Archive for the ‘meravigliosi perdenti’ Category

RZA

24/04/2007

RZA-ARZA. The Razor. Il sarto. Ovvero uno dei più grandi meravigliosi perdenti della storia della musica contemporanea. Nella scena Hip-Hop attuale, così edonistica e superficiale, per il creatore del Wu-Tang Clan c’è poco spazio. Il massimo che può fare è non capirci molto e cercare di lavorare di fino. “It’s the money” diceva DJ Shadow in “Why Hip-Hop sucks in 96?”. Ma non è così semplice la questione. In fondo l’Hip-Hop segue i casini della nostra vita. In tanti momenti non possiamo fare a meno delle menate da Gangsta di Snoop. Dei beats unti di Dr.Dre. Delle iperraffinatezze di Pharell e di Timbaland. In altri momenti no. In altri momenti si cerca qualcos’altro. Qualcosa che trasudi classe, competenza, cultura e quel po’ di sapore di sconfitta in bocca che sembra non lasciarci più. In questi casi non possiamo non rammaricarci quindi che un genio come RZA non sia considerato per quello che è. Uno dei più grandi creatori di suoni della musica moderna. Non scaltro come Dre (l’altro mostro della scena anni ’90, uno che sa resuscitare da situazioni scabrose meglio di Andreotti) la sua carriera è vissuta in una lenta ed irresistibile ascesa (fino al 1997) ed una progressiva discesa nell’infero peggiore per un artista rap. La non considerazione. Non è colpa sua. RZA non ha la faccia di culo e la inoffensività dei Beastie Boys e di Jay-Z. E tantomeno le palle fumanti di Nas. È uno che aveva capito di essere il numero 1 ed ha avuto la faccia tosta di provare a dimostrarlo. Tra il 1991 ed il 97 il nostro ha prodotto almeno 5 dischi mostruosi (i primi due del Clan e gli esordi solisti di GZA, Method Man e Reakwon). Il mondo era ai suoi piedi. Bastava fare qualche patto in giro con i potenti del momento ed il gioco era fatto. E lui che fa? Fa fare qualche comparsata a quel mafioso di Puff Daddy? Invita per qualche simpatica rima fighetti senza anima come Jay-Z o Snoop? Ma che! Per la tournee di promozione di Wu-Tang Clan organizza una fallimentare combine con gli allora “nemici pubblici numero 1” dell’industria americana: i Rage against the Machine. Il risultato è ovviamente un disastro. In più ci si mette la struttura aperta della sua crew a creare problemi con la sempre più drammatica impossibilità di riunire il Clan al completo solo per un concerto od almeno per un disco. La morte poi di Ol’ Dirty Bastard non aiuta. 
In pochi anni sembra tutto finito. Ed allora che si fa? Si chiama Britney Spears? Si contatta Madonna? Macché. Non contento il nostro decide di ignorare la scena americana (cioè la scena…) e si dedica alle nascenti scene europee (passi gli IAM ma scegliere di far rimare su un suo pezzo il buon Frankie Hi-NRG è come far cantare De Gregori con Dylan…).
Insomma non ne ha azzeccata più una. Nemmeno quando un Dio superiore fa incontrare il nostro eroe con Quentin Tarantino il risultato in termini di considerazione non è pari al prodotto. Non basta aver creato, con la colonna sonora di Kill Bill vol. 1 e 2, una delle soundtrack più raffinate, fighe, ipercitazioniste fino alla commozione di questo schifoso nuovo secolo. Non è bastato. La gente sbava per quella povera crista di Nelly Furtado o per quell’idiota di Justin Timberlake (a proposito onore e sempre onore a quel mostro di Timbaland che trasforma in cioccolata anche la merda più fumante) e a RZA non glie ne fanno passare più una.
Per finire via ai ricordi personali. Tre anni fa, mi sembra. Concerto di RZA a Roma. Location: il Black Planet, uno dei più deliranti tempi dell’edonismo romano di inizio millennio. Non certo il teatro adatto ad un mostro così. Aspettavo il suo ingresso on stage mentre suoi nuovi protetti senza talento ammorbavano il pubblico. Una spinta da dietro e me lo trovai di fronte. Da solo. Strafatto. Seppur ciondoloni pur sempre un armadio a tre ante. In una parola figo. Figo come forse poteva esserlo Charlie Parker agli occhi di Miles Davis…

"Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e drogato"

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Happy Mondays

14/04/2007

boCg.1hYQInghilterra, fine anni ‘80. La Thatcher ha appena finito di sventrare sanguinosamente il paese che ne esce moderno, funzionale e con un passo diverso dal resto dell’Europa. Il coma in cui è caduta la sinistra britannica e, con lei la scena musicale tutta, è ancora lontano dalla sua fine. Gli anni ’80 sono passati tra appoggi ai minatori (di patetica utilità) a cambi di facciata necessari alla sopravvivenza (esempio massimo: i fantastici punk proletari Jam che si tramutano in alfieri del rock da aperitivo Style Council).
Periodo strano. Convulso. A cambiare la situazione ci pensa la musica più inanimata e meno considerata dallo show-business: la dance. Irrompe in Europa sull’onda dei racconti  (non c’era Internet) di una spaventosa estate di droga e beats dalle parti di Ibiza (A.D. 1988) e sfonda nel posto più impensabile: Manchester. La città dell’esistenzialismo tragico dei Joy Division e del liricismo da cameretta degli Smiths diventa per tutti i “24-Hours-people” del mondo Madchester. Incredibile. Alfieri dell’epoca due gruppi strani e leggendari. Gli Stone Roses (di cui ho già parlato) ne rappresentano al mondo la faccia presentabile con la loro pretenziosità, megalomania e talento. Ma la faccia vera sono i Mondays di Shaun Ryder. Gli Happy Mondays. Già il nome dice tutto (in pieno yuppismo chiamarsi i Lunedì felici come quelli dei fancazzisti…). Ma è renderli così rappresentativi sono loro stessi e la loro musica. I conservatori sono al potere? Hanno raso al suolo il Sindacato? "…e chi se ne frega! Io non so nemmeno come si scrive laburisti!".
Grandi.
Drogati marci da far paura fanno il loro incontro con il mondo (dopo due album interlocutori) con lo straordinario Pills Thrills and Bellyaches (che titolo!) del 1989. Ed il mondo patinato di fine anni ’80 fa conoscenza di una generazione di ragazzi sventrati dalle droghe e dai rave che non sa che farsene dell’aspetto fisico. I Mondays hanno dentature a pezzi, sono grassi da fare schifo o scheletrici da cocaina. I Mondays vestono in modo ridicolo ed hanno capelli assurdi. Io rimasi di stucco. Avevo 14 anni ed ero francamente impresentabile per il mondo di Dee-Jay television. In Inghilterra dei mostri così ballavano tra fighe pazzesche e sembravano godersela un mondo.
Li amai subito.
Naturalmente non durò molto. Il secondo disco fu un fiasco anche se regalarono uno strabiliante singolo (Stinkin’ thinkin’ “Ive got to pick out what’s in the pocket so I can leave those pockets clean…”). La loro storia poi è continuata negli anni ’90 con una straordinaria nuova versione della banda (i Black Grape e quella canzone che io e Gau cantammo per anni “Jesus was a black man, no Jesus was Barman, No that was Bruce Wayne”), comparsate di tutti i tipi, sia fighissime (Shaun Ryder nel video Dare dei Gorillaz vale tutta la mia vita merdosa!) che patetiche (il mitico Bez che vince l’isola dei famosi britannica…) e vari tentativi di riunire la banda “…solo per pagarmi le tasse cazzo!”.
Mitici. Loro si che hanno capito tutto.

