Archive for the ‘pseudo recensioni’ Category

Concerti

02/05/2010

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E' un momento complesso. Gente sparsa per il mondo che, tanto per cambiare, sta per traslocare ma senza ribeccasse. Allora non è male tornare indietro ogni tanto agli anni “stabili”, quelli che ti svegliavi e ti riaddormentavi sempre a Roma.
Roma, anni ’90. Eravamo tanto giovani e ce ne andavamo in giro per concerti. Ci siamo io, Gau e Bof. Di portarsi dietro Kolchoz nemmeno a parlarne.

 

Beck (live sul Tevere, un anno tra il 1995 ed il 1996): era l’anno di Coolio, nel senso che non si trovava un essere umano che non ascoltasse Gangsta Paradise (a quindici anni di distanza si può dire… che canzone di merda!). Quella sera il patetico rapper suonava in una venue inventata dal nulla sul Lungotevere di fronte all’Olimpico (prima di lui, i Colle der Fomento). Costo: una tombola. Noi, un pò perchè non c’avevamo una lira, un pò perchè ci piaceva fare i fighetti decidemmo di andare al concerto gratuito dello squinternato Beck Hansen (sono quasi sicuro, all’epoca non aveva fatto uscire ancora Odelay). “Vaffancoolio, noi se ne annamo a sentì Beck”, era la parola d’ordine. Un concerto idiota, con un palco mezzo raffazzonato costruito sulla sabbia a pochi passi dalla letamaia del Biondo Tevere. Beck che sale sul palco completamente ubriaco ma che, dopo qualche minuto di idiozie varie (“italia, maccaroni, vino….”) riuscì a fare mente locale e tirò fuori un signor concerto: divertente, casinaro, senza grosse pretese e con la straordinaria ed inconcludente Loser a completare il tutto (che pezzo… nel marasma creato dalla gente che volava ci accorgemmo troppo tardi che avevamo creato una tempesta di sabbia che ci aveva coperti…). 

Grande concerto e soprattutto gratis.

 

R.E.M. (live al Palaeur, qualcosa tra il 1993 ed il 1994): una line-up da urlo (Grant Lee Buffalo come opening act). Acustica orrenda. Concerto da riempipiste. Divertente (il finale con It’s the end of the world fu delizioso). Ma lo si ricorda soprattutto come il concerto più bizzarro a cui andammo. Io con mezza faccia attaccata da punti di sutura (ennesimo incidente con il motorino). Gau che si presenta con dei loschi individui di cui uno, si dice, “porti sfiga…”. "Seeee….", il concerto fu interrotto due volte (di cui una, voglio precisare, durante Man on the Moon) perchè andò via la luce. Non so altro. So solo che Gau non lo ha voluto più frequentare ed io ne sono stato contento.

 

Jon Spencer Blues Explosion (live al Palladium, doveva essere il 1999): nella seconda metà degli anni '90 erano il gruppo che non si poteva perdere dal vivo. Fantastici. Li beccammo a Roma dopo la pubblicazione di quella tremenda zozzeria a nome ACME (non che i dischi precedenti facessero faville ma insomma…). Furono preceduti da un gruppo di cui non ricordo il nome ma la cui stramberia era talmente elevata da evitargli anche i fischi del pubblico. Il concerto della Blues Explosion peraltro fu un immenso sabba. Con Russel Siminis (miglior batterista della sua generazione, non temo discussioni) e Judah Bauer (occhi spenti, occhiaie, tecnica non male, un mito) a fare casini e poi con Jon che fece di tutto. Urletti. Si denudò. Lanciò roba. A fine concerto mentre salutavano avevi la chiara sensazione di non aver buttato dei soldi. Grandi.

 

CSI (mi sa che siamo intorno al 1993, settembre): concerto mitologico fin dalla location (il parco di Castel Sant’Angelo), passando per i protagonisti (uno dei gruppi più seri della scena mainstream italiana), finendo per Emilia Paranoica e Spara Jurij all’inizio, così, tanto per fare amicizia. Finimmo mezzi pesti con Gau che mi chiedeva notizie sulla sua schiena… "c’è qualcosa che non va, mi fa un male cane…".
Non so dove trovai la forza per spiegargli che una punkettona vi aveva lasciato una impronta di anfibio. 

 

Chemical Brothers (2006): ne ho già parlato ampiamente. Lo cito non fosse altro perchè fu il concerto della tremenda presa di coscienza dell’avvenuta vecchiaia. Biglietti presi prima e soprattutto domande come “dove le buttiamo le sigarette… per terra… dici?".

 

Oasis (Bologna, AD 1997): mitica trasferta in terra bolognese. Ricordi patetici (avevamo una sola cassetta in macchina, Marvin Gaye, nel suo imbolsimento senile… " ma sta canzone è tutta finta… non c’è niente di vero… manco la voce…"). Tutti pronti per il concertone del gruppo che, volenti o nolenti, aveva segnato (malamente) la nostra postadolescenza. Ovviamente un disastro. Già il disco non reggeva il confronto con i due precedenti poi una forma psichica al limite della denuncia penale fecero il resto. Da segnalare non fosse altro però per una scena da sogno. L’Italia, la stessa sera, affronta allo spareggio la Russia. Ci si gioca il mondiale. Passiamo il concerto aspettando il responso. Poi alla fine sul tabellone, in mezzo ad un mare di “oooooo” ci assicuriamo che abbiamo passato il turno. E daje, e allora “Inghilterra… vaffanculo!” (ci avevano sopravanzati in classifica e relegati allo spareggio e peraltro la partita con loro all’Olimpico era stata per lo meno turbolenta…). Ovviamente trasciniamo mezzo Palasport quando una signorina si avvicina a Gau e gli chiede con petulante accento albionico ("pecchè avete voi con Inghilterra?").
Che fai? L’ammazzi? 

