Archive for the ‘personaggioni’ Category

No se escherza con Jesus!

20/09/2011

Questo pazzo è un genio.

Fiat Lux

11/05/2009

marchionne03gBeato Marish. Lui, che dal suo osservatorio privilegiato in un Paese sospeso tra cultura anglo-sassone (americana) e francese (québecoise), può dilettarsi a leggere commenti salaci e sottili analisi economico-finanziarie sulle ultime mosse del più noto italo-canadese della storia recente, Sergio Marchionne.

A noi, poveri meschini, tocca al massimo l’ennesimo paragone da perdenti, azzardato da immaginifici lettori del Corriere nelle "Lettere a Sergio Romano", dove si accosta il CEO di Fiat niente meno che a Enrico Mattei. Povero Paese, che continua a cercare politici, manager, sportivi, poeti e scrittori da sovrapporre a figure ormai mitizzate nel nostro aureo (?) passato. Bene ha fatto l’ex diplomatico del Corriere a sgomberare il campo da evocative suggestioni, ricordando che Mattei fu una figura a metà tra politica ed economia, italiano fino al midollo, consapevole che "i partiti sono come un taxi, li paghi e ti portano dove vuoi", mentre Marchionne – che ama rivendicare la sua parte "canadese" – è l’emblema di una generazione globalizzata, americanizzata, che dei partiti se ne frega abbastanza.

Meglio, molto meglio, allora, provare a capirci qualcosa leggendo qualche articolo dell’Herald o del WSJ. Se non altro per vedere se il ridestato entusiasmo da orgoglio nazionale è ben riposto. Sergio da Chieti ha avuto un’illuminazione: tra tutti gli automaker che perdono nel fango della crisi, FIAT è tra quelli che si comportano meglio. Perde sì, ma meno degli altri e continua a guadagnare in percentuale quote di mercato dovunque. Merito di una nuova strategia aziendale e comunicativa, di un rilancio di modelli apparentemente appassiti, di una svolta tecnologica.

Così, Sergio da Chieti si è detto: la crisi è un’ottima occasione per ristrutturare il mercato globale dell’auto e la gerarchia dei suoi protagonisti. General Motors, nonostante il bailout del Governo USA di 15 miliardi di dollari, cola a picco. Ford è con un piede nella fossa. Chrysler è alla canna del gas. Persino Toyota, per la prima volta nella storia, è in passivo. In Europa i campioni nazionali francesi (Renault e Peugeot) prendono batoste ma c’è da giurare che Sarko preferisca prestare Carla Bruni al rugbista Chabal piuttosto che abbandonare i suoi gioielli al loro destino.

Marchionne ha annusato l’aria ed ha percepito la possibilità di trasformare la Fabbrica Italiana Automobili Torino in un competitore globale. Di più, nel secondo automaker del mondo. E per farlo, si deve essere detto, bisogna dare l’assalto alla diligenza americana ed alle sue propaggini europee. Se non ora, quando? Così, abilmente, ha tessuto la sua tela con l’Amministrazione Obama accreditandosi come l’unica alternativa credibile per ridare dignità alla Chrysler, trasformadola in una compagnia innovativa che produce auto più piccole, a minore consumo e a più basso inquinamento.

L’Imperatore, stanco di buttare soldi dalla finestra per salvare aziende e vedere i manager arricchirsi, ha accettato. E così, con una mossa spregiudicata ma vincente, Sergio da Chieti ha ottenuto il massimo: Chrysler è stata condannata al fallimento pilotato in mano ai giudici americani, FIAT avrà la maggioranza relativa di una compagnia formata con i Governi di USA e Canada ed i Sindacati dei metalmeccanici che comprerà a due soldi gli asset dell’azienda americana e Lui diventerà, una volta conclusa la procedura fallimentare, il CEO della nuova Chrysler. Tradotto in soldoni, la FIAT compra Chrysler con i soldi di Washington e (…) Ottawa.

