiamo da parte quel troglodita del nostro Premier. O quell’imbecille del Primo Ministro Ombra. No. No, caro Veltroni (o caro Grillo o caro Mauro scegliete voi…). Qui non si tratta di una crisi istituzionale. Nessun golpe alle porte (come ha scritto una francamente delirante collaboratrice di Macchianera…). Nessun attacco alla democrazia (questo lo ha detto Grillo ma lui non fa testo… è malato e bisogna aiutarlo). Qui semplicemente c’è un Premier incapace di ogni cosa. Non solo quindi di governare (non male se ci pensate che ha governato questo paese per quasi 8 anni dal ’94 ad oggi) ma anche di prendersi sulle spalle una decisione tremenda (andare contro una delibera discutibile di un Tribunale). Lo fa a suo modo. E cioè nel modo piu’ ridicolo (con commenti sull’aspetto fisico e sulle capacità procreatorie di una paziente…).
Se non fossi sfiduciato e soprattutto non fossi di guardia lo andrei a gonfiare di mazzate. 
Comunque ha ragione Gau. Massimo rispetto per Napolitano. Hai visto fratellino? Zitto, zitto, si sta affermando un Presidente ottimo. Meno scocciato di Cossiga. Meno mediocre dell’inqualificabile Scalfaro. Meno volubile del mitico Pertini e soprattutto meno patriottico di quel rompiballe di Ciampi. Bravo Presidente. Niente cazzate e la Costituzione al primo posto. Continui così.
Via. Finiamola così. Insomma chi ha ragione? Chi torto? E’ durissima fratelli.
Ma una sola cosa ve la dico. Un medico che toglie liquidi e cibo ad una paziente fa eutanasia. Una volta per tutte. Le parole sono importanti ed è ora che non ci nascondiamo dietro a frasi di circostanza.
Come paese siamo pronti a definire legale l’eutanasia? Rispondete a questa domanda. E soprattutto rispondete alla domanda che mi pongo, da medico, ogni giorno: ce la farei io a stare li a guardare una situazione del genere? Il caso Welby, richiamato ogni giorno con incurante ignoranza, è un caso diverso. Lì c’era un malato cosciente di una malattia gravissima e tremenda da tollerare che chiedeva di farla finita. Da specializzando ho visto pazienti con malattie simili a quella del povero Welby e pregavo la notte di non trovarli vivi il giorno dopo. Ma poi ci sono malati con la stessa malattia che non ci pensano proprio a morire. E allora chi ha ragione dei due? Tutti e due è una risposta del cazzo pensando che la vita, da laico non è di Dio, ma MIA e ci faccio quello che cazzo mi pare?!? Attendo risposte.
Dicevo comunque che il caso Englaro è molto diverso. Ricordatevi che qui c’è qualcuno che non pensa, non ragiona, non sa e non può esprimere nulla. E’ durissima, lo ripeto.
In conclusione cosa insegna questa storia? Che bisogna decidersi. Una volta per tutte. Siamo uno Stato laico in cui non esiste alcuna legge se non il buon senso delle persone o siamo uno Stato cattolico. Perchè è inutile che adesso rompiamo i coglioni ad Avvenire. Per i cattolici la vita è IL dono di Dio. Anche la mia. E quindi è intoccabile.
Lo stato, la politica agisca, faccia leggi, si prenda delle responsabilità (unico elemento che apprezzo nella follia di Berlusconi).
Non possiamo giocare a decreto si/decreto no sulla vita e sul dolore di una famiglia.
Ci dovevamo pensare prima.
Ora è tardi. Purtroppo.

Addio Eluana.
Condoglianze Signor Englaro.

Due giorni di ordinaria follia

06/02/2009

folliaUn povero cristo non fa in tempo a tornare a casa stanco dal lavoro, affamato, desideroso solo di sprofondare nel suo divano per traslocare poco dopo nel letto, che viene subito afferrato dagli eventi (o dalla rappresentazione che di essi dà la TV) ed inchiodato davanti alla melmosa cronaca di un Paese finito, costretto come Alex di Arancia Meccanica ad assistere con conati di vomito al quotidiano scempio di casa nostra.

