Archive for the ‘classifica settimanale’ Category

I migliori dieci cartoni animati

13/01/2010

Premessa: a scanso di equivoci, escludo dalla classifica I Simpson, I Griffin, South Park, Futurama, etc., ovvero tutti quei cartoni – splendidi certamente – che in realtà sono abbastanza o molto recenti e si rivolgono non esclusivamente a un pubblico di bambini o ragazzi, bensì anche – e aggiungerei soprattutto – a diversi adulti. Escludo anche le versioni cartoon di supereroi protagonisti dei fumetti. Se no, non vale.
Cominciamo.

I migliori dieci cartoni animati1. Lupin III. Il ladro più famoso di sempre, inventato e disegnato da Monkey Punch, alias Kazuhiko Kato, ex radiologo, nel 1967. Le puntate delle prime serie, e rispettive colonne sonore, sono dei capolavori. L’erede di Arsenio Lupin, straordinario trasformista, specialista in trucchi, colpi audaci e fughe in Fiat 500, accompagnato da un pistolero infallibile con sigaretta storta e spenta in bocca, barba lunga e cappello costantemente sugli occhi, Jigen Daisuke, da un samurai in costante meditazione e ricerca di se stesso, capace di tagliare qualsiasi cosa con la spada, Goemon Ishikawa, e da una ladra sexy e astuta, Fujiko Mine, giudicata anni fa in un sondaggio dagli uomini italiani la donna ideale con cui avere una storia. Spero sempre che qualche pazzo genialoide ci faccia un film.

I migliori dieci cartoni animati2. Lady Oscar. Al secondo posto, se no la personacuitengo si offende. Del resto, non ha tutti i torti. Come diavolo è saltatao in testa ai Giapponesi, che del termine "Rivoluzione" sanno a stento il significato, di fare un cartone sulla Rivoluzione Francese? Non lo so. Però c’era tutto: l’affresco di un’aristocrazia decadente, un Re inetto, un popolo inferocito, una nobile combattente che il papà voleva maschietto, una bella storia d’amore, la morte, l’inganno. Se qualche ricordo ho ancora nella testa della Rivoluzione, lo devo anche a Lady Oscar. Unico difetto: è un cartone vergognosamente filo-monarchico. Ci mancava solo che santificasse Maria Antonietta.

I migliori dieci cartoni animati3. Daitarn III. E’ uno dei cartoni più semplici e allo stesso tempo innovativi. C’è tutto: il mito negativo dell’uomo-macchina (i meganoidi), il terrore di Marte (dove una volta c’erano i terribili Don Zauker e Koros, oggi solo misere tracce d’acqua), l’energia solare come arma di salvezza (ben prima del vertice di Copenaghen). Il tutto raccontato alternando toni spensierati e talvolta persino scollacciati (Beauty ignuda…) a cupe riflessioni sull’umanità distrutta dal suo sogno di governare le macchine. Adoravo la sigla italiana. Haran Banjo, pettinatura a parte, è il prototipo dell’eroe fine anni ’70.

I migliori dieci cartoni animati4. Wile Coyote e Road Runner (Beep beep). Chi ha concepito l’idea di chiudere ogni infruttuoso tentativo del Coyote di acchiappare Beep Beep con l’inevitabile caduta del predatore giù da un burrone in una gola del canyon e l’altrettanto inevitabile "puf" è un genio. Se è lo stesso che fa esprimere il Road Runner solo con dei "bip bip" e il Coyote solo attraverso esilaranti cartelli, allora merita il Nobel come benefattore dell’umanità.

I migliori dieci cartoni animati5. Holly e Benji. Ma il quinto posto sarebbe da condividere con il loro progenitore, Shingo Tamai, che per primo ci ha fatto conoscere il folle calcio dei cartoon giapponesi. Holly e Benji è un cartone mitologico per un’intera generazione, che ha trepidato per la gamba di Benji, il cuore di Julian Ross, la povertà di Mark Lenders, l’amore di Patty per Holly, che è rimasta sconvolta dalla lunghezza infinita di un campo a schiena d’asino, che si è chiesta, senza mai trovare risposta, come diavolo si potesse fare un tiro da centrocampo in grado di strappare la rete di una porta. Ma non importa. Era pur sempre calcio.

I migliori dieci cartoni animati6. L’Uomo Tigre. Strappalacrime come un romanzo ambientato negli orfanotrofi inglesi di fine ‘800. Violento come uno dei peggiori splatter di Lamberto Bava o dei B-movies americani. Incontri di lotta libera in cui chi vince vive e chi perde muore, come al Colosseo. Dove ci si conficcano le dita negli occhi, ci si spappola il cervello col gong e persino con il telefono. Omicidi legali, senza polizia. La saga di Naoto Date è quella di un uomo capace di sopportare fino alle soglie del masochismo le sofferenze imposte dalla vita e dagli avversari. E poi c’era quel posto mitico chiamato "Tana delle Tigri", una palestra dove tutti noi abbiamo sognato di allenarci una volta o l’altra per diventare invincibili. Su You Tube trovate ancora l’ultima puntata, cruenta e cupa trasposizione moderna della tragedia greca. Un capolavoro.

I migliori dieci cartoni animati7. Conan. Cartone "catastrofista" in cui due strani bambini, un maschietto in canottiera con dita dei piedi prensili ed una femminuccia triste, riflessiva, insopportabilmente matura,vanno alla ricerca del nonno di lei dopo che le armi elettromagnetiche della Terza Guerra Mondiale hanno sconvolto il mondo nell’estate del 2008 (chi sa se Ahmadinejahd o Bin Laden lo sapevano). Il nonno di cui sopra è uno scienziato che va salvato dalla tirannia della potente Indastria. Tra scenari apocalittici ripresi da film successivi, contatto con la natura, buffi personaggi, la storia d’amore tra i due bambini si sviluppa di pari passo con quella della rinascita dell’umanità.

I migliori dieci cartoni animati8. La corsa più pazza del mondo. Ovvero Penelope Pitstop, Peter Perfect, l’Armata Speciale, il Diabolico Coupé, ma soprattutto Dick Dastardly ed il cane Muttley. C’è poco altro da aggiungere. Straordinari personaggi, sufficienti a tenere incollati allo schermo senza che le trame degli episodi offrano chissà che di nuovo e di speciale.

