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Cara Europa, benvenuta in Italia

15/05/2010
Super MarioIn un recente commento al post di Kolchoz, Marish sostiene che la superiorità italiana sugli altri Paesi sia ormai circoscritta a due asset, il cibo ed il bidet. L’immagine è amara e suggestiva, ma mi permetto di dissentire.
Potremmo obiettare che nella moda e nel design siamo i numeri uno, che il nostro sistema di piccole e medie imprese è tuttora studiato e ammirato nel mondo, che la nostra storia e la nostra cultura restano un faro di civiltà, che i nostri connazionali all’estero mostrano rigore, creatività e professionalità spesso superiori alla media.
Ma non è di questo che parlo. Opporre il clichet dell’eccezionalità a quello del declino (entrambi con un cristallino fondo di verità, ben inteso) è noioso.
Se mai, l’evoluzione della finanza, dell’economia e della politica, in particolare in Europa, dopo il lungo – e non ancora terminato – tsunami della crisi, induce a conclusioni paradossali e per questo più interessanti.
Sembra quasi, infatti, che l’Europa si sia trasformando lentamente quanto inesorabilmente in un largo, strano ed insospettato Stivale multinazionale e multilinguistico. Che l’Europa, per rovesciare e di fatto contraddire uno slogan che ci ha intossicati negli anni ’90 con Maastricht e l’euro, “stia entrando in Italia”. Come se, leggendo la realtà in filigrana, l’Italia abbia rappresentato e tuttora rappresenti una specie di sottovalutata “avanguardia”, di improvvisato “laboratorio” politico e culturale di un intero continente.
Pensateci. Eravamo accusati (dalla venerata Bundesbank, per esempio) di aver truccato i conti per entrare nell’euro? Oggi un nostro vicino la Grecia, rischia seriamente di andare a gambe all’aria per lo stesso motivo. Abbiamo sempre galleggiato sulla soglia del 3% del rapporto deficit/PIL mentre gli altri avevano “i conti in ordine”? Abbiamo sempre maledetto la “zavorra” del debito pubblico più alto d’Europa? Ecco che piano piano molti Paesi dell’UE si ritrovano in condizioni simili. Della Grecia abbiamo detto, ma ecco che arrivano Spagna, Portogallo, Irlanda, e – udite, udite – la Gran Bretagna. Ci prendevamo le bacchettate del Financial Times e dell’Economist per un mercato del lavoro sclerotico e drammatico (così è ancora, intendiamoci)? Ecco che i santificati spagnoli di Don Zapatero arrivano ad un tasso di disoccupazione del 20%.
Ma non basta. Siamo o non siamo sempre stati quelli che pensavano all’oggi, all’hic et nunc, senza pensare al domani, al futuro dei nostri figli, all’interesse generale? Quelli che si scannano alle elezioni regionali dimenticando la stabilità del Paese e la sua immagine internazionale? Bene, ecco che la Cancelliera Angela Merkel – unanimemente riconosciuta come “faro” di politica seria e razionale – ritarda fino all’inverosimile l’intervento di salvataggio della Grecia per non spaventare gli elettori nelle importantissime elezioni del Land di Nord Reno – Westfalia. E l’anomalia Berlusconi? Le sue televisioni? Le starlettes? Le escort? Voilà. Monsieur le Président Sarkozy caccia giornalisti del TG nazionale, molla la prima moglie e sposa una modella (italiana naturalmente, tout se tiens..), entra nel gossip per presunte storie con Ministre, Sottosegretarie, giornaliste, etc., prova a mettere il figlio a capo di una grande azienda, viene accusato di “populismo” e persino “accomunato” al Presidente del Consiglio italiano. E, infine, punito dagli elettori alle regionali.
Ci hanno sempre dileggiato per i governi di coalizione, instabili, con un orizzonte incerto anzi che no? Ecco che i maestri britannici, gli inventori del maggioritario, del Gabinetto di Sua Maestà e della democrazia parlamentare come noi la conosciamo, dopo elezioni difficili devono affidarsi al primo Governo di coalizione dai tempi di Churchill (ricordo che c’era la Seconda Guerra mondiale allora…), basato su un’alleanza inedita tra i Conservatori – che vogliono tagliare la spesa pubblica e le tasse, non vogliono l’euro e vogliono mantenere il maggioritario – ed i Liberaldemocratici – che vogliono aumentare le tasse per i ricchi e le banche, mantenere la spesa pubblica, vogliono l’euro e cambiare il sistema elettorale adottando il proporzionale. Ci accusavano di essere condizionati dallo strapotere delle televisioni? Ecco che non appena nel Regno Unito introducono i dibattiti televisivi tra i candidati Premier, si ritrovano con una situazione complicata e senza precedenti. Stay tuned.
Infine: si è sempre detto (ed è ovviamente ancora vero, anzi più che mai) che in Italia non mancano le leggi, bensì i controlli? Benissimo. E chi ha controllato a Bruxelles e nelle capitali europee che i conti della Grecia fossero corretti? Chi ha controllato che la complessiva situazione della finanza pubblica nella UE fosse gestibile e non ad un passo dal disastro? Chi, insomma, ha controllato l’applicazione del famigerato Patto di Stabilità?
Ammettiamolo. Se non fosse terribilmente grottesco, se non ci fossero i primi morti di mezzo e se non stessimo parlando della nostra vita e dei nostri soldi, rideremmo come pazzi. Trovo che non sia affatto un caso che l’unico – o almeno uno dei pochi – a prevedere scenari di questo tipo sia stato il Ministro dell’Economia italiano. Chi altri se non Giulio Tremonti poteva prefigurare una cosa del genere? Chi, se non un uomo costantemente alle prese con una situazione di emergenza poteva soltanto immaginare, se non addirittura raccontare, una storia così? Al danno (per l’Europa), la beffa. Nonostante si sia tutti sulla stessa barca e, con l’affondare di uno (Atene), si rischi di affondare tutti, i cosiddetti “mercati”, la stampa “finanziaria” e gli “analisti” dicono che l’Italia è un po’ più solida di altri Paesi europei. Non solo. I dati sulla crescita del primo trimestre 2010 danno l’Italia al +0,6%, davanti a quasi tutti gli altri partner e comunque sopra la media UE. L’Italia “locomotiva della ripresa”. Ma ci pensate? D’altro canto, chi – se non un Paese che in emergenza ci vive da quasi trent’anni, o forse ci ha sempre vissuto – poteva raggiungere un risultato simile? Chi – se non un Paese che ha fatto della tragica situazione in cui ora versano tutti una “comoda e calda culla” in cui vivacchiare per decenni – poteva, almeno per ora, sopravivere?
Ma non si illudano, gli amici europei. Non credano ora di aver carpito il nostro segreto, di averci “raggiunto”. Di averci copiato. Noi siamo – e saremo sempre – un passo avanti a loro. Noi l’avanguardia, loro seguono.
Per esempio, cari amici europei, state molto attenti. Vi vantate di avere mercati immobiliari più flessibili dei nostri. Di comprare e vendere belle case a prezzi più vantaggiosi dei nostri. State attenti.

