Archive for the ‘interni’ Category

Rai per una notte… che nottataccia!

26/03/2010

SantoroAlla fine ci sono cascato…  lo ammetto: ho visto Santoro in TV. A parte che non so se avete notato come ormai Santoro sia un "format". Il titolo della trasmissione che presenta non ha senso, il programma è LUI. Ricorda qualcuno che lavora dalle parti di Palazzo Chigi. Dicevamo, partiamo dalle notizie buone: finalmente si è scoperto su larga scala che esistono altri e vari mezzi di comunicazione e che la televisione non è una più un bouquet a pagamento per pochi ricchi calciofili e che internet non è solo un paradiso di filmati porno, di giochini 2.0 e di video amatoriali, ma che può essere usato come forma di comunicazione su larga scala, anche quì in Italia e non solo negli USA. Analizzata e apprezzata la scatola andiamo ai contenuti: per prima cosa la trasmissione è durata veramente TROPPO! Tre ore e mezza sono un insulto al fruitore medio, sono un leviatano che scoraggia i più e poi se questi 210 minuti sono dedicati interamente a Silvio Berlusconi credo che persino Emilio Fede ne avrebe a noia! Ciò detto entriamo nel particolare: apprezzabili, secondo il mio personale punto di vista, gli interventi di Cornacchione (Una vena di satira vera, sferzante ma non livorosa… infatti era all'inizio), di Giovanni Floris, si vede che ha vissuto parecchio all'estero ed ha una mente aperta, buone le vignette di Vauro, ma per quel vignettista ho un apprezzamento quasi da tifo calcistico, per cui capisco che potrei essere anche un po' di parte. Gli altri, il resto? Sinceramente mi è sembrato di assistere all'esposizione a "saggetto" dei bravi della classe e il tema, oltretutto, era palesemente superato: le intercettazioni che "tanano" Berlusconi mentre cerca di imporre la chiusura di Anno Zero, o, per lo meno, la non messa in onda della trasmissione relativa al processo Mils, cose che risalgono a Novembre scorso, anche se pubblicate solo recentemente. Partendo da questo tentativo palesemente abortito, la redazione di Anno Zero ha imbastito una trasmissione sul tema "Censura in Tv"… una novità degli ultimi sedici anni. La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di un pericoloso sillogismo: senza "Anno Zero" non esiste libertà di espressione… ovviamente questo trascina con sè anche altri eventi di pubblico dibattito, ma in fin dei conti è solo uno spiacevole effetto collaterale. Il risultato di questo modo di pensare è stato semplicemente penoso: due persone dall'egocentrismo ipertrofico (Santoro e Travaglio) si sono circondate di plaudenti ma validi professionisti per parlare per tre ore e mezzo (ripeto tre ore e mezzo…. volevo morì) di un altro soggetto dall'egocentrismo ipertrofico che tenta tenta ma nemmeno riesce. Da una parte Santoro che si autoproclamava martire della libertà di espressione (Se penso ai nostri partigiani che hanno rischiato e perso la vita quando la libertà di espressione non c'era veramete mi viene da piangere) e dall'altra l'invitato di pietra che, invece, si muoveva all'interno di un Paese che ormai vede solo lui, chiedendo interventi possibili solo nella sua forma mentis e pretesi con lo stesso contatto con la realtà che di solito gli individui dalla forte personalità hanno nella loro fase crepuscolare. Ovviamente il risultato non potrebbe che essere la catastrofe: come ha scritto Aldo Grasso oggi sulle pagine del Corriere è stato l'ennesimo schizzo di fango nel quale Berlusconi si muove a meraviglia e dal quale non può che trarre un grande giovamento. Dopo questa infinita serie di casi pietosi (Santoro la piantasse di strumentalizzare i disoccupati, dove sono i Khmer Rossi?), saggi e saggetti, alcuni divertenti, come l'intervista di Benigni, anche lui capace, comunque, di interrompere un pesante tram tram di autoflagellazione e facile pietismo sulla povera Italia che non merita Berlusconi (Come se lo votassero i marziani…) si è giunti alla fine: e quì c'è stata l'apoteosi, come in un crescendo quasi orgasmico Santoro ha preteso il giuramento di tutti gli astanti, mano sul cuore, nome e cognome e solenne promessa di farla sempre fuori dal vasino… Non sò perchè ma mi ha ricordato ben più macabri giuramenti compiuti dai fascisti su cadaveri, sangue e altri simulacri abilmente strumentalizzati all'occorrenza per azzerare una qualsiasi forma di senso critico e ottenere un manicheo senso d'appartenza aprioristico. Terminata la fase viscerale seguente la visione del nostro Santoro, aiutato da ben tre valeriane (quando vedo questi spottoni per chi non ne ha bisogno, fatti da chi campa dal suo essere "martire" i nervi mi saltano), ho provato a riflettere sullo spettacolo del Paladozza e di tutte le altre piazze italiane nelle quali si sono riunite tantissime persone e mi sono, se possibile, ancor maggiormente incupito: ho capito come ormai la politica in Italia, da nobile arte del confronto, dello scontro anche del giochetto, sia diventato una sorta di Reality Show televisivo, nel quale ognuno ha bisogno di identificarsi attraverso la reiterazione, delle volte financo rassicurante, dei luoghi comuni: per cui Berlusconi=Mussolini (immancabile l'accostamento iniziale….), ma anche di destra=coatto e menefreghista, di sinistra=intellettuale e intelelttualoide. Quest'ultimo aspetto palese nella continua necessità di citazioni, anche le più improbabili che hanno infestato gli interventi degli astanti e, forse anche degli spettatori accorsi, diventa fastidioso per chiunque non voglia farsi appioppare immagini preconfezionate e cerchi di chiarirsi cosa stia succedendo nel Bel Paese. E' proprio a questa logica di Reality a luogo comune che, in fin dei conti, risponde la "scelta" di non fare campagna elettorale: avrei preferito che Santoro cogliesse l'occasione della trasmissione di ieri sera per organizzare uno scontro sulla logica dei programmi tra due esponenti, uno per parte, delle due anime della politica nazionale, sarebbe interessante capire, intuire, quali siano i grandi progetti di riforme che farà Berlusconi da quì al 2013, sarebbe bene sapere che differenze di concezione, per esempio, della Sanità hanno il PD e il PDL. 
Invece tutto questo non c'è stato e alla fine voterò Emma Bonino, anche se non c'è un perchè!