The Aviator

14/04/2007

Gilles10Ogni tanto capita.
Che basti un innocente post per ritrovarsi di colpo catapultati nell’atmosfera post-industriale di TV non sempre a colori, di “tutto lo sport in mano alla RAI”, di sveglie tragiche all’alba per vedersi il Gran Premio del Giappone di F1 (!?!).
Ma ci pensate? A chi cazzo verrebbe in mente adesso di fare stronzate del genere? Proprio non lo so. So solo che in quegli anni non contava che la Ferrari lottasse al massimo per il quinto posto. Non si poteva perdere nemmeno un giro di una gara con quei cazzo di piloti. I piloti appunto. Che piloti c’erano all’epoca! Alain Prost (dalla così mostruosa capacità di leggere la gara da sembrare uno iettatore per come le cose andavano secondo i suoi piani…), Nigel Mansell (un leone con l’intelligenza di un toro da monta), il tormentato ma talentuosissimo Senna, quel meraviglioso puttaniere di Piquet, italiani del calibro di Patrese, De Angelis, De Cesaris, Alboreto…
Io con quella F1 ci sono nato e cresciuto. La F1 della lotta tra motori aspirati e motori Turbo. Da una parte la guidabilità e l’agilità e dall’altra la mostruosa potenza del sovralimentato
(macchine folli con la guidabilità di un trattore ma con il motore di uno Shuttle).
In mezzo a tutto Gilles Villeneuve, l’aviatore. Il più grande di tutti. Ricordo nel 1981 le urla di mio padre mentre Villeneuve (l’unico idolo capace di scalfire il suo cuore dopo il Grande Toro degli anni 50) con la Ferrari Turbo vinceva a Montecarlo (raccontò lo stesso Gilles che “era come guidare uno nave da crociera in uno stagno”). Che gara! A pochi giri dalla fine la Williams di Jones (motore aspirato) era in testa. Villeneuve (non si sa come…) lo riprende e lo supera in un modo incredibile alla fine del rettilineo dei box. Un sorpasso straordinario. Lo superò prendendo praticamente la rincorsa sul dritto e buttandosi (da campione di motoslitte qual’era) ad occhi chiusi nel varco tra il muro e la Williams in faccia peraltro allo stesso Frank Williams che decise quel giorno che avrebbe fatto di tutto per portarlo via dalla Ferrari (Gilles non accettò uno stipendio dieci volte superiore "per rispetto al Signor Ferrari…" erano altri tempi!).

Lo so. In questo blog facciamo ogni tanto la figura degli insopportabili malinconici. Ma non ci posso fare nulla. Io pagherei oro per risentire le telecronache di Poltronieri. Per rivedermi il bellissimo e drammatico Gran Premio d’Australia atto finale del bellissimo Mondiale del 1986 in cui uno straordinario Prost si aggiudicò il titolo a modo suo (praticamente dopo aver assistito “da signore” tutto l’anno alle risse tra Piquet, Mansell e Senna).
Pagherei oro per assistere infine al duello dei duelli. Ai tremendi giri finali del Gran Premio di Francia del 1979 in cui un Villeneuve straordinario (ancora lui lo so ma è il più grande di tutti non è colpa mia…) resistette con una Ferrari con motore aspirato all’attacco della Renault Turbo di Renè Arnoux.
Rettilineo del circuito di Digione. Arnoux ha appena superato la Ferrari. Non c’è gara. Ci sono centinaia di cavalli di differenza. Ma non per l’aviatore che decide di ritentare il sorpasso provando a guadagnare ciò che perde in potenza in modo molto semplice.
Non frenando.
Racconterà che mentre la macchina si intraversava e vedeva le sue ruote fumare fino a quasi esplodere “sentivo gli occhi uscire dalle orbite, si lì ebbi un po’ paura”.
Cose dell’altro mondo.

P.S. non spendo nemmeno una riga sulla F1 attuale.
Domenica si corre in Bahrein. In mezzo al deserto. In mezzo al nulla.
Gilles non ci avrebbe mai corso.