La seconda, affascinante partita di poker si gioca con General Motors per il controllo di OPEL Division e dei suoi asset non solo in Germania, ma anche in Sud America. GM, in condizioni finanziarie pessime, sta negoziando con FIAT la cessione di Opel in cambio di un ingresso nel CdA dell’azienda torinese. Gli Americani chiedono il 30% del pacchetto azionario; FIAT offre al massimo il 10%. Intanto, Sergio da Chieti non si scoraggia e va in Germania a spiegare il suo piano al Governo tedesco, ai Sindacati e ai Laender per acquisire il loro ok e spingerli a sostenere la sua proposta.

Un piano straordinario, non c’è dubbio. Rischi? Eccome. Stando alla stampa anglo-sassone e non solo, ci sono molti azzardi e molti punti interrogativi. Per quanto riguarda Chrysler, qualcuno (l’Herald) dice che la procedura fallimentare potrebbe essere più complicata del previsto, dato che alcuni creditori non sembrano affatto intenzionati ad accettare il piano di Obama. Inoltre, si dice che GM – nonostante la crisi – abbia ancora un potere negoziale forte e che non sarà facile costringere il (ex) colosso americano a cedere OPEL per poco più di un tozzo di pane. Poi, i Laender tedeschi dove sono ubicate alcune delle fabbriche più importanti della OPEL temono drastici tagli del personale o addirittura inopinate chiusure degli stabilimenti e cominciano a far sentire la propria voce. Idem, naturalmente, i sindacati.

Anche in Italia si temono chiusure (Termini Imerese, Pomigliano d’Arco) o dolorose "ristrutturazioni dell’organico". La CGIL è già in allerta. Il Governo (Scajola invoca la "centralità dell’Italia") pure. Non basta. Se gli affari Chrysler e Opel andassero in porto, Marchionne si trasformerebbe in una sorta di Trimurti diventando CEO di Fiat Group, Chrysler e Opel. Gli analisti ricordano che sarebbe un esperimento "senza precedenti" e ammoniscono che "un uomo deve pur dormire". Ricordano infine che il manager Carlos Ghosn provò a gestire Renault e Nissan insieme. Gli andò bene, per un po’. Poi fu costretto a cedere.

Last but not least, gli analisti finanziari sostengono che lo stock complessivo di azioni di FIAT Auto (quindi tolti IVECO, New Holland, Magneti Marelli, etc.), al netto dei debiti, è piuttosto esiguo (circa 5,5 miliardi di euro). Gli investitori internazionali, dunque, sarebbero molto cauti sulle effettive capacità di espansione della FIAT, per non dire scettici. E poi, dicono sempre costoro, non c’è alcuna garanzia che Marchionne riesca a far funzionare un’azienda (Chrysler) che va male da decenni.

Nazionalismo venato da una punta di stizza per Davide che sfida Golia? Può darsi. Aria di sufficienza per la Fix It Again Tomorrow di qualche anno fa? Forse. Dubbi sul proverbiale passo più lungo della gamba? Certo. Ma il dato fondamentale è che – alla fine della sbornia finanziaria da "fusioni e acquisizioni" – al centro è tornata la politica industriale con le sue alleanze, i suoi obiettivi, i suoi scacchieri ed i suoi tavoli da poker. E sinceramente, sapere che sotto la lente di ingrandimento dei mercati non ci va Alitalia per le sue stravaganze, ma un’azienda guidata da un "catalyst" come Sergio da Chieti, provoca – diciamolo – un sottile brivido di piacere.

Il primo, credo unanimemente condiviso, auspicio è che la partita a poker riesca. Se proprio non andasse, il secondo auspicio è che sia colpa dello scetticismo altrui. E che magari in molti siano costretti a ricredersi.

L’incubo peggiore – che io e marish abbiamo evocato per esorcizzarlo – sarebbe di vedere Sergio da Chieti caracollare in un aeroporto internazionale con una valigia stracolma di soldi che, con il suo sguardo apparentemente docile, ci guarda e ci fa: "ma mica vi credevate davvero che…" per poi sparire appena dopo l’annuncio dell’imbarco per le isole Cayman.

10 anni di Linea di Massa (1999-2009)

09/05/2009

Oggi, 9 maggio 2009, i nostri amici Dub "Linea di Massa" compiono dieci anni. Auguri.

linea di massa

E festeggiano stasera, tra quasi due ore con un concerto al Villaggio Globale.

Se ve sbrigate, je la fate.

Daje Cikogna. Daje tutti.

