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Ratzinger e le ragioni della ragione

20/09/2006
Kardinal_Joseph_RatzingerNon si placa l’eco del discorso di Papa Ratzinger. Si tratta di un discorso mirabile, scritto e pronunciato da una mente teologica e filosofica raffinata sulla identità cristiana dell’occidente, sul concetto di trascendenza di Dio, sull’eterno rapporto tra fede e ragione. C’è poi un brano, citato dal Pontefice, del dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e l’erudito persiano che prelude al cuore dell’allocuzione, la differenza tra il Dio cristiano ed il Dio dell’Islam, e che ha fatto insorgere il mondo musulmano con diverse – come dire – “sfumature”…
Non sono un teologo e non sono in grado di entrare nel merito, ma il ragionamento di Benedetto XVI è – sul punto controverso – cartesianamente “chiaro e distinto”: il Dio cristiano “non si compiace del sangue. Non agire secondo ragione (σὺν λόγω), è contrario alla natura di Dio.” Il Dio dei Cristiani si è fatto uomo, è stato carne e sangue e si è rivelato al mondo non solo attraverso la “fede” (categoria dell’anima), ma anche attraverso la ragione (categoria del corpo). Per la dottrina musulmana, invece, “Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza” ed il Papa cita l’islamista francese Arnaldez “il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità”. Sarebbe, nella lettura che è stata data del passaggio in questione, la “ragionevolezza” il tratto distintivo tra le due fedi e, in particolare, l’elemento chiave che separa la menzione nel Corano della jihad (guerra santa) dall’assenza di una simile fattispecie nel messaggio evangelico.
A suffragio di questa tesi viene citata anche una frase che Manuele II Paleologo avrebbe pronunciato nel dialogo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. E’ questa la frase che ha scatenato il putiferio. E da qui arrivo al punto.
Questo è un discorso da sublime erudito, da profondo conoscitore della storia del Cristianesimo e della sua evoluzione nell’intreccio con le vicende “secolari” dell’occidente. Ma non è un discorso da politico. E’ possibile che il Papa fosse perfettamente consapevole delle reazioni che avrebbe provocato, così come è evidente che ha parlato – come il giorno prima – in primo luogo all’occidente ed alla cristianità. Ma questo non cambia la sostanza. Così come da “non politico” è stata la rettifica del giorno dopo sul brano incriminato. “Le parole dell’imperatore bizantino a proposito del Profeta Maometto non riflettono il pensiero del Pontefice”. Bene, allora perché menzionarle senza chiarire nel testo del discorso la sua esatta collocazione? Perché esporsi al rischio di una smentita che somiglia ad un rammendo peggiore del buco?
Era un discorso da Prefetto della Congregazione della Fede, cioè da teologo. Non da Papa. Joseph Ratzinger si trova nella scomoda posizione di chi ha cambiato mestiere da poco. O meglio, di chi si trova a fare due mestieri insieme. Il teologo, impeccabile difensore dell’ortodossia della dottrina, ed il pastore di anime, il leader religioso e politico insieme, cioè il Pontefice. Giovanni Paolo II e Ratzinger erano in qualche modo perfettamente complementari. Molto vicini sul piano dottrinario, non potevano essere più diversi nel modo di vivere la fede: il tedesco era ed è un appassionato di analisi del rapporto tra fede e ragione; il polacco è stato un mistico dallo straordinario fiuto politico, un uomo che gestito la diplomazia vaticana in modo egregio durante la guerra fredda (contribuendo non poco alla caduta del comunismo in Europa orientale) ed è stato acclamato “santo subito” un minuto dopo la sua morte. Wojtyla aveva sempre tenuto la Chiesa al riparo dal conflitto di religioni, dallo scontro di civiltà intese come comunità di valori religiose ed aveva sempre mantenuto un approccio “politico” alla questione, spendendosi peraltro contro la guerra in Iraq e dando sempre l’impressione di essere non “al di fuori”, ma “al di sopra” della mischia. Il discorso di Ratzinger rompe questa impostazione e rischia di fornire un alibi a chi vuol far convergere il conflitto politico con quello religioso. Se si tratta di una scelta consapevole, c’è da preoccuparsi: vuol dire che la Chiesa ritiene inevitabile un esito di tal genere e si comporta di conseguenza. Se così non è, rimane un tentativo – che, vista la rettifica, andava forse gestito in modo più prudente – di compattare l’Occidente attorno alle proprie radici giudaico-cristiane per rigenerarne in qualche modo l’identità e sottolinearne le differenze dall’altro. Ma ciò può essere fuorviante; bisogna ragionare sul problema in termini politici, se lo affrontiamo in termini religiosi facciamo il loro gioco ed è la fine. Quale che sia l’intenzione all’origine, coloro che alimentano un’interpretazione radicale dell’islam per fini politici hanno avuto buon gioco a far sentire ancora una volta la propria sinistra voce. Al-Qaeda minaccia di conquistare Roma, nei Territori Palestinesi si bruciano le chiese, le manifestazioni con fantocci vestiti di bianco e bruciati si diffondono e, siccome alla tragedia spesso si accompagna la farsa, l’Ajatollah Ali Kamenei, Guida Suprema dell’Iran, sostiene che dietro la sortita di Ratzinger c’è niente di meno che George W. Bush, il quale – colto di sorpresa – aveva appena dichiarato di aver letto con interesse Albert Camus…Fortuna che c’è Ahmadinejad che frena…
Un’ultima annotazione. Noi – spinti dalla “ragione” e da un passato fatto di conquiste sul terreno della libertà di espressione e di errori tragici (le crociate, per cui Wojtyla si era scusato) – ci possiamo permettere il lusso di dissertare dell’opportunità politica di una dichiarazione. Altrove, si reagisce ad una riflessione teologica su fede e ragione come se fosse una dichiarazione di guerra, si raffigura il leader di un’altra religione (tanto per rimanere in tema di vignette) come Hitler o come un vampiro e lo si ricopre di insulti; persino i governi dei Paesi islamici “moderati” prendono posizione per non farsi scavalcare all’interno dagli estremisti. Proprio di questa gente parlava Oriana Fallaci.
A proposito, Manuele II Paleologo venne in occidente nel 1400 a chiedere aiuto contro gli Ottomani. Nessuno lo ascoltò. Lui morì nel 1415. Nel 1453, l’Impero Romano d’Oriente cessò di esistere proprio sotto i colpi degli Ottomani. Speriamo che Ratzinger lo abbia citato a casaccio… 