L’insostenibile leggerezza del voto

09/03/2010

Ora, io sono in Canada. Non fa freddo, o almeno non più tanto freddo. Il panorama non è dei migliori (neve che si scioglie, il fango… insomma le porte di Mosca alla fine del 1941).
Ora, in questo panorama francamente deprimente, capita che una letta ai giornali ce la dai. Che ti casca l'occhio su un casino di proporzioni enciclopediche che nessuno sembra saper gestire. Poi finisce tutto (o quasi) e ti accorgi che metà del casino era evitabile con un paio di accorgimenti da bar. E allora ti chiedi chi comanda il nostro paese. Non solo. Io vorrei ufficialmente chiedere lumi su chi informa il nostro paese.
La storiaccia delle liste del PDL l'abbiamo sentita in tutte le salse (oddio io l'ho letta in tutte le salse, certo non mi guardo i TG italiani…). Se ne sono sentite di tutti i colori. Il solito bla bla bla degli idioti. La paura fottuta. Il godimento da stadio. Una che canta Battisti nel mezzo di un comizio (Dio… se ci fosse Almirante…). Uno che dice, tipo bambini alle giostre, "devono di che so stati loro, che è corpa loro…". Un altro che risponde "libertà, libertà…". Poi ti accorgi di una cosa. Ti accorgi che c'è un ministro che se ne frega (o almeno da l'impressione di fregarsene…). Non è un Ministro qualsiasi, è il Ministro degli Interni. Un uomo della Lega. Ridacchia. Si vede che, sotto sotto, se la sta godendo. Allora tu, poveraccio che stai inoltre dall'altra parte del pianeta, non capisci proprio più nulla. Il Presidente firma un decreto. Metà del paese lo schifa. Metà del paese lo elogia. Il solito casino. Poi arriva il TAR del Lazio che blocca tutto. Per una volta chiarisce invece di buttarla in caciara.
Scopriamo che: 1 le leggi elettorali regionali sono materia di pertinenza delle Regioni; 2 scopriamo che, anche senza lista, la Polverini non avrà problemi a candidarsi per le elezioni (a differenza del casino lombardo in cui tutto il centro-destra era sparito).
Ah. Così? Cioè, tipo, era così semplice. Ma nessuno le ha dette queste cose in questi giorni. Cioè, i deficienti del PDL potevano scorporare il problema, lasciando la lista della Polverini nella merda (dove l'avevano messa loro) e puntare solo a salvare Formigoni. Perchè non l'hanno fatto? Perchè si agitano ancora come degli imbecilli? Non lo so. Il Pesidente della Repubblica poteva spingere i deficienti di sopra a modificare la legge secondo queste prospettive che, prima o poi era chiaro, sarebbero emerse. E invece no. Avalla un pastrocchio indefinibile. I Dipietristi insorgono, bla, bla, bla. Insomma, oggi è tutto un fiorire di editoriali del tipo la situazione è questa, è chiaro che finiva così. Si ma dove stavate 3-4 giorni fa in cui si parlva apertamente di "golpe" (tra parentesi, mi sono rotto il cazzo di leggere certe stronzate, i coglioni di cui sopra se lo meriterebbero un golpe vero così eviterebbero di citare ingiustificatamente una delle pegine più tristi della storia moderna…).
Insomma, per tornare all'inizio chi governa questo paese? Chi informa questo paese?

Ma chi li paga questi?

Elogio dell’immobilismo?

