Archive for the ‘of montreal’ Category

Great Lake Swimmers/Calexico @Metropolis vs El Perro del Mar/Taken by Trees@Il Motore

24/02/2010

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Due concerti in 48 ore è un buon modo per cercare di dimenticare l’inverno che se ne sta lentamente andando, la neve che si fa fango e le temperature che diventano quasi umane. Lo so che uno dovrebbe essere felice ma io mi affeziono a tutto (anche ai -35, anche alle cadute sul ghiaccio…) e quando qualcosa finisce ci rimango male, tutto qua.

Il primo appuntamento è per giovedì sera al glorioso Metropolis su St. Catherine. Venue bella capiente per un doppio concerto dei Great Lake Swimmers e dei Calexico. Ero lì, lo devo ammettere, soprattutto per i primi ma, in fondo, pure per dare un’occhiata di sguincio ai minestrari di Tucson (si legge Tiuson, mi raccomando).

L’ingresso nel localone è da subito abbastanza avvilente. Mezzo vuoto. Tutti i presenti seduti ai tavolini a bere birra e a commentare la partita del Canada di Hockey su Ghiaccio trasmessa sui televisori sparsi in platea. Non mi sembra il posto adatto ad un concerto folk “de core”, come si dice a Roma ed infatti i miei timori si rilevano fondati.

Il set della band di Tony Dekker  passa via così, senza lasciare traccia. Ottima scelta dei pezzi, tutti ben suonati peraltro ma immagino che cantare "di certe cose" di fronte ad un audience incomprensibilmente affacendata in tutt’altro e che, al momento del loro show, riempiva a malapena un quarto della platea ha reso il tutto molto “forzato” (del tipo, siamo qui, ci pagano, ci vediamo alla prossima e venite a vederci da headliner, coglioni…). Mastico amaro. Intanto la platea si va riempiendo in modo più consono per dare il “benvenuto” ai Calexico. Per carità, li conosco poco. Da quello che so hanno dato il meglio di loro in anni oramai lontani ma qualche bel pezzone spettrale, a metà strada tra Morricone e il Dylan meno inquadrato, lo cacciano fuori ogni tanto. Peccato che l’80 per cento del concerto sia occupato da canzonacce che, più che un “roots-rock postmoderno, tra complesse partiture strumentali e suggestioni messicane”faccia tornare in mente i valorosi Los Lobos (ora capisco tutto, recuperiamo quello che ve pare ma quei cazzo di urletti “arriba, arriba…” se li potevano risparmiare). Insomma una mezza delusione, non stemperata peraltro dal fatto che il gruppo, strumentalmente parlando, sia di assoluto livello (con menzione speciale per Joey Burns, cantante-chitarrista efficace, ma un coattone della peggior specie…).  
Con gli occhi foderati dal Metropolis non sold out mi avvio stancamente il sabato successivo verso il Motore. Piccola serissima venue persa nel nulla di Jean Talon. Praticamente un negozio le cui vetrine sono state coperte e dietro le quali si suona. Occasione il concerto di Taken by Trees  e di El Perro del Mar
, due simpatiche signorine svedesi. Il primo colpo d’occhio è veramente rivitalizzante. Bel pubblico, locale pieno, gente simpatica (tranne che per un tremendo nerd cinese che mi ha attaccato un pippone di mezz’ora sugli XX, lo avrei voluto squartare vivo…). Niente spreco di denaro qui signori. Siamo nel pieno del mondo indie ed allora le due signorine shared la stessa band (tutti bravi peraltro con menzione speciale per il batterista, scocciatissimo, che suonava la batteria, le percussioni, faceva girare i samples e se buttava pure in mezzo ai cori…. un mito). I due concerti sono stati graziosissimi. Un pò più in difficoltà  El Perro del Mar. Sarà stato il make-up pesantissimo. Sarà stato il clima Montrealese (“fa molto freddo qui da voi… lo so anche da noi ma io non mi ci abituo mai!” pensa io…). Insomma non si capisce dove voglia andare a parare (la cantante acustica? la chanteuse disperata? la cantantina frizzantina? mah…). Comunque le sue tre-quattro canzoncine le canta e pure bene. In più piazza alla fine pure una otttima cover di Shelter degli XX (vi lascio immaginare il cinese ciccione come l’ha presa…). Veloce cambio palco ed il set di Taken by Trees fa un altro effetto non c’è dubbio. Un album coccolatissimo dalla critica. Forse anche qualche speranza in più di sfondare. Insomma la svedesina tiene il palco con signorile maestà. Canta la superba cover degli Animal Collective che me la fatta conoscere. Il tutto con quella faccina lì, un pò gatta morta, un pò svedese timida, un pò da “compagna del liceo, bellissima, la prima della classe, che non te la darà mai”. 