Benvenuto Obama

20/01/2009

Oggi si comincia…. a dire il vero la situazione che ci siamo lasciati alle spalle è, come sempre al momento del passaggio di consegne tra il Presidente uscente e quello eletto, un po’ paradossale: quello uscente, acnhe se parla, rischia di predicare nel vuoto, perchè ormai è un ectoplasma politico, quello eletto, non essendo ancora Presidente completo, non può parlare; come, per esempio, è successo per la recente crisi nella striscia di Gaza, terminata, un po’ come successe per la crisi degli ostaggi di Teheran, mentre il nuovo Presidente stava prendendo il posto di quello vecchio. Ad esempio nelle ultime settimane si è accusato Obama di non aver detto nemmeno una parola sulla crisi della striscia di Gaza, ma, citando Marish "Seguite il labiale": Obama non poteva parlare perchè in America comanda uno solo… è tutto vero, ma, evidentemente, delle volte il neo Presidente si gira mentre gli altri usano il labiale….

Ecco la sua distrazione: clikka qui

Obama Caricatura

Addio Libano

13/01/2009

libanoNon prendiamoci in giro. Quando ieri le ultime due puntate hanno sancito la fine della serie "Romanzo Criminale" su Sky Cinema, abbiamo avvertito un senso di smarrimento. Di vuoto. Non è stato il commiato di una semplice fiction che ci ha tenuto compagnia, di una semplice presenza che ha impedito a molti (almeno a me) di trascinarci fuori di casa o viceversa biascicare assonnati che "non c’è niente in TV" il lunedì sera.

Scontati i complimenti sperticati al regista Stefano Sollima, agli sceneggiatori, agli attori e a tutti quelli che hanno lavorato ad una produzione di successo. Ma un messaggio subliminale, strisciante si è liberato dal tubo catodico, ha raggiunto le nostre case e si è incuneato nel nostro cervello. La sottile sensazione di piacere, l’inconfessabile simpatia che sfocia in commendevole ammirazione per figure che mitizzano – non dimentichiamolo – una banda di assassini, nasce da un ancestrale bisogno. Un’insopprimibile necessità dell’animo umano. L’epica.

Apparteniamo ad un’era e ad una generazione che non nascondono affatto la crisi di astinenza da "eroi" che rappresentino qualcosa, che sia un valore o un dis-valore, una certezza incrollabile o al contrario una fragilità disarmante. E la trilogia "libro – film – serie" di Romanzo Criminale, che da semplice raccolta di deposizioni, atti giudiziari e sentenze viene plasmata da uno straordinario ed insospettato "aèdo" come Giancarlo De Cataldo, magistrato con il pallino della narrazione, e trasformata in materiale epico, ne è un esempio quanto mai calzante.

Se fare del libro un film, e poi addirittura una serie, è un passaggio promozionale ed industriale quasi obbligato e per nulla originale, l’empatia che il lettore-spettatore prova nell’immergersi in una Roma anni ’70-’80 solcata da terroristi rossi e neri, trame oscure di servizi retti o deviati, politici cinici o martiri, criminali apparentemente comuni, è tutt’altro che "nazional-popolare". Il Libanese, il Freddo, Dandi e gli altri si ergono a "eroi" di una storia che dietro di loro vede cela altre figure di cui si parla meno, i Marsigliesi prima, le bande di Vallanzasca della Comasina e di Epaminonda il Tebano (poi ditemi voi se l’epica non c’entra…) a Milano poi.

Come se nella per noi ingarbugliata, incomprensibile e dolente vicenda di quei decenni del nostro Paese, l’Italiano trovasse un rifugio quasi rassicurante e consolatorio nella mitologia del "bandito", nelle saghe dei "briganti" che tanta fortuna hanno avuto in molte regioni, ma anche in Europa ed in tutto il mondo.Come se, in fondo, ci si riconoscesse di più in un gruppo di malviventi che lambiscono soltanto le complesse vicende della politica nazionale per dedicarsi con molta più attenzione a sfide chiare: vita o morte, controllo del territorio o estromissione, potere o oblìo.