13/02/2010

Elogio dell'immobilismo?Ammettiamolo. Davanti all’incedere di questa crisi sembriamo sempre di più dei semianalfabeti del Medioevo che vengono giù dalla montagna del sapone ogni qual volta si verifica un prodigio. Prima scopriamo con stupore che colossi come Lehman Brothers possono fallire come un credito artigiano qualunque, poi che il PIL delle floride economie occidentali può crollare del 5% in un anno, e forse anche di più, poi scopriamo addirittura che Paesi dell’UE che credevamo al riparo dell’ombrello dell’euro possono tranquillamente essere giudicati a rischio dai mercati e – qualcuno dice – che potrebbero in teoria anche fallire. Infine scopriamo, sempre più basiti, che una volta tanto tra questi paria della finanza internazionale l’Italia non c’è.
Come al solito, invece, il dibattito sulla crisi ed i suoi effetti assume nel nostro Paese toni grotteschi, apocalittici e melodrammatici. Come al solito, noi rimaniamo a bocca aperta di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili, non comprendiamo i passaggi logici che sottendono all’accaduto e preferiamo interpretare pensieri di altri (economisti, professori, politici, etc.) sperando di trarne auspici divinatori o, più semplicemente, manipolarli a favore di questo o quel colore politico. Per poi, sazi e soddisfatti, ripiegarci su ciò che da sempre realmente ci affascina: guardarci l’ombelico. E così, grufoliamo daccapo nella melma dei pentiti, delle tangenti, delle regionali, dei sondaggi, dei magistrati, delle escort.
Continuiamo ad accapigliarci su domande da quiz di Bonolis, tipo "Ma l’Italia ha superato davvero la crisi meglio di altri?" oppure "Quando e come ne usciremo?". Domande rivolte con l’ansia di chi, non capendo, si aspetta un intervento esterno, magari divino, per salvarsi. Risposte date solo per tranquillizzare, o al contrario allarmare, i propri tifosi politici. Se proviamo a guardare ad alcuni dati senza le lenti della faziosità, scopriamo semplicemente che le virtù e i vizi del Paese, crisi o non crisi, sono sempre gli stessi.
Il nostro sistema bancario, si dice, ha mostrato maggiore solidità rispetto a quelli di altri Paesi, anche a causa di una minore esposizione su titoli stranieri, derivati, future, ed altri funambolici "pacchetti" avvelenati dai fantomatici subprime. Vero. Ma è vero anche che la tradizionalmente limitata propensione dei nostri istituti di credito a finanziare progetti, magari anche rischiosi ma potenzialmente redditizi, insomma a "prestare i soldi" alle imprese (specie se piccole e medie) frena la ripresa. Vero anche questo.
Il Governo – rectius Tremonti – ha fatto una scelta chiara all’inizio della crisi. Le poche risorse disponibili devono concentrarsi sulla difesa del sistema bancario e della liquidità (garanzia dello Stato alle banche, aumento del limite assicurato dallo Stato sui conti correnti bancari, Tremonti bond, etc.) e sugli ammortizzatori sociali (cassa integrazione). Il tutto limitando al massimo l’inevitabile crescita del rapporto deficit/PIL (oggi al 5% circa dal 2,5% pre-crisi) e del debito pubblico (aumentato al 114, 9% del PIL dal 111,2%).
Perché, direte voi? Ma come? Ce ne siamo sempre fottuti del debito. Siamo persino riusciti a entrare nell’euro con numeri assolutamente deficitari e ora facciamo il braccino corto proprio ora che c’è la crisi? Eh sì. Perché Tremonti ha guardato principalmente ad un dato e quando ne parlava nei talk show lo prendevano tutti per i fondelli: il famoso "differenziale" dei titoli di stato italiani con quelli tedeschi. Ovvero, il tasso di interesse che si intasca se si compra un titolo del debito publico italiano rispetto a quello che si intasca se se ne compra uno tedesco (ritenuto, va da sé, più affidabile).
Sembra un’assurdità. Ma sui mercati conta questo. Più il debito pubblico è alto, più si emettono titoli per coprirlo. Per invogliare gli investitori a comprare Bot, CCT, BtP e quant’altro, bisogna remunerarli con un tasso di interesse. Se gli investitori non hanno fiducia nel fatto che uno Stato possa un giorno pagare questo tasso di interesse, disertano le aste per i titoli, con il risultato che lo Stato deve "giocare al rialzo" e offrire tassi di interesse ancora più alti. Il rischio è che si inneschi una spirale aumento del debito – diminuzione della fiducia – aumento dei tassi che porta lo Stato alla bancarotta. E’ esattamente quello che sta accadendo alla Grecia, e in parte alla Spagna e al Portogallo. E che, si mormora, possa accadere all’Irlanda e, addirittura, al Regno Unito se non cambiano certe cose.
Perché all’Italia non sta capitando? Perché, almeno per ora, gli investitori vedono che deficit e debito in Italia aumentano a tassi ragionevoli per le possibilità del Paese, hanno fiducia nei titoli italiani e li comprano. Il deficit della Grecia è a oltre il 12% del PIL, quello della Spagna quasi uguale. Molti Paesi europei viaggiano ormai con un debito pubblico vicino al 100% del PIL, più o meno come il nostro. Solo che gli altri Paesi (Spagna, Grecia, Regno Unito, etc.) hanno "pubblicizzato" il debito privato, rilevando banche o aziende, aumentando la spesa pubblica con sussidi, etc. Noi no, anche perché avevamo già un debito altissimo. Il nostro debito "privato" è invece molto basso e la nostra propensione al risparmio ancora alta. Gli investitori quindi sanno che in Italia c’è ancora ricchezza privata da cui lo Stato, in caso di bisogno, può attingere. 
Cosa sarebbe successo se il Governo avesse dato retta a quelli che invocavano interventi e sostanziosi aumenti di spesa per l’economia mesi fa? Molto probabilmente, saremmo oggi in compagnia dei nostri amici mediterranei e dei maestri del rugby irlandesi. E’ vero che Francia e Germania hanno fatto di più, ma loro se lo potevano permettere. Una volta per tutte, almeno sul piano della finanza pubblica, noi NON SIAMO Francia e Germania. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.
Bene. Ma questi freddi e aridi numeri non possono coprire l’amara e per qualcuno drammatica realtà della recessione e della disoccupazione. Giustissimo. E bisogna fare qualcosa. Si dice che l’Italia crescerà nel 2010 solo dell’1%, meno degli altri Paesi, che nel 2009 ha perso il 5% circa di PIL, più di altri Paesi. Certo, è vero. La disoccupazione sta crescendo, è già all’8% circa. E’ vero anche questo. E’ vero anche che c’è chi sta molto peggio di noi (Spagna al 20% per esempio, Francia quasi al 10%), ma non importa. E’ comunque grave.
Si invocano come panacee di tutti i mali varie misure, tra cui il taglio delle tasse in varie salse. Chi dice che vanno ridotte solo ai meno abbienti, chi dice che vanno ridotte solo ai lavoratori dipendenti, chi dice che vanno ridotte a tutti, chi alle imprese che innovano e così via. Nessuno però spiega da dove prendere i soldi per coprire il minore gettito che deriverebbe dal taglio.
Il problema, come spiegano Draghi, Padoan (OCSE) ed altri, è sempre il solito. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali: maggiore concorrenza, più liberalizzazioni, meno burocrazia (saranno ormai decenni che si sente parlare di "aprire un’impresa in un giorno"), più trasparenza, meno tasse, un mercato del lavoro meno sclerotizzato in alcuni settori, più competitività (che significa anche licenziamenti, se necessario), più ricerca scientifica, più infrastrutture, più risorse energetiche a basso costo. Serve una rivoluzione, insomma. Tutto ciò di cui si parla da decenni senza risultato. Tutto ciò che cetro-destra e centro-sinistra hanno sempre predicato, ahimé con pochi esiti.
Aspettarsi che una classe politica di dubbie capacità riesca a fare tutto questo ora, con il fiato della crisi sul collo, con il rischio che i mercati valutino negativamente misure suscettibili di aumentare la spesa, sarebbe come attendersi che Ahmadinejahd vada a trovare Sharon in ospedale con un mazzo di fiori. Significherebbe sottrarre risorse a corporazioni cristallizzate e invincibili che hanno referenti in tutte le forze politiche, in più a ridosso delle Regionali che ormai hanno assunto le tinte foschissime di un Armageddon della politica italiana. Tutto ciò che è lecito sperare è che Tremonti continui a resistere all’assalto alla diligenza di spendaccioni irresponsabili e che in qualche modo San Gennaro ci aiuti con qualche miracolo.
Invece, ci tocca sentire persino affermazioni del tipo "l’Italia non ha più grandi gruppi industriali" da chi ha privatizzato aziende di Stato come se si trattasse dei mobili di casa propria o "sono disposto a ragionare di pensioni solo se si parla di risorse per i più giovani" da chi guida un sindacato che i giovani li ha lobotomizzati e ammazzati. Ma tant’è.
Dovremo accontentarci, per ora, di difendere i singoli posti di lavoro con le unghie e con i denti, sperando che Alcoa non se ne vada, che qualcuno (ma chi? "Se sta’ a move’ la Cina?" come diceva Alberto Sordi) si compri Termini Imerese, che la magistratura vada a scovare i proprietari dei call center che non pagano più gli stipendi e intanto scappano, etc. Vedremo. Ma intanto, rilassiamoci. Non preoccupiamoci troppo. Non agitiamoci più del necessario.
Tra poco ricomincia Sanremo.

Se semo fatti vecchi

11/02/2010

Ennesima indagine choc della Magistratura.
Ennesime prese di posizione.
Ennesime intercettazioni hot pubblicate (non è più di moda nemmeno chiedersi come siano arrivate a Repubblica…).
Ennesimi editoriali in cui si chiede di smetterla di affrontare i problemi del paese come se si stesse organizzando una festa di piazza ma di prendersi le proprie responsabilità e di farlo tramite una organica e seria riforma costituzionale.

Sono passati 17 anni da Mani Pulite.