Bauchklang

08/04/2007

Immag009Un balordo a zonzo per la Londra electro.
Location il Cargo, localino molto simpatico dalle parte di Shoreditch con una sala ristorazione molto cool (ed in cui si mangia da schifo) per un sabato sera con donna ed alcuni amici. La serata procede senza scossoni verso il naturale epilogo di una cappio intorno al collo quando la voce in filo-diffusione ci avvisa dell’inizio delle esibizioni live della serata. Il cartellone parla di una serata dedicata agli artisti di una (per me…) sconosciuta etichetta elettronica, la Klein Records. Giungo un po’ assonnato nella saletta da concerto che, a occhio e croce, sta per esplodere. Non capisco. Do una ascoltata alla musica, non male. Molto Audio Bullys prima maniera (quelli belli…) ma la sorpresa e’ sul palco. Niente Turntables, niente mixer. Solo 5 energumeni (austriaci si dice in giro…) che a cappella, con la sola forza delle loro corde vocali stanno letteralmente mandando in delirio la non numerosissima audience. Rimango un po’ interdetto. Poi mi torna in mente una notte di quasi 5 anni fa, al Brancaleone (con me Gau e il Cicogna). Pubblico grosso (era un sabato sera) ma come stasera tutto paralizzato davanti all’incredibile capacita’ vocale di questi fantastici "human beat-box".
Fantastici ma soprattutto istruttivi.
Perche’ ogni tanto bisogna ricordare alle frotte di ragazzine viziate all over the world che l’hip-hop (ma anche l’electro) e’ molto di piu’ di una musica da divertimento e da Shake your ass. E’ cultura. Con regole durissime . Che se continua (diciamocelo un po’ faticosamente negli ultimi anni) ad andare avanti lo deve soprattutto a gente come questi cinque commoventi nerds austriaci.
Andate sulo loro sito o sul loro spazio Myspace.
Ma soprattutto non ve li perdete dal vivo. Non sono una esperienza da farsi raccontare.
Yo

Idlewild

11/03/2007

Ma tu guarda un pò. Che da una giornata di merda come questa si riesca a tirar fuori qualcosa di bello è uno dei misteri della vita. O almeno della mia. Pomeriggio di calcio assolutamente deprimente. Cambio canale ed arrivo su All Music. Un pietoso tentativo di imitazione di MTV (pietosa di suo…). Pochi soldi (e si vede…) e di idee praticamente nessuna. Insomma uno spasso. Tra lazzi e stronzate varie la stupida di turno annuncia con finta partecipazione l’uscita del nuovo disco degli Idlewild. E chi cazzo sono questi? La demente ne sa meno di me, comunque sa leggere e le informazioni cominciano ad uscire fuori. Sono scozzesi (una sicurezza, o quasi, per chi ama il rock…) e sono stati appena scaricati dalla Major idiota di turno. Sono sull’orlo della bancarotta e si vede dalla scarsa convinzione con cui si dicono “entusiasti di essere tornati su una etichetta indipendente”. Sono annoiato. Ne ho visti a pacchi di gruppi finiti male in questo modo. Sto per cambiare canale. La stronza annuncia un loro vecchio video. L’artrosi mi frega la mano e mi becco l’inizio del video. Rimango di sasso. La mente torna ad anni più confusi e strani. Lontanissimi (erano solo 4 anni fa…). Ma certo, me li ricordo eccome gli Idlewild! “You held the world in your arms tonight” era loro.  Una canzone triste, disperata ma bellissima. Rimango un pò così. A godermi una grande canzone. Un bel momento proprio.
Grazie Idlewild.
Se passate da Roma, fate uno squillo che vi imbarco un centinaio di persone per il concerto così riuscite a pagarvi l’affitto. Forse.