Forse anche per questo la "trilogia" sembra trovare il suo sbocco naturale in un’aura di tragedia. Un ideale percorso di crimini, sogni e storie umane che si lascia dietro una lunga scia di sangue e sembra concludersi – almeno per ora – con le ultime due puntate di ieri sera. Proprio quegli episodi, infatti, danno a mio avviso la cifra della definitiva trasformazione di una mera vicenda di ordine pubblico in una narrazione epico-tragica.

Il particolare che sovrasta gli altri è la mutazione del capo della "banda". Impersonato da uno straordinario "pischello" di nemmeno 25 anni, Francesco Montanari, il Libanese smette i panni del criminale da strada e veste quelli di un Riccardo III del Terzo Millennio. Il volto sfigurato da alcol e cocaina, i connotati stravolti dalla paranoia, il delirio della solitudine, persino la progressiva incurvatura della spina dorsale trasformano un coatto omicida in un personaggio di spessore quasi shakespeariano.

La cui morte non è un semplice fatto di sangue da derubricare burocraticamente a "regolamento di conti". E’ la definitiva consacrazione di un eroe maledetto e normale, che aspira a governare Roma come un imperatore e muore piangente sotto le finestre della madre, che minaccia le spie dei servizi ma sogna e rivive le risse da ragazzino di quartiere.

Ciò che sancisce il trionfo del lato oscuro dell’uomo medio è la fine del Libanese, accasciato sull’asfalto, sotto la pioggia, davanti alla casa natìa, sotto lo sguardo del suo principale nemico. Una fine degna dell’ultimo atto di una tragedia moderna e popolare. 

Con i compagni – cortigiani che, circondandolo da lontano, sembrano pronti a gridare "il Re è morto. Viva il Re." 

Giovanni Masotti

16/09/2008

masottiNon c’è alcun dubbio. Avremmo sicuramente vinto la Seconda Guerra Mondiale se fossimo riusciti a infiltrare nelle linee inglesi un nostro uomo. Giovanni Masotti.

Il corrispondente del Tg1 da Londra è un perfetto guastatore della notizia, un inimitabile professionista della "disinformacija", come dicevano i sovietici. Anzi, di più. E’ un inviato da una dimensione parallela, un uomo che ci delizia con vere e proprie "news from outer England".

Chi può dimenticare la notizia riportata e commentata con dovizia di particolari sulla protesta degli anziani britannici contro i cartelli stradali che invitano gli automobilisti a prestare attenzione ai pensionati che attraversano la strada perché ritraggono i vecchietti curvi e col bastone? E, solo per citare un altro esempio, come non tramandare ai posteri il servizio di Masotti su un anziano signore cui il medico curante aveva dato pochi mesi di vita? Ricorderete che l’anziano aveva lasciato il lavoro, donato tutti i suoi soldi a parenti e organizzazioni benefiche, salvo poi scoprire che non stava affatto morendo, che il medico aveva sbagliato.

I servizi del nostro idolo dall’ex Impero di Sua Maestà Britannica non sono casuali. Lui è il terminale offensivo di un’arguta e raffinata strategia dell’informazione: l’obiettivo è di far passare la Gran Bretagna per un Paese dove accadono cose senza senso, un Paese di simpatici mattacchioni, dove Benny Hill è il Sovrano e Mr. Bean il Premier, un Paese da operetta. Una specie di "Paese della Meraviglie" in cui la nostra Alice può tuffarsi per intervistare con gioia il primo Cappellaio Matto in cui si imbatte.

Che faccia triste fa il nostro Giovanni quando gli toccano notizie serie come la diffusione di "corti di arbitrato", alias Tribunali che applicano la sharia a cittadini britannici musulmani in materie come diritto di famiglia, eresdità, etc., in cinque città del Regno Unito. O quando deve suo malgrado affrontare il disastro della banca d’affari Lehman Brothers ed affacciarsi in un mondo così diverso dal suo Paese della Meraviglie. La City.