Non vorremmo che foste costretti a scoprire fra una decina d’anni che i vostri mutui li ha pagati qualche imprenditore italiano di passaggio.

Andiamo a prenderci la Coppa….

13/09/2009

Con questo grido, un po’ abusato, sono andato a realizzare uno dei sogni viaggistici della mia vita. Finalmente ho visto BERLINO. Per chi come me cerca di conciliare in primis in se stesso il XXI Secolo col comunismo vedere la capitale tedesca è un tuffo al cuore e contemporaneamente un pellegrinaggio. Scoprire Berlino è un viaggio nella storia e contemporaneamente un proiettarsi in avanti. Ovviamente la prima meta non poteva non essere Potsdamer Platz: per circa un decennio, tutti gli anni novanta, è stata il cantiere maggiore nel vecchio continente. Messa in mano ai migliori architetti del mondo è riuscita a racchiudere in sè la storia della città, dalla Casa del Bauhaus, ancora miracolosamente in piedi, al primo semaforo d’Europa, mirabili esempi del periodo artisticamente e intelluttalmente più vitale per la Germania: gli anni dell’espressionismo. Ma non è solo la bellezza della Berlino folle ubriaca della grande inflazione a respirarsi autenticamente in questo immenso spazio verde di natura e policromo di idee geniali, è anche la fine della Grande Guerra e quella bellissima esperienza, misto di idealismo e realismo politico che fu il governo socialdemocratico del 1919, unito alle grandi spinte pacifiste della rivolta spartachista: un po’ defilato, seminascosto si erge (Piccolino a dire il vero) il monumento a Karl Liebknecht eretto in pieno furore ideologico dalla Germania di Honeker, per il cinquantesimo dell’uccisione del leader spartachista, nel punto esatto dove fu assassinato. La fatalità della storia, autentico convitato di pietra in tutta la città, ha posto il punto dell’assassinio nella parte di Berlino che sarebbe caduta sotto l’occupazione sovietica! Fu abbattuto nel 1989, in piena iconoclastia anticomunista, ma cinque anni dopo, precorrendo la "ostalgia" che pervade ogni singolo anfratto della Ex Berlino Est, fu rimesso al suo posto a simbolo della tradizione pacifista del popolo tedesco. Chi scrive non è riuscito a resistere alla tentazione di farsi fotografare vicino al monumento con il saluto Spartachista (il pugno destro vicino alla tempia!)… solo un anziano passante vedendomi ha spalancato un sorriso compiaciuto, Chissà cosa gli ho ricordato! Ma, ovviamente, nel visitare Berlino e Potsdamer Platz, ancor più emblematica della più famosa Alexander Platz, non ci si può, per nessun motivo, esimere dal fare i conti col passato totalitario: e così, per terra, un po’ all’improvviso appare LUI, quello che divise il Mondo per mezzo secolo…. ormai non rimane che una linea di Sanpietrini conficcati nel terreno, intervallati, di tanto in tanto, da una targa "Die Mauer 1961-1989"…. inizialmente è un’attrazione, ogni singolo turista si fà la fotografia, immancabile, a cavallo "Del Muro", ogni singolo turista si fà riprendere mentre "lo salta"… poi diventa una presenza "Asfittica", ma che dà bene la dimensione di come sia cambiata la Germania in questi anni: ogni tanto sparisce inghiottito in qualche costruzione che, evidentemente, vent’anni fà non c’era! Seguendo il muro ci si imbatte in un non luogo: la "Topografia dell’orrore". Durante i numerosi lavori di fortificazione del Muro, alle spalle dell’unico pezzo centrale rimasto in piedi, i sovietici rinvennero le fondamenta delle carceri della Gestapo, la Germania riunificata ne ha fatto uno dei tanti luoghi della memoria. Una serie di pannelli descrivono cosa furono e cosa successe in quei luoghi: già quì si denota il diverso atteggiamento tedesco nei confronti delle due dittature che ne hanno sconvolto la vita. Verso il Nazismo provano un doveroso senso di orrore e vergogna, permeato di un profondissimo rispetto verso tutte le morti che ne sono derivate, verso il Comunismo il ricordo, semplicemente, di una fase storica diversa, morta e sepolta. E’ stato un picccolo particolare a farmelo notare, la fotografia di uno dei tanti prigionieri della Gestapo negli anni trenta, messa così, da una parte: era il ritratto di un giovane Honecker catturato dalle SS; la didascalia recitava semplicemente "Segretario generale del SED dal 1971 al 1989, morto