I migliori dieci cartoni animati9. Goldrake. Merita la citazione perché è stato il primo. Se abbiamo conosciuto i cartoni giapponesi in Italia è grazie a lui e ad Actarus. Della storia non ricordo nulla, ma chi se ne frega. Il 45 giri con la sigla vinse in Italia il disco d’oro per il numero di copie vendute. Naturalmente io ce l’avevo. Risentirla alle serate revival è straziante. Mazinga (altra grande sigla) e Mazinga Z furono gli altri due personaggi fantastici di una trilogia unica.

I migliori dieci cartoni animati10. Goku/Monkey. Le avventure di una piccola scimmia arrogante e dispettosa in viaggio in un mondo surreale con una banda improbabile alla ricerca di bottini e ricchezze. Tratto da un fortunatissimo romanzo cinese studiato a scuola in Giappone, "Viaggio in Occidente".

Altri meritano una menzione d’onore per tutte le puntate che hanno fatto compagnia a me e ad altri bambini/adolescenti, sottraendoli al giogo dei compiti e trasportandoli in un mondo lontano: ringrazio in particolare Mila e Shiro, Pollon, Tom e Jerry, Ken Il Guerriero (so che mi lincerete per non averlo messo tra i primi dieci), Capitan Harlock (altro linciaggio in arrivo), All Star Blazers – I Guerrieri delle Stelle, Supercar Gattiger, Jeeg Robot (con la falsa leggenda della sigla di Piero Pelù), Candy Candy, Sam ragazzo del West, Georgie, i Flintstones, Rocky Joe, i Puffi, Heidi (però che palle…), Belle e Sebastien, Remi (vedi Heidi), Principessa Zaffiro, Bia, Creamy, etc. Chiedo perdono per tutti quelli che certamente ho dimenticato.  I migliori dieci cartoni animati

I migliori dieci cartoni animatiInfine, un ringraziamento particolare a Lamu e Occhi di Gatto per avermi assistito e confortato nei periodi più difficili della mia crescita.

Le migliori dieci nazionali di calcio. Di sempre.

15/06/2008

Visto lo squallore imperante.
Visto l’immorale spettacolo di Polonia-Austria in prima serata.
Vista la tragicomica Italia di queste due partite, forse è ora di ricordare le migliori nazionali di sempre. Quelle che ricordiamo con nostalgia, con invidia, con rammarico. Prego.

Olanda74_fghyyt1. L’immaginazione al potere. Olanda 1974. L’immagine è tutto? E allora spazio all’unica squadra che ancora indossiamo tutti i giorni (vero Gau?). La mise arancione dell’Adidas è più di una maglia. È un icona di un mondo bellissimo in cui tutto gira alla perfezione. Stile. Giovanilismo. Impudenza. Vaffanculo a tutti che stavolta vinciamo noi! Manco per il cazzo. L’Olanda che cambio il mondo del calcio (una nazione fino ad allora inesistente che improvvisamente, sulla base di una semplice idea, domina il mondo) si fermò sulle caviglie di una splendida Germania Federale in quella che può essere considerata la più bella finale della storia. Una squadra che contava su Johann Cruijff, il più grande giocatore della storia (personale opinione peraltro) e su una schiera di campioni fantastici (Neeskens, Haan, Krol…). Mancava il portiere (quello tutto giallo) ma che importa. Ancora ce le vediamo quelle partite e ci rammarichiamo di come avesse ragione il giocatore brasiliano espulso a Dortmund nei quarti di finale. Indicava con la mano “tre” ai boriosi tifosi olandesi. Tricampeao. Prima di parlare arrivate dove siamo noi. Aveva purtroppo ragione.

2. I marziani. Brasile 1970. Una delle poche certezze nella storia piena di contraddizioni della nostra letteratura sportiva. Non potevamo fare nulla contro quel Brasile. È vero. Di fronte al più grande Brasile della storia una delle più belle Nazionali della nostra storia potè veramente poco. È noto il mio disprezzo di fronte al calcio brasiliano. Ma lì non si giocava. Era una squadra, per l’epoca, di un altro pianeta. Non solo Pelè (da rivalutare nella sua grandezza di fronte alle mille stupidaggini della retorica maradoniana-kusturicana… guardate il gol della finale, salta in cielo, DA FERMO, in testa a Burnich… non salta undici polli inglesi notoriamente i difensori più stupidi del mondo!). Ma anche Jairzinho, Tostao, Carlos Alberto, Rivelino. Stranamente, per essere il Brasile, una squadra anche cazzuta e tosta. Insomma, per l’epoca, imbattibile. E bellissima. Le magliette verde e oro delle immagini di Città del Messico sono ancora oggi da vedere.

italia823. La Tigna. Italia 1982. Un sogno. La matematica come aiuto nella comprensione dei fatti. La spina dorsale della più grande Juventus della storia (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi… ho i brividi), il più grande giocatore della storia della Roma (Brunetto Conti e mi dispiace per i soliti facile entusiasmi dei romanisti per il pupone… ne doveva fare ancora di strada per avvicinarsi al mito di Nettuno), un meraviglioso regista innamorato della maglia viola e sfigato come pochi (Antognoni) e per finire una torma di picchiatori (Oriali, Graziani…) che avrebbero fatto la fortuna di Scorsese. Un allenatore colto e furbo come pochi. E la più bella vittoria della mia vita (Italia- Brasile 3-2 ovviamente). Non è campanilismo. Era una squadra di granito capace di ricordare al mondo che il calcio non è una festa da sambodromo né un calcolo matematico. È undici leoni che contro tutti e tutto ci credono fino alla fine. Chi c’era li ringrazia ancora adesso. Non è follia la rilettura che vede in quella vittoria la fine della cappa plumbea del terrorismo sull’Italia. Si tornò ad essere felici e sereni tutti.