Medio Oriente in fiamme – quarta puntata (Al-Qaeda, l’Europa e lo “scontro di civiltà”)

20/08/2006

taxi talebani“Ci sono diversi problemi, non un problema e una soluzione unica. Ma ci sono interconnessioni. Se risolvi solo un problema mentre gli altri restano, tornerà il contagio. Devi muoverti su diversi fronti: Ma sarà difficile, finché Bush continua ad essere ossessionato dalla sua retorica islamofobica. Condoleezza Rice l’altro giorno ha scritto un articolo sui progressi degli USA in Medio Oriente che pareva un pezzo satirico…”
Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA 1977-1981 – Intervista al “Corriere della Sera”, 20.08.2006

Sarà un post lungo. Ho bisogno di scriverlo così per mettere insieme i pezzi e chiarirmi le idee.
Quando Samuel Huntington nel 1993 pubblicò l’articolo “The Clash of Civilizations?” sulla celebre rivista americana di politica internazionale “Foreign Affairs” pochi avrebbero scommesso che quell’articolo – affascinante perché intrecciava la profezia millenarista all’analisi politica – sarebbe stato al centro dei dibattiti sulle relazioni internazionali per molti anni. Huntington sosteneva (riassumendo per sommi capi) che dopo la guerra fredda, i conflitti avrebbero avuto origine non più dall’ideologia, ma dall’attrito tra le diverse culture e religioni. Prendendo in mano una cartina del mondo, Huntington divise i continenti in aree, ciascuna di queste dominata da una “cultura” – spesso da una “religione” – e si divertì a interpretare i conflitti in atto secondo la sua teoria e a predire le possibili alleanze ed i possibili scontri tra diverse “civiltà”. Così, la guerra tra India e Pakistan diventava l’espressione dello scontro tra civiltà Indù e civiltà Islamica, la guerra in Cecenia diventava lo scontro tra cultura “slava” e cultura “islamica” e così via. Le grandi civiltà per Huntington sono quella “cristiano-occidentale”, quella “islamica”, quella “indù”, quella “slavo-ortodossa”, quella “buddista” e quella “cino-confuciana”: esse si incontreranno e si scontreranno per difendere la propria identità o distruggere quella dell’altro e da questi movimenti scaturiranno le relazioni internazionali del XXI° secolo. Secondo Huntington, di tutti gli scenari possibili quello più probabile era lo scontro tra civiltà “occidentale” e “islamica”.
L’11 settembre 2001 l’organizzazione terroristica “Al-Qaeda” (La Base) fa schiantare due aerei sul World Trade Center di New York, distruggendo le Twin Towers. E’ uno shock. Le vittime sono migliaia. Gli USA ed i loro alleati hanno un nuovo nemico: lo sceicco saudita Osama Bin-Laden, leader dell’organizzazione. Il terrorismo non è una minaccia nuova, almeno in Europa. Qui – a parte il terrorismo interno di matrice ideologica – si sono succeduti attentati dei Palestinesi (Monaco 72, per fare un esempio, la Achille Lauro, per farne un altro), dei Libici (Fiumicino 1985), degli Algerini (in Francia, prima gli indipendentisti e poi i fanatici del FIS). Ma ci sono tre novità: una è la scelta degli USA come bersaglio, per mettere subito in chiaro chi è il nemico da combattere e per dimostrare che neanche la superpotenza a stelle e strisce può opporsi al “volere di Allah”, la seconda è che i nuovi terroristi combattono per un obiettivo di lungo periodo e ambizioso, ovvero ricostituire la Nazione Islamica – la Umma – e porvi alla guida un unico Capo – il Califfo – che riporterà i figli di Maometto al VII° secolo d.C., cioè alla testa del mondo; la terza è che Al-Qaeda colpisce su scala globale, cioè praticamente ovunque. Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Arabia Saudita, Egitto, Marocco, Turchia, Indonesia, India, Afghanistan, Pakistan, Iraq. Senza contare i possibili legami con i gruppi della guerriglia cecena (attentato al teatro di Mosca) o in Caucaso (la scuola di Beslan).
Al-Qaeda cerca di assumere la leadership nel mondo islamico propugnando un ritorno all’Islam delle origini, favorendo un’interpretazione estremista del Corano e delle tradizioni religiose, combattendo gli infedeli (ebrei e “crociati”) e soprattutto gli “apostati”, ovvero tutti quei musulmani che vivono in regimi filo-occidentali. Il suo leader ha studiato in Europa, è (o era) ricchissimo, è stato un alleato degli Americani nella guerra tra URSS e Afghanistan nel 1979. L’organizzazione ha dimostrato di essere efficiente, ben finanziata, capace di usare la tecnologia e di reclutare proseliti ovunque. Più ha successo, più le sue file si ingrossano, più il volto “totalitario” dell’Islam che ci mostra fa paura.
E’ questa miscela che ci terrorizza: la fede cieca in un’interpretazione estrema di una religione, la determinazione di chi è pronto a farsi saltare in aria e la possibilità che ciò possa accadere ovunque. Ovunque, vuol dire anche a casa nostra. In Europa. Nel continente sono milioni i musulmani, cittadini o immigrati.
Sono dunque tutti nemici? E in Medio Oriente sono tutti schierati compatti su questa linea? Turchi ed Egiziani, Iraniani e Siriani, Palestinesi e Libanesi, Afghani e Pakistani, Iracheni sunniti e sciiti? Sono insomma tutti uguali?
In una parola, siamo in guerra con la “civiltà islamica”? Aveva dunque ragione Huntington?
Non proprio. Il mondo islamico è estremamente composito, ed anche movimenti in bilico tra politica e terrorismo come Hezbollah e Hamas, Paesi più o meno “canaglia” come l’Iran e la Siria, sono molto diversi tra loro. E ovviamente non tutti i musulmani presenti nei Paesi europei o in America sono fondamentalisti pronti a farsi saltare in aria, anche se tutti quelli che lo hanno fatto erano musulmani.