in esilio a Santiago del Cile nel 1994". Niente di più, uno dei più sanguinari esponenti del Patto di Varsavia, perfezionatore del controllo della STASI in Germania Est, liquidato così! Il passo successivo non poteva non essere il Museo del Check Point Charlie e del Museo della DDR: vedere liquidato come un Disneyland l’esperienza del Socialismo reale mi ha fatto un po’ male. Ancora sono visibili le steli di confine tra le due Germanie. il Museo del Check Point Charlie è fantastico, ben riprende la storia di una follia totalitaria, la volontà di trasformare uno stato in una galera, ma contemporaneamente, paradossalmente, ben si comprende come il Muro di Berlino non poteva, a quel punto, non essere costruito: un pannello mostra la crisi tra Russi e Americani del 1949 (due carri armati che si fronteggiano sotto gli occhi attoniti di un passante), poi la crisi tra Russi e Americani del 1950 (Sempre gli stessi carri armati e altri passanti), poi la crisi tra Russi e Americani del 1952 (Ancora carri armati, ancora i passanti sempre più indifferenti!)… il mio amico ingenuamente mi ha chiesto: "Com’è che non si sono messi d’accordo per non arrivare alla costruzione del Muro di Berlino?"…. ovviamente la risposta era insita in quei pannelli fotografici! Ma uscire dal Museo del Check Point è tutto un bazar di "Ossie": Bandiere della Germania Est vendute agli angoli delle strade, manette, divise, monete. Tutto ciò che possa ricordare la Germania dell’Est ha un prezzo. Ironico per il paese che voleva mettersi a capo di un movimento atto ad abolire la proprietà privata! Persino l’omino del semaforo per l’attraversamento pedonale è un souvenir (indubbiamente lo merita, con quel cappellino!). Ma questa mercificazione del passato totalitario ha un suo luogo di culto: ilmuseo della DDR. Per i non tedeschi è un posto semioscuro: è un po’ come se in Italia facessero il Museo dell’Italia Nazionalpopolare degli anni compresi tra la fine della Guerra e la fine degli anni ottanta, ma ha un suo fascino: riuscire a capire quello che c’è scritto, quelle che erano le parole d’ordine della propaganda di Berlino Est si capisce come il Mondo che veniva presentato ai tedesco orientale fosse una bugia colossale che teneva i cittadini in uno stato di semipuerilismo. Da contraltare a questa presentazione tra il nostalgico e il farsesco della Germania dell’Est c’è, indubbiamente, il rapporto col Nazismo: chiunque si aspetti il Sangue rimarrà DELUSO! Non c’è una fotografia che sia una di campi di concentramento, ma il memoriale degli ebrei caduti rende benissimo, a livello emotivo, cosa significhi la persecuzione, la discriminazione e poi l’olocausto: da un mattone appena visibile incastonato nel terreno, si scende sempre più, fino a trovarsi immersi tra pilastri grigi di cemento attraverso i quali non filtra un raggio di luce. Il mio amico: "A Cà, riemergemo!"…. con la semplicità involontaria di chi ha riportato uno stato fisico, ha descritto in modo mirabile il percorso di uscita dal memoriale e dal razzismo: uno sprofondare negli abissi dello spirito, partendo da cose apparentemente anonime, salvo poi trovarsi senza luce, senza nemmeno essersene resi conto…. Per ragioni di brevità non descrivo quant’è bello l’altare di Pergamo, quant’è libero lo spirito dei cittadini e di una città vissuta da Borghesi e Squatter, di quanto sono emozionanti i murales dipinti sul tratto di muro lasciato a disposizione degli artisti, di quant’è bello e riposante lo Zoo (Christiana F non c’era!), di cosa vuol dire dare una città in mano agli architetti VERI e vederla dal traghetto lungo la Speera, di come possa avvicinare i cittadini alle istituzioni l’attuale sistemazione del Reichstag e di tutta la zona della Cancelleria, coi suoi parchi e con la cupola del Reichstag aperta SEMPRE al pubblico, da cui poter vedere, in qualsiasi momento l’assemblea, e di come le sedi delle commissioni siano interamente fenestrate e visibili dalla strada e poi la porta di Brandeburgo e la Cattedrale di Kaiser Guglielmo I (una megalomania che ben spiega perchè si siano buttati tra le braccia di Hitler)…. Lo volete un consiglio: ANDIAMO A BERLINO! E ho capito perchè lì si diventa Campioni del Mondo!! PS l’Olimpia Stadion fà SCHIFO!!Muro di Berlino