4. e 5. Il centrocampo come ragione di vita. Francia e Brasile 1982. Incredibile come la storia giochi brutti scherzi. Ma in quel meraviglioso mondiale le due squadre più talentuose avevano gli stessi difetti e furono massacrate nello stesso modo. Centrocampi impressionanti (Fernandez, Rochetau, Tigana, Giresse e, come mezzapunta, Platini da una parte e Falcao, Cereo, Socrates ed Eder con aggiunta Zico dall’altra). Ma come contraltare il nulla. Portieri, difese ed attaccanti inesistenti. Va bene fino a che te la giochi con squadrette di sprovveduti (i soliti idioti si impressionarono della vittoria del Brasil contro la Nuova Zelanda…) poi incontri squadre vere (l’Italia di sopra e la Germania Federale di Littbarsky e Rumenigge) e ciao ciao. Dispiace perché rimane negli occhi le immagini di un calcio impossibile. Tre registi in campo contemporaneamente. Tutti a fare a gioco. E nessuno capace di dare due calci a Bruno Conti. Grazie a Dio.

ungheria5. La grande. Ungheria 1954. Aranycsápat, la squadra d’oro. I primi ad umiliare gli inglesi a Wembley (3-6 ed il gol di Puskas che ancora mette i brividi a vederlo). Ovviamente paga lo scotto di essere la meno telegenica. Ma che importa! Innegabile è il ruolo straordinario nello svecchiare il calcio avuto dai giocatori magiari ultimi eredi di una scuola raffinatissima che aveva insegnato calcio a mezzo mondo. Hidegkuti inventò da solo la mezza punta. Faceva il centravanti, tornava indietro e Puskas e Kocsis si ficcavano in mezzo e facevano sfracelli. Naufragò tutto nella tristissima repressione sovietica della rivoluzione del 1956.  Grazie a Dio riuscirono tutti ad andarsene ed a girare il mondo ad insegnare calcio fino alle soglie dei 50 anni. La finale con i tedeschi fu una dei più inquietanti esempi di come il doping forse aveva fatto breccia fin dagli albori dello sport. Ma per i tedeschi questo non importò. C’è una letteratura che racconta di come quella vittoria truffaldina servì a far rialzare la testa ad un popolo annichilito dalla più devastante sconfitta della storia.

germania_19746. Vince sempre la Germania. Germania Federale 1974. Anche qui la sola visione delle immagini basterebbe. La maglia bianca, semplice. La tuta azzurra con cui il più grande libero della storia (il grande Franz capace di giocare con un braccio rotto una semifinale quattro anni prima) guidava, all’ingresso in campo all’Olympiastadion, la sua torma di campioni. Il portiere Maier, Vogts (che annullò Cruiff in finale), Swarzembeck (il difensore più brutto della storia), il grandissimo ciccione Muller (cecchino infallibile). E poi la politica, segno di tempi, comunque li si veda, senza senso. Beckembauer che non vuole comunisti in squadra ma non può non fare a meno del grandissimo Breitner (maoista convinto, viveva in una comune…). E lui, con quella faccia sempre cupa, segnerà il rigore in finale in una delle più accettabili sconfitte della storia. Grandi.

7. Campioni si è quando arbitro fischia. Uruguay 1950. La più bella inculata della storia. Un grandissimo regista (Schiaffino, forse uno dei più grandi in assoluto). Un ala come Ghiggia, perfetta, bastarda e feroce. E soprattutto un gioco (calmo, passaggi orizzontali e poi lanci lunghi) perfetto per inculare la squadra, il paese, il sistema calcio più borioso della terra. Tutti si ricordano del "O Maracanaco", il disastro del Maracanà. Delle mille storie dementi di un popolo che non conosce la sanità mentale. Stranamente invece della squadra che ne fu straordinaria protagonista rimane poco. Ma basta la frase con cui Schiaffino rincuorò i suoi compagni demoralizzati dopo il vantaggio brasiliano (“…tranquilli, fateli sfogare, voi date la palla e me e vedete che vinciamo!”) è una delle immagini più belle della storia calcistica in assoluto.

8. Fascisti solo quando serve. Italia 1938.
Diciamocelo. Con il cuore saremmo stati tutti tra il pubblico di Parigi che insultava quegli undici figuri in maglia nera. C’erano molti patrioti in esilio tra il pubblico francese. Ma non può bastare. È la follia del calcio. Quella è una delle squadre più belle della nostra storia. Meazza (che a sentire Brera rimane il più forte giocatore italiano di sempre), Piola e via dicendo. E poi la vittoria contro il Brasile, anche lì. Boriosi come sempre avevano prenotato il biglietto aereo per Parigi. Gli andò male. E noi andammo a vincere a Parigi contro l’Ungeria di Sarosi (mica pizza e fichi…) in treno. Fantastici.

9. Do cojo, cojo. Qualsiasi nazionale argentina tra il ‘78 e l’86.
La dimostrazione, contro ogni logica, che il singolo fa tutto. Nel 1978 si chiamava Videla. Era il vergognoso primo ministro di un paese massacrato da una delle giunte militari più ingiustificativamente sanguinarie della storia. Vinsero con aiuti spaventosi. Ma, anche lì, ciò non deve far dimenticare campioni del calibro di Ardiles (quella finta…) e di Kempes (prototipo del mio attaccante perfetto, sgraziato, capellone, senza paura…). Nell’1986 il singolo si chiamava Maradona ma la squadra intorno a se, tolto il discreto Valdano, era uno schifo. A meno che non siate così coprofagi da considerare un calciatore gente come Batista (praticamente uno perfetto per gli squadroni della morte) e Brown.

E ora basta.
Lasciatemi morire di fronte alla certezza consolidata (da parte dei critici, dei commentatori, dei mille nostri amici imbevuti di retorica Sky-iana) che la Spagna e il Portogallo rappresentino il meglio del calcio europeo. Due squadre piene di campioni sopravvalutatissimi che non conoscono un minimo di tattica difensiva. Non hanno portieri decenti (qualcuno vorrà ammettere, prima o poi, che Casillas è una PIPPA?!?).
Non ho speranze. Se non che una delle poche nazionali decenti viste fino ad ora (l’Olanda, sopravvalutatissima ma non male, la grandissima Croazia del mio mito Bilic, la sempre affidabile Germania…) possano salvare il mio Europeo.
Passi che la mia vita fa schifo. Ma che foche da circo come Ronaldo, Deco e Torres possano vincere un trofeo come questo…
No. Questo no. Preghiamo.

I peggiori allenatori d’Italia (A mia memoria)

11/06/2008

Oronzo CanàUn tuffo nello schifo, soprattutto dopo le catastrofi dell’ altroieri sera, giusto per ricordare all’Italia che, comunque, sarebbe potuto capitare di peggio, persino a Donadoni.

Alberto Malesani (Verona 05 Giugno 1954). Senza dubbio il peggiore, vincitore staccato di questa classifica. Riuscì a non vincere lo scudetto col Parma del 1999. Anzi, riuscì a non arrivare nemmeno quarto. Tre anni dopo retrocesse con un Verona nel quale c’erano Oddo, Gilardino, Frick, Camoranesi, Cassetti e Mutu! Non solo retrocesse, ma retrocesse all’ultima giornata, senza mai essere stato tra le ultime quattro, prendendo tre pere a Piacenza, quando a entrambe le squadre sarebbe bastato lo zero a zero per salvarsi. Fu l’altro 5 Maggio 2002. Ce lo ricordiamo per una crisi isterica dopo aver vinto (di culo, scusate il francesismo) un derby col Chiedo Verona….una cosa di uno squallore raro. Anni dopo volle rifare quello che fece Trapattoni in Germania. Il Trap fece tremare i polsi al Mondo, Malesani suscitò l’ilarità generale. Semplicemente PIETOSO!