 

Subsonica (1998): avete presente la frase "li ho visti che non li conosceva nessuno?!?" Eccoci qua. Quella volta fummo noi i protagonisti. Location terribile (Il Frontiera, un capannone industriale fuori Roma, fuori il raccordo, fuori da tutto). Un gruppo con un disco fuori che non conosce nessuno. Io mi fido di una recensione su Rumore e mi carico il buon Gau. Ma sai che…. In fondo…. Insomma quella sera eravamo in 30. La volta dopo, circa 6 mesi dopo, eravamo in un migliaio. E allora daje, li abbiamo visti che non se li cagava nessuno,  si!!!

 

Chiudiamo con un film e non con un concerto.

Serata cinefila al Palladium (ricordo ex cinema PORNO). Siamo intorno al 1995. Fanno un film di Antonioni. Quello con la colonna sonora dei Pink Floyd. Siamo io, Gau e Bof. Ci sediamo in fondo. Il pubblico è diviso a metà. Metà cinefila (per lo più femmina, rompicoglioni, seria, stucchevole). Metà è il compagno della medesima. Non je ne frega un cazzo ma sta lì, sopporta. Il film è una palla tremenda. Lo tolleriamo fino alla scena madre. Improvvisamente i due cervi del film scopano nel deserto. E' un attimo, l’inquadratura si allarga. Non si sa da dove sono comparse un centinaio di coppie che scopano nel deserto. Silenzio. Poi un applauso fragoroso. E' Bof. Lo seguiamo noi. Poi ci segue la metà bistrattata del cinema.
E’ un trionfo. Usciamo poco dopo un pò perchè ci siamo rotti i coglioni un pò perchè temevamo ritorsioni.

E adesso che si torni a pensare a dove cazzo andremo a finire tra 6 mesi.


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Great Lake Swimmers/Calexico @Metropolis vs El Perro del Mar/Taken by Trees@Il Motore

24/02/2010

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Due concerti in 48 ore è un buon modo per cercare di dimenticare l’inverno che se ne sta lentamente andando, la neve che si fa fango e le temperature che diventano quasi umane. Lo so che uno dovrebbe essere felice ma io mi affeziono a tutto (anche ai -35, anche alle cadute sul ghiaccio…) e quando qualcosa finisce ci rimango male, tutto qua.

Il primo appuntamento è per giovedì sera al glorioso Metropolis su St. Catherine. Venue bella capiente per un doppio concerto dei Great Lake Swimmers e dei Calexico. Ero lì, lo devo ammettere, soprattutto per i primi ma, in fondo, pure per dare un’occhiata di sguincio ai minestrari di Tucson (si legge Tiuson, mi raccomando).

L’ingresso nel localone è da subito abbastanza avvilente. Mezzo vuoto. Tutti i presenti seduti ai tavolini a bere birra e a commentare la partita del Canada di Hockey su Ghiaccio trasmessa sui televisori sparsi in platea. Non mi sembra il posto adatto ad un concerto folk “de core”, come si dice a Roma ed infatti i miei timori si rilevano fondati.

