Archive for the ‘i nostri luoghi oscuri’ Category

Hamburger Hill

19/09/2011

il_silenzio_degli_innocentiE' passato più di un anno. Sono successe tipo un centinaio di cose: molte assurde, brutte e difficili da mandare giù. Ma noi, chi più chi meno, ci siamo tutti.
Incerottati, deperiti, annoiati. Quelli di sempre, insomma.
E dopo aver scoperto Tumblr, Twitter, Facebook ci siamo accorti (ma guarda!) che un pò il vecchio Splinderone ci mancava.
Daje.

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I migliori dieci cartoni animati

13/01/2010

Premessa: a scanso di equivoci, escludo dalla classifica I Simpson, I Griffin, South Park, Futurama, etc., ovvero tutti quei cartoni – splendidi certamente – che in realtà sono abbastanza o molto recenti e si rivolgono non esclusivamente a un pubblico di bambini o ragazzi, bensì anche – e aggiungerei soprattutto – a diversi adulti. Escludo anche le versioni cartoon di supereroi protagonisti dei fumetti. Se no, non vale.
Cominciamo.

I migliori dieci cartoni animati1. Lupin III. Il ladro più famoso di sempre, inventato e disegnato da Monkey Punch, alias Kazuhiko Kato, ex radiologo, nel 1967. Le puntate delle prime serie, e rispettive colonne sonore, sono dei capolavori. L’erede di Arsenio Lupin, straordinario trasformista, specialista in trucchi, colpi audaci e fughe in Fiat 500, accompagnato da un pistolero infallibile con sigaretta storta e spenta in bocca, barba lunga e cappello costantemente sugli occhi, Jigen Daisuke, da un samurai in costante meditazione e ricerca di se stesso, capace di tagliare qualsiasi cosa con la spada, Goemon Ishikawa, e da una ladra sexy e astuta, Fujiko Mine, giudicata anni fa in un sondaggio dagli uomini italiani la donna ideale con cui avere una storia. Spero sempre che qualche pazzo genialoide ci faccia un film.

I migliori dieci cartoni animati2. Lady Oscar. Al secondo posto, se no la personacuitengo si offende. Del resto, non ha tutti i torti. Come diavolo è saltatao in testa ai Giapponesi, che del termine "Rivoluzione" sanno a stento il significato, di fare un cartone sulla Rivoluzione Francese? Non lo so. Però c’era tutto: l’affresco di un’aristocrazia decadente, un Re inetto, un popolo inferocito, una nobile combattente che il papà voleva maschietto, una bella storia d’amore, la morte, l’inganno. Se qualche ricordo ho ancora nella testa della Rivoluzione, lo devo anche a Lady Oscar. Unico difetto: è un cartone vergognosamente filo-monarchico. Ci mancava solo che santificasse Maria Antonietta.

I migliori dieci cartoni animati3. Daitarn III. E’ uno dei cartoni più semplici e allo stesso tempo innovativi. C’è tutto: il mito negativo dell’uomo-macchina (i meganoidi), il terrore di Marte (dove una volta c’erano i terribili Don Zauker e Koros, oggi solo misere tracce d’acqua), l’energia solare come arma di salvezza (ben prima del vertice di Copenaghen). Il tutto raccontato alternando toni spensierati e talvolta persino scollacciati (Beauty ignuda…) a cupe riflessioni sull’umanità distrutta dal suo sogno di governare le macchine. Adoravo la sigla italiana. Haran Banjo, pettinatura a parte, è il prototipo dell’eroe fine anni ’70.

I migliori dieci cartoni animati4. Wile Coyote e Road Runner (Beep beep). Chi ha concepito l’idea di chiudere ogni infruttuoso tentativo del Coyote di acchiappare Beep Beep con l’inevitabile caduta del predatore giù da un burrone in una gola del canyon e l’altrettanto inevitabile "puf" è un genio. Se è lo stesso che fa esprimere il Road Runner solo con dei "bip bip" e il Coyote solo attraverso esilaranti cartelli, allora merita il Nobel come benefattore dell’umanità.

I migliori dieci cartoni animati5. Holly e Benji. Ma il quinto posto sarebbe da condividere con il loro progenitore, Shingo Tamai, che per primo ci ha fatto conoscere il folle calcio dei cartoon giapponesi. Holly e Benji è un cartone mitologico per un’intera generazione, che ha trepidato per la gamba di Benji, il cuore di Julian Ross, la povertà di Mark Lenders, l’amore di Patty per Holly, che è rimasta sconvolta dalla lunghezza infinita di un campo a schiena d’asino, che si è chiesta, senza mai trovare risposta, come diavolo si potesse fare un tiro da centrocampo in grado di strappare la rete di una porta. Ma non importa. Era pur sempre calcio.