 
Helenio Herrera (Buenos Aires 17 Aprile 1916-Venezia 09 Novembre 1997). Pomposamente chiamato il “Mago”, lo si ricorda maggiormente per la parlantina e per aver regalato alla categoria degli allenatori stipendi faraonici. La sua Grande Inter lo sarebbe stata anche con me in panchina. Non furono mai chiari i contenuti delle correzioni ai caffé che dava con profusione ai suoi giocatori. Il NON GIOCO di quella squadra era “tutti dietro e palla a Mario Corso”….Venne a Roma per riportare lo scudetto, litigò con il Presidente, ma si arruffianò la piazza. Non dimostrò il benché minimo dispiacere per la morte del povero Taccola, inimicandosi lo spogliatoio. Umiliò la squadra dalla quale percepiva lo stipendio, mettendo un annuncio sul giornale e sostenendo che lo scudetto del 1942 era stato vinto solo grazie all’intercessione di Mussolini. A fine carriera andrà a fare il guitto da Maurizio Mosca, trovandosi perfettamente a suo agio. Sarà pure morto, ma era veramente uno stronzo!

 
Sven Goran Eriksson (Trosby, 05 Febbraio 1948) Amante della patata maggiormente che del giuoco del calcio, tutti ancora ricordiamo la sua Roma del 1985/86: un 4-5-1 veloce e ficcante. Dopo lo scioglimento della squadra contro il Lecce, se la è fatta sotto e ha cominciato un’involuzione tecnica e tattica imbarazzante. Ha mantenuto il 4-5-1, rispolverando il libero staccato, ha preteso solo grandi nomi e ha vinto uno scudetto con la Lazio, grazie a Giove Pluvio! Peccato che quella squadra avrebbe potuto vincere almeno due scudetti sotto il Sole. Nonostante tutto si è creato un’aura di santone che gli ha permesso di accumulare sterline e amori in Inghilterra. La sua ultima partita da allenatore sulla panchina del Manchester City è finita 8-1 per il Middlesbourgh. Complimenti.

 
Azeglio Vicini (Cesena 20 Marzo 1933) con la Nazionale Under 21 raccolse le glorie di una finale, e la sua squadra  si sciolse come neve al Sole. Nel 1988 la sua Nazionale fece un eccellente europeo, salvo essere travolta in semifinale dall’URSS del colonnello Lobanovsky. Il Mondiale del 1990 avrebbe dovuto essere il suo, ma si incaponì con scelte incomprensibili, preferendo Ferri a Vierchowood, e di fronte a sua maestà Maradona l’Italia fu nuovamente fermata sul più bello. Da sempre un inconcludente.

 
Hector Cuper (16 Novembre 1955). Altro genio calcistico argentino. Con la scusa di motivare si rendeva ridicolo a ogni piè sospinto. Fu capace di perdere uno scudetto già vinto, e diede la colpa a Ronaldo, imponendo l’aut aut a Moratti: “O me o lui!” Moratti scelse Cuper. Forse aveva notato il solido curriculum fatto di finali perse e scudetti sfuggiti. O forse era innamorato del gioco tipicamente argentino col quale impostava le sue squadre: botte a centrocampo e lancioni dalla difesa. Come tutti gli altri argentini arrivati in Italia, un incapace compreso sempre troppo tardi.

 
Eugenio Fascetti (Viareggio 23 Ottobre 1938). Parliamoci chiaro: non è un allenatore, è un minestraro. Le sue squadre sono l’anticalcio. Ottiene i risultati che ottiene in maniera vergognosa. Si vanta di non temere nulla, più che altro non conosce vergogna: insegna ai suoi giocatori la disonestà e la falcidie secca dell’avversario più temibile. Roba da chiedere il rimborso del biglietto. Se tifassi per una squadra di Fascetti credo che mi taglierei le vene,

 
Fatih Therim (Adana, 04 Settembre 1953). Eccone un altro! L’”Imperatore”. Arrivò in Italia quando non se ne sentiva il bisogno, se ne andò e non ne abbiamo mai sentito la mancanza. Tutti ricordano il Galatasaray che nel 2000 vinse la Coppa UEFA. Un signor trofeo! Ma quella squadra era infarcita di brasiliani che svernavano nell’arcicompetitivo campionato Turco. Arrivò in Italia e la più bella partita della sua Fiorentina fu Fiorentina-Perugia 3-4. Una sconfitta, non c’è che dire. Di lui si innamorò Galliani, ma non Berlusconi che, infatti, pretese anche Ancelotti, in vista del sicuro esonero. Serve altro?

 
Roberto Mancini (Jesi, 27 Novembre 1964). L’ex Golden Boy del calcio italiano (Dopo Rivera ovviamente), per i romani è solamente “rosichello”. Raccomandato di ferro, grazie all’augusta parentela con Geronzi, non ha mai perso occasione per lamentarsi della mancanza di pulizia nel calcio. Grazie ad una ferrea gavetta che non ha mai fatto, non appena ha smesso di giocare a pallone ha subito preso una panchina di Serie A: la Fiorentina che proprio in quei giorni stava fallendo ed era controllata dalla banca del genero. Un po’ prima che a Firenze tutto venisse giù, fu sollevato dall’incarico e prese subito in mano la Lazio che, nel frattempo, stava fallendo ed era controllata sempre dal genero. L’esperienza di allenatore biancoceleste fu relativamente buona: il primo anno centrò la qualificazione in Champion’s attraverso i preliminari e l’anno successivo vinse la Coppa Italia. Il suo gioco era sostanzialmente questo: lancione per il lungagnone Corradi e spizzata per i subentranti Claudio Lopez o Stankovic….un genio della tattica. Prima di andare all’Inter chiese e ottenne un cospicuo aumento di stipendio dalla sua società sull’orlo del fallimento. Nel frattempo sbagliò l’impossibile e la sua futura squadra andò in Champion’s al posto della Lazio che intanto gli pagava lo stipendio. All’Inter è riuscito a vincere tre scudetti di fila e a farsi cacciare a malo modo: inutile sottolineare che il primo lo ha vinto a tavolino, il secondo con nessuno e il terzo aggrappandosi a Ibrahimovic, dopo che aveva preteso e ottenuto l’inimmaginabile sul mercato, dimostrandosi assolutamente incapace di gestirlo. IMMORALE.