Ma c’è soprattutto un episodio che – a mio sommesso avviso – deve farci riflettere. Ricordate Hina, la ragazza di vent’anni pakistana uccisa a Brescia dal padre e dagli altri familiari perché “viveva all’occidentale”? Ricordate i commenti raccolti da esponenti di varia provenienza della comunità islamica? L’imam marocchino diceva che non c’è alcun precetto dell’Islam che imponga una punizione del genere, anzi il Corano vieta un orrore simile. Un esponente pachistano diceva invece che la fanciulla può essere messa al bando ma non uccisa. Un altro ancora sosteneva che i precetti islamici potevano essere interpretati in modo più restrittivo e l’omicidio della ragazza poteva trovare una giustificazione.
E allora, mi chiedo, con quale Islam siamo in guerra noi? Contro quale delle tre interpretazioni dobbiamo combattere? Siamo in guerra con la Turchia, Stato musulmano ma laico, già membro della NATO e che vuole entrare nella UE? Siamo in guerra con i Libanesi che dopo la morte di Hariri volevano giustizia e democrazia? Siamo in guerra con gli Iracheni che sfidando i tagliagole sono andati a votare? Siamo in guerra con gli Egiziani ed i Marocchini che sono morti come noi per mano degli assassini di Osama?
In Medio Oriente ci sono molti problemi da risolvere. La questione palestinese. La sovranità del Libano. L’alleanza tattica Iran – Siria. L’espansione della sfera d’influenza iraniana e le sue ambizioni nucleari. La stabilizzazione in Afghanistan e in Iraq. La propaganda di Al-Qaeda. Sono tutti problemi connessi tra loro, certo, ma fondamentalmente diversi. Gli attori di ciascuna crisi sono diversi. Ma il rischio è che con le nostre scelte sbagliate (l’Iraq ad esempio) si crei tra gli attori delle crisi una saldatura, prima soltanto tattica, poi anche strategica e infine ideologica. E allora sì che scivoleremmo nella guerra di civiltà. E come ha giustamente sostenuto Glucksmann qualche giorno fa, ne scaturirebbe “uno scontro in cui entrambi ci autodistruggeremmo”.
Tutto questo si evita tornando a far riflettere la politica sui problemi e smettendola di lanciarsi in avventure folli, avendo chiari gli obiettivi e riprendendo l’iniziativa. Soprattutto, occorre far ripartire il negoziato tra Israeliani e Palestinesi ed evitare che gli Iraniani riescano a dotarsi di armi nucleari (divertente l’idea che un Paese che galleggia sul petrolio abbia bisogno di energia nucleare per scopi pacifici). Se ripartisse un piano di pace credibile, con la prospettiva concreta di creare due Stati che si riconoscano, l’azione di coloro che avversano questo progetto perderebbe legittimità e, probabilmente, sostenitori. Un Iran “denuclearizzato” e minacciato di rappresaglie dalla Comunità Internazionale tutta sarebbe meno appetibile come alleato nell’area e meno pericoloso come nemico. Potrebbe essere indotto a rivedere i propri piani di espansione della sfera di influenza.
Detto questo, la vera nemica di Al-Qaeda è la democrazia. Osama ha tuonato contro le elezioni in Iraq e ha perfino criticato ferocemente Hamas per aver partecipato alle elezioni palestinesi ed i Fratelli Musulmani per aver partecipato a quelle in Egitto. Ma la democrazia non è un toccasana di per sé. Piuttosto che provare ad esportarla a Baghdad con la forza, forse era meglio sostenere quella fragile e in via di sviluppo a Beirut dopo anni di regime filo-siriano. Forse non è una buona idea spingere a tutti i costi i Paesi alleati nell’area (Egitto, Arabia Saudita, etc.) a tenere libere elezioni, perché se non ci sono le condizioni si rischia di consegnare l’intero Medio Oriente a fondamentalisti di ogni genere, altro che Iraq. Si potrebbe partire da obiettivi realistici e cominciare a spingerli ad eliminare la corruzione e aiutarli a rafforzare il ceto medio, attraverso lo sviluppo. E’ da lì che può nascere il confronto.
L’Islam, come noto, non è soltanto una religione. E’ anche un insieme di precetti civili che guidano la vita quotidiana del musulmano. Il confine tra Stato e religione è labile, talvolta non esiste proprio. Inoltre, come insegnano i Talebani, se in un Paese prevale un’interpretazione estrema dell’Islam, la gestione della cosa pubblica sarà molto vicina a quello che noi chiamiamo “totalitarismo”. L’autorità, civile e religiosa insieme, determina la vita dell’individuo. Anche per questo è molto difficile esportare modelli di democrazia di stampo occidentale tout court. Bisogna tenerne conto.
Sul piano interno, c’è sì una guerra. Una guerra contro una fazione islamica fondamentalista che c’è sempre stata e che ora ha ripreso fiato e coraggio sotto le insegne del Califfato e contro il nostro modo di vivere. Saranno le nostre leggi e la nostra volontà/capacità di applicarle il nostro baluardo. Non ci sono omicidi a sangue freddo che una religione possa definire leciti. Punto. Non ci sono istigazioni all’odio razziale lecite. Punto. Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. E le uniche scuole in cui i bambini andranno saranno le nostre. Chi viene per sfuggire alla fame, alla miseria ed alle persecuzioni o semplicemente vivere in un posto migliore è il benvenuto. Chi vuole la Sharia nei quartieri di Londra, nelle banlieues parigine o a Francoforte, no. Dovremo saper gestire con saggezza e serenità il rapporto tra libertà e sicurezza, difendendoci senza snaturarci. L’intelligence dovrà essere rafforzata (il fallito attentato di Londra ci sia di esempio): gli integralisti ci conoscono bene, dobbiamo imparare a conoscerli anche noi. Dovremo renderci conto una buona volta che questo è il genere di sfide che i singoli Stati europei non possono affrontare da soli, ma solo insieme. E allora questa benedetta Unione Europea dovrà prendere in mano il suo destino creando delle regole comuni per la gestione dei flussi migratori (perché solo quelli che aspirano a diventare cittadini italiani devono sostenere un esame di lingua e cultura italiana? Perché non anche quelli che semplicemente vivono sul nostro territorio?), condividendo finalmente una politica estera e di difesa (perché Chirac invoca i vertici europei solo quando è in difficoltà, come ora che deve decidere quanti soldati mandare in Libano?) e creando un coordinamento delle polizie davvero efficace e capillare.