Intanto fuori ha ricominciato a nevicare ma, si vede, che non reggerà.

 

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Magnetic Fields live @ Corona Theatre, Montreal, 06.02.2010

07/02/2010

Era uno dei concerti più attesi dell’inverno montrealese. Non solo per l’intrinseco valore del gruppo di Boston ma anche per l’anno particolarmente sfigato dalla Ville dal punto di vista Indie (Girls e Fanfarlo cancellati poche ore prima per problemi di passaporto).
La location prescelta era molto Stephin Merrit: Il Corona Theatre. Uno sconosciuto ai più teatro di posa anni’ 50 perso nel nulla della zona working-class di St: Henry. Fuori una temperatura al limite della morte per assideramento. 
All’ingresso del teatro, mentre cerchi di togliere il ghiaccio dagli occhiali, come prima botta ti imbatti in una posatissima maschera in livrea che ti stacca l biglietto. Non capisci ("cazzo ho sbagliato festa…"). Poi l’impatto con la prevedibile fauna di nerds, personalità sensibili, hipsters, fotografi et similia. Si tira un sospiro di sollievo.

Il teatro è francamente bruttino. La sala centrale è occupata da tavolini sparsi con candele in mezzo. Molto Marlene e Berlino anni 20. Suggestivo ma, anche qui, non capisco. Mi rifugio al bar.  
I nostri eroi salgono sul palco in perfetto orario (preceduti dal concertino di un attrezzo di nome Laura Barrett). Prime conferme della serata. Si. E’ vero. Stephin Merritt entra sul palco con le dita nelle orecchie. Si, le stesse dita tornano in azione, alla fine di ogni canzone, ma niente isterie particolari. Anzi, il nostro deve essere in un periodo di quelli buoni, scherza, fa battute (è simpaticissimo…). Già l’inizio è molto easy e fa crollare i timori di doversi pappare una serata di follie nevrotiche. Si siede, chiede scusa, tira fuori il cellulare, lo spegne. Molto di classe. Sulla sinistra del maestro, Claudia Gonson febbricitante, senza voce, con uno scialle al collo (che manco mi madre). Sarà lei la guida della serata. Il tramite tra Lui (trattato con una reverenza quasi biblica) ed il pubblico. Chiacchiera la Gonson. E’ simpatica. E allora il buon Merritt (con l’ukulele!!!!) le chiede di introdurre la canzone con più brevità. Lei sorride e si va. Il concerto è stato bellissimo (sono un Merrittiano e non me ne vergogno). Niente concerto promozionale del nuovo disco ma un piccolo viaggio nella straordinaria produzione del nano malefico. La qualità quindi non scende mai. Sia quando si tirano fuori le straordinarie canzoni di 69 Love Songs che quelle, un pò meno epocali ma non meno efficaci dell’ultimo Distortion (tra cui non si può non citare la già leggendaria You must be out of your mind,  "I want you crawling back to me, down on your knees, yeah, like an appendectomy sans anesthesia"). Poi pezzi sparsi da colonne sonore, dal periodo The 6ths e via dicendo. Insomma si apprezza. Si applaude. Si canticchia.