Il set della band di Tony Dekker  passa via così, senza lasciare traccia. Ottima scelta dei pezzi, tutti ben suonati peraltro ma immagino che cantare "di certe cose" di fronte ad un audience incomprensibilmente affacendata in tutt’altro e che, al momento del loro show, riempiva a malapena un quarto della platea ha reso il tutto molto “forzato” (del tipo, siamo qui, ci pagano, ci vediamo alla prossima e venite a vederci da headliner, coglioni…). Mastico amaro. Intanto la platea si va riempiendo in modo più consono per dare il “benvenuto” ai Calexico. Per carità, li conosco poco. Da quello che so hanno dato il meglio di loro in anni oramai lontani ma qualche bel pezzone spettrale, a metà strada tra Morricone e il Dylan meno inquadrato, lo cacciano fuori ogni tanto. Peccato che l’80 per cento del concerto sia occupato da canzonacce che, più che un “roots-rock postmoderno, tra complesse partiture strumentali e suggestioni messicane”faccia tornare in mente i valorosi Los Lobos (ora capisco tutto, recuperiamo quello che ve pare ma quei cazzo di urletti “arriba, arriba…” se li potevano risparmiare). Insomma una mezza delusione, non stemperata peraltro dal fatto che il gruppo, strumentalmente parlando, sia di assoluto livello (con menzione speciale per Joey Burns, cantante-chitarrista efficace, ma un coattone della peggior specie…).  
Con gli occhi foderati dal Metropolis non sold out mi avvio stancamente il sabato successivo verso il Motore. Piccola serissima venue persa nel nulla di Jean Talon. Praticamente un negozio le cui vetrine sono state coperte e dietro le quali si suona. Occasione il concerto di Taken by Trees  e di El Perro del Mar
, due simpatiche signorine svedesi. Il primo colpo d’occhio è veramente rivitalizzante. Bel pubblico, locale pieno, gente simpatica (tranne che per un tremendo nerd cinese che mi ha attaccato un pippone di mezz’ora sugli XX, lo avrei voluto squartare vivo…). Niente spreco di denaro qui signori. Siamo nel pieno del mondo indie ed allora le due signorine shared la stessa band (tutti bravi peraltro con menzione speciale per il batterista, scocciatissimo, che suonava la batteria, le percussioni, faceva girare i samples e se buttava pure in mezzo ai cori…. un mito). I due concerti sono stati graziosissimi. Un pò più in difficoltà  El Perro del Mar. Sarà stato il make-up pesantissimo. Sarà stato il clima Montrealese (“fa molto freddo qui da voi… lo so anche da noi ma io non mi ci abituo mai!” pensa io…). Insomma non si capisce dove voglia andare a parare (la cantante acustica? la chanteuse disperata? la cantantina frizzantina? mah…). Comunque le sue tre-quattro canzoncine le canta e pure bene. In più piazza alla fine pure una otttima cover di Shelter degli XX (vi lascio immaginare il cinese ciccione come l’ha presa…). Veloce cambio palco ed il set di Taken by Trees fa un altro effetto non c’è dubbio. Un album coccolatissimo dalla critica. Forse anche qualche speranza in più di sfondare. Insomma la svedesina tiene il palco con signorile maestà. Canta la superba cover degli Animal Collective che me la fatta conoscere. Il tutto con quella faccina lì, un pò gatta morta, un pò svedese timida, un pò da “compagna del liceo, bellissima, la prima della classe, che non te la darà mai”. 

Intanto fuori ha ricominciato a nevicare ma, si vede, che non reggerà.

 

Magnetic Fields live @ Corona Theatre, Montreal, 06.02.2010

07/02/2010

Era uno dei concerti più attesi dell’inverno montrealese. Non solo per l’intrinseco valore del gruppo di Boston ma anche per l’anno particolarmente sfigato dalla Ville dal punto di vista Indie (Girls e Fanfarlo cancellati poche ore prima per problemi di passaporto).
La location prescelta era molto Stephin Merrit: Il Corona Theatre. Uno sconosciuto ai più teatro di posa anni’ 50 perso nel nulla della zona working-class di St: Henry. Fuori una temperatura al limite della morte per assideramento. 
All’ingresso del teatro, mentre cerchi di togliere il ghiaccio dagli occhiali, come prima botta ti imbatti in una posatissima maschera in livrea che ti stacca l biglietto. Non capisci ("cazzo ho sbagliato festa…"). Poi l’impatto con la prevedibile fauna di nerds, personalità sensibili, hipsters, fotografi et similia. Si tira un sospiro di sollievo.

Il teatro è francamente bruttino. La sala centrale è occupata da tavolini sparsi con candele in mezzo. Molto Marlene e Berlino anni 20. Suggestivo ma, anche qui, non capisco. Mi rifugio al bar.  
I nostri eroi salgono sul palco in perfetto orario (preceduti dal concertino di un attrezzo di nome Laura Barrett). Prime conferme della serata. Si. E’ vero. Stephin Merritt entra sul palco con le dita nelle orecchie. Si, le stesse dita tornano in azione, alla fine di ogni canzone, ma niente isterie particolari. Anzi, il nostro deve essere in un periodo di quelli buoni, scherza, fa battute (è simpaticissimo…). Già l’inizio è molto easy e fa crollare i timori di doversi pappare una serata di follie nevrotiche. Si siede, chiede scusa, tira fuori il cellulare, lo spegne. Molto di classe. Sulla sinistra del maestro, Claudia Gonson febbricitante, senza voce, con uno scialle al collo (che manco mi madre). Sarà lei la guida della serata. Il tramite tra Lui (trattato con una reverenza quasi biblica) ed il pubblico. Chiacchiera la Gonson. E’ simpatica. E allora il buon Merritt (con l’ukulele!!!!) le chiede di introdurre la canzone con più brevità. Lei sorride e si va. Il concerto è stato bellissimo (sono un Merrittiano e non me ne vergogno). Niente concerto promozionale del nuovo disco ma un piccolo viaggio nella straordinaria produzione del nano malefico. La qualità quindi non scende mai. Sia quando si tirano fuori le straordinarie canzoni di 69 Love Songs che quelle, un pò meno epocali ma non meno efficaci dell’ultimo Distortion (tra cui non si può non citare la già leggendaria You must be out of your mind,  "I want you crawling back to me, down on your knees, yeah, like an appendectomy sans anesthesia"). Poi pezzi sparsi da colonne sonore, dal periodo The 6ths e via dicendo. Insomma si apprezza. Si applaude. Si canticchia.

Poi però si esce prima. Appuntamento per un party di esuli italiani a Jean Talon (dall’altra parte della città).
Fuori ci sono -18 gradi. E’ tutto congelato. E’ spassoso ritrovarsi a correre verso la stazione della metro, ogni due passi rischiando la frattura combinata tibia-perone, canticchiando che "True, I’d give my right arm, to keep you safe from harm, and true, for you, I ‘d move to Ecuador…".
Ecuador, secondo l’iPhone, ci sono 15 gradi di notte. Lo vedi che quella sagoma di Stephin ha sempre ragione.