GUERRA

17/08/2006

paths3Ho letto Remarque a 13 anni. Direte voi, ma non potevi fare altro? giocare a calcio? dare sfogo ai tuoi primi pruriti adolescenziali? Lo so. Ma se sono nelle condizioni in cui mi trovo adesso, da qualche parte sarò partito. Bene che volevo dire… ah ,si, precisiamo subito: io odio la guerra, non mi piacciono i militari e non ho fatto il servizio militare (per Meriti Scientifici, VERGOGNOSO!). Infatti il problema di cui voglio discutere è un altro. E’ l’idiota visione della guerra che ha la stragrande maggioranza della popolazione e soprattutto (e purtroppo…) i nostri governanti (e per nostri intendo la maggior parte degli europei…). L’idea di fare questa assurda tirata mi è venuta all’indomani della lettura dei giornali che recano notizie sulla feroce discussione sulle regole di ingaggio. Ma che significa? In Libano andiamo a difendere un bene fondamentale per quella terra, la possibilità (dico anche per due mesi…) di vivere in santa pace, senza israeliani ed hezbollah che continuano a tirarsi addosso di tutto. E noi? Come andiamo noi ad opporci ad uno degli eserciti più decisionisti del mondo ed ad un gruppo di “fascisti islamici” (la definizione degna di un orango di Bush nel caso dei nostri amici sciiti ci calza a pennello…). Ci andiamo discutendo di amenità varie del tipo “risponderemo solo se ci attaccano…”, anzi no “solo se le pallottole saranno indirizzate senza alcun dubbio contro di noi…”. Cazzo. Se fossi in un soldato qualsiasi della Forza Multinazionale mi girerebbero i coglioni! Signori è una GUERRA! Sapete cosa è? Avete letto qualche libro? Io non so quanti danni dovremo subire ancora dagli anni ’60 (cito a memoria: Gianni Minà, i Dik Dik, Morandi, De Gregori…) ma uno dei più tragici risiede proprio in questa visione demenziale della guerra. Il Vietnam ha sconvolto gli Stati Uniti (per anni il loro vero buco nero) ma, come sempre, ha avuto effetti più duraturi su noi europei. La guerra, quella vera, quella che si combatte in Iraq, Afghanistan ed in mezzo mondo per noi europei è concettualmente inammissibile (tranne per quei bulldog degli inglesi che ne hanno combattuto una per quattro scogli e due pecore…). Sono anni oramai che trasalisco di fronte alle reazioni del popolo italiano di fronte a questo argomento. Si va in Iraq? “Si, tranquilli avremo solo funzioni di raccordo, noi non combattiamo…” (no, giochiamo a bocce!). Così quando ci rapiscono due avieri (guidavano degli aerei da caccia non le Frecce Tricolori…) o quando ci massacrano venti soldati a Nassiriya, il popolo italiano rimano basito, “…ma come erano lì per una azione di pace!”. Maddeche! Cazzo sono in Guerra! Sapete com’è no? Tipo uno spara, l’altro risponde… ed oggi? le medesime pippe mentali. Tutti pronti a trovare scappatoie per giustificare al mondo (e diciamolo molto a noi stessi…) che non siamo stati in grado di evitare un altro conflitto (la Jugoslavia ci dovrebbe aver insegnato qualcosa…). Ora c’è una guerra da combattere, sarà brutta, ma “noi in fondo siamo più buoni di tutti, e faremo solo azioni umanitarie…”, se fossi nei nostri soldati mi darei malato!

P.S. Dopo aver letto Remarque non potevo pensare che fosse possibile eticamente combattere contro un altro uomo (di tutto ciò ne sono ancora convinto…). Andai a trovare un vecchio frate che era stato mio professore nei primi anni delle medie. Lui mi raccontò di quando, durante la Resistenza (era francese), avesse abbattuto un’intera linea di soldati tedeschi. Io trasalii. Lui mi guardò e sorrise. E disse semplicemente: “…mio caro, o erano loro o toccava a me”.

Medio Oriente in fiamme – terza puntata (Siria e Iran)

17/08/2006

20060120_B61Nella galleria dei protagonisti che agitano i giorni del Medio Oriente meritano un posto di assoluto rilievo Bashar Al-Assad, il Presidente siriano, e soprattutto la nuova icona post-moderna della rivoluzione khomeinista, il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Sono i leader di due Stati particolarmente attivi negli ultimi anni, molto diversi tra loro, ma con alcuni obiettivi tattici e strategici in comune.

La Siria è un Paese etnicamente arabo (90,3% della popolazione) in grande maggioranza sunnita (74%), governato sin dal 1963 dal Partito Baath, un partito autoritario di stampo laico e socialista, una formazione storica nel mondo arabo perché presente in passato in diversi Paesi – grazie al sostegno non solo morale dell’URSS – e perché era il partito di Saddam Hussein in Iraq. L’Iran è un Paese etnicamente composito (i Persiani sono "solo" il 51% della popolazione) a grande maggioranza sciita (89%), in cui il 70% della popolazione ha meno di trent’anni, retto sin dal 1979 da una "teocrazia" guidata dall’Ayatollah ("guida suprema") Alì – Khamenei.

Cos’hanno in comune due Paesi così diversi? L’obiettivo di mantenere inalterata o, se possibile, allargare la loro sfera di influenza nella regione. Per far questo, hanno dovuto e devono confrontarsi con diversi nemici. La Siria non è sempre stata amica degli Iraniani: come ricordato, il suo Partito guida era il fratello gemello di quello di Saddam in Iraq e Baghdad ha combattuto una ferocissima guerra (1980-1988) con Teheran. Dal 1958 al 1961 aveva formato con l’Egitto di Nasser la Repubblica Araba Unita; l’esperimento fallì, ma i rapporti sono tuttora buoni. Il nemico costante resta Israele (e di conseguenza gli USA): Damasco ha nel corso degli anni esteso la propria sfera d’influenza sul Libano, trasformandolo in un regime amico. I suoi servizi segreti e le sue truppe hanno di fatto occupato il Paese a lungo, fino all’aprile 2005, quando buona parte della popolazione – dopo l’assassinio del Primo Ministro libanese Hariri – ha preteso un cambio di rotta. Da allora, la Siria ha ulteriormente stretto i suoi rapporti con Teheran e, in Libano, con i suoi amici Hezbollah, l’unica garanzia di contare ancora qualcosa nelle scelte dei Libanesi.