L’Europa e lo strano caso del Dr. Klaus

06/05/2009

vaclav_klausPensavate fosse impossibile "italianizzare" l’Europa? Eccovi serviti. A tre giorni dal 9 maggio, fatidica "festa dell’Europa", della crisi istituzionale che paralizza l’Unione Europea e le sue aspirazioni di riforma non si vede la fine.

Un tunnel lungo quasi sette anni, da quando con la Convenzione Europea prima e la Conferenza Intergovernativa poi si è tentato di costruire con miscele di vocaboli degni di un alchimista un Trattato organico che rendesse le istituzioni europee più funzionali e vicine ai cittadini.Niente da fare, la luce è ancora lontana.

Il Trattato di Roma, primo tentativo partorito da Governi, Parlamenti, Istituzioni europee, è stato abbattuto dalla "sindrome dell’idraulico polacco" impadronitasi inopinatamente della Francia prima e dell’Olanda poi. Si ricomincia daccapo. Si rinegoziano molti punti, le ambizioni si fanno più caute, si arriva al Trattato di Lisbona.

Tutti ricordiamo il NO irlandese scaturito dal referendum e la nuova, conseguente impasse. Ma gli Irlandesi, poverini, non sono da soli. Neanche Polacchi, Tedeschi e Cechi. Gli Irlandesi, che attendono "garanzie" dall’UE sul mantenimento della propria sovranità in materia fiscale, di welfare, etc. (il Consiglio Europeo dovrebbe formalizzare l’offerta a giugno), indiranno un nuovo referendum a ottobre. I Tedeschi in questo momento hanno altro a cui pensare con Opel, Marchionne, la crisi, etc.

E i Cechi (Presidenti di turno della UE e senza Governo)? Oggi il Senato di Praga ha finalmente ratificato il Trattato di Lisbona. Un piccolo spiraglio di luce finalmente? Macché. Il Presidente della Repubblica Vaclav Klaus si è rifiutato di firmare la legge di ratifica. Tutto come prima, dunque. Un passo avanti, uno (o forse mezzo) indietro. La motivazione del Capo dello Stato ceco è che è necessario attendere che la Corte Costituzionale praghese si pronunci su un ricorso presentato da alcuni senatori del suo partito.

Sì, ma chi è Klaus, direte voi? Il Dr. Klaus (nella foto) è un brillante economista, ultraliberista, thatcheriano di ferro. Un simpatico affabulatore dalle idee eccentriche, per non dire talvolta stravaganti. Alcuni esempi: il Trattato di Lisbona? Un documento liberticida che istituisce un Superstato europeo. L’UE? Rischia di diventare come l’URSS. Bruxelles? Sinonimo di burocrazia e basta. Il passaggio dall’unanimità alla maggioranza qualificata? Un abuso di potere. L’euro? Una follia. Il riscaldamento globale? Non c’è da preoccuparsi, è nell’ordine naturale delle cose. La crisi economica mondiale? Non esiste. E’ solo una tipica fase congiunturale negativa.