I migliori dieci cartoni animati6. L’Uomo Tigre. Strappalacrime come un romanzo ambientato negli orfanotrofi inglesi di fine ‘800. Violento come uno dei peggiori splatter di Lamberto Bava o dei B-movies americani. Incontri di lotta libera in cui chi vince vive e chi perde muore, come al Colosseo. Dove ci si conficcano le dita negli occhi, ci si spappola il cervello col gong e persino con il telefono. Omicidi legali, senza polizia. La saga di Naoto Date è quella di un uomo capace di sopportare fino alle soglie del masochismo le sofferenze imposte dalla vita e dagli avversari. E poi c’era quel posto mitico chiamato "Tana delle Tigri", una palestra dove tutti noi abbiamo sognato di allenarci una volta o l’altra per diventare invincibili. Su You Tube trovate ancora l’ultima puntata, cruenta e cupa trasposizione moderna della tragedia greca. Un capolavoro.

I migliori dieci cartoni animati7. Conan. Cartone "catastrofista" in cui due strani bambini, un maschietto in canottiera con dita dei piedi prensili ed una femminuccia triste, riflessiva, insopportabilmente matura,vanno alla ricerca del nonno di lei dopo che le armi elettromagnetiche della Terza Guerra Mondiale hanno sconvolto il mondo nell’estate del 2008 (chi sa se Ahmadinejahd o Bin Laden lo sapevano). Il nonno di cui sopra è uno scienziato che va salvato dalla tirannia della potente Indastria. Tra scenari apocalittici ripresi da film successivi, contatto con la natura, buffi personaggi, la storia d’amore tra i due bambini si sviluppa di pari passo con quella della rinascita dell’umanità.

I migliori dieci cartoni animati8. La corsa più pazza del mondo. Ovvero Penelope Pitstop, Peter Perfect, l’Armata Speciale, il Diabolico Coupé, ma soprattutto Dick Dastardly ed il cane Muttley. C’è poco altro da aggiungere. Straordinari personaggi, sufficienti a tenere incollati allo schermo senza che le trame degli episodi offrano chissà che di nuovo e di speciale.

I migliori dieci cartoni animati9. Goldrake. Merita la citazione perché è stato il primo. Se abbiamo conosciuto i cartoni giapponesi in Italia è grazie a lui e ad Actarus. Della storia non ricordo nulla, ma chi se ne frega. Il 45 giri con la sigla vinse in Italia il disco d’oro per il numero di copie vendute. Naturalmente io ce l’avevo. Risentirla alle serate revival è straziante. Mazinga (altra grande sigla) e Mazinga Z furono gli altri due personaggi fantastici di una trilogia unica.

I migliori dieci cartoni animati10. Goku/Monkey. Le avventure di una piccola scimmia arrogante e dispettosa in viaggio in un mondo surreale con una banda improbabile alla ricerca di bottini e ricchezze. Tratto da un fortunatissimo romanzo cinese studiato a scuola in Giappone, "Viaggio in Occidente".

Altri meritano una menzione d’onore per tutte le puntate che hanno fatto compagnia a me e ad altri bambini/adolescenti, sottraendoli al giogo dei compiti e trasportandoli in un mondo lontano: ringrazio in particolare Mila e Shiro, Pollon, Tom e Jerry, Ken Il Guerriero (so che mi lincerete per non averlo messo tra i primi dieci), Capitan Harlock (altro linciaggio in arrivo), All Star Blazers – I Guerrieri delle Stelle, Supercar Gattiger, Jeeg Robot (con la falsa leggenda della sigla di Piero Pelù), Candy Candy, Sam ragazzo del West, Georgie, i Flintstones, Rocky Joe, i Puffi, Heidi (però che palle…), Belle e Sebastien, Remi (vedi Heidi), Principessa Zaffiro, Bia, Creamy, etc. Chiedo perdono per tutti quelli che certamente ho dimenticato.  I migliori dieci cartoni animati

I migliori dieci cartoni animatiInfine, un ringraziamento particolare a Lamu e Occhi di Gatto per avermi assistito e confortato nei periodi più difficili della mia crescita.

Andiamo a prenderci la Coppa….