L’Iran era praticamente accerchiato. I Talebani afghani erano considerati "nemici", Saddam era un acerrimo nemico, che per di più torturava ed uccideva i fratelli sciiti in Iraq, l’Arabia Saudita, filo-americana, era ed è un nemico. Israele e gli USA sono il diavolo. I Talebani non ci sono più, Saddam neppure, i Sauditi tacciono. Teheran ha fiutato una storica occasione per espandere la propria sfera di influenza nel Medio Oriente in questo "vuoto di potere" creato dagli interventi americani. Deve sbrigarsi prima che questi Paesi si riorganizzino. Ecco che il nuovo Presidente, Ahmadinejad, avvia una strategia a tutto campo per raggiungere l’obiettivo: fornisce aiuti massicci agli sciiti iracheni affinché riescano facciano dell’Iraq un Paese amico, rallentano la normalizzazione in Afghanistan, minacciano Israele e gli USA, finanziano Hezbollah (a maggioranza sciita) in Libano, stringono un’alleanza tattica con la Siria, tentano di "abbracciare" Hamas (sunnita) nei territori palestinesi e, soprattutto, cercano di dotarsi di un arsenale nucleare. E’ la strategia di un’aspirante "potenza regionale". Di Al-Qaeda e di Bin-Laden all’Iran non importa nulla. Sono estremisti sunniti wahhabiti che odiano a morte gli sciiti in quanto apostati. Se indeboliscono gli USA, buon per loro, ma per nulla al mondo si unirebbero in alleanza.

Qual è il problema? Il problema è che l’iniziativa l’hanno presa in mano loro. L’Iran più della Siria. E gli USA, per non parlare della UE, hanno solo tentato di parare i colpi finora. Solo adesso qualcosa si muove. Il 31 agosto l’Iran dovrà dare una risposta definitiva al "pacchetto" di incentivi proposto dagli USA, e consegnato a mano da Solana, per convincere Teheran a rinunciare al nucleare. Gli Ayatollah non rinunceranno facilmente, ma cercheranno di evitare il più a lungo possibile il deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Quanto al resto, in Iraq gli USA sono dovuti in qualche modo scendere a patti per stabilizzare il Paese, in Libano Hezbollah è una formazione quasi leggendaria, per ora impossibile da disarmare. La buona notizia viene dai Palestinesi. Sembra che Hamas abbia accettato di formare un governo di "unità nazionale" con il Fatah di Abu Mazen: è probabile che stiano riflettendo, come avevamo scritto nel post precedente, sulla necessità di rompere l’isolamento politico (e finanziario) internazionale in cui versa l’ANP. E’ possibile inoltre che le difficoltà di Israele, dovute alla guerra in Libano, costituiscano un’occasione unica per i Palestinesi per convincere i loro dirimpettai a rivedere l’ipotesi del ritiro unilaterale dalla Cisgiordania e a riesumare il negoziato per una pace condivisa.

 

 

Medio Oriente in fiamme – seconda puntata (Israele – Autorità Nazionale Palestinese)