Io sto con Sarah Palin

04/02/2010

sarah-palin-thumb

Penso che definitivamente il Corriere della Sera possa essere considerato un giornale finito. 
I residui dubbi che albergavano nella mia testa sono stati spazzati via stamane dalla lettura di questo spaventoso articolo di Maria Luisa Rodotà, argomento: le esternazioni politiche di Sabrina Ferilli.
Spaventoso? Non vorrei esagerare, direi freddamente terrorizzante. Una cosa tipo Sandra Milo che parla del sequestro Moro. 
Capitemi, sono all’estero. Vivo a 6 ore di fuso orario e mi sveglio quando da voi la giornata è mezza che consumata. Mi sveglio, dopo un’ennesima notte insonne, apro il Mac e mi ritrovo davanti a questo articolo allucinante in cui si straparla di questa poveraccia che era finita giustamente a reclamizzare tinte per capelli (primo commento personale… anvedi ancora campa la Ferilli…) e che cerca disperatamente di tornare in auge utilizzando la politica. Ora, premesso che ritengo superfluo ogni commento sul fatto che, in Italia, si consideri la politica come un mezzo per ricostruire una carriera da puttanella non penso si possa sorvolare sul fatto che un giornale sputtani argomenti serissimi (le unioni di fatto) affidandoli alla voce di una sguattera di Fiano Romano (ma il Corriere è finito, lo ripeto, è giustificato…).
Poi però succede qualcosa. Succede che per dare al penoso articolo un senso si cerchino pericolosissime analogie. Il dramma è tutto raccolto in pochissime frasi.
"Il fu centrosinistra scopriva di avere tra le sue file una Sarah Palin (vabbè, Ferilli è più colta e informata di Palin)"
Gelo, non capisco, rileggo. Sono basito. 
Secondo questa deficiente della Rodotà, un Governatore di uno Stato americano, una candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti sarebbe "meno colta ed informata della Ferilli". 
Povera Sarah. Chissà se lo sa che non solo è stata paragonata ma anche sbertucciata di fronte ad una patetica soubrettina italiana.
Insomma, sono perplesso. Ma questo è il mondo visto dal Corriere della Sera.
Questo è ciò che vi meritate.
Dovrò tornare (sono mezzo obbligato da motivi di lavoro e familiari) ma quanto mi girano i coglioni.

Oratorio e laboratorio

27/01/2010

Oratorio e laboratorioCoraggio. La fine di marzo non è lontana.
Non manca poi così tanto alla conclusione di questo rutilante caravanserraglio di voci di corridoio, di candidati mandati al massacro, di alleanze pomposamente annunciate e poi rimangiate, di "laboratori" politici che volano via al primo starnuto per rivelare soltanto il dilettantismo da oratorio dei loro artefici.
Le prossime Regionali avrebbero dovuto sancire l’avvio di un esperimento, ovvero la convergenza tra PD e UDC su alcuni candidati in vista di una possibile costruzione di un’alleanza per l’alternativa di Governo. In Piemonte, i centristi avrebbero voluto sostenere un candidato del PD che non fosse la Bresso. Risultato: la Bresso è candidata e l’UDC, obtorto collo, la sostiene. In Calabria, Bersani avrebbe voluto schierare il partito a fianco di un candidato centrista chiedendo a Loiero un passo indietro. Risultato: Loiero ha risposto picche e l’UDC si è alleato con il PDL. Nel Lazio, l’UDC avrebbe anche sostenuto un’autorevole candidatura del PD (Zingaretti?). Risultato: la Bonino ha preso tutti in contropiede, il PD è salito sul suo carro e l’UDC sostiene la Polverini.
E poi la Puglia. Il vero "laboratorio" dell’alleanza che verrà, si diceva. UDC e PD che costruiscono una piattaforma di Governo in una regione importante, per poi proporre domani un’alternativa di Governo, si diceva. Il Sindaco di Bari, Emiliano, è pronto, ma Vendola non si ritira e invoca la primarie. Emiliano dice sì alle primarie, a patto che prima si faccia una leggina regionale che gli consenta di candidarsi mantenendo la poltrona di sindaco. Bersani dice no, Emiliano si ritira. Il PD non demorde: vuole un’alleanza con l’UDC e lancia la candidatura di Boccia. Boccia, sconfitto nel 2005 alle primarie proprio da Vendola, fa quello che può, ma è un agnello scarificale. Alle primarie il risultato è sconfortante: Vendola al 67%, Boccia al 32%.  Il PD fa retromarcia e sostiene Vendola. L’UDC candida la Poli Bortone.
Al termine dell’imbarazzante sequela di piccole e grandi cialtronerie, scopriamo oggi da Bersani che Di Pietro è un alleato strategico per il PD in vista della costruzione di un’alternativa di Governo. Con Casini, si vedrà. Bravi.
Nel frattempo, a destra le cose non vanno poi molto meglio. Il PDL cede alla Lega le candidature in Veneto e Piemonte. In Veneto il vantaggio è largo, ma in Piemonte un candidato più moderato di Cota – pur apprezzabile nel suo giubbotto di pelle stile Happy Days d’antan – potrebbe avere più chances. Nel Lazio si candida la Polverini, ma una parte del PDL, sulla scorta degli attacchi di Feltri, la vuole boicottare. In Campania si pensava a Cosentino, ma Fini si è impuntato evocando rapporti poco chiari con i Casalesi e alla fine si è scelto Caldoro (Nuovo PSI). In Puglia, Fitto decide di candidare Palese, ma Berlusconi ritiene – penso a ragione – che candidare direttamente la Poli Bortone, anticipando l’UDC, sarebbe stata un’eccellente mossa e vuole tornare indietro, sconfessando i suoi in Puglia. Allo stato attuale, il favorito in Puglia resta Vendola. Per la Basilicata, viene addirittura lanciato il nome di Magdi Cristiano Allam, noto esperto di cose lucane. Qualche giorno dopo, l’annuncio si volatilizza nel nulla. Come dicevano anni fa Amurri & Verde (chi li ricorda?): "Mi dicono che non è vero".
Chissà quali altre sorprese ci attendono.
Ma non è tutto. La vicenda del sindaco di Bologna, Delbono, induce ulteriori riflessioni. Il PD ha una linea, mi si permetta, un po’ singolare  sulla integrità dei suoi amministratori e sui rapporti con la magistratura. In molti casi, ad ogni stormir di fronde in Procura la gente viene invitata a dimettersi ricorrendo alla solita bufera di aria fritta, "atto dovuto", "atto di rispetto per i cittadini", "piena fiducia nella magistratura", "non deve esserci l’ombra di un sospetto", etc. etc. Se non che, faccio un esempio, sul caso Del Turco stiamo ancora aspettando di sapere se è un delinquente o una specie di nuovo caso Tortora. I rapporti dei Carabinieri sembrano propendere per la seconda.  Vedremo come evolverà il caso Delbono, ma se alla fine si dovesse chiarire che non ha usati soldi pubblici per scopi privati e il tutto dovesse ridursi a 490 euro di nota spese di troppo, chi lo dirà ai Bolognesi che nel frattempo saranno stati commissariati, avranno avuto nuove eelezioni e poi una nuova Giunta?
Non solo. Questa linea poi non vale per tutti: Del Turco è stato trattato come un appestato, Marrazzo come un paria (nel frattempo una trans e un pusher ci hanno rimesso la pelle e di chiarezza ce n’è ancora poca), Delbono è stato bacchettato, mentre Bassolino è ancora al suo posto, la Jervolino (che aveva qualche Assessore "sfrantummato" collegato con i clan camorristi) pure e Loiero, invece, anche. Vendola, nonostante le indagini sugli Assessori, etc., non solo si ricandida, ma stravince alle primarie. A livello nazionale si può dire solo sottovoce che in effetti il problema del riequilibrio tra politica e magistratura esiste, che le Procure sono dei groviera da cui trapela qualunque notizia, che il segreto istruttorio è stato di fatto abolito.
L’unica cosa che davvero consola è che se uno come D’Alema ammette candidamente di "non aver capito cosa davvero stesse succedendo", allora siamo tutti esentati.
Almeno fino a Pasqua.