Manifesto della Destra Divina

23/01/2010

Manifesto della Destra Divina"Difendi, conserva, prega!"
                                                 Pier Paolo Pasolini, Saluto e Augurio, 1975

Inutile negarlo. Quello di Camillo Langone è il libro dell’anno, almeno in Italia. Lo è per diverse ragioni: oltre, va da sé, a essere stilisticamente pregiato, assurge a "caso letterario" mirando a rovesciare luoghi comuni ormai sedimentati e cristallizzati nei nostri poveri tempi su scrittori e poeti, ma soprattutto rappresenta in 148 piccole pagine l’operazione culturale più ambiziosa degli ultimi decenni.
E’ proprio quest’ultimo punto che mi sembra il più interessante.
La copertina nei libri ha sempre un valore. In questo, è quasi rivelatrice: guardatela e capirete tutto. Osservatela e avrete la chiave di lettura per comprendere prima ancora di sfogliare le pagine. Lo sfondo bianco è di per sé più che eloquente. I due oggetti ritratti al centro sono sacri, ma mantengono intatto il significato del potere temporale e civile, quasi a testimoniare che la religione cristiana non giace inerte in un iperuranio inconoscibile, ma ha un’indiscutibile valenza materiale e civile, una vitalità sociale ed una evidente, per non dire necessaria, influenza sull’agire umano, e soprattutto politco.
Il titolo è un’ulteriore conferma: le tre parole chiave, "manifesto", "destra" e "divina" chiariscono il concetto. Il libro, rectius il "manifesto", ha fini divulgativi, certo, ma ha soprattutto limpidi fini politici: esiste una parte politica, la "destra", che affonda le radici delle sue convinzioni e del suo agire nella Parola di Dio ("divina", per l’appunto). Non è, come chiarirà Langone in apertura, né la "destra grattacielara" di Formigoni e Moratti, né la "destra in Chanel" della Prestigiacomo, né la "destra opportunista e nichilista" di Gianfranco Fini. Ad un "manifesto" – ovviamente – segue un appello. A quello del Partito Comunista di Marx seguiva il celebre "Proletari di tutto il mondo unitevi", a questo della destra divina segue il "difendi, conserva, prega!" della splendida ultima poesia di Pasolini, "Saluto e Augurio", idealmente indirizzata ad un giovane fascista e nella quale viene evocata "la destra divina che è dentro di noi, nel sonno".
Langone parte proprio dai versi del Poeta per scardinare e rovesciare, come in un ideale Mercato del Tempio infestato da intellettuali soloni ed ingannevoli, il luogo comune di Pasolini uomo di sinistra (al contrario, un conservatore, cattolico apostolico romano, che vede nel PCI non il progresso ma la difesa a oltranza di un’Italia che nel frattempo cambiava, sradicandosi) per giungere a contestare e rovesciare una società, come quella attuale in Italia e in Europa, informata a principi di individualismo edonistico, sfrenato e volgarmente materiale, brandendo la duplice arma di Dio e della Chiesa.
La sua radicale critica all’Uomo moderno che ha dimenticato Dio e si fa beffe dei richiami della Chiesa si articola in salaci, ironiche, ma quanto mai efficaci "antinomie". Decisamente più divulgative di quelle kantiane, e non strutturate su tesi e antitesi ma su mere contrapposizioni tra semplici concetti, le diciassette antinomie langoniane rappresentano piuttosto un divertissement carico di vis polemica: alcune forniscono una personale interpretazione su tematiche e codici di comportamento frequentemente e seriamente dibattuti (es. Amore rischioso versus Sesso sicuro, Ubbidienza versus Coscienza, Muri versus Mondo, Indissolubilità versus Divorzio, etc.), altre sembrano riguardare temi più e leggeri (Domenica versus Week End, Gonna versus Pantalone, Presepe versus Albero, etc.). Ma del divertissement pascaliano, a ben guardare, non c’è traccia. Pur in un’atmosfera politica che se mai sembra rimandare al Joseph de Maistre di Du Pape, c’è piuttosto un audace tentativo di tradurre in un linguaggio accessibile il concetto agostiniano di "Città di Dio".
In breve, come secondo Langone deve vivere nell’Italia o nell’Europa di oggi un cittadino (si badi, non il semplice individuo) che crede che l’Etica non abbia altre radici se non quelle religiose, che non vede nel "laicismo" (si chiama ateismo, protesta il nostro) una prospettiva politica, che appartiene – in una parola – alla "destra divina". Dalle cose più piccole della quotidianità a quelle più grandi, di respiro filosofico e teologico, quest’uomo si sposa e non divorzia, fa sesso certamente per piacere ma senza snaturare l’istinto verso la procreazione, va a caccia, non ha paura delle armi se deve difendere l’uscio di casa, va a messa e prega, non affida le sue angosce ad un freddo ciarlatano chiamato psichiatra, ma al parroco, se è una donna indossa la gonna e non i pantaloni, etc. etc. In sostanza, difende, conserva e prega.
Personalmente, non condivido molti assunti. E’ vero, il profilattico non garantisce alcuna certezza blindata, ma in Africa con l’AIDS rimane meglio di niente. Nulla contro l’astinenza, ma non tutti la praticano…Si ritorna naturalmente, sulla vicenda del testamento biologico e della morte di Eluana: la mia posizione resta quella del filosofo cattolico Giovanni Reale, nulla da aggiungere. Detesto la caccia. Sono contrario alla proliferazione delle armi tra i cittadini, che spesso e volentieri – America docet – si sparano tra loro per errore, follia, imperizia, etc. Continuo per ostinata necessità a prendere l’aereo. Altri ne potrei citare, ma ognuno ha le sue opinioni.
Ho trovato invece geniale, oltre che per fettamente coerente con lo spirito di diffusione del libro, l’elenco dei libri, della musica e dei film della "destra divina". Condivido quasi tutto. Punta di eccellenza: la segnalazione del "Marchese del Grillo".
Il "manifesto", che può fregiarsi di una splendida recenzione tutto sommato positiva sul Foglio addirittura di Rina Gagliardi, eminenza grigia di un altro Manifesto (il quotidiano), prosegue a mio avviso, cesellandola e dandole al contempo spessore più quotidiano, l’operazione filosofica e culturale avviata da Marcello Pera e Joseph Ratzinger (quando ancora non era Papa) con il libro "Senza radici", ovvero il tentativo di esaltare il ruolo di "religione civile" del Cristianesimo e di farne anche un riferimento per comportamenti sociali e politici. Langone inoltre appare a mio avviso un alter ego "civile" di Giovanni Lindo Ferretti, che invece privilegia la testimonianza della tradizione "mistica" del Cristianesimo. Per me, insomma, il "manifesto"  è perfettamente complementare con "Reduce". 
Due unici appunti. Il primo è il rischio, se mi è concesso, che il "manifesto" sia male interpretato e strumentalizzato come "libro-cult" senza che venga compresa a pieno la complessità (e, a mio avviso, i potenziali problemi) di una simile operazione culturale. Che certi comportamenti, insomma, diventino una "moda" o rappresentino una sorta di novello conformismo, per ora di nicchia. L’altro è che mi pare di ravvisare nel "manifesto" più uno spirito da Antico Testamento, duro, a tratti manicheo, che uno compassionevole e mansueto sguardo da Nuovo Testamento, dove Dio si fa Uomo e poi Agnello Sacrificale.
Ci rifletterò. Nel frattempo, mi consola il pensiero che socchiudere gli occhi, ascoltare Psalm di John Coltrane e sorseggiare un Negroni, secondo Langone, mi avvicini a Dio più di tante altre cose. 