Non vi ricorda qualcosa? A parte le posizioni euroscettiche che ricordano quelle di qualcuno a casa nostra, non vi sovviene qualche analogia? Da quanto tempo in Italia si discute di modificare la Costituzione, di riforme istituzionali, di bicamerali, commissioni, referendum, assemblee costituenti, tavoli di confronto, etc.? Più o meno – se comprendiamo gli anni rantolanti di fine Prima Repubblica – da quasi 20 anni. L’Europa da 7. Poveri sbarbatelli, hanno ancora molto da imparare.

Questione di treni perduti. Di occasioni mancate. Invece di gingillarsi con discussioni sterili, dopo Maastricht e prima dell’Allargamento ad Est occorreva ridefinire l’architettura istituzionale dell’Unione. E invece no. I politici europei hanno pensato che le due cose potessero procedere di pari passo. E bravi. Si vede. Alla fine, se Dio vuole, il Trattato di Lisbona può anche farcela: se gli Irlandesi votano SI, sarà difficile che gli ultimi rimasti si tirino indietro e che il Dr. Klaus si erga da solo a paladino dell’Anti-Europa (ma eviterei di provocarlo…). Ma che succederà tra qualche anno quando potrebbero entrare la Croazia, la Turchia (speriamo), e poi serbi, macedoni, montenegrini, albanesi, etc.? Semplice, ricominceremo da capo.

D’altronde, il primo effetto di questa crisi è che a giugno si nominerà un Presidente della Commissione (che sarà sempre Barroso), che a sua volta non potrà scegliersi i nuovi Commissari perché non si saprà in base a quale Trattato nominarli, quanti nominarne, etc. fino a che a Dublino non si saranno decisi a ratificare questo benedetto Trattato. Non oso pensare a cosa accadrà se rivoteranno no. Un pasticcio da commedia plautina.

E non mi venite a dire che ora non provate un po’ di nostalgia per i nostri "governicchi" balneari o di fine legislatura della Prima Repubblica.

Mostruosità del XXI secolo

01/12/2008

Stavo leggendo un interessante, non interessantissimo per la verità, articolo di Angelo Panebianco circa i recenti attacchi dei Jihadisti a Mumbai, del quale riporto il link qui. I miei occhi cadono sui link pubblicitari collegati, immagino per "argomenti" all’articolo e cosa ti vedo linkato? "Ebreo: Lei è ebreo?". Un link di collegamento ad un sito, ecco il link, che alla modica cifra di centocinquanta euro ricorstruisce l’albero genealogico di ciascuno di noi, attraverso le analisi del sangue. Cioè, scoprire attraverso le analisi del sangue se si è di religione ebraica? MOSTRUOSO!! Ancora più mostruoso il fatto che tale schifezza venga linkata su corriere.it!

Difesa della Razza

Barcellona, un week end

07/07/2008
BarcelonaAnche Barcellona è un’altra tacca che ho aggiunto al calcio del fucile dei miei viaggi. La permanenza, purtroppo, è stata breve e troppo concentrata al divertimento per i miei pruriti di curioso viaggiatore: sinceramente avrei preferito cercare qualche rovina in più del Franchismo e qualche discoteca in meno. Comunque, a parte la compagnia, con la quale mi sarei divertito pure a Tashkent, sono riuscito a percepire qualche sensazione circa Barcellona e, molto superficialmente, anche della Spagna. La città è, a suo modo fantastica. Non vive dei profondi contrasti che, a mio modo di vedere, rendono sipido ogni viaggio e ogni visita delle città, ma è una città all’avanguardia, lanciata verso un futuro che percepisce come radioso. Ho avuto la sensazione di un popolo sazio e felice, e, sinceramente, non posso che capirne le motivazioni…di un popolo che, forse, sta un po’ troppo velocemente cancellando il suo passato (onestamente alcune zone di Barcellona sembravano Beirut), ma che non ha paura dell’avvenire. La città è costantemente in divenire. Pur non avendole vissute in prima persona, le sensazioni che ho respirato al Port Olimpic erano le stesse che, mutatis mutandis, si potevano respirare all’EUR subito dopo le Olipiadi del 1960…tutto nuovo, tutto in divenire, tutto ottimizzato e ottimistico. A livello sociale sono rimasto colpito dalla presenza, assolutamente integrata e non disintegrata, di persone di etnia gitana: gli zingari di Spagna non sembrano e non sembrano essere percepiti come un fastidio, come in Italia. Certamente la tradizione Gitana spagnola è maggiormente integrata e storica rispetto alla ROM in Italia, ma credo che dovrebbe essere, quello, un esempio da studiare e se del caso importare anche qui in Italia. Soprattutto per evitare che, periodicamente, nascano o vengano fatte nascere emergenze legate al numero di etnie sempre più presenti qui da noi. Nonostante si stia parlando di un porto, anzi di uno dei principali porti d’Europa Barcellona è una città relativamente pulita: intendiamoci, non stiamo in Svizzera, ma si vede una cura delle cose pubbliche costante. Insomma si percepisce uno Stato presente, non sò quanto pressante, ma presente. Sono rimasto anche folgorato dalla bellezza della spiaggia: di fatto al centro della città, a poca distanza dal porto, è possibile bagnarsi, prendere il sole e passeggiare in un mare pulito, quantomeno balneabile. In conclusione ho avuto la sensazione dell’Italia che vorrei: nulla di rivoluzionario, un po’ di civiltà in più. Forse con un maggiore rispetto per il tessuto urbano pre esistente Barcellona sarebbe veramente il sogno in Terra.
E poi le ragazze sono belle e molto disinibite e c’ho depone SEMPRE a favore di un posto….ma questo è un altro discorso!