Assalti Frontali, Dj Gruff, Colle der Fomento

05/03/2007

assaltiSignore e signori, un benvenuto caloroso alla Grande Abbuffata per gli amanti della scienza Doppia H italiana. In una unica serata concerto degli Assalti Frontali con special guest i Colle e sua maestà DJ Gruff. Se non si è svenuti a leggere la notizia poco ci è mancato. Un paio di telefonate veloci ed io ed il Cicogna ci troviamo un pò spaesati davanti alla atipica location prescelta per la serata: l’Auditorium di Roma. L’esempio più chiaro di Cattedrale del Deserto mai pensata. Una struttura moderna e polifunzionale nel deserto più popolato del mondo, cioè Roma. Io e Cicogna siamo un pò perplessi, che cosa centra una sala progettata da Renzo Piano con gente come noi!?! Non ci facciamo prendere da problemi del cazzo e ci accomodiamo. Dentro la sala da 300 posti un palco piccolo con pochi strumenti. Che non ci troviamo in un posto normale lo si capisce dalla puntualità con la quale si comincia (prego ricordare le mostruose 5 ore di ritardo con cui si presentarono gli Assalti ed i Fugazi al Forte, doveva essere il 1994). Il concertone degli Assalti dura oltre due ore diviso in varie parti. La prima è “suonata” ma, grazio a Dio, niente “conflitti” con sonorità noise-core che sinceramente avevano rotto il cazzo. Una scarna batteria, una chitarra acustica molto timida, un pianoforte evocativo che ci stava da Dio e, soprattutto, un basso vero (suonato da Bonnot sul cui ruolo nella rinascita degli Assalti qualcuno dovrà scrivere un libro…). Non mi annoio nemmeno un pò perchè poi dietro tutto c’è lui. DJ Gruff, un “meraviglioso perdente” della migliore razza. Un genio capace di creare mondi con lo scratch come pochi nel mondo. Stasera fa il suo. Timidamente ma segnando il suo passaggio. In fondo non deve dimostrarci nulla. Noi non guardiamo Sanremo. Non consideriamo Jovanotti uno di noi. Noi sappiamo che dietro quella figura un pò curva si nasconde un mostro e ci bastano due-tre passaggi per farci gridare “spegnete DJ Gruff!” e per farmi ricordare quella meravigliosa canzone con cui mi sono innamorato tanti anni fa (“il suono della strada che fa muovere i miei passi verso di te…”).
La seconda parte è ovviamente la mia preferita. Un orgia di basi e mic in cui, verso metà, fanno capolino i Colle. Presentano quella che, a occhio e croce, sembra configurarsi come l’evento dell’estate: il “Pass the Mic” festival dove i nostri eroi si divideranno il palco per mezza Italia (la tentazione è di seguirli per tutte le date…). Suonano due pezzi dal nuovo album ed il secondo Pioggia Sempre
è già conosciuta come un inno ("fredda e gelida città, ho perso gli anelli ma mi restano le dita…"). Alla fine ricambiano le parole affettuose di Militant A con il rispetto dovuto ai maestri. Gli Assalti vanno avanti ancora qiasi per un’altra ora. Forse troppo (il pubblico è stremato dalla obbligata posizione seduta) ma è la loro serata. I reietti della scena romana in concerto all’Auditorium. Non ci potevano credere, non ci potevamo credere. Dirgli di smettere perchè è tardi sembra veramente un insulto.
Insomma è già stato detto a proposito del concerto dei Colle al Branca.
Succede raramente. Ma certe volte è ancora bello essere romani.

Iggy and the Stooges

25/02/2007

E poi si dice in giro che uno se ne vuole andare…
Pensate a Repubblica online o al Corriere…
Fatelo. Fatevi del male. Perchè, mentre voi (anche per colpa loro…) continuerete a pensare che la musica moderna sia nata con De Gregori, il più grande giornale del mondo dedica una strabiliante review al gruppo più influente della storia del Rock (si lo so insieme ai Velvet Underground ma questa è un’altra storia…). Signore e Signori: Iggy and the Stooges!!!
Fantastici. Basta sentire una delle loro canzoni (le mie preferite? Search and Destroy, I Wanna be Your Dog, No Fun, potrei continuare per ore…). O sennò guardate questo video di uno straordinario spezzone di un concerto del 1970 (peraltro genialmente linkato dallo stesso articolo…) e non vi può non venire in mente quanto fossero incosapevolmente avanti questi 4 luridi avanzi di galera.
Guardate Iggy a vent’anni. Capelli corti, guanti di pelle, a torso nudo, con sul corpo le ferite dei vetri delle bottiglie di birra piene che gli volavano addosso. Guardatelo come, senza paura e speranza alcuna di uscirne vivo, si butta  tra il pubblico con l’unico intento di prenderle, di darle e di sfasciare tutto prima che arrivi il nulla degli anni ’70 (il reflusso, l’eroina…). Sullo sfondo i fratelli Asheton con i loro grossi difetti di comunicabilità ed, oggi come allora, con quei tremendi Ray-Ban alla Venditti a coprire lo sguardo vuoto.
No. Non sono un gruppo per tutti, gli Stooges.
Ma chi li conosce ha proprio un altro passo.