13/08/2006

hamasUn altro tassello, il più importante e composito di questo Medio Oriente che brucia, è la partita a scacchi tra Israeliani e Palestinesi. Le ultime mosse di questa partita hanno prodotto un’impasse che non sarà affatto facile superare.
Quando Ariel Sharon andò a passeggiare provocatoriamente sulla “spianata delle moschee” di Gerusalemme nel 2000, sapeva bene cosa faceva. Sapeva che i Palestinesi, spalleggiati dall’intero mondo arabo, avrebbero reagito alla violazione del loro luogo sacro e avrebbero ripreso le armi. Di lì a poco nacque la “seconda intifada”, una incessante e violenta offensiva fatta di scontri, attacchi, attentati kamikaze e bombe contro tutti gli obiettivi israeliani possibili, militari e civili.
Favorito anche dall’attentato delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 e confidando nella scarsa simpatia che tutti i movimenti di liberazione nazionale contigui al terrorismo, specie quelli di matrice islamica, avrebbero riscosso tra i Paesi occidentali, Sharon portò avanti con determinazione il suo piano. Il primo obiettivo era l’isolamento, dapprima politico e poi fisico, di Yasser Arafat, interlocutore giudicato ormai “inaffidabile”, non in grado di contrastare il terrorismo ed anzi sospettato di fomentarlo. L’obiettivo venne raggiunto: Arafat scomparve gradualmente dalla scena politica per poi morire a Parigi. Nel contempo, ufficialmente per difendersi dagli attacchi palestinesi, Sharon decise la costruzione di un muro destinato a separare una volta per tutte i figli di Davide e quelli di Maometto. In effetti, dalla costruzione del muro gli attentati terroristici palestinesi in Israele sono decisamente diminuiti. Non per questo, però, Israele è più sicuro. Infine, Sharon disse che era giunto il momento di cominciare a ritirarsi dai territori occupati, a cominciare dalla striscia di Gaza. Il ritiro fu rapido e niente affatto indolore. Ma fu ultimato nei tempi stabiliti.
Questi tre obiettivi sono ovviamente legati. Li unisce il filo rosso di una strategia che l’ex generale israeliano aveva probabilmente in testa da tempo. Sharon si era convinto che la soluzione del rapporto con i Palestinesi passasse per una politica unilaterale. Probabilmente riteneva che la bozza di accordo tra Barak e Arafat fosse il massimo del compromesso accettabile per entrambe le parti. Ma Arafat non lo aveva accettato e quindi cosa poteva far pensare che avrebbe cambiato idea? Nulla. Non si vedevano all’orizzonte leader più moderati o più abili del raìs, anzi. Hamas guadagnava consensi, così come la Jihad islamica. Quindi, ecco il piano: togliere di mezzo Arafat e dimostrare alla comunità internazionale che con la leadership palestinese era impossibile dialogare, preparandosi il terreno per costruire poi una barriera divisoria con il nemico. Il muro, nella sua strategia, doveva essere costruito in modo tale da raggiungere finalità diverse. Rendere sempre meno accessibile il territorio israeliano ai Palestinesi, dividere i Palestinesi tra loro e rappresentare uno strumento di pressione sui coloni israeliani a Gaza ed in Cisgiordania per farli tornare tutti al di qua della barriera. Il ritiro da Gaza proseguiva sulla strada tracciata e la strategia doveva completarsi con il progressivo ritiro anche dalla Cisgiordania, da ultimare un poco alla volta, come concessione ai Palestinesi se fossero riusciti a limitare l’offensiva terrorista. Raggiunti questi obiettivi, Israele si sarebbe disinteressato di ciò che sarebbe accaduto al di là del muro, avrebbe atteso la nascita di uno Stato palestinese e, cosa più importante, avrebbe fatto coincidere il confine tra le due entità con la linea su cui si estende il muro.
Il fronte palestinese – in cerca di una nuova leadership sin dalla malattia di Arafat – ha subito l’iniziativa di Sharon. Non vi erano più i mezzi, né le condizioni politiche per fermare il suo piano. La solidarietà internazionale, come detto, si era notevolmente affievolita. La corruzione e l’inefficienza imperanti nei territori gestiti dalla ANP hanno fatto il resto e, alle ultime elezioni, i Palestinesi hanno votato in massa per Hamas affidandogli il compito di migliorare le condizioni di vita della popolazione, di proteggerla dalla politica aggressiva di Israele, di fare qualcosa per impedire l’isolamento di un’intera “nazione”, di aiutare insomma un popolo a combattere le proprie drammatiche frustrazioni.
Purtroppo, però, Hamas non è finora riuscito a fare quello che i Palestinesi chiedono. Una forza di quel genere non si improvvisa forza di governo in pochi mesi. Ma soprattutto è difficile da rompere quell’isolamento internazionale che Sharon aveva abilmente e pazientemente costruito intorno alla ANP. Gli USA e la UE hanno assunto verso una Hamas una posizione di netta intransigenza, più di quanto non abbiano mai fatto con Arafat. Sono arrivati al punto di sospendere gli aiuti, poi fortunatamente ripresi, rischiando di causare una catastrofe umanitaria nei territori. Dal canto suo, Hamas ha dimostrato di non avere intenzione di “legarsi” sul serio ed in modo strutturato con Siria e Iran o peggio ancora con Al-Qaeda. Sa infatti che così facendo vedrebbe allontanarsi gli aiuti economici occidentali e, soprattutto, la possibilità di un intervento politico per la ricerca di una soluzione equa al conflitto con Israele. Si trasformerebbe nella trincea avanzata di una presunta “guerra di civiltà” che produrrebbe solo danni alla causa palestinese.
Nel frattempo, la popolazione nei territori vive in condizioni terribili.
Il coma di Sharon, la vittoria dei radicali di Hamas, la guerra in Iraq, l’attenzione della comunità internazionale verso Siria e Iran e il conflitto in Libano hanno di fatto “congelato” la situazione.
Sharon era stato coraggioso sia nel condurre a termine il ritiro da Gaza come un’operazione militare, scontrandosi anche con l’astio dei coloni, sia nell’abbandonare il Likud – il suo partito di destra – per fondare Kadima, una nuova formazione di centro meglio in grado di catalizzare il consenso intorno alla sua strategia. L’eredità che Olmert raccoglie è enorme. Ne sarà all’altezza?
Hamas è per ora stretto tra i tentativi di abbraccio dei “nemici dell’occidente” e i perentori inviti della comunità internazionale a gettare le armi e ad avviare il dialogo. Cosa decideranno? Se accetteranno i primi, rischieranno di diventare il braccio armato di altri contro Israele e gli occidentali, snaturando la loro caratteristica di movimento nazionale. Se accetteranno i secondi, rischieranno di snaturare la loro prerogativa di forza radicale e non corrotta da compromessi col nemico.
E sullo sfondo, un altro grave problema. I Palestinesi reclamano un accordo con Israele sulle frontiere del 1967, ma il muro è stato costruito ben oltre. Si tratta tuttavia del “lungo periodo”, nel quale – come diceva John Maynard Keynes – “potremmo essere tutti morti”.

Medio Oriente in fiamme – prima puntata (Libano)

12/08/2006
UNIFILIl Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha trovato un accordo. La globetrotter Condoleezza, spalleggiata dagli Inglesi, è riuscita a trovare l’accordo con i Francesi e nella notte tra venerdì e sabato è stata approvata all’unanimità una risoluzione che prevede la “totale cessazione delle ostilità”, il progressivo ritiro di Israele dal sud del Libano accompagnato dal riacquisto del controllo del territorio da parte dell’esercito libanese e lo schieramento della forza internazionale dell’ONU. UNIFIL, aumentata fino a 15.000 caschi blu, accanto all’esercito libanese. Tutto a posto dunque? Non proprio. Certo, la risoluzione per il “cessate il fuoco” era indispensabile. Ma i tempi e i meccanismi decisionali dell’ONU non sono sembrati, ancora una volta, adeguati al rapido succedersi degli eventi ed alla delicatezza della situazione. La risoluzione prevede il ritiro degli israeliani nel momento in cui giungeranno nel sud del Libano l’esercito regolare libanese e l’UNIFIL, dunque non subito. Le ostilità nei prossimi dieci giorni potrebbero proseguire: Israele aveva preparato un attacco di terra, forse ci sono i margini per qualche rapida operazione e per qualche altro bombardamento sulla popolazione civile. Il disarmo di Hezbollah sarà affidato all’esercito libanese, quindi a nessuno. La risoluzione prevede infine l’embargo all’importazione di armi “a qualsiasi individuo o entità del Libano”. Vedremo se sarà rispettato; visti i precedenti qualche dubbio è lecito.
Ma le perplessità maggiori le destano i compiti della forza internazionale. I protagonisti dell’accordo giurano che UNIFIL potrà “adottare tutte le misure necessarie”, ivi compreso l’uso della forza, per assolvere i propri compiti. Posto che la forza di Hezbollah rischia di rimanere intatta, ed il suo prestigio addirittura accresciuto per aver “difeso il Paese”, l’ONU sarà davvero in grado di fare questo? Potrà una forza di interposizione – multinazionale o composta da caschi blu – impedire ad Hezbollah di lanciare razzi o missili su Israele? E se non potrà farlo, cosa accadrà? Tenterà di fermare un’eventuale risposta israeliana? O rimarrà imprigionata in mezzo ad un nuovo conflitto? Nel 1982 (fossi un Libanese tremerei ogni volta che l’Italia vince i Mondiali…), la forza multinazionale schierata in Libano registrò complessivamente un drammatico insuccesso. A Srebrenica nel 1995, i caschi blu olandesi dell’ONU si macchiarono del peggiore atto di viltà del secondo dopoguerra, osservando letteralmente impotenti il massacro di migliaia di vittime innocenti da parte dei Serbi di Bosnia. Perché in Medio Oriente accada un’altra volta una cosa del genere basta davvero poco. E’ facile. Basta non muovere un dito.
Post scriptum: il Presidente del Consiglio ha detto che "l’Italia farà la sua parte". Bene. Vedremo come si comporterà il nostro nobile Parlamento quando si tratterà di decidere l’invio dei soldati. Soprattutto se, come dicono, potranno davvero usare le armi… 