 
Alberto Zaccheroni (Meldola 01 Aprile 1953). Mirabilmente soprannominato dal nostro amico Gau Alberto Chiacchieroni, è l’uomo con lo schema in tasca. Peccato che sia il peggiore e peccato che non lo sappia nemmeno insegnare. Ha vinto uno sculetto col Milan nel 1999, ma quello lì fu un gesto d’orgoglio di una squadra vicina alla fine: Boban, Albertini, Maldini e Weah ripresero la Lazio sul filo di lana e gli regalarono il tricolore. Ovunque sia andato è stato allontanato a male parole: ai tifosi della Lazio ancora appare nei peggiori incubi notturni, al Torino Rosina lo ha insultato e denigrato sul web; lui lo ha mandato in campo, il Torino ha perso e il nostro è stato esonerato. Sfigato e di travertino.

 

Gigi Maifredi (Lograto 20 Aprile 1947). Fu l’emblema dei “Maestri del 1988”, allenatori che nel primo anno del grande Milan di Sacchi ne scimmiottarono gesta e moduli, ottenendo risultati anche pregevoli. Ma costoro non avevano Gullit, Van Basten, Baresi, Maldini, ecc ecc. Allenò la Juventus nella stagione 1990/91: introdusse a Torino il verbo della zona, chiese la “Gabbia”, ebbe a disposizione una squadra di grandi nomi ma di pochissimi centimetri. Alternando prestazioni devastanti per gli avversari (ricordo un paio di 5-0, di cui uno molto bene, purtroppo) ad altrettante prestazioni sconfortanti, soprattutto nel girone di ritorno, appalesò una scarsa preparazione negli schemi: il centrocampo della sua Juventus tardava a rientrare, rimanendo, spesso, in una linea di galleggiamento che metteva in sofferenza la difesa e non supportava adeguatamente l’attacco. Al termine di quella stagione la Juventus non riuscì a entrare nemmeno in Coppa UEFA, eliminata dal Genoa di Osvaldo Bagnoli….sarà un caso?

I migliori dieci allenatori d’Italia (che non allenano ora)

09/06/2008

William GarbuttOsvaldo Bagnoli (Milano, 3 Luglio 1935). Non c’è dubbio che sia il migliore. Il suo capolavoro rimane lo scudetto del Verona nel 1985. Univa saggezza contadina, praticità da metalmeccanico, e occhio nell’individuare talenti nascosti. Capì che gli armadi nordeuropei Briegel ed Elkjaer, la velocità di Fanna e Galderisi, e la follia impresentabile di Garella avrebbero permesso al Verona di raggiungere qualsiasi risultato e ci riuscì. Compì un altro capolavoro nel 1992 quando portò il Genoa in semifinale di Coppa UEFA. Un genio del calcio.

 

Niels Liedholm (Valdemarsvik, 8 Ottobre 1922-Cuccaro Monferrato, 5 Novembre 2007). Il Barone. Maestro di calcio e filosofia. Sapeva estrarre il meglio da chiunque, soprattutto da giocatori dati in disarmo. Spiazzanti la sua filosofia e il suo amore per l’ironia. Aziendalista all’ennesima potenza, definì Sergio Domini un calciatore e sosteneva che con Andrade avrebbe vinto lo scudetto. Per i suoi “Iocatori” si sarebbe buttato nel fuoco. Non disdegnava la scaramanzia. Importò la zona in Italia. Riuscì a vincere la Stella con un Milan pieno di vecchietti e regalò ai tifosi della Roma il periodo più bello di sempre. Un gradino sotto la perfezione perché, comunque, le sue squadre erano forti e di nome.

 

Tommaso Maestrelli (Pisa, 10 Ottobre 1922-Roma, 02 Dicembre 1976). Un maestro di vita e di calcio. Saggio ed educato, grandissimo psicologo. Riuscì a gestire uno spogliatoio nel quale i giocatori si prendevano a pistolettate. Quella Lazio lì era uno squadrone costruito pezzo su pezzo anche dall’allenatore che, contro ogni aspettativa, portò in cima al calcio italiano. Un brutto male lo stroncò a soli cinquanta anni, privando la Lazio e tutto il calcio italiano di un uomo che avrebbe potuto dare molto di più.

 

Fabio Capello (San Canzian d’Isonzo, 18 giugno 1946). Grandissima figura ai limiti dello ieratico. Gestore di talenti, ottiene (quasi) sempre il massimo dai propri uomini. Antepone il risultato a tutto; è antipatico ma vincente. Bisogna dargliene atto. Non sembra ma le sue squadre giocano a calcio. Non ha mai dimostrato duttilità tattica (Conosce solo il 4-4-2), ma dispone i suoi uomini in modo che possano rendere al meglio. Ha vinto ovunque, e non è poco. Nota di demerito: ovunque vada lascia dietro di sé una scia di macerie economiche e lo spogliatoio spaccato. Ora è il Ct della nazionale inglese.

 

Marcello Lippi (Viareggio 12 Aprile 1948) E’ il tecnico campione del Mondo. Grandissimo motivatore, le sue squadre non mollano mai, nemmeno sul tre a zero, a cinque minuti dalla fine. Nel 1994 capì che Vialli era ancora un grandissimo centravanti e con lui vinse uno scudetto inaspettato ma atteso da nove anni. Ha portato Grosso, Barone e Zaccardo in cima al Mondo. Ha saputo aspettare Totti dopo l’infortunio, dimostrando incredibili doti di psicologo. Rimangono ancora lunghe ombre di sospetti sui trionfi bianconeri, del resto non riconfermati altrove. Di lui Moggi disse: “Se gli dai chi gli fa il mercato chi gli fa la preparazione, chi gli mette la squadra in campo e chi gli gestisce lo spogliatoio è il migliore allenatore”. Ma ora Moggi è radiato e Lippi è campione del Mondo.