Vonneumann

07/01/2007

Immag001Vonneumann in concerto.
Dopo tante (troppe…) serate all’insegna di insulsi aperitiviceneforilocaliconbuttafuorietc finalmente una serata all’insegna dell’avanguardia! Ah, ci voleva proprio! Una bella serata pretenziosa, fa sentire più leggeri, sciolti.
Cominciamo con le presentazioni.
Vonneumann: per la stampa specializzata uno dei gruppi più interessanti della scena artnoisepostrockavantgardeambientetc, per noi Balordi semplicemente dei fratelli, amici di una vita. Dopo tanto tempo finalmente degnano il mondo di un concerto dal vivo. Location il Sinister, localino niente male dalle parti del Porto con una ricca programmazione live di tutto rispetto (da segnarsi, sabato 13 ci sono gli Intelectuals). Nemmeno il tempo di rallegrarci di come gli amici del pub Without resistano in questa valle di lacrime a servire cocktails con i Sister of Mercy di sottofondo che il concerto comincia e si deve entrare. Il concerto dura un’oretta scarsa in cui non ci si annoia quasi mai (detto da uno che ascolta i Jam, è un complimento vero). Volete qualche giudizio “musicale” più profondo? Inutile. A Vonneumann non interessa nulla di quello che penso io, di quello che ha pensato Gau, di quello che avreste potuto pensare voi. L’unico commento che mi sembra giusto fare è che Vonneumann fa esattamente la musica che uno si aspetta da questi figuri. Così. Senza khomeinismi del cazzo ed altre menate.
Per ora godetevi il loro fighissimo sito e cercate di beccarli in giro ai concerti. Ma non pensiate che ci tengano. Di voi, della vostra presenza proprio non je ne frega un cazzo.
Ora e sempre, viva Vonneumann.

Kraftwerk

23/11/2006

"Il nostro obiettivo è scrivere la canzone pop perfetta per tutte le tribù del villaggio globale" (Florian Schneider)


kraftwerkMa come?
I Kraftwerk dei perdenti? Ma stiamo scherzando?
Oh! Stiamo parlando di uno delle ultimi gruppi che ha veramente “inventato” qualcosa nella storia della musica. Un gruppo che ha creato (insieme ai Suicide) dal nulla letteralmente la musica elettronica e senza cui il 90% dei gruppi degli ultimi vent’anni non sarebbe nato (qualche nome a caso? Depeche Mode, Pet Shop Boys, la totalità della scena dance). Non solo. Sono il gruppo che “mammasantissima” del calibro di Afrika Bambaata, Chemical Brothers, CCCP, Daft Punk hanno citato e considerato delle assolute divinità.
Ok. Finita la tirata, ma si sta scherzando quindi? E perchè mai? Quanti in questo lurido ed acquitrinoso paese sanno che le famosissime e diafane melodie di Space Lab, Trans Europe Express e Robots (tra le tante) sono state create da questo strabiliante combo di geni? Praticamente nessuno.
Nel paese dei morti viventi (il 90% della scena musicale italiota), delle 50.000 persone che si accalcano ai concerti dei Pink Floyd (un gruppo che non scrive una canzone da quasi vent’anni e il cui periodo d’oro è coinciso con quello dell’Inter di Herrera), chi si potrebbe esaltare di fronte ad una storia, quella dei nostri eroi, che trasuda genialità, modernità, desiderio di andare avanti, di sperimentare le nuove tecnologie al servizio della musica popolare (così chiamavano la loro musica)?
Nessuno appunto.
Siamo nel paese in cui si studia a morire gentaglia priva di senso come Ariosto e Pascoli ed in cui metà della popolazione non sa nemmeno come si scrive computer. Ricordiamocelo.
Non è questo lo spazio per raccontare la loro storia (per chi volesse saperne di più, prego). Ora è tempo di ascoltare. Per chi li conosce di sbieco e per chi li ha conosciuti e se ne è scordato. Dovunque vi troviate, in macchina, sulla metro con l’I-Pod, mentre parlate con il vostro capo. Ora è tempo di tornare indietro, di sentire come, quasi trent’anni fa, nella Germania Federale che lentamente rialzava la testa, c’era chi scriveva canzoni strane, bellissime, apparentemente prive di emozioni ma, se comprese appieno, tristissime perché piene dell’inquietudine di chi forse ha visto troppo oltre ed ha immaginato il mondo moderno.
Che fa schifo. Non dimentichiamocelo.
Dei perdenti quindi? Si, infine. Perché i nostri amici sono stati tra le rare eccezioni (altri nomi? I Clash) che non si sono  piegate alla logica alla Pink Floyd-Rolling Stones-etc (ho un pubblico di ebeti? Perfetto. Il nome ce l’ho, scrivo ogni tanto dei bei dischi inutili e vado in tourneè a fare cassa).
Nel 1986 annunciarono: "faremo uscire qualcosa soltanto quando lo riterremo rilevante per noi o per il pubblico".
Ad eccezione per una piccola colonna sonora (del Tour de France! i francesi stanno sempre avanti!), noi li stiamo meravigliosamente ancora aspettando.