Goran Bregovic live at East – 31.12.2009/01.01.2010

03/01/2010

 
Goran Bregovic live at East - 31.12.2009/01.01.2010Il Cambiamento Climatico ha indubbiamente i suoi vantaggi. Comincio a pensare che abbia sviluppato anche un intrinseco, più che antropomorfo senso di giustizia.
Solo così posso spiegarmi perché Roma sia stata flagellata da una pioggia battente durante il concerto di Capodanno, affidato quest’anno agli Zeroassoluto (nomen omen) ed al fantasma da Canto di Natale di Antonello Venditti (fino a venti anni fa circa, mio idolo), mentre una Capitale dell’Est europeo, normalmente sommersa dalla neve di questi tempi, abbia potuto accogliere con una temperatura quasi primaverile il concerto di Goran Bregovic per dare il benvenuto al 2010.
Tralascio dettagli di cui non può fregare di meno ad alcuno sull’ansia di mettere tra me ed il 2009 quanto più tempo possibile, e mi permetto di ammorbarvi sui motivi per i quali, a mio avviso, la presenza di Bregovic in quella Capitale all’alba del 2010 significa molto.
Innanzitutto, è la prima volta che la Capitale di un Paese est-europeo da poco entrato nell’UE ospita per Capodanno un concerto con un artista internazionale di simile calibro. Ma ancora più importante è il fatto che tale artista sia balcanico, in particolare serbo, cioè appartenente ad un Paese che fino a pochi anni fa ha rappresentato l’ultimo vero "nemico" dell’Europa, della NATO, dell’Occidente. Un Paese vicino per geografia e cultura a Stati e popoli oggi già parte dell’Unione, al punto da condividerne tratti linguistici, credo religioso, cibo, bevande, leggende, ma che è stato additato come la "bottega degli orrori" nel cuore dell’Europa, la culla di tutti gli odi etnici e religiosi, la madre delle nostre paure più ancestrali dalla Prima Guerra Mondiale in poi.
La notte di S.Silvestro, tuttavia, Bregovic – a cavalcioni della sua valanga di musica balcanica dal ritmo travolgente – non rappresentava solo se stesso, uno straordinario artista reso noto dalle colonne sonore dei film di Kusturica. Egli era la faccia, il corpo e la brillante testa di un Paese diverso. Un Paese che faticosamente si è rimesso in marcia, che ha iniziato a collaborare seriamente con il Tribunale de L’Aja per i crimini nella ex-Jugoslavia, che ha ottenuto la liberalizzazione dei visti verso i Paesi Schengen dal 19 dicembre scorso e che tre giorni dopo ha orgogliosamente presentato la propria domanda di adesione alla UE.
Così, fa piacere pensare che Il Serbo abbia potuto celebrare il 2010, lavorando peraltro, in un Paese balcanico ma europeo, dove migliaia di persone – nella Piazza principale della città – hanno cantato a squarciagola i suoi ritornelli (le lingue sono molto simili), hanno ballato senza requie alle sue note ed hanno brindato alla sua salute. Fa piacere pensare che, in qualche modo, tutti quegli applausi siano in parte anche per Belgrado.
Fa infine piacere immaginare che l’orchestra che accompagna l’artista serbo, simbolicamente denominata "Weddings and Funerals Orchestra", abbia celebrato l’estremo saluto ai Balcani in fiamme e, al contempo, un nuovo matrimonio davanti all’altare di un’Europa riconciliata. Ma forse è troppo. Basta accontentarsi dell’ora e mezzo abbondante di canzoni e ballate che Goran concede ad una platea di scatenati di tutte le età in visibilio.
In chiusura, mi affido ancora al Cambiamento Climatico. Ho letto che a Roma ci sono stati simpaticoni che, ubriachi persi, hanno provato a salire sul palco del concerto, che – naturalmente – ci sono state persone mutilate dai consueti "botti", che addirittura tre persone sono rimaste ferite dopo una rissa al termine del concerto della Pausini (non i Container 90, la Pausini…) a Cagliari. All’Est invece, a parte qualche cialtrone straniero (italiano, ovviamente) che spruzzava champagne qua e là e provava a circuire avvenenti fanciulle, nulla di tutto questo.
Per calmare i bollenti spiriti a Capodanno 2011, nutro cieca ed incondizionata fiducia nel profondo, superiore senso di giustizia del Cambiamento Climatico. Sapevo che il fallimento del recente Vertice di Copenaghen sarebbe servito a qualcosa.
 