13/09/2009

Con questo grido, un po’ abusato, sono andato a realizzare uno dei sogni viaggistici della mia vita. Finalmente ho visto BERLINO. Per chi come me cerca di conciliare in primis in se stesso il XXI Secolo col comunismo vedere la capitale tedesca è un tuffo al cuore e contemporaneamente un pellegrinaggio. Scoprire Berlino è un viaggio nella storia e contemporaneamente un proiettarsi in avanti. Ovviamente la prima meta non poteva non essere Potsdamer Platz: per circa un decennio, tutti gli anni novanta, è stata il cantiere maggiore nel vecchio continente. Messa in mano ai migliori architetti del mondo è riuscita a racchiudere in sè la storia della città, dalla Casa del Bauhaus, ancora miracolosamente in piedi, al primo semaforo d’Europa, mirabili esempi del periodo artisticamente e intelluttalmente più vitale per la Germania: gli anni dell’espressionismo. Ma non è solo la bellezza della Berlino folle ubriaca della grande inflazione a respirarsi autenticamente in questo immenso spazio verde di natura e policromo di idee geniali, è anche la fine della Grande Guerra e quella bellissima esperienza, misto di idealismo e realismo politico che fu il governo socialdemocratico del 1919, unito alle grandi spinte pacifiste della rivolta spartachista: un po’ defilato, seminascosto si erge (Piccolino a dire il vero) il monumento a Karl Liebknecht eretto in pieno furore ideologico dalla Germania di Honeker, per il cinquantesimo dell’uccisione del leader spartachista, nel punto esatto dove fu assassinato. La fatalità della storia, autentico convitato di pietra in tutta la città, ha posto il punto dell’assassinio nella parte di Berlino che sarebbe caduta sotto l’occupazione sovietica! Fu abbattuto nel 1989, in piena iconoclastia anticomunista, ma cinque anni dopo, precorrendo la "ostalgia" che pervade ogni singolo anfratto della Ex Berlino Est, fu rimesso al suo posto a simbolo della tradizione pacifista del popolo tedesco. Chi scrive non è riuscito a resistere alla tentazione di farsi fotografare vicino al monumento con il saluto Spartachista (il pugno destro vicino alla tempia!)… solo un anziano passante vedendomi ha spalancato un sorriso compiaciuto, Chissà cosa gli ho ricordato! Ma, ovviamente, nel visitare Berlino e Potsdamer Platz, ancor più emblematica della più famosa Alexander Platz, non ci si può, per nessun motivo, esimere dal fare i conti col passato totalitario: e così, per terra, un po’ all’improvviso appare LUI, quello che divise il Mondo per mezzo secolo…. ormai non rimane che una linea di Sanpietrini conficcati nel terreno, intervallati, di tanto in tanto, da una targa "Die Mauer 1961-1989"…. inizialmente è un’attrazione, ogni singolo turista si fà la fotografia, immancabile, a cavallo "Del Muro", ogni singolo turista si fà riprendere mentre "lo salta"… poi diventa una presenza "Asfittica", ma che dà bene la dimensione di come sia cambiata la Germania in questi anni: ogni tanto sparisce inghiottito in qualche costruzione che, evidentemente, vent’anni fà non c’era! Seguendo il muro ci si imbatte in un non luogo: la "Topografia dell’orrore". Durante i numerosi lavori di fortificazione del Muro, alle spalle dell’unico pezzo centrale rimasto in piedi, i sovietici rinvennero le fondamenta delle carceri della Gestapo, la Germania riunificata ne ha fatto uno dei tanti luoghi della memoria. Una serie di pannelli descrivono cosa furono e cosa successe in quei luoghi: già quì si denota il diverso atteggiamento tedesco nei confronti delle due dittature che ne hanno sconvolto la vita. Verso il Nazismo provano un doveroso senso di orrore e vergogna, permeato di un profondissimo rispetto verso tutte le morti che ne sono derivate, verso il Comunismo il ricordo, semplicemente, di una fase storica diversa, morta e sepolta. E’ stato un picccolo particolare a farmelo notare, la fotografia di uno dei tanti prigionieri della Gestapo negli anni trenta, messa così, da una parte: era il ritratto di un giovane Honecker catturato dalle SS; la didascalia recitava semplicemente "Segretario generale del SED dal 1971 al 1989, morto in esilio a Santiago del Cile nel 1994". Niente di più, uno dei più sanguinari esponenti del Patto di Varsavia, perfezionatore del controllo della STASI in Germania Est, liquidato così! Il passo successivo non poteva non essere il Museo del Check Point Charlie e del Museo della DDR: vedere liquidato come un Disneyland l’esperienza del Socialismo reale mi ha fatto un po’ male. Ancora sono visibili le steli di confine tra le due Germanie. il Museo del Check Point Charlie è fantastico, ben riprende la storia di una follia totalitaria, la volontà di trasformare uno stato in una galera, ma contemporaneamente, paradossalmente, ben si comprende come il Muro di Berlino non poteva, a quel punto, non essere costruito: un pannello mostra la crisi tra Russi e Americani del 1949 (due carri armati che si fronteggiano sotto gli occhi attoniti di un passante), poi la crisi tra Russi e Americani del 1950 (Sempre gli stessi carri armati e altri passanti), poi la crisi tra Russi e Americani del 1952 (Ancora carri armati, ancora i passanti sempre più indifferenti!)… il mio amico ingenuamente mi ha chiesto: "Com’è che non si sono messi d’accordo per non arrivare alla costruzione del Muro di Berlino?"…. ovviamente la risposta era insita in quei pannelli fotografici! Ma uscire dal Museo del Check Point è tutto un bazar di "Ossie": Bandiere della Germania Est vendute agli angoli delle strade, manette, divise, monete. Tutto ciò che possa ricordare la Germania dell’Est ha un prezzo. Ironico per il paese che voleva mettersi a capo di un movimento atto ad abolire la proprietà privata! Persino l’omino del semaforo per l’attraversamento pedonale è un souvenir (indubbiamente lo merita, con quel cappellino!). Ma questa mercificazione del passato totalitario ha un suo luogo di culto: ilmuseo della DDR. Per i non tedeschi è un posto semioscuro: è un po’ come se in Italia facessero il Museo dell’Italia Nazionalpopolare degli anni compresi tra la fine della Guerra e la fine degli anni ottanta, ma ha un suo fascino: riuscire a capire quello che c’è scritto, quelle che erano le parole d’ordine della propaganda di Berlino Est si capisce come il Mondo che veniva presentato ai tedesco orientale fosse una bugia colossale che teneva i cittadini in uno stato di semipuerilismo. Da contraltare a questa presentazione tra il nostalgico e il farsesco della Germania dell’Est c’è, indubbiamente, il rapporto col Nazismo: chiunque si aspetti il Sangue rimarrà DELUSO! Non c’è una fotografia che sia una di campi di concentramento, ma il memoriale degli ebrei caduti rende benissimo, a livello emotivo, cosa significhi la persecuzione, la discriminazione e poi l’olocausto: da un mattone appena visibile incastonato nel terreno, si scende sempre più, fino a trovarsi immersi tra pilastri grigi di cemento attraverso i quali non filtra un raggio di luce. Il mio amico: "A Cà, riemergemo!"…. con la semplicità involontaria di chi ha riportato uno stato fisico, ha descritto in modo mirabile il percorso di uscita dal memoriale e dal razzismo: uno sprofondare negli abissi dello spirito, partendo da cose apparentemente anonime, salvo poi trovarsi senza luce, senza nemmeno essersene resi conto…. Per ragioni di brevità non descrivo quant’è bello l’altare di Pergamo, quant’è libero lo spirito dei cittadini e di una città vissuta da Borghesi e Squatter, di quanto sono emozionanti i murales dipinti sul tratto di muro lasciato a disposizione degli artisti, di quant’è bello e riposante lo Zoo (Christiana F non c’era!), di cosa vuol dire dare una città in mano agli architetti VERI e vederla dal traghetto lungo la Speera, di come possa avvicinare i cittadini alle istituzioni l’attuale sistemazione del Reichstag e di tutta la zona della Cancelleria, coi suoi parchi e con la cupola del Reichstag aperta SEMPRE al pubblico, da cui poter vedere, in qualsiasi momento l’assemblea, e di come le sedi delle commissioni siano interamente fenestrate e visibili dalla strada e poi la porta di Brandeburgo e la Cattedrale di Kaiser Guglielmo I (una megalomania che ben spiega perchè si siano buttati tra le braccia di Hitler)…. Lo volete un consiglio: ANDIAMO A BERLINO! E ho capito perchè lì si diventa Campioni del Mondo!! PS l’Olimpia Stadion fà SCHIFO!!Muro di Berlino