Pierluigi Orlandini

22/11/2006
OrlandiniPierluigi Orlandini….ma chi sono andato a ripescare!
Nato a San Giovanni Bianco, Bergamo, il 9 Ottobre 1972 sembrava, a metà anni 90 il centrocampista italiano del futuro. Di lui il vate del catenaccio azzurro Under 21, Cesare Maldini, arriverà a scomodare una frase che il “vecio” Bearzot aveva detto per il geniale e sfigato Giancarlo Antognoni: “E’ bravo, ma non mi piace, e poi ogni tanto gli scappa lo schiaffo del goal”
La sua carriera a metà anni 90 sembrava lanciata verso un futuro radioso, ma, purtroppo, prese la via sbagliata perchè si impantanò tra le squadre bluff che la “finanza creativa” dell’epoca aveva creato: l’Atalanta della vecchia volpe Ruggeri fiutò l’affare e lo cedette al Verona, e di lì passò al Parma dei Tanzi, dove giocò parecchio, prese una bella carrettata di soldi, ma non vinse nulla.
Intanto la sua stella si stava sempre più affievolendo, col nuovo millennio fu folgorato sulla via di Damasco e si innamorò della Puglia: era il gioiello del Brindisi, per un immediato ritorno tra i professionisti dei portuali, ma l’esperienza fallì miseramente, dopo pochi mesi, per ragioni caratteriali fu messo fuori squadra.
Ma, evidentemente, la Puglia gli rimase nel cuore e, tra fragori, servizi del Tg, gioia incontenibile dei miei compaesani d’adozione arrivò, primo giocatore della storia del club ad aver giocato con la Nazionale, all’Ostuni Sport. Chi scrive ricorda quell’estate (mi sembra del 2004) ad Ostuni come l’attesa di una festa annunciata…c’erano ottime possibilità, anzi si dava per certo, di arrivare nel Campionato Nazionale Dilettanti, ultimo gradino prima della mai raggiunta C2!
L’aria era di festa….ma la festa non arrivò MAI: fu uno sciagurato spareggio col Pietrelcina (cazzarola il Pietrelcina di Padre Pio!) a fermare la squadra della Città Bianca e a far tramontare i sogni di gloria legati a Orlandini.
Ultime notizie lo danno ancora da quelle parti: pare giochi nel Nardò!
Ma perché occuparsi di uno che non è riuscito a battere nemmeno il Pietrelcina?
Perché, anche lui, nel suo piccolo è entrato nella storia del calcio…anzi del Calcio!
Era la primavera del 1994, il nostro Pierluigi era una delle colonne portanti dell’Under 21 di mastro catenaccio Cesare Maldini, campione d’Europa uscente.
Quell’Under 21 aveva una rosa impressionante, c’era gente del calibro di Paolo Negro (ancora grazie per lo scudetto numero tre della mia amata Roma….), Cristian Panucci, Francesco Toldo (allora giovane rampante portiere della retrocessa Fiorentina), Cristian Vieri, Filippo Inzaghi, Demetrio Alberini….insomma una squadra importante.
Chiaramente la nazionale arranca, ma riesce ad arrivare ai quarti di finale contro la Cecoslovacchia (uno di quei casi, all’epoca all’ordine del giorno, di nazionali di stati inesistenti…): all’andata è un trionfo, 3-0, mentre al ritorno è l’ennesima riproposizione della linea del Piave: 1-0 per i nostri avversari, ma tra le prime quattro in Europa ci siamo ancora noi!