Perché Giovanni è fedele alla sua missione. La perfida Albione – dove barboncini e cartelli stradali sono la principale preoccupazione – è un luogo insignificante rispetto ad un Paese, il nostro, dove le compagnie aeree risorgono come l’Araba Fenice, dove le città riemergono dalla monnezza come Atlantide dall’Oceano, dove pezzi di territorio sono governati da Sandokan, Nitto Santapaola detto ‘U Licantrupu e Cicciotto ‘e Mezzanotte. Il Regno Unito di Masotti non è il Paese moderno, all’avanguardia, dove i giovani vogliono andare a lavorare, il Paese di peso nell’economia e nella politica internazionale che altri mistificatori della "seria" informazione vorrebbero farci credere. E’ piuttosto un non-luogo, un posto surreale dove se non avete un cappello rosa o non passate le domeniche a fare cose stravaganti come dipingere di arancione la porta di casa siete dei gravi disadattati.

Sul web c’è già chi da tempo lo dileggia, chiamandolo "Re Giovanni Senza Terra", prendendolo in giro per la chioma cotonata. Voi non capite. Lui è un guerriero. E’ un eroe, come gli Arditi della I° Guerra Mondiale, come i valorosi dell’ARMIR, come gli immortali di El-Alamein.

Temo fortemente però che prima o poi gli agenti di Sua Maestà se ne accorgano, che smascherino il soldato Masotti, che scoprano il sottile disgeno che anima lui e la redazione del Tg1 e che lo espellano come persona non grata.

Ma se mai ciò dovesse accadere, sono certo che sarebbe capace di un ultimo scatto d’orgoglio e che per una volta, per l’ultima volta, devoto fino in fondo alla causa, urlerà tutta la sua rabbia e, come il celebre radiocommentatore italiano Mario Appelius durante la Seconda Guerra Mondiale dai microfoni dell’EIAR, inciterà il suo popolo sibilando: "Dio stramaledica gli Inglesi!".

Run, Banksy, run!

28/08/2008

banksyCi cascano tutti, prima o poi.

Quando il magazine britannico Mail on Sunday ha pubblicato il suo "scoop" dopo un’indagine segreta durata oltre un anno ho capito che è proprio così.

Molti ricorderanno che il 13 luglio scorso la rivista si vantava di aver finalmente svelato l’identità del più famoso "street-writer" o "graffitaro" del mondo, Banksy, che ha disegnato immagini dolci, cruente, tristi, sarcastiche e provocatorie sui muri di Londra, New York, Pechino e persino sul muro che divide Israele dalla Cisgiordania.

tfs_banksy_thumb1Più di un artista di strada, diverso da un pittore, in sostanza un genio, Banksy se ne frega. Ci tenete tanto a sapere il suo nome? Contenti voi. Io mi accontenterei di vedere un suo disegno su un muro di Roma, città temo troppo periferica per il suo mondo.

Immaginatevelo appollaiato su un muretto che se la ride mentre la gente si contende le sue opere a colpi di centinaia di migliaia di dollari (tanto sono quotate le sue opere nelle aste). E mentre vi girate, lo fissate e vi domandate se è davvero lui, vi accorgete che è un disegno, un graffito, un’illusione.

E come gli voltate le spalle, sentite di nuovo il suo ghigno.

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Bourne identity

13/12/2007

Quest’uomo sa chi siamo. Conosce la nostra identità.

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E per questo va eliminato.
 
Ma prima fate una visitina al suo blog.
 
Neanche ai condannati si nega un ultimo desiderio.

Incontri ravvicinati del terzo tipo

19/10/2007

Marco GialliniStamattina ho preso un aereo per tornare nella mia, nella nostra amata (?) Roma.

Un sedile avanti a me, nella fila opposta, lato finestrino, c’era un tizio dal volto familiare. Era accompagnato da una donna, carina, sui 40 (credo), biondina, occhi azzurri, bel fisico, un po’ alternativa. 

Riuscivo a scorgere solo il profilo del passeggero misterioso, coperto talvolta dagli occhiali da sole o da quelli da vista. Somiglia a qualcuno, mi dico. Ma non riesco a fare mente locale e allora mi rituffo nella copia dell’Herald Tribune di oggi, che graziosamente Alitalia concede – insieme ad un tramezzino di plastilina e ad un amaretto fatto con il nocciolo dell’albicocca (notoriamente sostanza di qualità scadente) – ai suoi fortunati viaggiatori.

Scendo dall’aereo, monto sul pullmino che porta all’uscita e continuo a fissare il tipo. Stavolta è di spalle, è alto, vestito in modo normale, sempre con la biondina a fianco. Ogni tanto si gira, ma solo per pochi attimi. Così, non lo inquadro.