Bettino Craxi (19.01.2000 – 19.01.2010)

19/01/2010

Bettino Craxi (19.01.2000 - 19.01.2010)Dal momento che questo blog è fieramente "anarchico e schizofrenico", ci possiamo permettere il lusso di fare ben tre post in tre giorni sul decennale della scomparsa di Bettino Craxi.  D’altronde, la figura merita ben più di questo e in fondo anche noi abbiamo bisogno di chiarirci le idee.
Il nostro amico bolscevico ha ragione. E’ ora di cominciare a usare il cervello – organo sempre più a disagio in questo Paese – per ripercorrere la vicenda politica ed umana di un uomo che, lo si voglia o no, è "parte della storia d’Italia" (Massimo D’Alema).  Lasciamo dunque da parte la damnatio memoriae che alcuni vorrebbero imporre alla storia del personaggio e, al contempo, la santificazione che altri, più o meno in buona fede, invocano a gran voce. In questo – anche qui d’accordo con Kolchoz – lode al Presidente Napolitano ed alla sua lettera delicata e ragionata, scritta come può solo un uomo sereno, che ha conosciuto, stimato senza per questo condividerne molte posizioni, la persona di cui parliamo.
Premesso che chiunque voglia avventurarsi nei complessi meandri della vita di Bettino Craxi può leggere la biografia di Massimo Pini, certamente di parte ma con onestà intellettuale e completezza di documentazione, penso che la figura di Craxi sia paradigmatica per capire passato e presente, per collegare l’Italia di allora a quella di oggi, immaginando quella che dovrebbe essere.
Innanzitutto, a scanso di equivoci, si ricordi in primo luogo che Craxi è stato un uomo di sinistra. Non un conservatore, non un fascista, non un clericale, come numerosi imbecilli che oggi votano a sinistra senza sapere neanche scandire la parola. Un socialista, affermatosi in un’Italia molto meno bigotta di oggi, laico, persino con tratti anticlericali. Uno che in Consiglio Comunale a Milano nel 1967 pronunciò una sorta di orazione funebre per il Comandante Che Guevara, uno che condusse il PSI ad assumere posizioni molto più libertarie dell’allora PCI (in tema di morale molto più conservatore) e – ça va sans dire – della DC.
Da uomo politico ha perseguito un obiettivo chiaro e preciso: ridare autonomia al PSI, consentendogli di incunearsi nell’asse DC-PCI scaturito dalle elezioni del 1976 (come ricorda saggiamente Sergio Romano) per poi crescere ed assumere la guida di una nuova sinistra di stampo riformista in grado di modernizzare il Paese, cambiandolo profondamente. Gli riuscì? Solo in parte.
Da Presidente del Consiglio (1983-1987) fece approvare il Decreto di S.Valentino che prevedeva il taglio di quattro punti della scala mobile (meccanismo infernale che adeguava al millesimo i prezzi all’inflazione), spezzando una spirale ingestibile che faceva aumentare i salari perché aumentavano i prezzi, ed i prezzi perché aumentavano i salari. Il tanto celebrato accordo sul lavoro di Ciampi e Giugni del 1993 (che àncora i salari alla produttività e non all’inflazione) nasce da lì, mica dalla montagna del sapone.  Portò l’inflazione dal 16% al 4% nei quattro anni di Governo. Promosse una politica di investimenti pubblici. Stipulò un nuovo Concordato con la S. Sede nel 1984, superando i Patti Lateranensi del 1929: molti ricorderanno che, fino ad allora, il Cattolicesimo era ancora "religione di Stato". Molti non ci crederanno, ma ottenne risultati contro l’evasione fiscale (il Ministro Visentini riuscì a imporre il registratore di cassa agli esercenti ed il famoso "scontrino"). Lo 
sviluppo dell’economia italiana in quegli anni, secondo soltanto a quello del Giappone, vide sia una crescita dei salari (in quattro anni, di quasi due punti al di sopra dell’inflazione), sia il momentaneo sorpasso del reddito nazionale e di quello pro-capite della Gran Bretagna. Eravamo diventati, anche grazie al celeberrimo "sommerso" il quinto Paese più industrializzato del mondo.
In sostanza, molto del Paese di oggi – con i suoi pregi ed i suoi difetti – si plasmò in quegli anni.
In politica estera mantenne la tradizionale politica di amicizia nei confronti dei Paesi arabi dei Governi italiani, arricchendola se possibile (Ben Ali in Tunisia, Arafat e l’OLP, Gheddafi in Libia, al quale salvò la vita avvertendolo del bombardamento di Reagan) senza mai recedere dall’atlantismo, come dimostra la conferma dell’appoggio dato già prima del suo insediamento al Governo all’installazione degli Euromissili Pershing e Cruise. Sull’episodio, il Segretario di Stato di Carter, Zbigniew Brzezinski, disse, scherzando ma fino ad un certo punto: ”senza i missili Pershing e Cruise in Europa la guerra fredda non sarebbe stata vinta; senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il PSI di Craxi la decisione dell’Italia non sarebbe stata presa. Il Partito Socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo”. E poi Sigonella. Vorrei domandare quanti dei politici odierni, di destra e di sinistra, si sarebbero permessi di dire di no agli Americani per difendere una linea politica nazionale.
Diede un contributo importante all’integrazione europea, facendosi promotore al Consiglio Europeo di Milano nel 1985 dell’iniziativa che condusse l’anno dopo all’Atto Unico Europeo, che anticipò Maastricht su molte materie e che rilanciò la CEE, fino ad allora in fase di stallo. Lo fece andando ad una contrapposizione frontale con la Thatcher, non perdendosi in estenuanti negoziati di anni per poi arrivare ad un testo incomprensibile e di basso profilo.
Come vedete, non ci siamo inventati nulla. Se il Paese ha ancora un posticino di qualche rilievo nell’UE, nella NATO e nel G8 (domani nel G20), qualche merito quest’uomo ce l’avrà anche avuto.
Commise errori? Certamente. Tanti. Alcuni molto gravi. Pur di spezzare l’asse DC-PCI, contestò la linea della fermezza sul rapimento Moro, rischiando di indebolire lo Stato. Il suo Governo portò il debito pubblico dal 70% al 90% del PIL ed approvò un condono edilizio i cui effetti si vedono sul territorio ancora oggi. Ma soprattutto, cavalcò e gonfiò l’onda montante del finanziamento illecito ai partiti, il cui discrimine con la corruzione dei singoli diventò sempre più esile fino a scomparire. Negli ultimi anni della sua vicenda politica ingaggiò un lungo e, ex post, inutile duello con De Mita per tornare a Palazzo Chigi a qualunque costo. Per farlo, mise da parte molto del programma innovativo e riformista con cui si era presentato sulla scena politica. La Grande Riforma costituzionale di cui si era fatto paladino, imperniata su una trasformazione in senso presidenziale della Repubblica, non vide mai la luce e si inabissò fino al 1994. Indulse ad un certo culto della personalità. Facilitò l’ascesa dei network televisivi privati, ma il suo decreto fu (ed è) tuttora aspramente contestato. Abbandonò la dottrina marxista e la falce e martello, indicando nel socialismo di Proudhon il modello da seguire, ma non riuscì ad elaborare una nuova piattaforma culturale e filosofica del partito, preferendo dargli piuttosto una nuova cornice estetica. Sbagliò completamente a pensare di poter trainare nel 1989 il PDS dopo il crollo del comunismo in una nuova formazione riformista di sinistra egemonizzata dal PSI. Questo errore – aggravato dal suo intervento per far entrare il PDS nell’Internazionale Socialista – gli fu fatale.
Anche qui, come si può notare, errori concreti di cui portiamo il peso come Paese ancora oggi. Il debito pubblico è cresciuto ancora, la corruzione è ancora lì, di riforme stiamo ancora sì e no parlando, di "unità a sinistra" si vagheggia all’infinito, etc. etc., di condoni ne abbiamo avuti a bizzeffe, di partiti privi di elaborazione concettuale ma stracolmi di estetica ne abbiamo a iosa.
La sua fine, poi, ci parla di uno squilibrio irrisolto tra la politica e la magistratura. Trovo sorprendente che in un Paese democratico come il nostro si professa, l’iniziativa di un Presidente della Repubblica (Ciampi), un Presidente del Consiglio (D’Alema), un Ministro delle Riforme Istituzionali (Maccanico) ed un autorevole parlamentare e costituzionalista (Manzella) per riportare in Italia almeno per gli ultimi giorni uno Statista, certamente reo di gravi colpe, ma pur sempre uno Statista, per giunta malato, si sia miseramente infranto contro i niet dei magistrati e di una parte di opinione pubblica ancora con la bava alla bocca. Ecco, insieme a questo tentativo si spegne – forse definitivamente – il primato della politica. D’altronde, era più facile scaricare la colpa su uno solo che riflettere su problemi collettivi di un ceto politico e di una società. 
Non posso dunque a fare a meno di trarre delle conclusioni. Partigiane. Le intuizioni, i successi, gli errori politici e i danni al Paese sono ancora tutti lì. Conservati come in una teca, cristallizzati come dopo una glaciazione, in un Paese che preferisce affrontare anche la fine dolorosa di un uomo come un derby Roma-Lazio o una faida mafiosa, piuttosto che come una comunità di persone civili che spera di mantenere l’eredità positiva lasciata da un politico e di discutere per individuare il lascito negativo, così da correggerlo ed evitare il suo ripetersi in avvenire. 
Nessuno se ne è accorto, ma ha ragione quel geniaccio di Rino Formica: "se il morto è vivo, vuol dire che i vivi sono morti". 