USA vs … cap I (IRAQ)

10/06/2006

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L’accidentato sentiero imboccato dall’Amministrazione Bush negli ultimi tre anni è giunto ad una svolta. Nel 2003, Giorgdabliu aveva deciso, ascoltando i consigli di Donald Rumsfeld e di Condi Rice di invadere l’Iraq: questa scelta aveva un preciso background storico, politico e culturale, quello dei cosiddetti neocons (neo-conservatives).
Paul Wolfowitz, Richard Perle, Daniel Pipes, Douglas Feith, per citare i più noti anche oltreoceano, e in ultima analisi anche Donald Rumsfeld e (in parte) la dolce Condoleezza partono da alcune premesse di carattere “filosofico” per elaborare la loro dottrina: il comportamento di uno Stato nello scenario internazionale si fonda sul suo sistema politico interno; gli Stati Uniti d’America hanno storicamente esercitato il loro status di potenza e di superpotenza per diffondere democrazia, libertà e tutela dei diritti umani; il pragmatismo è l’unico vero antidoto all’utopia sociale, politica ed economica; le organizzazioni internazionali deputate al mantenimento della pace e della sicurezza nel mondo non sono “democraticamente legittimate” ad assolvere questo delicato compito.
Prendete questi quattro principi, collegateli tra loro ed otterrete la motivazione etico-politica dell’intervento in Iraq: Giorgdabliu, ascoltando i neocons, si è convinto che fosse davvero una buona idea quella di rovesciare Saddam, instaurare in Iraq un regime democratico “esemplare” per i Paesi del Medio Oriente e del Golfo Persico, sostituire il Paese da sempre amico degli USA nella regione (almeno fino alla scoperta della nazionalità degli attentatori dell’11 settembre e delle coperture logistiche ed economiche che avevano ricevuto Mohamed Atta e i suoi), cioè l’Arabia Saudita, con uno nuovo, ovvero l’Iraq, e diffondere infine i diritti civili, le istituzioni democratiche e le libertà economiche in tutti i Paesi dell’area. Secondo la nuova dottrina, infatti, un Paese democratico ed intento a prosperare economicamente non foraggia il terrorismo, non fomenta attentati, non è insomma un rogue State (Stato-canaglia). Sembrava davvero la quadratura del cerchio quella di bypassare l’ONU e di passare all’azione con pochi, fedeli alleati. Ma purtroppo per Giorgdabliu e per noi la realtà internazionale è molto più dura e complessa.
I due balordi sono stati e sono contrari alla guerra in Iraq. Posto che la guerra è da condannare per l’inevitabile scia sanguinosa di vittime – soprattutto civile – che porta con sé e per il clima di odio che i diktat dei vincitori e le aspirazioni di revanche degli sconfitti che essa molto spesso produce, le ragioni che ci hanno spinto ad avversare l’intervento sono anche e soprattutto altre. Sono ragioni politiche e strategiche. Washington ha commesso un errore macroscopico che molte altre potenze prima di lei hanno commesso: quello di forzare la realtà per adattarla alle proprie convinzioni ed ai propri obiettivi. Gli USA (e i loro alleati) hanno diffuso la notizia – infondata – che Saddam disponeva di pericolose armi di distruzione di massa per trovare una giustificazione “etica” presso l’opinione pubblica all’intervento. Hanno coinvolto le Nazioni Unite fino ad un certo punto (ricorderete i celebri “ispettori” guidati dallo svedese Hans Blix) per poi escluderle dalla gestione della crisi quando, non ancora accertata la presenza di armi chimiche in Iraq, l’attacco militare stava per essere deciso. L’ONU è sicuramente un carrozzone spesso inefficiente e, cosa ancor più grave, inerte e paralizzato di fronte ai problemi del pianeta. Ma per molti Paesi, e per le loro opinioni pubbliche, è politicamente un punto di riferimento quando si tratta di decidere se intervenire militarmente o no. Giorgdabliu ha cacciato rapidamente Saddam, ha conquistato il Paese, ma ha dato la netta sensazione di non avere la più pallida idea (e meno di lui Rumsfeld) di come gestirlo e governarlo. Le tensioni tra i gruppi etnici e religiosi del Paese, mascherate dal pugno di ferro di Saddam, erano molto più forti del previsto, le forze di sicurezza per controllare un Paese così in fibrillazione erano troppo poche, gli uomini scelti per accompagnare il processo di transizione erano sbagliati (fuoriusciti della resistenza irachena ormai lontani dalla realtà della madrepatria e funzionari del governo americano poco esperti di stori, tradizioni e costumi locali) e le frontiere con i Paesi vicini, da cui come era facile prevedere sono entrati migliaia di jihadisti stranieri (Al-Zarqawi era giordano), non sono mai state chiuse né controllate capillarmente. Infine, è stato gestito in modo pessimo il rapporto con gli Iracheni e con le opinioni pubbliche occidentali: le stragi di Falluja e Haditha, gli scempi di Abu Grahib, le difficoltà nel ripristinare una vita normale (sicurezza, elettricità e acqua nelle case, un lavoro dignitoso) per una popolazione martoriata.
Tra i pochi risultati comunque positivi vanno annoverati la cacciata di Saddam, dittatore colpevole di genocidio contro il suo stesso popolo, e l’avvio – stentato ma in fase di consolidamento – del processo di democratizzazione del Paese. Le elezioni per l’Assemblea e per la Costituzione hanno rappresentato un fatto storico.
Resta il fatto che il prezzo da pagare per questi due risultati è stato troppo alto. L’Iraq sembra sempre sull’orlo di una guerra civile devastante tra sunniti e sciiti ed è ancora “occupato” da gruppi di estremisti provenienti da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Iran, Afghanistan e Pakistan che rendono impossibile il ritorno alla normalità. Se papà George nella prima Guerra del Golfo si era limitato a liberare il Kuwait un motivo ci sarà pur stato. Ma forse in famiglia non si parla di lavoro.
Un Paese in queste condizioni non può condurre una vita democratica degna di questo nome, né crescere economicamente (gli Iracheni, tra i principali produttori al mondo di petrolio, sono costretti a importare benzina!). Non può in alcun modo rappresentare un “esemplare” di democrazia nel mondo arabo – tutt’al più un “esperimento” – né tanto meno può diventare, date le premesse di cui sopra, il principato alleato degli USA nella regione al posto dell’Arabia Saudita. 