Tocqueville vs Gobineau

17/08/2009

Tocqueville e GobineauTra i caduti del Rave, una decina di furti acrobatici negli appartamenti delle grandi città, inni padani, dialetti obbligatori e calcio d’agosto, verrebbe voglia di tuffarsi in qualche libercolo tipicamente estivo per isolarsi dal mondo. Che so, l’ultimo di Moccia o la nuova saga di Stig Larsson. Una cosa così.

Giuro che ero animato dalle migliori intenzioni. Ero pronto. Ma sul comodino restava una cosa da fare. Un ultimo sforzo da compiere. Sono mesi, infatti, che mi trascino un libro che ho comprato niente meno che a Natale. Si intitola "Del Razzismo", Donzelli Editore, pagg. 232, ed è la raccolta del carteggio tra il 1843 ed il 1859 tra due grandi intellettuali e uomini pubblici francesi del XIX° secolo. L’uno è Alexis de Tocqueville, il geniale autore della "Democrazia in America" e de "L’Ancien Régime e la Rivoluzione", aristocratico liberale. L’altro è il Conte Joseph Arthur de Gobineau, diplomatico e uomo politico del Secondo Impero, autore del celebre "Saggio sull’Ineguaglianza delle Razze".

Mi sono trascinato questo fardello per molte settimane, estenuato, quasi stremato dalla noia che percuoterebbe il lettore più ben disposto fino all’incirca a pag. 120 (cioè quasi a metà). Immedesimarsi con gli acciacchi dell’età descritti da Tocqueville o esaltarsi con le sottili analisi politiche della situazione in Svizzera (!) è compito troppo arduo, davvero. Del tema evocato nel titolo, nessuna traccia. Neanche minima.

Ma non dispero. Punto sull’aspetto umano, sull’amicizia, sul vecchio sodalizio intellettuale. Qualcosa deve pur accadere. Tocqueville, infatti, è stato Ministro degli Esteri dal maggio all’ottobre 1849 (a 44 anni…), allorché l’allora Presidente della Repubblica decise di estrometterlo. Quel Presidente poco avveduto, di lì a poco diventerà Napoleone III. All’epoca Capo di Gabinetto di Tocqueville era Gobineau (che di anni ne aveva 33). Già, proprio lui. 

Fortunatamente, il registro del libro cambia d’improvviso. Gobineau rompe gli indugi e comunica al suo "maestro" di aver dato alla luce unìopera di cui va molto fiero. In essa, l’allievo teorizza l’esistenza di razze umane specifiche, caratterizzate da peculiarità precise e soprattutto immutabili, stabilisce naturalmente che alcune razze sono "superiori" e sono naturalmente portate a dominare quelle "inferiori", e per concludere asserisce che la mescolanza delle razze produce danni incalcolabili, portando le razze "superiori" ad un rapido ed inesorabile declino.