Bettino Craxi 10 anni dopo. Una chiosa DEGNA!

18/01/2010
Date le polemiche (POLITICHE) che di tanto in tanto dividono il sottoscritto con Gau, credo che riportare il testo integrale della lettera mandata dal Presidente della Repubblica alla vedova di Bettino Craxi, in occasione del decimo anniversario della morte del leader Socialista, sia un atto doveroso e che riporta, col consueto equilibrio che contraddistingue il nostro Presidente, ordine e serenità alla questione. Copiamo e incolliano dal Sito ufficiale della Presidenza della Repubblica.
Personalmente ho apprezzato l’onestà intelluttuale con la quale Napolitano non si è tirato indietro di fronte ad alcuna questione, senza reticenze, ma anche senza preconcetti.
 
"Cara Signora,
ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente. Non dimentico il rapporto che fin dagli anni ’70 ebbi con lui per il ruolo che allora svolgevo nella vita politica e parlamentare. Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni anche sul piano istituzionale. E non dimentico quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea. Ma non è su ciò che oggi posso e intendo tornare. Per la funzione che esercito al vertice dello Stato, mi pongo, cara Signora, dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane, che suggerisce di cogliere anche l’occasione di una ricorrenza carica – oltre che di dolorose memorie personali – di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione del difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano. E’ stato parte di quel cammino l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ’90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione. E ne è stato parte il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale dell’on. Bettino Craxi, già Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Fino all’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia, dell’ex Presidente del Consiglio, dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti. Si è trattato – credo di dover dire – di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana. Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.Considero perciò positivo il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio. Di tale attività mi limito a considerare solo un aspetto, per mettere in evidenza come sia da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia la conduzione della politica estera ed europea del governo Craxi: perché ne venne un apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa. Le scelte di governo compiute negli anni 1983-87 videro un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti ; e videro nello stesso tempo un atteggiamento "più assertivo" del ruolo dell’Italia nel rapporto di alleanza – mai messo peraltro in discussione – con gli Stati Uniti. In tale quadro si ebbe in particolare un autonomo dispiegamento della politica estera italiana nel Mediterraneo, con un coerente, equilibrato impegno per la pace in Medio Oriente. Il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio si caratterizzarono inoltre per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo. Né si può dimenticare l’intesa, condivisa da un arco assai ampio di forze politiche, sul nuovo Concordato: la cui importanza è stata pienamente confermata dalla successiva evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa Numerosi risultano in sostanza gli elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia. In un bilancio non acritico ma sereno di quei quattro anni di guida del governo, deve naturalmente trovar posto il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell’assunzione della Presidenza del Consiglio, l’elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell’on. Craxi. Nel quadriennio della sua esperienza governativa, quel discorso tuttavia non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa attraverso i lavori di una impegnativa Commissione bicamerale di studio (presieduta dall’on. Bozzi) : ma alle conclusioni, peraltro discordi, di quella Commissione nel gennaio 1985 non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare. Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari. Tra i problemi che nell’Italia repubblicana si sono trascinati irrisolti, c’è certamente quello del finanziamento della politica. Si era tentato di darvi soluzione con una legge approvata nel 1974, a più di venticinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Ma quella legge mostrò ben presto i suoi limiti, in particolare per la debolezza dei controlli che essa aveva introdotto. Attorno al sistema dei partiti, che aveva svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo tessuto democratico nell’Italia liberatasi dal fascismo, avevano finito per diffondersi "degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità", che con quelle parole, senza infingimenti, trovarono la loro più esplicita descrizione nel discorso pronunciato il 3 luglio 1992 proprio dall’on. Craxi alla Camera, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato. Ma era ormai in pieno sviluppo la vasta indagine già da mesi avviata dalla Procura di Milano e da altre. E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, né una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia. L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona. Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il "diritto ad un processo equo" per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea. Alle regole del giusto processo, l’Italia si adeguò, sul piano costituzionale, con la riforma dell’art. 11 nel 1999. E quei principi rappresentano oggi un riferimento vincolante per la legislazione nazionale e per l’amministrazione della giustizia in Italia. Si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi. E’ questo, cara Signora, il contributo che ho ritenuto di dover dare al ricordo della figura e dell’opera di suo marito, per l’impronta non cancellabile che ha lasciato, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico. Con i più sinceri e cordiali saluti".
 