Poi però si esce prima. Appuntamento per un party di esuli italiani a Jean Talon (dall’altra parte della città).
Fuori ci sono -18 gradi. E’ tutto congelato. E’ spassoso ritrovarsi a correre verso la stazione della metro, ogni due passi rischiando la frattura combinata tibia-perone, canticchiando che "True, I’d give my right arm, to keep you safe from harm, and true, for you, I ‘d move to Ecuador…".
Ecuador, secondo l’iPhone, ci sono 15 gradi di notte. Lo vedi che quella sagoma di Stephin ha sempre ragione.

Florence and The Machine + Parallels live @ Cabaret du Musée Juste Pour Rire, Montreal, 01/11/2009

02/11/2009

Una Domenica passata tra pulire casa, guardare merdose partite di Serie A in streaming e bighellonare su St Catherine senza meta e sotto un sole sempre più freddo. Passa presto la Domenica. Si aspetta infatti con curiosità il concerto della signora Florence. Il Cabaret Pour Rire è una piccola scoperta. Uno splendido locale tipo teatro che appizza sulla parte di St Laurent che scende verso la Downtown.
La cantante inglese qui a Montreal è già un idolo. Ce se ne accorge dal tutto esaurito e dalle grida di acclamazione (stranamente calorose per essere canadesi) che la richiedono sul palco. Intanto sullo stesso sono calati i superbi Parallels di Toronto. Gruppo stranissimo. Una fregna bionda sul palco che danza lieve su note pazzescamente in linea con la prima new-wave elettronica. Si, il primo pensiero va proprio ai sempiterni New Order (il batterista è praticamente un sosia di Stephen Morris) ed il paragone non è folle. Suonano benissimo. Reggono il palco con straordinaria efficacia. Bravi.
Poi. Poi non si è più capito più nulla. Poi è arrivata Florence e mi ha regalato oggettivamente uno dei concerti più "BELLI" che sia capitato di vedere negli ultimi anni. Mostruoso. Accompagnata da una band perfetta (su tutti un batterista ed un percussionista allucinanti) ed un suonatore di arpa delizioso (si, si sentiva l’arpa) la nostra ha letteralmente sfasciato ogni paragone con qualsiasi donna faccia musica oggi. Una voce pazzesca (la migliore in circolazione, non si discute) capace di arrivare su vette allucinanti anche nei momenti più "sudati". Grandi canzoni, grandi arrangiamenti, grande Florence. Un incrocio tra una Patti Smith simpatica, una PJ Harvey con qualcosa da dire e, nei momenti più dolci, molte somiglianze anche con Lou Rodhes (voce dei sottovalutatissimi Lamb).
E poi, su tutto, quell’aria indie-pop meravigliosa che strappa un sorriso anche ad un vecchio rompiballe così lontano da tutto e da tutti. Si scherza. Si ride. Il pubblico lancia fiori sul palco. Il finale poi è un immagine che non si dimenticherà più. Florence che canta. Le luci del teatro accese e tutto il pubblico che agita mazzi di fiori. E’ stato un momento così, difficile da spiegare, ma poi esci su St Laurent con, sullo sfondo, i grattacieli ed il faro della Downtown.
Si sta già sotto zero. Ma chi se frega.
Grazie Florence. L’inverno sarà lungo ma noi ce la faremo. Daje. Daje tutti.

Santa vergine

23/09/2009

Al Polaris Prize hanno vinto i Fucked Up.
Praticamente uno scandalo.