Tocqueville, l’uomo che nel lungo e fecondo viaggio in America si confronta in prima persona con la schiavitù dei proprietari terrieri del Nuovo Mondo, controbatte punto per punto le tesi di Gobineau. Lui, che considera la democrazia un approdo inevitabile della Provvidenza nella storia dell’uomo ("Dio è per la democrazia") non può accettare un ragionamento simile. In particolare, egli stigmatizza queste teorie come anti-cristiane – Tocqueville non si professa credente, Gobineau sì, e molto – cioè contrarie allo spirito di una religione che vede gli uomini tutti fratelli discendenti da Abramo.

Ma è soprattutto l’influenza che queste nefaste affermazioni possono avere sulle società che spaventa Tocqueville. Dire che una "razza" abbia carateristiche immutabili, non modificabili dal contesto sociale in cui gli uomini vivono e destinate a produrre il medesimo comportamento all’infinito equivale a soffocare la speranza nell’evoluzione della storia e, in definitiva, a distruggere l’umanità con una sorta di dissennato nichilismo. E ciò soprattutto in un momento in cui, dice Tocqueville, dopo un secolo in cui l’uomo, almeno in Occidente, era convinto di poter cambiare tutto, i suoi contemporanei vivono una lunga fase di apatia e di torpore, convinti come sono di non poter cambiare più nulla.

Due sono le cose che, a mio avviso, colpiscono. La prima è che nel lungo carteggio si fronteggiano due diversi concetti di "modernità", anche se il razzismo di Gobineau rappresenta piuttosto un tratto di antimodernità inoculato nella modernità stessa. Il principio negativo del moderno, come suggerisce argutamente Marco Diani nella prefazione. Inquietante inoltre la soddisfazione con cui Gobineau comunica a Tocqueville che alcuni ricchi americani (gli antiabolizionisti, suggerisce sommessamente l’ex Ministro) e soprattutto molti professori tedeschi si sono interessati alla sua opera. Il seguito lo conosciamo: mentre le teorie razziste germogliano piano piano nel ventre molle d’Europa e Gobineau assurge a "vate" di spessore universale, il suo vecchio maestro scivola pian piano nel dimenticatoio e di lì nell’anonimato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando finalmente se ne riscopre il genio.

La seconda è una notazione di carattere umano. L’asprezza con cui Tocqueville contesta le tesi di Gobineau e l’orgoglio stizzito con cui l’altro difende le sue teorie non sembra scalfire un’amicizia di lunga data. Il confronto libero di idee viene prima di tutto. Eppure si percepisce un progressivo ispessimento della coltre di diffidenza tra i due. Un sottile gelo che allontana i corrispondenti nonostante le formule di cortesia, devozione e sottomissione. "Questione di metodo" – sottolinea ancora argutamente Diani – il rapporto intellettuale e le diverse convinzioni non deve incidere sull’amicizia. Ma soprattutto non deve accadere il contrario.

Giusto. Ma intanto i due, che si scrivono praticamente ogni settimana, non si vedranno mai per lunghi anni. Ogni qual volta Gobineau proverà a vedere Tocqueville, questi sembrerà accampare ogni sorta di scusa. Quando poi, proprio al culmine del dissidio intellettuale tra i due, Tocqueville morirà a Cannes il 16 aprile 1859, Gobineau invierà una lettera di cordoglio alla vedova accorata ma molto semplice.

Se Tocqueville avesse potuto constatare con i propri occhi quanto i propri timori fossero fondati, molto probabilmente l’avrebbe rimandata indietro con spese a carico del destinatario.

Bobadilla

16/08/2009

bobadilla estacionFerragosto è notoriamente la festività più malinconica del calendario. Alla faccia del sole, del mare, del caldo, dell’estate e del divertimento, o forse proprio a causa di tutto questo. Una festa (in primis religiosa, ricordiamolo) nel cuore di una stagione che dovrebbe essere di già una festa suona fuori posto. Sembra una chiara espressione di "horror vacui", di paura di lasciare scoperto qualcosa.

Allietato quest’anno dalla surreale diatriba tra il popolo più cattolico del mondo (i Polacchi) e da una cantante dal nome inequivoco (Madonna), Ferragosto non tradisce e segna – come sempre – la fine dell’estate, gli sgoccioli delle vacanze, il brusco rientro alla negletta quotidianità. Personalmente, non so perché, per quanti sforzi faccia, finisco regolarmente per passare Ferragosto dove mai avrei pensato, spesso dove non vorrei, quasi sempre da solo. Almeno stavolta da solo non ero.

E cosa succede a tutti quelli che passano in queste miserevoli condizioni una festa in cui l’obbligo è ingozzarsi di cocomero, schizzarsi l’acqua in piscina o abbuffarsi in pranzi che scimmiottano i banchetti funebri dell’antica Grecia? Che volete che succeda? Riflettono.

Così, mentre il tempo mi trascorre addosso indolente in una graziosa piscina di una città dell’Est, funestata da un sottofondo ipnotico di musica techno, mi torna in mente un luogo, un periodo, una sensazione. Un nome. Sì, aspetta. Com’era? Ma sì. Bobadilla. Proprio così. Bobadilla.