Who do I call?

06/04/2008

kissinger-home-textL’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, come sapete da noi venerato, per sottolineare l’assenza di una vera leadership politica nell’erigenda Europa unita, ebbe a dire una volta negli anni ’70 "Who do I call if I want to reach Europe?" (Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?)

Beffardo, con il suo ancora marcato accento tedesco, forte del suo genio politico e delle sue frequentazioni con Andy Warhol, Jim Morrison, Gianni Agnelli, il nostro eroe ha impietosamente messo il dito nella principale piaga del processo di integrazione europea. Ottimo esperimento sul piano economico, ma sul piano politico per contare servono meccanismi decisionali adeguati e, soprattutto, leadership.

Bene. Il tema è riemerso a fasi alterne per essere poi rapidamente accantonato e bollato frettolosamente come "utopia". Venerdì, l’International Herald Tribune ha dedicato ampio spazio al blog di due ragazzi, Jon Worth, britannico, a lungo militante nei Laburisti di Sua Maestà, ex Presidente dei Giovani Federalisti Europei, esperto di comunicazione politica, e Jan Seifert, tedesco, attuale Presidente dei Giovani Federalisti Europei. Il blog si chiama http://whodoicall.eu/blog/ e cerca di dare una risposta irriverente ma concreta alla cinica ma puntuale domanda di Kissinger.

I nostri accettano la provocazione e propongono di dare un’unica leadership all’Unione Europea, sostituendo l’attuale diarchia Presidente del Consiglio Europeo – Presidente della Commissione con un’unica figura. Un unico Presidente dell’Unione Europea che presieda Consiglio Europeo (l’organo dove siedono i Capi di Stato e di Governo di tutti i Paesi membri) e Commissione (l’organo esecutivo dell’UE in cui ciascuno Stato ha un rappresentante con un portafoglio preciso).

Semplice e rivoluzionaria al tempo stesso, la proposta dei whodoicall giunge al momento opportuno. Il Trattato di Lisbona, nato dalle ceneri del Trattato Costituzionale bocciato dai referendum in Francia e Olanda e attualmente in via di ratifica da parte dei 27 Paesi membri, prevede che la Presidenza del Consiglio  venga  assegnata non più a rotazione ogni 6 mesi a tutti gli Stati membri bensì ad una personalità nominata da tutti i Capi di Stato e di Governo dell’Unione per un mandato di due anni e mezzo, rinnovabile per altri due e mezzo. Totale: cinque anni.

Il Presidente della Commissione Europea viene proposto dai 27 Capi di Stato e di Governo e nominato previa decisione del Parlamento Europeo per un mandato di cinque anni. Esattamente lo stesso periodo di un Presidente del Consiglio nominato e confermato per un mandato. Entrambe le nomine verranno fatte nel 2009, anno in cui si celebreranno le nuove elezioni per il Parlamento Europeo. Semplice e rivoluzionario.

La fusione delle due cariche in un’unica persona darebbe diversi vantaggi. Il Presidente della Commissione, la cui nomina passa attraverso il Parlamento Europeo, ha una certa dose di "legittimità democratica" che al Presidente del Consiglio Europeo, nominato solo dai Primi Ministri, mancherebbe. Se l’uno diventasse anche l’altro, la legittimazione del Parlamento Europeo si estenderebbe in una certa misura anche alla nuova carica. Inoltre, il cumulo delle cariche eviterebbe pericolose frizioni tra due leader in un’Europa che ha bisogno di ricostruire le ragioni della sua integrazione. Eviterebbe squilibri tra le due istituzioni nel caso uno dei due fosse una figura debole e l’altro una figura forte. Riporterebbe nella UE un accento fortemente federalista ed integrazionista (ed è questo l’obiettivo di Jan e Jon) a discapito di quello prevalentemente intergovernativo degli ultimi anni. E soprattutto, risponderebbe una volta per tutte al quesito lacerante posto da Kissinger.

I nostri amici, tuttavia, non sono stupidi. Non basta un Presidente unico purchessia. E no. Serve un Politico. Con la P maiuscola. Perché al di là del deficit di leadership, Jan e Jon sanno bene che il vero deficit dell’Europa è quello della politica.

E infatti dicono: "If the European Council President were a weak technocrat… well, who wants a weak technocrat? We don’t."