Polaris Prize

20/09/2009

Domani alle 22, ora di Toronto, ci sarà il gran galà per il Polaris Prize 2009: il più ambito e prestigioso premio per artisti indie canadesi (mah…).
Comunque la parte "canadese" di questo blog tifa spudoratamente per gli Hey Rosetta! (sono cosciente che è il gruppo con il nome più orrendo della storia della musica popolare ma non sono male…). Spulciando la lista finale dei contendenti, da una parte, ci si rallegra per la presenza di altri due grupponi come i Great Lake Swimmers e i Bruce Peninsula ma, dall’altra, ci si rammarica per l’assenza dei poveri You and Me e dei fantastici Shortpants Romance (non sono stati capiti. tutto qua).
Vediamo come va a finire.

The Pains of Being Pure at Heart @ Sala Rossa, 06/09/2009

14/09/2009

Uno dei concerti più inaspettati della mia patetica esperienza di vita. Cominciamo con le mie premesse. Stavolta andavo sul sicuro. La mia donna non mi avrebbe sodomizzato con un fallo di bronzo al termine del concerto. Cosa c’è infatti di più "mutandato" e "carino" in circolazione del gruppo di Brooklyn?!? Ero francamente tranquillo. La Sala Rossa semipiena. Atmosfera molto serena. In tempo per trovare un posticino a lato del palco e comincia il concerto. In tabellone i Cymbals Eat Guitars. Avevo avuto il tempo di sentire qualcosa su myspace nel pomeriggio e non è che mi avessero convinto. Poi uno li vede dal vivo… Santa Vergine… Un combo di buzzurri di Staten Island che, solo esteticamente, meriterebbero il carcere. Su tutti il tastierista con cappello di feltro ed il chitarrista cantante con una tremenda bandana. Si passa davanti a tutto peraltro ma poi i suddetti decidono anche di cominciare a suonare ed allora le cose si mettono in chiaro. Un disastro sonoro a limite della cacofonia con echi impercettibili di Fugazi, ma ogni tanto però. Insomma la mia donna è perplessa. Io non so che fare e spero che la cosa finisca presto. Manco per il cazzo! I nostri amici tengono la scena per un’ora in cui il suddetto cantante-chitarrista manifesta chiaramente un disturbo del comportamento ed una discreta tecnica chitarristica. Appena lasciano il palco la metà dell’audience (quelli che non si erano drogati) tira un sospiro di sollievo. Cerco di spiegare alla mia donna che si è trattato di un errore. Che una cosa del genere non si ripeterà più che arrivano i Depreciation Guild di cui mi ero pappato con piacere la deliziosa quanto derivativa Dream about Me grazie a quei simpaticoni di Polaroid. I nostri purtroppo sono protagonisti di un concerto tanto pieno di problemi tecnici da far sembrare il concertone del Primo Maggio un paradiso. Poveri. Pisciamo la seconda piatta parte del concerto per una sigaretta su St. Laurent. Risaliamo il tempo per goderci la salita sul palco dei PoBPatH. Poche parole. Sono un gruppo derivatissimo (ovviamente tutto quanto faccia jingle-jangle nella storia della musica con una particolare menzione per i miei adorati Sixpence None The Richer) ma sono proprio bravi. Suonano bene tutti i pezzi a disposizione. Menzione negativa per la tastierista cinese che dondola come una imbecille per tutto il concerto e che fa il paro con l’altra scimunita degli Yeah Yeah Yeahs e con l’idiota dei Blonde Redhead (ma a Brooklyn è diventata una moda tirare su nel gruppo asiatiche senza cervello… mah…). Insomma, bravi Pains ma io intanto riesco dalla Sala Rossa con la mia donna che mi guarda, per l’ennesima volta, perplessa.
Grazie.

Non sapere proprio cosa cazzo fare…

13/09/2009

E intanto, qui a Montreal, un gruppo di attivisti per i diritti dei Palestinesi non trova miglior modo, per difendere le proprie istanze, di contestare il povero Leonard Cohen (70 e passa anni, mezzo scocciato da una cinquantina e passa di anni di abusi, alla terza conversione mistica, etc, etc…).
Insomma, siamo alle solite. Invece di cominciare a rivedere le proprie alleanze o a ripensare almeno 50 anni di errori politici degni di ogni insulto, a chi ci affidiamo?
Agli artisti.
E poi ci si domanda perchè stanno così nella merda.