 

Ferruccio Valcareggi (Trieste, 12 Febbraio 1919-Firenze, 02 Novembre 2005). Per anni il suo nome è stato sinonimo di allenatore di calcio. Una solidissima carriera di allenatore nei ranghi federali, veniva chiamato ogni qualvolta c’era da ricostruire o salvare e lo faceva in maniera egregia. Ricostruì la Nazionale dopo la Corea, portandola sulla cima d’Europa e ad un passo dal Mondo. Rimane epocale la semifinale di Messico 1970. Purtroppo non risolse la convivenza tra i due geni calcistici dell’epoca : Rivera e Mazzola e ciò gli attirò le antipatie di tutti. A onor del vero c’è da dire che quando provò a metterli insieme i risultati furono catastrofici. (Eliminati prematuramente dagli Europei del 1972). Salvò anche la Roma da un’ignominiosa retrocessione in Serie B nel 1979 e la Fiorentina undici anni dopo.

 

Nereo Rocco (Trieste, 20 Maggio 1912-20 Febbraio 1979). El Paròn. Allenatore vecchio stampo, maestro di tanti allievi sia come calciatori che come allenatori. Inventò il ruolo di libero (la leggenda dice che sia successo durante una partita a scacchi nel pre-ritiro del Mondiale del 1934). Soprattutto inventò il calcio “all’Italiana” o catenaccio, che non è un semplice fare mucchio davanti al portiere, ma è il doppio centrale difensivo. La sua filosofia era raccogliere comunque il massimo. Aveva il carattere del vero alpino. Benché il suo calcio attualmente sia sorpassato, rimane un punto di riferimento, soprattutto per chi deve riuscire ad andare a nozze coi ficchi secchi.

 

Eugenio Borsellini (Borgotaro 10 Giugno 1936) Grande allievo di Nereo Rocco, era e rimane un esperto in salvezze e miracoli, grazie ad una grinta innata e alla capacità di mettere da parte credi tattici e integralismi tecnici per il solo risultato. Anche il suo ora è un calcio superato, per quanto il suo più grande merito è lo scudetto dell’Inter della stagione 1979/80: una squadra con solamente due giocatori (Altobelli e Beccalossi) e tantissimi gregari e corridori (come dimenticare Bergamaschi?) riuscì a portare a casa un campionato sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo.

 

Giovanni Trapattoni (Cusano Milanino 17 Marzo 1939). E’ a ragione considerato un maestro. Altro formidabile allievo di Nereo Rocco. Ha un carattere d’oro, forse troppo indulgente coi giocatori negli spogliatoi, diventa una belva in panchina. A settanta anni non ha ancora smesso la tuta per il Mondo, e ovunque vada miete consensi al di là dei risultati. Non ha paura di nessuno e inchioda i propri giocatori alle loro responsabilità (Indimenticabile la conferenza stampa di Monaco di Baviera). E’ capace ad insegnare calcio. Nota di demerito: il non essere riuscito ad aggiornare i metodi di allenamento lo sta marginalizzando dai grandi scenari calcistici. Rimane un inarrivabile. Anche lui, come Capello, è attivo all’estero.

 

Manlio Scopigno (Paularo 20 Novembre 1925-Rieti 25 Settembre 1993) Basterebbe dire che ha vinto lo scudetto col Cagliari. Un grandissimo psicologo e, sostanzialmente, un signore vecchio stampo. La sua era una filosofia spiccia che, badando al sodo, otteneva sempre i risultati sperati. Quando capì che non sarebbe più potuto andare avanti ad insegnare il suo calcio si ritirò a vita privata, rinunciando anche a qualche soldo. I giocatori del Cagliari del 1970 lo ricordano come qualcosa di maggiore al padre. In Sardegna ancora non hanno smesso di piangerne la morte (Del resto ancora non hanno smesso di festeggiare lo scudetto)

PS ce ne sarebbero altri di bravi (Zeman, Mazzone, Marchesi) ma queste secondo me sono state le vette. Una nota a parte la merita Giampiero Boniperti: ufficialmente non fu mai allenatore, ma, onestamente, chi allenava la Juventus quando c’era Carlo Parola o Cesto Vickpalek? La persona che vedete in foto è William Garbutt primo allenatore di calcio in Italia, colui per il quale è stato coniato il termine "Mister". Uno per tutti.

I migliori 10 piloti della F1 degli anni ’80

08/06/2008

La mia personale dedica al decennio d’oro della F1. Non si erano mai visti e mai si vedranno, a meno di miracoli, tanti campioni tutti insieme in un GP. Ho dovuto, per forza di cose, limitarmi al decennio in questione perchè sono stati gli anni della mia passione cieca. Facendo così mi sono perso, lo so, gli anni 70 e campioni del calibro di James Hunt (campione del mondo ndel 1976, gran puttaniere, che saliva sul palco a piedi nudi… che tempi!), Jackie Stewart, Emerson Fittipaldi e potrei continuare per ore. Del fatto che mi sono perso gli anni 90 (soporiferi) e i drammatici primi otto anni del 2000 non penso nessuno se ne avrà a male.

prost

1. Alain Prost (Lorette, 24 febbraio 1955). Il Professore. Quattro volte campione del mondo.. Prima del Panzer Schumacher detentore del record di vittorie assolute. Basso d’altezza. Brutto. Ma impassibile ad ogni stimolo esterno. Lo sguardo calmo, imperturbabile, da professore appunto In poche parole il più grande tattico dell’intera storia della F1. Dimostrazione straordinaria fu la mitica vittoria nel Mondiale del 1986. Il suo sorriso furbo sul podio contro lo sguardo rognoso ed incredulo degli uomini Williams che gli avevano regalato il titolo. Il numero 1 assoluto non fosse altro per la capacità dimostrata (sotto l’influenza di Lauda) di modificare se stesso ed il suo modo di correre nel corso degli anni (nei primi anni in F1 era considerato uno sfasciamacchine). Protagonista con Senna di uno dei duelli più sporchi e tormentati della storia da cui ne uscirono entrambi con la fedina penale sporca e con l’animo incrinato. Fu protagonista di una tormentata ma, in parte straordinaria, stagione alla Ferrari. Nonostante questo ed anni in cui ha spalmato la sua classe in giro per il mondo non è rimasto nei cuori dei tifosi. Ma si sa. La gente normale preferisce quelli che ragionano con il cuore. Organo non ragionante. Appunto.