"Non lo inquadro"? Dove ho già sentito questa espressione? E in quel momento, la rivelazione. Lo guardo e capisco. Lui si volta e finalmente lo vedo in faccia. E’ lui! E’ Marco Giallini. E’ Sergej. E’ uno dei nostri due eroi da balordi. 

Incredibile. Lo guardo bene. Attentamente. Ha i capelli più corti ma non c’è dubbio. E’ proprio lui. Sono colto da una sensazione di euforia e ammirazione. Il mio primo istinto è quello di avvicinarmi con fare timoroso, compìto, da fan a star, per rivelargli la predilezione estatica di un gruppetto di balordi (blogger e utenti accomunati) per le interpretazioni sue e di Mastandrea in "Buttafuori". Per dirgli che la Fox ha visto giusto a comprare il format. Che sarà un successo. E che lui è un vero "eroe da balordi". Che deve andarne fiero.

Mentre stavo per andargli incontro, ho pensato però che magari voleva stare per conto suo. Che magari non vedeva l’ora di tornare a casa con la biondina (la moglie?), che non aveva nessuna voglia di ascoltare un pazzo furioso che a Fiumicino lo ferma per decantare le lodi delle sue qualità espressive e delle sue battute al fulmicotone. Che magari poteva anche arrabbiarsi e addirittura rispondermi "morbido!" o "fai un passo indietro, respiriamo!" o persino "ragazzo, non ti inquadro!" o – non plus ultra – "occhio ragazzo. Qui finisce male!".

Ma ho pensato che sarebbe stato un onore. Credo anche di aver assaportao per un attimo il piacere di prendere uno sganassone da lui. E vantarmi per anni con gli amici di essere stato coinvolto in una rissa con Sergej. Con un eroe. Uno di noi. Ed allora mi sono deciso.

Mentre stavo per avvicinarmi, però, accade l’imponderabile. A Giallini e compagna si avvicina un tipo. Lo riconosco. E’ Sergio Castellitto.

No. Non ci riesco. Non posso avvicinarmi al terzetto. Sarebbe alquanto imbarazzante, mi dico, presentarmi alla signora, adulare Giallini, e fare i complimenti a Castellitto per "Stasera a casa di Alice" di Verdone, l’unica interpretazione che ricordo di lui.

Law and Order special victims unit

07/10/2007

EDIZIONE STRAORDINARIA

Un nuovo insospettabile attore entra nella fortunata serie "Law & Order svu"

Il Ministro della Giustizia italiano, Clemente Mastella, sfonda nel mondo dei serial tv polizieschi americani

(NEW YORK) – Clamorosi sviluppi nella fortunata serie televisiva americana "Law and Order". Un futuro Presidente della Repubblica americano, Fred Thompson, lascia gli schermi e gli subentra il Ministro della Giustizia italiano, Clemente Mastella da Ceppaloni.

Sarà lui il nuovo capo a cui i detectives Briscoe, Stubbler, Benson e Munch riferiranno circa le indagini svolte sui crimini sessuali commessi nella Grande Mela. Tali reati – che come recita la voce fuori campo ad ogni inizio puntata – sono considerati dal sistema giudiziario americano "particolarmente esecrabili" saranno dunque perseguiti nella fantasia degli sceneggiatori d’oltreoceano da un nuovo personaggio, implacabile e dal volto umano allo stesso tempo, inflessibile e attento alle istanze di tutti.

Caute le prime reazioni del neo-attore. Alle prime domande di giornalisti e curiosi newyorchesi, Mastella ha risposto denunciando il "clima da neo-terrorismo" che spadroneggia in Italia e dichiarando Beppe Grillo e Michele Santoro i primi colpevoli da assicurare alla giustizia. Basiti, i cronisti hanno chiesto se si trattasse di malavitosi appartenenti a note famiglie mafiose, i Grillo e i Santoro.

Da prime indiscrezioni emerse dagli studios, sembra che una clausola del contratto firmato da Mastella preveda l’ingresso nella serie anche della nota attrice, Sandra Lonardo, moglie della nuova star di Law and Order.

 

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