P.S. è inutile precisare che sono sicuro che, dietro questa ennesima stupidaggine, ci siano degli italiani. Siamo non forse noi i maestri assoluti degli appelli inutili, pomposi e ridicoli ma firmati da schiere di "intellettuali, artisti, esponenti della società civile…"!?!
Poveracci.

Osheaga Festival @ Parc Jean Drupeau, Montreal, 03/08/2009

29/08/2009

3865197771_db972269e4Diciamocelo. Da quando era uscita la notizia che i Beastie Boys ci pisciavano, Gau non è stato più lo stesso. Lo conosco. A Settembre del 2010 facciamo 30 anni di amicizia e so riconoscere quando gli girano i coglioni. Ma i biglietti per il festival più mainstream dell’estate montrealese erano stati acquistati (patetici tentatvi di rivenderli on line avevano dato un esito tristissimo…) e quindi, armati di pazienza, ci siamo gettati nel limo del Parc Jean Drapeau per goderci una sana giornata "festivaliera", seppur di "mezza tacca". Presenti: io, Gau, AA (il vicino di blog) e il Cicogna. Di Kolchoz nessuna notizia (le ultime lo davano a Berlino…). Il quadro era perfetto: odore di fritto misto ad urina, fango, gente sfattissima etc. Un festival, insomma. In tutto questo non poteva poi mancare il sano diluvio a metà concerto. Così, tanto per farci due risate. La line-up della giornata, tolti i nostri eroi di Brooklyn, era peraltro inquietante. Tralasciando i simpatici Cursive e i meravigliosi Hey Rosetta! (di cui peraltro non abbiamo visto il 90 per cento del concerto….), il resto di quello che potevamo papparci era rappresentato dai tremendi Decemberists (che si è confermato uno dei combi più squallidi in circolazione) e dai patetici Vampire Weekend. Inoltre, la nostra naturale predisposizione al ritardo ci aveva fatto perdere i Crystal Castle e i Ting Tings (come dire, almeno un pò di figa…). Insomma una tragedia se non fosse stato per i fantastici Arctic Monkeys che, in un set di un’ora scarsa, in un tripudio di Union Jack (gli anglocanadesi sanno essere a volte ancora più patetici dei francesi), hanno sostanzialmente rotto il culo al mondo. Fantastici. Non ci sono altre parole. Batterista mostruoso. Bassista presente. Chitarre ben suonate e voce che ci sa fare. Il futuro non è loro, per carità, ma grazie lo stesso di esistere.
Insomma tutto è bene quello che finisce bene? E no! No, perchè gli organizzatori di Osheaga bevono (era chiaro fin dalla demenziale gestione dei palchi) e la certezza è venuta dal concerto del gruppo scelto come nuova line-up al posto dei fratellini di Brooklyn. Lo so che la scelta era facile (sempre Brooklyn è), ma gli Yeah Yeah Yeahs si sono dimostrati un gruppo di una vacuità assoluta dal punto di vista musicale. Con questa fastidiosa scimunita che urla e salta da una parte all’altra senza molto senso, vestita come un incubo alla Blade Runner. Risultato? Gau che mi guarda pallido e tremolante mi dice "andiamo via, questa mi mette tanta paura!". Contenti adesso?

PS ovviamente i balordi mandano un grande augurio al vecchio MCA. Di cuore, fratello, torna presto.