lauda2. Niki Lauda (nato come Andreas Nikolaus Lauda, Vienna 22 Febbraio 1949). L’incompreso. Da tutti. Da Enzo Ferrari che non riusciva a capire come quello strano personaggio dai denti da coniglio, timidissimo, fosse riuscito a vincere tanto con le sue macchine. Dal pubblico italiano che mentre si stracciava i capelli dopo il trionfo mondiale del 1975 a Monza si sentì rispondere, ad occhi bassi, che “…era abbastanza bello”. In realtà Niki Lauda era semplicemente su un altro pianeta. Due titoli con la Ferrari nel 75 e nel 77. Uno lasciato per strada nel 76 dopo il terrificante incidente del Nurbugring in cui perse metà faccia ma, incredibilmente, non la voglia di vincere (a Monza, 40 giorni dopo, corse con un casco imbottito di garze ed a fine gara dovettero quasi operarlo per il sangue che aveva perso dalle ferite). Il vero maestro di Prost a cui insegnò tutto. Ma soprattutto l’arte di ridere. Alla fine.

gillesvilleneuvecourseautomobile_19803. Gilles Villeneuve (nato come Joseph Gilles Henri Villeneuve, St. Jean Richelieu, 18 gennaio 1950 – Lovanio, 8 maggio1982). L’Aviatore. L’ultimo sognatore della F1. Mai domo. Forse il più grande starter della storia. Inarrivabile sul bagnato. Protagonista di imprese che non verranno mai dimenticate (due su tutte: il duello con Arnoux a Digione nel 1979 e la incredibile vittoria a Monaco nel 1981). Per Enzo Ferrari uno dei pochi che aveva regalato notorietà alla Ferrari e non viceversa. Per Time l’uomo con cui raffigurare l’intero mondo della F1. Per i tifosi della Ferrari un mito. Un idolo. In assoluto il pilota più amato. A mio modesto parere, il più grande pilota di tutti i tempi ma, che per stare al primo posto, avrebbe dovuto (saper) vincere un po’ di più. Manca a tutti.

ayrton154. Ayrton Senna da Silva (San Paolo, 21 marzo 1960 – Bologna, 1° maggio 1994). Il campione triste. Sempre alla perenne rincorsa di una vittoria che, forse, serviva a ripianare debiti con la sorte mai voluti precisare in pubblico. Fenomenale sul bagnato dove era almeno 3 secondi avanti a tutti. Il più grande realizzatore di Pole Position della storia. Un grande predestinato. Ma troppo tormentato da un carattere pessimo e da scelte tecniche folli dettate dalla voglia di dimostrare di essere il più forte con qualsiasi macchina. La morte lo ha reso un mito inarrivato. Non dico bestialità però se lo ritengo un passetto, piccolo ma chiaro, sotto ai primi tre.

mansell5. Nigel Mansell (Upton-upon-Severn, 8 agosto 1953). Il Leone. Veloce. Velocissimo. Sfigato. In assoluto uno dei piloti più fessi della storia della F1. In fondo rimaneva un uomo di campagna inglese che aveva deciso di trasferirsi a vivere eremita con la moglie (un cesso tra parentesi) all’isola di Man. Ma era un grande. Di lui ci rimane la sua stupida ed ottusa sfiga, le lacrime che condivano costantemente le sue (tante) sconfitte e le (meno numerose) vittorie ed il sorpasso a Senna al GP d’Ungheria del 1988. In assoluto uno dei dieci sorpassi più belli della storia. Andatevelo a rivedere.

piquet26. Nelson Piquet (Rio de Janeiro, 17 agosto 1952 ). Il Puttaniere. Furbo. Intelligente. Tre titoli mondiali praticamente scippati, sul filo di lana, ai meritori appartenenti (nell’ordine il povero Reutemann, Prost e Mansell). Non il più veloce. Non il più temerario. Non il più tecnico. Ma non certo una pippa e che soprattutto sapeva come farsi trovare al punto giusto al momento giusto. Tranne una volta. Nel 1986 oltre a lui e Mansell c’era anche Prost che se lo inchiappettò per bene. Ma lui non se la prese. Non è mai stato un assatanato del primeggiare. Conosceva i suoi limiti e se la godeva. Se la godeva da Dio.

medium_alboreto7. Michele Alboreto (Milano, 23 dicembre 1956 – Lausitzring, 25 aprile 2001). Senza discussioni l’ultimo grande pilota italiano. Non fosse altro perché è stato l’ultimo a giocarsi, per una parte considerevole della stagione, il mondiale (A.D. 1985). Un bravo pilota. Tatticamente accorto e correttissimo. Ma soprattutto una bella persona che ha lasciato, nel cuore dei ferraristi, un ricordo tutto sommato positivo. È morto prematuramente durante le prove di una competizione prototipi.

berger8. Gherard Berger (Wörgl, 27 agosto 1959). Una carriera divisa in due. La prima parte della carriera all’insegna della velocità e dell’aggressività. Sfascia macchine, tromba come una bestia e vince con Benetton e Ferrari. Sembra destinato ad una carriera alla Mansell. Poi l’incidente di Imola nel 89. La Ferrari che brucia. Lui, raccontano i soccorritori che non riuscivano a farlo entrare nell’ambulanza, che: “sembrava un uomo che cade dal grattacielo e mulina le braccia e le gambe continuamente”. Stop. Va alla Mc Laren dove diventa lo scudiero, quasi imbarazzante per la serietà, di Ayrton Senna. Ha fatto molti soldi. Si è accontentato così. Ma qualcuno provi a criticarlo.

patrese_st29. Riccardo Patrese (Padova, 17 aprile 1954). Come per Berger. Un esordio faticosissimo. Considerato la migliore promessa dell’automobilismo italiano si è barcamenato, per almeno un decennio, tra macchine scandalose, rifiuti indimenticabili (sulla macchina di Gilles, nel 77, ci doveva essere lui) e il ricordo dell’incidente mortale di Petterson a Monza in cui, più di un commentatore, vedevano in lui il primum movens. Poi la Williams. E tanti anni di scudiero fedele della prima guida con tante vittorie e soddisfazioni meritate per uno dei pochi piloti, da sottolineare, che non aveva la residenza a Montecarlo.

Pironi, Didier10. Didier Pironi (Villecresnes, 26 marzo 1952 – Isola di Wight, 23 agosto 1987). Per mettere lui lascio per strada Rosberg (campione del mondo del 1982 proprio ai danni del francese) ma non penso di dire una follia. Uno dei piloti più controversi del decennio. Odiatissimo dai tifosi di Villeneuve per lo smacco di Imola lo si ricorda, purtroppo, non tanto per la bravura e l’intelligenza ma per la mancanza di scrupoli. Nel 1982, a calci ed a spinte, il mondiale era suo. L’incidente gravissimo di Hochenheim ha tolto alla F1 un grande protagonista e a Didier la tanto desiderata fama. La sua carriera finì tra le lamiere della sua Ferrari numero 28 con le gambe massacrate. Ci ha provato lo stesso. Prima a tornare in F1 (con delle prove private nel ’86 senza esiti) e poi in Off-Shore. Morì proprio in mare lo stesso anno. In assoluto, a giudizio personale, uno dei campioni più sottovalutati della storia della F1.