Neanche noi. 

Una chicca, anzi di più!

11/11/2007

Una strachicca!! Direttamente dalla defunta DDR la pubblicità del Lipsi! Cosa fu il "Lipsi"? Risale agli anni sessanta, quando nel mondo (soprattutto l’occidente capitalista) arrivò la moda di quelli che allora erano chiamati i "Nuovi balli" (tipo il "cha cha cha", il "Twist"…) la Germania Orientale decise che non avrebbe dovuto essere da meno e così fu creato da un’apposita commissione della SED (non avevano altri problemi?)  il "Lipsi", un ballo che avrebbe esaltato le giuste pulsioni giovanile, stufe dei vecchi balli dei loro genitori, ma che non li avrrebbe ammolliti col decadentismo borghese e capitalista delle danze provenienti da Ovest. Il nome era chiaramente un omaggio a Leipzig, detta "Lipsi", capitale giovanile e all’avanguardia della Germania Democratica. Il ballo nacque nel 1965 ed era un mix artificiale tra balletti greci, russi, movimenti di piedi ispirati ai balli irlandesi, nel quale i due "ballerini" si muovono vorticosamente, ma senza il benchè minimo movimento di "bacino", perchè non avrebbe dovuto essere il minimo approccio sessuale, chiaramente emblema del decadentismo borghese occidentale. Il testo della canzone era: "Oggi tutti i giovani danzano/ Il Lipzistep, solo il lipzistep/Oggi tutti i giovani voglioni imparare/Il lipzistep è moderno/Rumba boogie e cha cha cha sono danze sorpassate/Ora dal nulla da un giorno all’altro/E’ spuntato un nuovo ritmo e resterà!" Un’operazione artificiale che non convinse nessuno ma che produsse questo video!

A 90 anni della Grande Rivoluzione.

17/10/2007

Rivoluzione RussaTovarish Compagni. Ci siamo, alla fin fine siamo arrivati al novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. A distanza di quasi un secolo cosa ne è rimasto di quei fantastici giorni? E’ inutile rivangare tutta la storia dell’utopia di esportare la Rivoluzione nel mondo intero. A guardarli con gli occhi del 2007 non è facile capire come si fosse a suo tempo potuto sognare di esportare un modello, risultato vincente da una parte, tout court in tutto il mondo, come se fosse un pass partout adattabile ad ogni situazione. Una risposta univoca e definitiva a tutte le ingiustizie del mondo. Purtroppo, però, quel sogno è miseramente finito: il sogno del proletariato al potere. Perchè il fulcro del sogno comunista è quello di abolire progressivamente tutte le oligarchie di comando, a vantaggio di un controllo diffuso e collettivo della società. Un anarchismo eterodiretto. E’ proprio in questa "eterodirezione" che risiede il germe della fine e soprattutto della disillusione. Purtroppo fu facile profeta, spietata e diretta come era solita nel suo stile, Rosa Luxemburg quando, nel complimentarsi con Lenin per il felice esito della Rivoluzione di Ottobre, gli disse chiaro e tondo: "Con questo sistema dirigista si sostituirà l’oligarchia nobile o borghese, con quella di partito!" Sembrava avesse fatto un viaggio nel tempo. E a noi, poveri comunsiti del XXI secolo, cosa è rimasto dello "Spettro che si aggira per l’Europa"? A guardar l’ombellico delle cose italiane, una profonda tristeza. Del vecchio PCI ne è rimasto un simulacro, votabile per amore e carità di patria (nel senso che quando si entra in cabina uno come me non può non votare falce&martello a prescindere!), oppure un partito che si atteggia a fricchettone, che qualche elemento di rottura dal tram tram quotidiano della politica riesce ancora a fornirlo, ma sostanzialmente sembra che balli la quadriglia, due passi avanti e uno dietro, due dietro e uno avanti (se avete avuto la concetrazione di leggere, capirete che non ci si sposta di un millimetro!). Altrimenti c’è quello lì: il padre che ha rinnegato i figli, che li ha cacciati di casa perchè disturbavano il condominio, e poi ha pure venduto la casa alle banche. Quello che fino ai miei diciasette anni pensavo fosse uno scherzo; ho aspettato una vita, diciotto anni, per votare falce&martello, ho aperto la scheda e che ho trovato? Un ALBERO?!?!?! Cazzo, sotto gli alberi ci faccio pisciare il cane, non ci metto la falce&martello. Poi è sparita pure la falce&martello! Per vergogna? Non c’è nulla di cui vergognarsi! Poi ho trovato un altro albero e ora? Topo Gigio. No è troppo, veramente troppo! Sogno di trovare qualche risposta contemporanea e contemporaneista, ma soprattutto meno fricchettona e più concreta, fuori dagli angusti confini italiani, europei. Poi, però, mi accorgo di ricadere nel grossolano errore che commisero i miei compagni 90 anni fa: sognare un modello valido ovunque e per chiunque. Come posso pensare di esportare in Europa il modello populista latino americano, carico di una forza esplosiva potenzialmente rivoluzionaria? Oppure come posso sognare che i diseredati dell’Africa centrale e subsahariana possano trovare fascino e fascinazione dalle lotte sindacali volte alla fine della precarizzazione del lavoro che si stanno sviluppando in Europa? Oppure ancora come posso sognare di coinvolgere un manager di Singapore, compreso nel suo ruolo di rampante gestore dei soldi delle grandi multinazionali alle giuste lotte degli aborigeni australiani che stanno vivendo un olocausto culturale e identitario pari a quello dei Rom e Gitani? Se si decide che coinvolgere persone così differenti a problematiche così differenti è una priorità lo si può fare solo con un’eterodirezione globale che ricorra anche a forme coercitive di coinvolgimento massiccio, cioè ai crimini…eccola lì: la parolaccia! Ci sono caduto con tutte le scarpe. Non volevo riproporre, ribaltato, lo schema pseudoelettoralistico del famoso libro nero di Berlusconiana memoria. Ma, purtroppo, Quarto Statosono stati i crimini una realtà scomoda, della quale noi comunisti non possiamo ignorare l’esistenza. Non sono i crimini commessi in fasi "rivoluzionarie" a sconvolgere la mia coscenza, ma quelli in fase "post" rivoluzionaria: l’obbligo di imporre il silenzio sulle idee dissenzienti come si concilia con una idea che vuole difendere la libertà di esistere in tutte le sue forme ai soggetti più deboli? Ma come, altresì, si può tutelare un’idea che ha come scopo il cambiamento radicale della società, da chi ha interesse a che questo mutamento non avvenga? Questioni, purtroppo, di lana caprina. Perchè la storia ha dimostrato che chi ottiene il potere vi resta appigliato come una mignatta, come una sanguisuga. e il risultato è che sotto il nome di una grandissima ideologia si è compiuto il peggior crimine che possa esistere: si è ucciso il sogno che quel progetto un giorno lo si potesse realizzare.