Da campioni uscenti ci troviamo in un lotto che prevede Francia, Spagna e Portogallo.
A quel punto l’UEFA decide di cambiare il regolamento in corsa (un’abitudine che all’epoca era diffusa: due anni dopo decise di riaprire le convocazioni per la finale degli Europei maggiori in Inghilterra….): non più semifinali e finali su andata e ritorno, ma una riproposizione, in chiave ridotta, delle formule dei mondiali e degli europei maggiori.
La chicca dell’UEFA non è solo nell’aver variato la formula all’ultimo secondo, ma anche, e soprattutto, nel non effettuare sorteggi: scegliamo la partita sulla base del fascino e delle rivalità.
Quindi da una parte il derby della penisola iberica, dall’altra Francia-Italia. Chiaramente la sede per questo nuovo europeo under 21 è Montpellier!
La semifinale, contro i padroni di casa, è un assedio: noi schieriamo Vieri e Inzaghi, ma loro ci rispondono con persone del calibro di Blanc, Barthez, Thuram, Makelele e Zidane! Come dodici anni dopo si arriva ai rigori e, come dodici anni dopo, trionfa l’Italia….alla faccia dell’UEFA che ci voleva fuori, siamo ancora in FINALE!
In finale affrontiamo il Portogallo di Rui Costa, Fernando Couto e Figo!
Mastro Catenaccio Maldini sostituisce Inzaghi col nostro eroe: non si sa mai, dovessimo fare una sola azione in attacco!
La partita scivola ai supplementari e qui Orlandini, Pierluigi Orlandini da San Giovanni Bianco, entra nella storia del calcio mondiale: da pochi mesi la FIFA aveva concepito il Golden Goal, all’epoca si chiamava Morte Istantanea, e l’UEFA aveva deciso di introdurlo in via sperimentale proprio per quell’”Europeo” Under 21 di Montpellier.
Il nostro eroe a metà primo tempo supplementare ha sul piede, all’altezza dell’angolino sinistro dell’area di rigore portoghese il pallone che lo avrebbe consegnato alla storia, scaglia una mina di precisione che si infila sotto gli incroci in alto alla destra del portiere: è il PRIMO GOLDEN GOAL DELLA STORIA!!
I giocatori italiani corrono ad abbracciarlo e, poi, riprendono posizione per difendere ad oltranza il vantaggio, i portoghesi centrano il pallone, l’arbitro corre verso il centro, ma poi si accorge degli addetti UEFA che stanno portando il tavolino con la coppa e fischia la fine: i giocatori in campo non si rendono conto di cosa stesse succedendo, gli Italiani increduli si abbracciano, i portoghesi si sarebbero voluti suicidare….personalmente ebbi una delle mie botte di culo: non vidi la partita, decisi di vedere cosa stesse facendo la nazionale, cambiai canale e in quell’istante sentii Marco Civoli che urlava “Orlandini, tiro GOOOL!! Orlandini, Orlandini, Orlandini, Orlandini….è finita, i giocatori e l’arbitro non se lo ricordano. E’ finita, siamo ancora campioni d’Europa!”
Ci fece vincere l’Europeo Under e adesso è sparito….in fin dei conti questo Carneade passato alla storia continuerà a mancarci in serie A.