TV On The Radio @ Metropolis vs The Lost Fingers @ Apple Store

17/06/2009

photoA volte succede. Che uno si fa le pippe su di un concerto per settimane e ne ricava una delusione nemmeno poco cocente e poi si butta per caso ad un concerto gratuito di tre sconosciuti e non vorrebbe piu’ andar via.
Ma andiamo per ordine. Si comincia il 3 giugno scorso. Location, il Metropolis. Storica balroom su Rue St Catherine East. Zona zozza della Downtown. Tra punkabbestia con cani e take-away tremendi, i "sensazionali" TV on The Radio sbarcano in Quebec sull’onda dell’entusiamo accesso da Dear Science nella critica di mezzo mondo. Preceduti da i tremendi Dirty Projectors (un gruppo che cerca di rivitalizzare in chiave pop i King Crimson…) i nostri eroi si presentano in tutto il loro splendore. Un chitarrista ciccione con una foresta di barba e capelli afro sensazionali. Un cantante con problemi comportamentali. Un batterista nullo. E il chitarrista bianco che sembra stare li per caso e poi scopri essere uno dei produttori piu’ richiesti al mondo. Perche’? Non lo so proprio. Fino ad ora il mio pezzo preferito dei TVOTR era la versione live di Wolf Like Me cantata al Letterman Show. La versione su disco (e con esso tutto il resto della loro produzione) si presenta, alle mie orecchie, senza mordente con chitarre vaghe e batteriuole timide. Uno schifo, insomma. Ma, lo so, sono schiavo della critica rock e quindi "devo amare" i TV On The Radio. Trascino tre poveretti con me al concerto ed assisto, in assoluto, ad una delle peggiori performance dal vivo mai viste (nulla puo’ peraltro battere gli Smashing Pumpkins all’EUR, AD 1998, TREMENDI…). Si passa senza colpo ferire tra nuove e vecchie canzoni. Ci si rivitalizza un po’ con la succitata Wolf Like Me. Si assiste allo spreco di Halfway Home (canzone che sarebbe potuta essere molto di piu’…). E si prende coscienza che molta della tua delusione e’ legata anche ai canadesi. Pubblico di una educazione e di una compostezza quasi imbarazzante. Ma la delusione resta.
Passano 10 giorni e, dopo una cena ipervitaminica da MBRGR, io e la povera donna che mi accompagna, ci rechiamo all’Apple Store di St. Catherine Ouest. Motivi: primo, comprarmi IWork e, secondo, godermi lo spettacolo dal vivo dei Lost Fingers.
Dentro l’Apple Store. Senza senso.
I Lost Fingers sono il classico gruppo che scomparira’ tra un anno. Due chitarristi gitani e un contrabassista. Cantano in francese e fanno cover demenziali di canzoni di Samantha Fox e degli AC/DC. E’ insomma il gruppo che fa presa piu’ sull’idea geniale che sui contenuti. Tre buzzurri vestiti con giacche ridicole che cantano canzoni nonsense (la migliore? Ca Plane pour moi). Non reggeranno. Poi li vedi dal vivo e dici: "…ma chi se ne frega?!?". Il mondo e’ loro. Suonano a cazzo, e’ vero. Ma cio’ che suonano, lo suonano benissimo. Sono verosimilmente  improponibili al di fuori del Quebec, ma non conta. Sono simpatici, se la godono un sacco e si divertono con il pubblico. Ci si diverte, insomma. E per una volta la tua donna non vuole strozzarti ficcandoti in gola i biglietti. E quest’ultimo particolare, lo sottolineo, e’ estremamente importante.
Non si finisce di assistere all’intero "spettacolo" (?!?!) e il rammarico c’e’. Oddio, a dirla tutta, poi sto rammarico sparisce dopo cinque minuti ed un sorso di birra blanche su St. Denis. In fondo sono in tour per il Quebec tutto l’anno, torneranno a Montreal quanto prima e peraltro per il resto della loro pecionissima produzione c’e’ il loro spassoso sito MySpace.
Andateci e buona serata.
Unica la scena underground canadese. Unica davvero.