Sembra il nome di un piatto tipico messicano o di un personaggio di Speedy Gonzales. E invece no. E’ un minuscolo agglomerato di casette (credo fossero poco più di cinque), che nemmeno trovate sull’Atlante De Agostini, dove io, marish ed un nostro comune amico ci fermammo per puro caso nel corso di un folle interrail di tredici anni fa. Bobadilla è soprattutto una stazione ferroviaria quasi a metà del percorso tra Siviglia e Granada. Un posto praticamente in mezzo al nulla, nel cuore di un’Andalusia bruciata dal sole d’agosto, dove non c’è niente e, presumibilmente, nessuno. Salvo i viaggiatori che accettano questa fermata obbligata prima di giungere a Granada.

Non ricordo quanto ci fermammo. Credo per poco tempo, che però a noi sembrava un’eternità. Soprattutto in un bar a pochi metri dalla stazione. Granada sarebbe stata la nostra ultima tappa. Poi, saremmo ineluttabilmente tornati a casa. Ma questo non era un semplice non-luogo come tanti ne esistono al mondo. Era una straordinaria e beffarda metafora. Era una sensazione. Uno stato d’animo.

Rappresentava – e per me rappresenta tuttora – un sereno e sorprendente momento di raccoglimento, straniato da tutto e tutti, nel bel mezzo del guado tra la fine di un viaggio ed il principio di un altro. Un superbo e recondito angolo di cervello in cui rinchiudersi ed abbandonarsi senza pensieri, ansie e responsabilità. Le foto che ancora ho da qualche parte di quel frammento senza tempo né spazio parlano chiaro. Facce assenti. Perplesse, ma incredibilmente estatiche. Ogni tanto, nei giorni più grigi, trasferirsi a Bobadilla era la via di fuga più sicura, il sogno assurdo cui credere, la decisione più facile da prendere.

Invece no. Perché Bobadilla non è un rifugio. Bobadilla, checché ne pensino i tronfi ed orgogliosi Spagnoli, non esiste. E’ solo un’immagine, un’illusione. Una scintilla nell’anima che ti sussurra che qualcosa sta finendo e qualcos’altro sta iniziando. Senza angoscia, con tranquillità. Senza fretta. Prenditela comoda, hombre. Però sta iniziando.

Qualcosa che ti avverte che un periodo è quasi alle spalle e che un nuovo, ennesimo inizio ti attende.

Proprio come ogni maledetto Ferragosto. 

 

C’era una volta una casetta piccolina…

08/04/2009

bandiera_canadaColoro che scrivono abitualmente su questo blog hanno vissuto giorni complicati. Senza entrare eccessivamente in dettagli, mi limito a dire che abbiamo affrontato il tema della "partenza", in modo divertente e compulsivo, cercando di conciliare la gioia per l’opportunità capitata ad un amico con l’inevitabile peso del distacco.

Evito di analizzare sensazioni e percezioni di cui probabilmente non frega nulla a nessuno. Meno che mai a noi che vogliamo saltare a pie’ pari questa fase e pensare a futuri successi, ritorni, abbracci e bevute. Penso però che – nei dieci minuti di sobrietà conquistati in cinque giorni a dir poco confusi – mai come ora due parole ascoltate fino alla nausea e da noi stessi usate a iosa, "globalizzazione" e "declino", ci sono state sbattute in faccia come uno straccio bagnato.

Vivere sulla propria pelle la necessità di abbandonare casa, città, amici e famiglia per fare un salto di qualità professionale all’estero, o in alcuni casi per costruirsi una carriera, è una rivelazione. Ma acquisire la definitiva consapevolezza che ciò riguarda sempre più individui nella più o meno ristretta cerchia di amici e conoscenti induce a riflessioni più serie.

Se tra una birra e l’altra in un qualunque quartiere di Romacapitale si mastica amaro perché un amico si trasferisce oltreoceano o perché si punta a Londra come possibile punto di partenza per una svolta radicale o si elogia la multiculturalità e il profluvio di opportunità di Bruxelles, allora due sono le considerazioni.

La cosiddetta "globalizzazione" – crisi o non crisi – ormai ci è entrata dentro. E temo (o spero, ancora non lo so) che non se ne andrà mai più. Inoltre, l’Italia, questa Italia ci sta stretta. Il problema è che o la si allarga, in termini di opportunità, di prospettive, di dinamismo, oppure ci accucceremo sul nostro patrimonioartisticomozzafiato, sulla nostra cucinacheèlamiglioredelmondo, sul nostro climacheunomigliorenoncen’è e ci addormentermo nella comoda coperta del tanto temuto o negato "declino".

Guardarsi intorno, fare due conti e scoprire che la pattuglia di amici rimasti si è clamorosamente assottigliata e che probabilmente continuerà a farlo fa capire che molti ragazzi che ne hanno la possibilità non si rassegnano a mettersi in fila per "aspettare il proprio turno" quando avranno cinquanta o sessant’anni, posto che per quell’epoca ci sia ancora un turno da aspettare, e preferiscono provare a conquistarsela ora quell’occasione. Scompaginare la fila, ecco la questione. Non accontentarsi dell’eterno praticantato, stage, internship, o come diavolo lo si chiami. Rischiare.