Mi sa che ci siamo persi qualcosa… ovvero Container 90 live @ Big Bang, Roma, 10/10/2009

07/11/2009

A volte capitano serate come questa. Senza il biondone (tornato nel suo amato esilio tra pomelli d’oro e vasche da bagno piene di latte) a rapporto erano rimasti i reduci (cioè io, AA, Kolchoz, la mia donna ed un altro amicone). Unica missione: cercare di tirare fuori una serata sensata da una città alla deriva da anni. Dove si va? Semplice, si prende una macchina e si parte. Dove si trova prima parcheggio poi, ci si ferma. Così, senza capirci molto, ci si ritrova su Via Galvani, in mezzo alla Testaccio più macellara, parcheggiati da signori e sotto un diluvio mostruoso. La pioggia finisce quasi subito per cui ci si guarda in faccia e il problema annoso (" e mo n’do annamo") riciccia fuori. Non ricordo chi di noi (potrei essere stato io per cui non accuso nessuno) propone il Big Bang, il locale che ha preso il posto del vecchio Zoobar.
Lo Zoobar (via con una musichetta evocativa dei primi anni del 2000…). Un postaccio che, circa 6-7 anni fa, aveva anche una sua dignità. Dopo il suo spostamento (legato a problematiche di sicurezza, si diceva all’epoca) uno si aspetta, come minimo, che il nuovo locale sia completamente diverso (insomma se hanno avuto il permesso di riaprire…). Ma che! Il locale è spudoratamente uguale (anche le scritte ai cessi sono le stesse). Siamo perplessi. Peraltro per entrare abbiamo pagato l’ennesima affiliazione ad associazioni bizzarre ed inesistenti (che sembra essere un must per entrare nei locali a Roma e solo a Roma). Comunque ora siamo dentro, ci siediamo vicino al bar. In fondo siamo qui per bere, per stare insieme (dopo quasi 6 mesi di esilio artico) e di cercare di fare un pò di luce.
Si chiacchiera amabilmente. Ci si prende per il culo poi, piano piano, cominciamo a prendere coscienza che la fauna del locale è semplicemente spassosa. Un giro piu’ attento e praticamente il quadro e’ fatto. Peter Murphy che cerca Robert Smith che però non può venire perchè Siouxsie si sta scopando uno skinhead.
Come? Non lo so. Non lo voglio sapere. Che differenza fa.
Il posto peraltro sembra mezzo vuoto. Fa freddo. I cocktails fanno schifo e soprattutto non c’è figa, ma non si può volere tutto dalla vita. Ad un certo punto, nel mezzo della nostra discussione, AA si allontana verso la sala concerti da dove giunge un rumore misto di pulsioni elettriche, grida ed eccitazione. Lo seguo e la prima cosa che vedo è AA che guarda estasiato il palco e, poco dopo, io sono con lui. Sul palco ci sono due buzzurri palestratissimi. Per capire, cercate di immaginare la versione skinhead-alcolica da birra dei Pet Shop Boys. Uno che suona le tastiere e che sobbilla la folla. L’altro che utilizza le stantie basi elettroniche e la ritmica a 100 all’ora per urlare contro tutto e tutti. Sotto il palco, una cinquantina di esagitati che se le danno di santa ragione.
Io rimango perplesso. Ma chi è sta gente? Ma chi so questi? Ma chi li paga?
Comunque il concerto ce lo godiamo tutto. Dai flyers leggiamo che si chiamano Container 90. Sono svedesi e suonano EBM. Più di questo non voglio sapere.  Rimango però sinceramente perplesso di quanta roba ci passi sotto il naso. Cioè, dieci anni fa sapevo tutto di tutti (anche i Zeni Geva e i Gero Geri Ge Ge Ge conoscevo). Adesso, senza saperlo, mi potrei ritrovare in un locale del cazzo con un concerto di femministe ferocissime che evirano i maschi presenti.
Bisogna stare attenti.