Europa unita?

11/10/2007

Ce lo meritiamo? E’ troppo?

Siamo tutti Europei? O qualcuno è effettivamente più Europeo?

 

l’incredibile sentenza di un tribunale di hannover, in germania

Violenta fidanzata: sconto di pena, è sardo

Sei anni a immigrato italiano, ma giudice concede «attenuanti etniche e culturali». Il difensore: «Sentenza razzista»

 

CAGLIARI – «È una sentenza razzista», ha commentato l’avvocato difensore del condannato. Ma questa volta la malagiustizia italiana non c’entra. La vicenda è avvenuta in Germania e ha come protagonista negativo un immigrato italiano di 29 anni che lavorava come cameriere in Germania. Costui ha tenuto segregata per giorni la ex fidanzata, l’ha picchiata, violentata, torturata e umiliata in vari modi. Catturato e processato, è stato condannato a sei anni di carcere, ma un giudice del tribunale di Hannover gli ha concesso uno sconto di pena di almeno due anni riconoscendo «le attenuanti generiche e culturali», in pratica perché è sardo.

SARDO – La sentenza è di un anno fa, ma è stata resa nota solo in questi giorni in quanto il legale del giovane, l’avvocato Annamaria Busia, sta tentando di fargli scontare la pena in Italia. «Ho ottenuto una copia tradotta in italiano con il timbro del tribunale tedesco in vista dell’udienza per il trasferimento in Italia prevista il 23 ottobre alla corte d’appello a Cagliari», ha spiegato all’agenzia Agi. E nella sentenza si legge testuale: «Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. È un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante me deve essere tenuto in considerazione come attenuante». Il fatto di essere nato in Sardegna, per il giudice tedesco, rende quindi meno grave la responsabilità del giovane che, convito che la fidanzata lituana lo tradisse, l’ha tenuta prigioniera per tre settimane sottoponendola anche a violenze sessuali di gruppo e arrivando a orinarle addosso.

«DA INORRIDIRE» – «Se le motivazioni dei giudici sono quelle riportate, c’è da inorridire», ha commentato il presidente del Consiglio regionale della Sardegna, Giacomo Spissu. «Non c’è alcuna cultura sarda di segregazione e violenza sulle donne e di gratuita perversione. Si tratta di un episodio di violenza e, come tale, da condannare».

Una bella notizia ma… pt 2 – la vendetta

24/07/2007

saffiRingraziamo il prode Gau che, in vacanza a Capri, ci tiene a far sapere che nulla centra nella gestione dell’affaire bulgaro (ha testimoni, dice).
Comunque sulla colonna di destra il buon Saffi ci spiega, con la consueta chiarezza, i retroscena "cirillici" della questione.
Grazie e daje Aurelio. Daje tutti.