Guardarsi intorno, fare due conti e scoprire che di americani, europei, asiatici ed africani iperqualificati che vengano a lavorare da noi per sfruttare ipotetiche opportunità ce ne sono davvero pochi. Quasi nessuno. E’ l’altra faccia della medaglia della globalizzazione, o se preferite il lato oscuro del declino. E francamente mi consola poco il pensiero che le merchant banks siano fallite tutte o quasi, perché credo che un sistema elastico, dinamico e soprattutto meritocratico possa rialzarsi per poi riprendere la marcia.

L’auspicio è che questa generazione prima o poi torni e riesca a dare un contributo decisivo al cambio di mentalità che ci occorrebbe. Almeno qualcuno.

Al limite anche uno solo.

Io un nome ce l’ho già.

 

Apple Pies… una tristezza rara

13/10/2008

Apple PiesInsomma, Giovedì un mio caro amico mi chiama e mi fà: "Venerdì verresti a sentire i Beatles al Piper"? Oddio!!!!…fatto sta ch Venerdì, dopo la giornata più schifosa della mia vita, prendo la FIAT 131, dopo Carosello e mi incammino insieme a questo mio amico e una sua amica a sentire questi giovini menestrelli… Al di là delle facili ironie, fu una cosa aberrante: il mio amico era andato lì SOLO per farsi autografare un libro di Whitehacker (il fotografo dei Beatles) presente in sala, e attulamente in tournè per promuovere un altro libro. Insomma, la serata parte, sul palco questa tristissima cover band dei "fabfour" direttamente da Tuscania. Il concerto si divideva in due parti: una dedicata ai Beatles "Prima maniera", infatti veniva riproposta la scaletta del concerto di Tokyo 1966, e una seconda parte dedicata la quarantennale di "White Album". Chiaramente il Look dei quattro scimmiotatori risentiva del periodo storico di riferimento: sono entrato e ho visto quattro improbabili Beatles vestiti look primi anni sessanta, con parrucchino di capelli lunghi e lisci, successivamente, dopo un intervallo di qualche minuto durante il quale è stato intervistato il prode fotografo ed io sono stato scippato di cinque euro per una cocacola, i quattro Beatles de’ noantri si sono presentati vestiti con look anni sessanta, figli dei fiori, con parrucchini e baffi finti. E qui la serata ha tracimato nel vomitevole: i quattro finti Beatles hanno inziato ad arringare la folla in un inglese comprensibile persino a me, il batterista (Che chiaramente avrebbe voluto essere Ringo Starr) era un obeso con la faccia arrabbiata e l’espressione di chi stava lì per caso, ad un tratto perde metà dei baffetti finti. Insomma, schifato da questa pantomima, decido di dedicarmi allo studio "Sociologico" della fauna umana presente in sala:  metà del pubblico erano adolescenti andati lì perchè il Piper e i Beatles fanno fico, soprattutto prima delle vere baldorie del Sabato sera; l’altra metà, invece, erano reduci dei concerti dei Beatles in giro per il mondo: insomma gente che quaranta anni fa poteva prendere e andare a Tokyo per sentire un concerto di musica leggera. Contestatori con la pancia piena e la puzza sotto al naso… ora quasi settantenni. PATETICI. Ad un tratto il mio amico mi fa: "Un’altra cosa e ce ne andiamo!" Si avvicina imperturbabile al fotografo, costui nota che il libro che ha in mano non era quello in vendita quella sera e fà dire alla guardia del corpo (Nemmeno si scomoda) che quel libro non lo avrebbbe MAI autografato…. Dopo una versione ascoltabile con qualsiasi CD o lettore MP3 di Hey Jude, finalmente, prendiamo la porta e ci dirigiamo a casa. La cosa più bella di tutto il Venerdì!

Fear and loathing in barcelona…

27/08/2008

Immag075Commenti finali di una vacanza, a suo modo, esperenziale.
In primis, Barcellona rimane la migliore città europea (del mondo? non lo so ma il distacco è minimo…). Città in perenne e meravigliosa escavazione con la storia finalmente alle spalle e con il futuro puntato dal mirino di una popolazione giovane e fiduciosa.
Del viaggio rimangono le "solite" sensazioni.
Quartieri che, da un mese all’altro (non scherzo), cambiano volto e diventano una meraviglia in cui fermarsi a prendere un caffè corto ed a leggere il sommo H. Thompson.
Le tremende "solite" nottate in locali assurdi tra trans, signorine discinte ed alcolici venefici (non scherzo, qualcuno dovrà parlarne con il Ministero della Salute iberico, vendono veleno!). Il tutto con, sullo sfondo, il delirante spettacolo delle finali dei tuffi in maxischermo e il "solito" sogno nel cassetto di rimanerci un pò di più… ma non conta. Conta vedere Raval trasformato, da ricettacolo di prostituzione, a quartiere a buon mercato con, tra parentesi, uno dei più bei musei di Arte Moderna d’Europa. Contano le migliaia di taxi a discreto buon mercato che caracollano per la città. Contano le centinaia di biciclette con cui gironzolare felice e contento per le Avenide. Contano i pesci che sguazzano nel porto ed una spiaggia pulita con un mare discreto (che nel nostro lurido lungomare romano ce lo sognamo). Conta che dodici anni fa (ai tempi del nostro eroico interrail) li trattavamo da sottosviluppati e ora ci prendono per il culo pure i tassisti catalani. 
Conta, forse, che, dopo tanti viaggi e tante meravigliose storie da raccontare alle spalle, forse (dico forse…) mi sono sentito a casa mia per la prima volta. Ed allora è dura riprendere l’aereo.