USA vs … cap II (IRAN)

10/06/2006

Ma le disgrazie non vengono mai sole. L’intervento americano ha prodotto altre conseguenze, più o meno intenzionali: per effetto dell’instabilità determinatasi nell’area, il petrolio ha raggiunto il prezzo record di 70 dollari circa al barile. Giorgdabliu e la lobby di petrolieri che lo appoggia (compresi i suoi familiari) non ha gridato allo scandalo, ma buona parte delle imprese e dei consumatori negli USA e nel resto del mondo occidentale sì; inoltre, nel vicino Iran, potenza tutelare della maggioranza sciita irachena, ha vinto più o meno regolarmente le elezioni presidenziali il sindaco di Teheran, Ahmadinejahd, esponente dell’ala più oltranzista del regime teocratico e custode della Rivoluzione khomeinista. Le sue balzane quanto aberranti idee sul rapporto con Israele le conosciamo. Ma soprattutto conosciamo le sue minacce, neanche tanto velate, di dotarsi (semplificando al massimo) al più presto di armi nucleari avviando il processo di arricchimento dell’uranio.
Per mesi si sono stancamente trascinati negoziati tra gli Iraniani da una parte e un quartetto composto da Francia, Regno Unito e Germania con il sostegno dell’Alto Rappresentante PESC della UE, Solana, per raggiungere un compromesso accettabile sulla questione nucleare. Gli USA si sono a lungo rifiutati di negoziare direttamente con Teheran (considerati uno “Stato canaglia”) e si sono limitati a generiche dichiarazioni di preferenza per l’opzione diplomatica rispetto a quella militare per la soluzione della crisi, pur lasciando intendere di pensare ad un rovesciamento del regime teocratico. Purtroppo senza risultato.
Nel frattempo, la popolarità del povero Giorgdabliu è caduta ai minimi termini in patria. Solo poco più del 30% degli Americani ritiene che la sua politica sia valida. Agli errori in politica estera si intrecciano iniziative controverse in politica interna, dalle crociate antiabortiste alla dipendenza energetica, seppur minore rispetto ai Paesi europei, da Paesi instabili e talvolta scellerati, e così il neoconvertito ed il suo staff, Condi in testa, iniziano a riflettere.
La riflessione inizia gradualmente già dall’inizio del secondo mandato di Giorgdabliu, prosegue con il documento della Strategia di Sicurezza Nazionale del 2006: la dottrina della “guerra preventiva” viene marginalizzata, traspare maggiore attenzione nei confronti delle istituzioni multilaterali, si punta di più su sviluppo economico e cooperazione nei rapporti con i Paesi in via di Sviluppo, l’opzione militare torna ad essere l’extrema ratio dell’azione diplomatica degli USA. Il cambio di rotta si concretizza in questi ultimi giorni. Condoleezza prima apre un tavolo negoziale semi-ufficiale con gli Iraniani per superare lo stallo in Iraq e poi prepara un “pacchetto” di incentivi da sottoporre a Teheran in cambio della rinuncia all’uso della tecnologia nucleare per scopi non pacifici, lasciando aperta la strada a possibili sanzioni da decidere in ambito ONU in caso di rifiuto da parte del regime teocratico. Condi discute con Russia e Cina, finora refrattarie ad ipotesi di sanzioni, ne acquisisce il consenso di massima e affida il prezioso “pacchetto” a Solana affinché lo porti a destinazione.
Sembra dunque aprirsi uno spiraglio negoziale. Se l’Iran dimostrerà “buona volontà” e deciderà di limitare le proprie attività nucleari a fini esclusivamente civili, otterrà aiuti di tipo tecnologico, investimenti stranieri, forse anche l’ingresso nel WTO e uscirà dall’isolamento internazionale. In caso contrario, non potrà più recriminare contro i perfidi Occidentali che impediscono lo sviluppo dell’Iran e rischierà seriamente le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, condivise da Russia e Cina.
Dal susseguirsi di tali avvenimenti emerge con chiarezza che il messianismo dei principi neocons si scontra, alla prova dei fatti, con la complessità di una politica internazionale irriducibile ad ogni tentativo di semplificazione ideologica. Eppure il segnale, meno visibile ma forse più significativo, del mutamento in corso è la comparsa, qua e là nelle pieghe dei principali giornali americani ed europei, di brevi interviste a protagonisti delle relazioni internazionali del passato, come Kissinger e Brzezinski (autorevole esponente dell’Amministrazione Carter), che lodano la svolta di Condoleezza. Kissinger è andato (di sua sponte?) addirittura da Putin e insieme hanno plaudito all’iniziativa negoziale americana verso l’Iran.
La lezione che Kissinger e Brzezinski continuano ad impartire è che i principi dottrinari in politica estera non possono prescindere da una corretta valutazione dei reali interessi nazionali e soprattutto da una buona dose di pragmatismo (anche se a volte sconfina nella spregiudicatezza e nel cinismo).
Un’altra lezione, che a molti Paesi europei servirebbe, è che le grandi potenze sanno riconoscere i propri errori, anche quelli più gravi. Correggono il tiro e vanno avanti. Altri Paesi invece si dividono, si fermano, e lentamente scompaiono dalla scena internazionale.