Florence and The Machine + Parallels live @ Cabaret du Musée Juste Pour Rire, Montreal, 01/11/2009

02/11/2009

Una Domenica passata tra pulire casa, guardare merdose partite di Serie A in streaming e bighellonare su St Catherine senza meta e sotto un sole sempre più freddo. Passa presto la Domenica. Si aspetta infatti con curiosità il concerto della signora Florence. Il Cabaret Pour Rire è una piccola scoperta. Uno splendido locale tipo teatro che appizza sulla parte di St Laurent che scende verso la Downtown.
La cantante inglese qui a Montreal è già un idolo. Ce se ne accorge dal tutto esaurito e dalle grida di acclamazione (stranamente calorose per essere canadesi) che la richiedono sul palco. Intanto sullo stesso sono calati i superbi Parallels di Toronto. Gruppo stranissimo. Una fregna bionda sul palco che danza lieve su note pazzescamente in linea con la prima new-wave elettronica. Si, il primo pensiero va proprio ai sempiterni New Order (il batterista è praticamente un sosia di Stephen Morris) ed il paragone non è folle. Suonano benissimo. Reggono il palco con straordinaria efficacia. Bravi.
Poi. Poi non si è più capito più nulla. Poi è arrivata Florence e mi ha regalato oggettivamente uno dei concerti più "BELLI" che sia capitato di vedere negli ultimi anni. Mostruoso. Accompagnata da una band perfetta (su tutti un batterista ed un percussionista allucinanti) ed un suonatore di arpa delizioso (si, si sentiva l’arpa) la nostra ha letteralmente sfasciato ogni paragone con qualsiasi donna faccia musica oggi. Una voce pazzesca (la migliore in circolazione, non si discute) capace di arrivare su vette allucinanti anche nei momenti più "sudati". Grandi canzoni, grandi arrangiamenti, grande Florence. Un incrocio tra una Patti Smith simpatica, una PJ Harvey con qualcosa da dire e, nei momenti più dolci, molte somiglianze anche con Lou Rodhes (voce dei sottovalutatissimi Lamb).
E poi, su tutto, quell’aria indie-pop meravigliosa che strappa un sorriso anche ad un vecchio rompiballe così lontano da tutto e da tutti. Si scherza. Si ride. Il pubblico lancia fiori sul palco. Il finale poi è un immagine che non si dimenticherà più. Florence che canta. Le luci del teatro accese e tutto il pubblico che agita mazzi di fiori. E’ stato un momento così, difficile da spiegare, ma poi esci su St Laurent con, sullo sfondo, i grattacieli ed il faro della Downtown.
Si sta già sotto zero. Ma chi se frega.
Grazie Florence. L’inverno sarà lungo ma noi ce la faremo. Daje. Daje tutti.

Girls – Album

15/09/2009

Parliamo velocemente degli autori della canzone dell’estate (ovviamente la straordinaria Hellhole Ratrace con annesso video piagnucoloso sulla falsa riga di "quanto era bello quando eravamo giovani…", Gau ci impazzirebbe…). I cari e vecchi Girls hanno quindi pubblicato Album, il loro primo album (titolone, eh?). Di che stiamo parlando? Semplice. Del gruppo piu’ fuori dal mondo che uno si possa immaginare. Tralasciando la musica che propongono (deliziosamente atemporale peraltro) i nostri esibiscono un look tremendo con il cantante che se ne va in giro con i capelli lunghi biondi che sembra Sandy Marton e l’altro (penso sia il chitarrista) che, per non essere da meno, sembra essere appena uscito dalla Rianimazione dell’Umberto I.
Per i pochi a cui interessa, il disco in questione e’ una piacevole accozzaglia di robbaccia con, al suo interno (oltre alla succitata canzonona), alcune altre piccole perle per cui ci si possono perdere una manciata di dollari su iTunes (e dai…).
Poi, proprio per chi non ci crede piu’ a queste cose, il disco in questione ve lo potete ascoltare in streaming gratuito dal sito della True Panther.

E questo e’ il video della sempiterna Hellhole Ratrace.
Eh si, caro Gau, proprio bei tempi quelli.