Roma, 18 gennaio 2010

Bettino Craxi 10 anni dopo.

17/01/2010

Craxi IndipendenteDopodomani saranno dieci anni dalla scomparsa dell’ultimo vero leader socialista italiano. Purtroppo la commemorazione stà portando a galla quanto di peggio ci sia proposto dalla politica italiana: accesi dibattiti su persone morte e sull’intitolazione di strade o parchi. Personalmente, al di là della distanza politica che mi divide da Bettino Craxi e, soprattutto, da coloro che oggi se ne professano eredi, non vedrei alcunchè di male ad intitolare una strada a Bettino Craxi: ha comunque segnato una pagina importante della storia italiana, senza macchiarsi dei crimini perpetrati, per esempio, da Mussolini. Precisazione: non è mia intenzione sovrapporre la figura di Craxi a quella del Duce, vorrei solamente ricordare che il discrimine tra il ricordare o meno uno statista con targhe o strade deve essere, ovviamente, l’aver calpestato i diritti elementari di un popolo, e, al limite, averlo trascinato in un bagno di sangue. Tornando alla figura di Craxi, ma, soprattutto, ai dibattiti intorno alla sua memoria quello che maggiormente si sta profilando come l’ennesima occasione persa per l’Italia è la totale incapacità di sollevare la figura di Bettino Craxi e la sua memoria storica dalle contingenze attuali: leggendo articoli e interventi di figure certamente autorevoli, come Giampaolo Pansa, si nota come ancora Craxi divida sull’attuale e, soprattutto, come il dibattito su Craxi sia, in realtà, un dibattitto estremamente superficiale su tangentopoli, proponendo un percorso mentale uguale e contrario al cortocircuito degli anni novanta: vediamo chi ha materialmente preso più soldi tra il PSI, da una parte, e il PDS, dall’altra. Una riproposizione in miserimmo della bieca conta dei morti che, di tanto in tanto, si ode fare tra comunisti e fascisti. Uno schifo! E purtroppo, in tutto ciò, si perde di vista la figura, quella da analizzare e capire, del Craxi politico. Ho 35 anni, quasi, e ricordo con vivida memoria Bettino Craxi e tutto il Pentapartito, soprattutto la fase autoreferenziale della legislatura compresa tra il 1987 e il 1992, gli anni del’immobilismo e del tirare a campare, delle giunte anomale e della grande crisi economica del 1987. Ma ero estremamente giovane per capirne le sfumature e le conseguenze dell’operato di quei governi; il dramma, però, per me si consuma ora: se volessi capire chi fu Craxi, cosa fece e cosa non fece da Presidente del Consiglio prima e da Leader di un partito collacato in modo anomalo nella maggioranza (Una sorta di "opposizione di governo"), non saprei a chi rivolgermi. Cosa ha fatto, da Presidente del Consiglio, che non avrebbe dovuto fare? Quale fu la sua intuizione che ha permesso di cambiare al meglio le sorti del Paese? Cosa non fece che, invece, avrebbe dovuto fare? Dove ha sbagliato alla grande, dove fu geniale? Tutto ciò, ad oggi, ancora non è dato saperlo. Il tutto si riduce a un dibattito fazioso sulla corruzione; ci si limita a vedere la parte finale di un lugno percorso di tramonto di un sistema politico immobile per vari motivi. Non ci si chiede, per esempio, se l’attuale enorme deficit pubblico non nasca proprio dagli eccessivi investimenti pubblici elargiti con manica larga proprio durante quegli anni; non ci si chiede, per esempio, se Tangentopoli non iniziò a nascere nell’autunno del 1987, quando, insieme al crollo della Borsa di New York crolarono i sogni di una generaziondi Yuppies e dei loro genitori che credevano di aver trovato, nelle azioni e nel credito facile, arrivato in Italia sulla scorta di avventate ricette Tatcheriane, un’infinita gallina dalle uova d’oro? Non ci si ferma ad analizzare il rapporto dell’Istat di quel cruciale 1987 che, proprio alla fine dell’esperienza di governo di Craxi, dipingeva un Paese rassegnatoa un bieco qualunquismo dalla pancia piena? No, tutto ciò non lo si fà. Ci si chiede se Di Pietro sia stato una marionetta, un soldatino, un arrivista. Ci si chiede se un segretario di un partito che si chiami riformista debba o meno andare sulla tomba di Craxi. Questioni essenziali per il nostro futuro. Un Paese che si accapiglia sulle tombe dimostra un preoccupante amore per il trapasso che, evidentemente, sente prossimo. In conclusione mi piacerebbe che, almeno per il ventennale, si faccia un dibattito intorno all’operato politico di Bettino Craxi e non su giudici, tribunali e soldi.
 