Così, sperando di rigenerare i pochi neuroni rimasti, ieri sera interrompo lo zapping e mi sintonizzo fiducioso davanti al cadavere di Otto e Mezzo, sperando in un miracolo, in una resurrezione o almeno in una timida resipiscenza dei fasti che furono. Vengo invece catapultato nel mezzo di una discussione sul provvedimento del Governo che consente ai medici (che rifutano la graziosa concessione) di denunciare i clandestini che vengono a curarsi al Pronto Soccorso. Ad accapigliarsi su un’idiozia simile, Claudio Fava, Eurodeputato del PD, notoriamente un invasato (ma stavolta a ragione) ed un automa della Lega Nord di cui ho volutamente rimosso il cognome.

L’uno paragonava la nuova norma alle leggi della Germania nazista, l’altro ripeteva ossessivamente che "il loro compito era perseguire l’immigrazione clandestina". Le uniche parole sensate venivano dal primario dell’Ospedale San Gallicano di Roma, che spiegava con calma, cognizione di causa ed un filo di lungimiranza politica degna di miglior sorte che questa legge è un errore: perché c’è il rischio che i clandestini, per paura della denuncia, non si facciano più curare e alimentino da un lato un sottobosco di "medici della malavita" e, dall’altro, diffondano germi di malattie (vedi la Tbc) che credevamo scomparse.

Di fronte a tali sensate obiezioni, l’automa valligiano rispondeva che tali considerazioni erano "anche comprensibili…ma noi (noi chi? ndr) facciamo un altro mestiere…dobbiamo combattere l’immigrazione clandestina…" Come se un uomo politico non dovesse avere uno sguardo più ampio su costi e benefici di un provvedimento per tutta la collettività. Ma lasciamo stare. Ormai prossimo al disgusto cambio canale e approdo su Annozero, dove invece si parla di intercettazioni, giustizia, Di Pietro e compagnia cantante.

Qui assisto basito ad un dibattito su un provvedimento che ancora non c’è, ad Antonio Tabucchi che pontifica da Parigi sullo scandalo del conflitto di interessi, ad un tale Genchi che assurge a sacerdote del diritto su intercettazioni e affini pur essendo coinvolto in modo poco chiaro – lui, poliziotto in aspettativa che ora fa il "consulente" ed ha intercettato centinaia di persone per conto della Procura di Catanzaro – nel minestrone che ormai circonda il caso De Magistris. Non solo. Deglutisco a fatica quando assisto ad un giovanotto che prende la parola tra il pubblico ed accusa Napolitano che, in quanto "migliorista" nel PCI, era amico di Craxi ed ha stretto la mano a Berlusconi nel 1994. Quale infamia!

Sopravvissuto a stento alle porcherie del giorno prima, oggi vengo asfaltato dalla notizia che il Governo ha preparato un decreto-legge per impedire l’interruzione di alimentazione ed idratazione di pazienti. Un’altra idiozia senza pari che fortunatamente Napolitano (cresce la mia stima nei suoi confronti) si rifiuta di firmare. I presupposti di necessità ed urgenza agitati come una clava per obbedire a pressioni esterne (qualcosa mi dice da Oltre Tevere) sul caso Eluana Englaro e creare un conflitto istituzionale di cui francamente non si sentiva il bisogno. A questo punto, attendo sereno la guerra civile. Il "lavacro di sangue purificatore" di papiniana memoria comincia ad essere più desiderabile dello stillicidio di un popolo in cui controvoglia siamo immersi.

Per un attimo, la mia mente ormai debilitata si sofferma poi sul teatrino dell’assurdo di qualche giorno fa, dove il Papa suscita un vespaio revocando la scomunica di quattro alieni chiamati "lefebvriani", salvo poi dire di non essere a conoscenza delle dichiarazioni negazioniste del "vescovo" Williamson e chiedergli di ritrattarle. Lo Spirito Santo stavolta era distratto.

Vacillo. Forse a questo punto l’unica salvezza è l’Alzheimer. Non so più niente. Non ricordo più niente. Non capisco più niente. O forse no. La salvezza è fare lo stronzo. E mi sovviene la splendida scena della sera prima ad Annozero, il cui protagonista – seduto accanto ad un irritante Ghedini – era quel genio di Claudio Martelli.

Il quale, dopo aver ricordato giustamente che sì la lentezza dei processi sarà anche un problema ma che "il fatto che l’80% dei reati sia tuttora impunito" lo è anche di più, dopo aver assistito perplesso agli sproloqui da maestro del settore di questo tale Genchi, a trasmissione quasi finita prende la parola, guarda lo stesso Genchi e gli fa: "Scusi. Ma lei chi è?"