The Pains of Being Pure at Heart @ Sala Rossa, 06/09/2009

14/09/2009

Uno dei concerti più inaspettati della mia patetica esperienza di vita. Cominciamo con le mie premesse. Stavolta andavo sul sicuro. La mia donna non mi avrebbe sodomizzato con un fallo di bronzo al termine del concerto. Cosa c’è infatti di più "mutandato" e "carino" in circolazione del gruppo di Brooklyn?!? Ero francamente tranquillo. La Sala Rossa semipiena. Atmosfera molto serena. In tempo per trovare un posticino a lato del palco e comincia il concerto. In tabellone i Cymbals Eat Guitars. Avevo avuto il tempo di sentire qualcosa su myspace nel pomeriggio e non è che mi avessero convinto. Poi uno li vede dal vivo… Santa Vergine… Un combo di buzzurri di Staten Island che, solo esteticamente, meriterebbero il carcere. Su tutti il tastierista con cappello di feltro ed il chitarrista cantante con una tremenda bandana. Si passa davanti a tutto peraltro ma poi i suddetti decidono anche di cominciare a suonare ed allora le cose si mettono in chiaro. Un disastro sonoro a limite della cacofonia con echi impercettibili di Fugazi, ma ogni tanto però. Insomma la mia donna è perplessa. Io non so che fare e spero che la cosa finisca presto. Manco per il cazzo! I nostri amici tengono la scena per un’ora in cui il suddetto cantante-chitarrista manifesta chiaramente un disturbo del comportamento ed una discreta tecnica chitarristica. Appena lasciano il palco la metà dell’audience (quelli che non si erano drogati) tira un sospiro di sollievo. Cerco di spiegare alla mia donna che si è trattato di un errore. Che una cosa del genere non si ripeterà più che arrivano i Depreciation Guild di cui mi ero pappato con piacere la deliziosa quanto derivativa Dream about Me grazie a quei simpaticoni di Polaroid. I nostri purtroppo sono protagonisti di un concerto tanto pieno di problemi tecnici da far sembrare il concertone del Primo Maggio un paradiso. Poveri. Pisciamo la seconda piatta parte del concerto per una sigaretta su St. Laurent. Risaliamo il tempo per goderci la salita sul palco dei PoBPatH. Poche parole. Sono un gruppo derivatissimo (ovviamente tutto quanto faccia jingle-jangle nella storia della musica con una particolare menzione per i miei adorati Sixpence None The Richer) ma sono proprio bravi. Suonano bene tutti i pezzi a disposizione. Menzione negativa per la tastierista cinese che dondola come una imbecille per tutto il concerto e che fa il paro con l’altra scimunita degli Yeah Yeah Yeahs e con l’idiota dei Blonde Redhead (ma a Brooklyn è diventata una moda tirare su nel gruppo asiatiche senza cervello… mah…). Insomma, bravi Pains ma io intanto riesco dalla Sala Rossa con la mia donna che mi guarda, per l’ennesima volta, perplessa.
Grazie.

Osheaga Festival @ Parc Jean Drupeau, Montreal, 03/08/2009

29/08/2009

3865197771_db972269e4Diciamocelo. Da quando era uscita la notizia che i Beastie Boys ci pisciavano, Gau non è stato più lo stesso. Lo conosco. A Settembre del 2010 facciamo 30 anni di amicizia e so riconoscere quando gli girano i coglioni. Ma i biglietti per il festival più mainstream dell’estate montrealese erano stati acquistati (patetici tentatvi di rivenderli on line avevano dato un esito tristissimo…) e quindi, armati di pazienza, ci siamo gettati nel limo del Parc Jean Drapeau per goderci una sana giornata "festivaliera", seppur di "mezza tacca". Presenti: io, Gau, AA (il vicino di blog) e il Cicogna. Di Kolchoz nessuna notizia (le ultime lo davano a Berlino…). Il quadro era perfetto: odore di fritto misto ad urina, fango, gente sfattissima etc. Un festival, insomma. In tutto questo non poteva poi mancare il sano diluvio a metà concerto. Così, tanto per farci due risate. La line-up della giornata, tolti i nostri eroi di Brooklyn, era peraltro inquietante. Tralasciando i simpatici Cursive e i meravigliosi Hey Rosetta! (di cui peraltro non abbiamo visto il 90 per cento del concerto….), il resto di quello che potevamo papparci era rappresentato dai tremendi Decemberists (che si è confermato uno dei combi più squallidi in circolazione) e dai patetici Vampire Weekend. Inoltre, la nostra naturale predisposizione al ritardo ci aveva fatto perdere i Crystal Castle e i Ting Tings (come dire, almeno un pò di figa…). Insomma una tragedia se non fosse stato per i fantastici Arctic Monkeys che, in un set di un’ora scarsa, in un tripudio di Union Jack (gli anglocanadesi sanno essere a volte ancora più patetici dei francesi), hanno sostanzialmente rotto il culo al mondo. Fantastici. Non ci sono altre parole. Batterista mostruoso. Bassista presente. Chitarre ben suonate e voce che ci sa fare. Il futuro non è loro, per carità, ma grazie lo stesso di esistere.
Insomma tutto è bene quello che finisce bene? E no! No, perchè gli organizzatori di Osheaga bevono (era chiaro fin dalla demenziale gestione dei palchi) e la certezza è venuta dal concerto del gruppo scelto come nuova line-up al posto dei fratellini di Brooklyn. Lo so che la scelta era facile (sempre Brooklyn è), ma gli Yeah Yeah Yeahs si sono dimostrati un gruppo di una vacuità assoluta dal punto di vista musicale. Con questa fastidiosa scimunita che urla e salta da una parte all’altra senza molto senso, vestita come un incubo alla Blade Runner. Risultato? Gau che mi guarda pallido e tremolante mi dice "andiamo via, questa mi mette tanta paura!". Contenti adesso?

PS ovviamente i balordi mandano un grande augurio al vecchio MCA. Di cuore, fratello, torna presto.