Miracolo a Roma

10/07/2008

Roma. Via Paola. A due passi da Corso Vittorio Emanuele. Pieno centro storico.

Mi volto. Guardo distrattamente una colonnina  dell’ENEL all’angolo della strada, e la vedo.

La somiglianza è impressionante.

Pare ci siano già centinaia di pellegrini che gridano al miracolo. Qualcuno parla di segnale alieno. Una delegazione di nord coreani sarebbe giunta a renderle omaggio. Davanti ad essa si accumulano oggetti votivi di ogni tipo come sulla tomba di Jim Morrison.

Non ci crederete.

Ma è Kolchoz.

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Gli Oscar del Week End…

08/07/2008

oscar29lu…ovvero l’altra faccia del sapido viaggio intellettuale di Barcellona.

Miglior attore protagonista:

Kolchoz per "L’Incredibile Hulk" (quando indossava la maglietta verde, senza necessità alcuna di effetti speciali) e "Il Grande Puffo" (quando indossava la maglietta celeste, peccato per la barba bianca)

Miglior colonna sonora:

Il coro "A casa Paparesta c’è ‘na festa!" (coro intonato dai tifosi della Roma alludendo alle prestazioni della consorte dell’arbitro, ripreso più volte nel corso delle scorrerie nella capitale catalana)

Miglior metafora visiva:

"Annamo a raccoje le rantolanti…" (pronunciata da un compagno di viaggio per simboleggiare l’estremo tentativo di conoscere fanciulle all’uscita della discoteca all’alba)

Premio "Excuse my spanish":

Ex aequo "Bella pe’ vosotros!" (saluto di commiato di un nostro amico a due spagnoli) e "Tienes un culo mas incredible" (apprezzamento sussurrato dal medesimo amico ad una coetanea – probabilmente iberica, ma non ci sono prove – fuori da una discoteca)

Miglior stronzata originale:

"Ah…si respira già aria di modernità…" (un nostro amico non appena mette piede all’aeroporto di Barcellona, evocando il tanto celebrato sorpasso della Spagna ai nostri danni)

Miglior battuta estemporanea:

" A Ciko’, se poco poco ‘sto Parc Guell nun è il paradiso in terra, t’ammazzo!" (Kolchoz, in un momento di sconforto durante il tragitto a marce forzate con chilometri di salita imposto da un nostro amico per portarci a vedere Parc Guell)

Miglior dialogo (trascritto da Kolchoz):

Un nostro amico al teassista: "Tu por quale equipo tenes? Barcelona o Espaniol?"
Tassista: "Por el Barcelona…."
Amico: "Espana campeon!"
Tassista: "Yo soy por l’Italia… (traduco il concetto in italiano): mi ha fatto vincere 300 euro quando ha vinto i mondiali di calcio"

Miglior espressione autoironica:

"Sei la mia matrioska…" (detto da un amico non proprio altissimo all’altro, alto quasi due metri)

Miglior storpiatura di soprannome:

Un nostro amico "er Cicogna" nel corso della vacanza diventa: er cicoria, er cicuta, er cecagna (sensazione di pesantezza agli occhi in romano), er cicala, er cecchino, er cicchetto, ma soprattutto (essendo in Spagna) er Chiquita.

Miglior citazione cinematografica:

Ex aequo, ritornelli del week end sono stati il dialogo tra Capannelle ed un ragazzino in "I soliti ignoti" ("Sto cercando uno che si chiama Mario…" "Qua de Mario ce ne so’ cento…" "Ma questo qui è uno che ruba…" "Sempre cento so’…" ) e un piccolo monologo di Verdone in "Un sacco bello" quando il fidanzato di Marisol (spagnola…) irrompe a casa di Mimmo per riprendersi la ragazza ("Anvedi questo…pija, entra, mena…FA’ FINTA DE ESSE’ LA PORTIERA…).

Miglior battuta a sfondo politico:

Io e Marish, tra i fumi dell’alcol in un caffé del Barrio Gotico, intavoliamo una discussione politica senza senso sulla geopolitica mondiale e sul ruolo di USA, UE, Cina, Russia e Paesi islamici nel futuro del pianeta. Ognuno di questi attori globali era rappresentato rispettivamente da un bicchiere di birra, un accendino (che ambirebbe a divenire posacenere), un altro bicchiere di birra, una candela rossa quadrata ed un pacchetto di Marlboro Lights. Nel bel mezzo di un dialogo serrato, panico! Sono spariti gli USA. Il bicchiere di birra vuoto era stato portato via a nostra insaputa. All’unisono, invochiamo la cameriera: "Ahò! Ridacce l’America!"

Fossi in Mc Cain o in Obama sarei molto preoccupato.