Kalmunity and Piknik Electronic

18/05/2009

3113121Resoconto miserabile di una settimana persa nel tentativo patetico di capirci un pò di più in una città senza senso. Martedì sera scorso. Location: il Sablo Kafe (all’angolo fra St Zotique e St Dominique, quartiere di Little Italy). Posticino delizioso dove beccare un grande concerto. Si iniziavano, con questa serata, i festeggiamenti per un gruppo, i Kalmunity, nella cui totalmente insensata struttura “aperta” si rispecchia la natura perfettamente multiculturale e “peciona” di Montreal. Una community di quasi un centinaio di membri (!!!) che fanno, non sto scherzando, i “turni” e, a seconda della “turnazione”, improvvisano un set in cui ci si trova un pò tutto quello che è stato prodotto dalla musica nera del secolo scorso. Detta così sembra la solita cazzata. Ma passata la sbornia visiva per le coriste vi assicuro che vi ritrovate d’incanto a sentire un fantastico calderone di Barry White, Miles Davis e James Brown (i più fondamentali punti di riferimento della band) suonato, il tutto, con classe, perizia musicale e soprattutto rispetto. Si finisce sudati, felici e mezzi sbronzi (questo per via di una serie di venefiche Sambuche offerte da un inquietante amicone che senza presentarsi è apparso e sparito velocemente nel nulla della notte artica). Non contento replico il tutto ieri sera con un concerto improvvisato (nel vero senso della parola, la precedente location era finita allagata dal nubifragio che si è abbattuto sul Quebec sabato pomeriggio). Ci si becca, grazie ad una sarabanda di mail, al terzo piano di un grattacielo di Midtown praticamente svuotato (le impressioni erano o di palazzo in mano ai creditori o di un edificio pronto ad essere demolito con il tritolo). Nuovo concerto dei nostri amici. Si conferma, nonostante il cambio di line-up, una deliziosa esperienza musicale anche se il piccolo cafe di Little Italy era un’altra cosa. Lo so, caro Gau, già ti vedo (“certo amico mio, na fantasia…”) ma non è colpa mia se non mi sono abituato per niente allo stile di vita di questi canadesi. Qui i biglietti si comprano prima. Qui i concerti iniziano presto (ed in orario). Quindi capisci che, anche se la serata presentava almeno un paio di concerti da togliere il fiato, non sono riuscito a beccarne nemmeno uno.
Comunque il sito di questi idioti è questo. Se passate da questa parte non ve li perdete (li pagheranno ad ore perchè suonano tutte le sere…).
Il tempo di riposare e la Domenica più bella che uno possa immaginare (domani, amici miei, in Canada è la festa della Regina, non si lavora!) si tinge di una ennesima esperienza totalmente senza senso. Dovete sapere che sta per iniziare Mutek. Uno dei festival di musica elettronica “colta” più cool del nordamerica. La città è in fibrillazione (ti credo, dopo 6 mesi di inverno…) ma, non contenti, questi pazzi cosa ti organizzano? Il Piknik Electronik. Una follia che durerà tutta l’estate con location sull’Ile de St. Helene (con di fronte lo skyline della Downtown). Ti porti da mangiare e, come se niente fosse, ti becchi un devastante doppio DJ set. Sarebbe tutto normale (in fondo qualcosa di simile la si vede in giro dalle nostre parti) se non fosse che, a cinque metri di distanza dai tossici di ordinanza, ballonzola un enorme cane di plastica per i bambini.
I bambini, avete capito bene, c’erano le famiglie.
Noi nemmeno le stadio le riusciamo a portare. Questi le portano ai rave. Rimango perplesso. Mi godo comunque la musica (di ottima qualità), la birra (pessima ma qui non si scappa) e a fatica sopravvivo al  freddo polare (ho perso la funzionalità delle ultime dita della mano destra per fumare…).
Poi, mentre ci si incammina verso casa, tra un pezzo big-beat ed uno trance, capita che senti questo pezzo.
E per la prima volta lo trovi fighissimo da ballare.