Riformatorio

10/01/2010

RiformatorioDopo l’insano gesto di Tartaglia, il "fiume carsico" (parafrasando Bonaiuti) del dialogo, del confronto in Parlamento e delle riforme condivise riemerge prepotentemente nella scena politica italiana, grazie a due fattori chiave: l’elezione di Bersani a Segretario del PD e la svolta "gollista" di Silvio Berlusconi.
Si riprende dunque a tessere quel filo interrotto dopo il varo della "bozza Violante" nella scorsa legislatura per modificare la seconda parte della Costituzione e provare ad adeguare il funzionamento delle Istituzioni al mutato contesto politico, sociale ed economico el Paese. Si ristudieranno formule condivise per ridurre il numero dei parlamentari (guadagnando in efficienza e, si spera, risparmiando denari), per spezzare il bicameralismo perfetto (rendendo più rapido il percorso legislativo) e dar vita ad un Senato delle Regioni (parlamentarizzando le istanze "federaliste" degli enti locali), concedendo più poteri al Presidente del Consiglio (oggi di fatto un primus inter pares) in una cornice rafforzata di pesi e contrappesi. Sono anni che se ne parla. Ad un certo punto eravamo giunti ad un referendum che poteva risolvere alcune di queste questioni, e invece siamo ancora qui. Ci vuole pazienza.
La vera novità, stavolta, sta nel fatto che oltre alla riforme costituzionali sono sul tappeto stavolta altre riforme non meno importanti: fisco, giustizia, scuola. Tre pilastri della ormai decrepita e terremotata architettura statale che necessitano di interventi immediati, calibrati e strutturali. Se no, altro che L’Aquila.
Ma ciò che più importa, a mio modesto avviso, è chiedersi quali siano le ragioni di fondo che hanno spinto PdL e PD ad "annusarsi" e a riallacciare i contatti. La cosiddetta Seconda Repubblica esiste da quindici anni circa ed ha risolto pochissimi problemi del Paese, o forse nessuno, e il tempo stringe. Già, perché se proprio un nome ed un cognome possono attribuirsi alla Seconda Repubblica essi sono indiscutibilmente: Silvio Berlusconi. Lo si voglia o no, con tutte le sue anomalie ed i suoi conflitti, è lui il fondatore ed il dominus di questa Repubblica e con lui bisogna fare i conti se si vogliono risultati. Si può negare o perfino combattere strenuamente tale interpretazione (Di Pietro, i No B-Day, Franceschini, Repubblica, la Bindi lo fanno), ma ciò non cambia la realtà dei fatti.
Bersani, D’Alema ed altri sanno che se e quando finisce l’esperienza di Berlusconi, in Italia cambia tutto di nuovo. Sono pronti? No. Hanno in mano un’alternativa? Nemmeno. Hanno una forza tale da riuscire ad incidere sui futuri cambiamenti? Neppure. Essi sospettano (e non sono gli unici) che dall’altra parte della barricata il dopo-Berlusconi sia già iniziato: temono che si affacci all’orizzonte un nuovo coacervo moderato-conservatore composto da Rutelli, Casini, Montezemolo, Fini. Un blocco che rischierebbe di lasciare il PD, oltre che un pezzo di PdL, la Lega e Di Pietro, all’opposizione per molto tempo. Una specie di nuovo Pentapartito, con il PD nelle vesti del vecchio PCI…un incubo, insomma.
A Berlusconi e al PdL servono essenzialmente due cose: lasciare un’impronta del loro Governo al Paese – un fallimento dopo più di dieci anni complessivi di Governo sarebbe intollerabile – e mettere in sicurezza l’esistenza del partito anche per il futuro. Perché ciò avvenga serve che il Presidente del Consiglio sia libero da impedimenti di carattere giudiziario, ora e sempre, ma serve soprattutto una "reciproca legittimazione" con l’avversario di sempre: la sinistra. Bisogna far cadere anche qui il Muro di Berlino, è il concetto di fondo. Se due forze riscrivono insieme la Costituzione, seppur con visioni della società in buona parte diverse, si legittimano automaticamente a vicenda. DC e PCI lo hanno fatto, possono farlo anche loro.
PdL e PD hanno un comune obiettivo nel medio termine: l’UDC di Casini. Bersani ci si vuole alleare, prima che sia troppo tardi. Berlusconi lo vuole distruggere, prima che sia troppo tardi. Entrambi temono che l’UDC possa diventare il perno di quell’alleanza moderata di cui si diceva poc’anzi, spiazzando sia gli uni che gli altri. Il PdL, abbracciando Bersani, vuole soffocare Casini al centro e togliergli spazi di manovra e visibilità politica. Il PD vuole avvicinarsi al centro, dando prova di responsabilità e moderazione, staccandosi progressivamente (per quanto possibile) da Di Pietro e Sinistra Radicale. Le elezioni in Puglia sono solo un primo esperimento in questa direzione. Entrambi vogliono sopravvivere a questa fase crepuscolare della politica italiana e sanno, per raggiungere lo scopo, di avere bisogno dell’altro: il PD ha bisogno di PdL e Lega uniti (e forti, magari) per attirare a sé l’UDC; il PdL ha bisogno del PD per diventare un partito "legittimo". Per questo, l’unico sbocco è provare a fare le riforme, cercando naturalmente di lasciare il cerino in mano all’altro nel caso in cui andasse male.
Ma su che base concreta nasce un simile accordo? E come si fa con i rapporti tra Berlusconi e le Procure? Molti giornali hanno scritto, e sembra verosimile, che sulle riforme il PdL potrebbe avere un occhio di riguardo per le proposte del PD, accantonando ad esempio il Presidenzialismo, ed il PD eviterebbe di fare le barricate, pur votando no, su alcuni provvedimenti che mettano in salvo il Premier dalle questioni giudiziarie: sicuramente sul legittimo impedimento, forse persino su una versione riscritta e resa più accettabile del processo breve (ma personalmente ne dubito). Per il futuro, il ritorno dell’immunità parlamentare, graditissimo al PdL, non indigeribile per buona parte del PD, in luogo del lodo Alfano costituzionale. Nel frattempo, i processi dovrebbero andare in prescrizione.
Apro una piccola parentesi: a sinistra si riflette sul fatto che, con l’immunità, a Silvio basterebbe – per evitare eventuali problemi in futuro – anche limitarsi a fare il parlamentare ed il Padre Nobile del partito, mentre con il Lodo Alfano costituzionalizzato dovrebbe fare ancora il Premier o il Presidente della Repubblica, per godere appieno dello "scudo". Inoltre, occorrerebbe riflettere un po’ sul caso Del Turco, dato per colpevole all’arresto, man mano che passavano i mesi i dubbi crescevano, fino ai recenti rapporti di Carabinieri, Banca d’Italia e Guardia di Finanza che smontano molte tesi dell’accusa. Cosa sarebbe accaduto se fosse stato un Ministro di un Governo di centro-simistra? Cosa si direbbe se si trattasse di un Premier del PD? Chiusa parentesi.
Difficile, se non impossibile, che vi sia qualche passo avanti concreto prima delle regionali di marzo, anche considerato che i provvedimenti giudiziari (le cosiddette "leggi ad personam") verranno presentati in Parlamento e discussi proprio in questi giorni. E i risultati delle elzioni saranno importanti: se il PD tiene, si può andare avanti. Se crolla, e guadagnano Di Pietro, Sinistra radicale, etc., ne dubito.
Ma in ogni caso, la strada sembra tracciata.
In caso contrario, toccherà sopportare le beffarde allusioni di Repubblica, Di Pietro, Grillo, No B-Day, etc. al "partito dell’amore" come l’ennesima, infruttuosa e disdicevole ammucchiata.