I migliori dieci giocatori della NBA

05/06/2008

01500_birdphs016028Calma. Frenate le proteste.

Sì, lo so. Sono solo giocatori degli anni compresi – salvo rarissime eccezioni – tra l’80 ed il ’90 circa.

Ma prima ero troppo piccolo per seguire il basket e dopo, beh…ciò che è venuto dopo non regge il paragone.

Per nulla.

1. Earvin "Magic" Johnson (Lansing, Indiana, 14 agosto 1959). Play-guardia, 2, 03m. Non vi devo spiegare niente. Un playmaker di 2 metri, grosso, apparentemente sgraziato e poco atletico, ma capace di fare qualunque cosa col pallone fra le mani. Ha guidato i suoi Lakers alla vittoria di 5 titoli NBA con assist, tiri da 2, tiri da 3, finte, autentiche magie. Non c’è mai stato né ci sarà mai più uno così.

2. John Stockton (Spokane, Washington, 26 marzo 1962). Playmaker, 1,85m. Il secondo più grande play della storia. Ma di certo il più intelligente. Cambi di direzione, velocità, assist, tiro. Tecnica perfetta, umiltà e modestia. Detiene tuttora il record di assist, aplle rubate e percentuale di tiri realizzati da un play nell’NBA. Peccato che non sia riuscito a vincere iltitolo con gli Utah Jazz.

3. Kareem Abdul Jabbar alias Ferdinand Lewis Alcindor (New York, 16 aprile 1947). Pivot, 2,18m. Il più grande "centro" dell’NBA, asso dei Lakers, celeberrimo per il suo "gancio cielo". Elegante, per nulla muscolare. Classe e cervello innanzitutto, solo dopo la stazza fisica. Ottimo tiratore anche da fuori. Ha giocato fino a 42 anni. Un fenomeno vero.

4. Michael Jordan (New York, 17 febbraio 1963). Guardia-Ala, 1,98m. Tutti dicono che il migliore è stato lui. Non ci ho mai creduto. Tecnicamente inferiore a Magic e Stockton, certamente più esplosivo sul piano fisico ed atletico. Un trascinatore sul piano caratteriale. Grandissimo tiratore. Molto spettacolare il suo gioco. Ha vinto 6 titoli NBA. Ma Magic era pura poesia, Stockton era un genio, Jabbar un monumento. Lui "solo" un eccellente giocatore. 

5. Larry Bird (West Baden Springs, Indiana, 7 dicembre 1956). Ala, 2,06m. Il grande rivale con i suoi Boston Celtics (con i quali vinse tre titoli) di Magic e dei Lakers. Il miglior tiratore di sempre: la sua tecnica di tiro andrebbe insegnata ai bambini che imparano a giocare. Pessimo carattere, si azzuffò con Isiah Thomas, Julius Erving e altri grandi. L’unico che rispettò sempre era Magic. Ci sarà un perché. Dennis Rodman una volta disse di lui che se fosse stato nero sarebbe stato solo un buon giocatore come tanti altri. Ma del resto Rodman non ha mai capito un cazzo.

6. Karl Malone (Bernice, Louisiana, 24 luglio 1963). Pivot-ala grande, 2,06m. Soprannominato "Il Postino", ha costruito insieme a Stockton i grandi Utah Jazz. Miglior giocatore della NBA nel 1997 e 1999. Secondo miglior realizzatore dietro a Jabbar. L’unico che in quel ruolo sia stato obiettivamente migliore di lui.7. Charles Barkley (Leeds, Alabama, 20 febbraio 1963). Ala, 1,98m. "Sir" Charles, come veniva soprannominato, è stato sottovalutato. Forse perché pesava 136 kg. Forse perché è diventato più noto per la sua antipatia e per le sue risse. Forse perché non ha mai vinto un titolo. Però è stato miglior giocatore dell’NBA. E nella finale olimpica di Barcellona 1992 gli ho visto segnare con nonchalance un tiro da 3 da metà campo.

7. Isiah Thomas (Chicago, 30 aprile 1961). Playmaker, 1,80m. Leader indiscusso dei Detroit Pistons vincitori di due titoli nel 1989 e nel 1990. Playmaker completo: ottima visione di gioco, tecnica sopraffina, tanti assist, precisione al tiro. Non mi ha mai entusiasmato però. Anzi, per dirla tutta mi stava proprio sulle palle.

8. David Robinson (Key West, Florida, 6 agosto 1965). Pivot, 2,15m. E’ vero che deve ringraziare Tim Duncan per aver vinto un paio di titoli con i San Antonio Spurs (che altrimenti si sarebbe sognato), però "l’Ammiraglio" è stato un grande. E’ stato miglior giocatore , miglior matricola e -cosa strana per un pivot – persino miglior difensore della NBA.

9. Julius Erving (East Meadow, New York, 22 febbraio 1950). Ala piccola. Condottiero dei Philadelphia 76ers vincitori del titolo 1983. Giocatore spettacolare – in questo precursore di Jordan – e fantastico tiratore. Soprannominato "Doctor J", è stato uno dei pochissimi giocatori provenienti dalla ABA (la seconda Lega degli USA) a sfondare nella NBA.

10. Moses Malone (Petersburg, Virginia, 23 marzo 1955). Pivot-Ala grande. Miglior rimbalzista mai visto. Quinto miglior realizzatore della storia dell’NBA. Vincitore del titolo nel 1983 con Philadelphia. E’ stato 3 volte miglior giocatore NBA. Ha giocato fino a 40 anni.

Altri meritano di essere menzionati: Pat Ewing, Chris Mullin, Dominique Wilkins, James Worthy, Clyde Drexler, Terry Porter, Scottie Pippen, Tom Chambers, Akeem Olajuwon, Ralph Sampson, Joe Dumars, e tanti altri. Grazie a loro ho scoperto uno sport meraviglioso in un’epoca meravigliosa.

E come per uno scherzo del destino, quest’anno la finale NBA è di nuovo Boston Celtics – L.A. Lakers.

I migliori dieci Presidenti degli Stati Uniti

24/05/2008

Traendo spunto dalle querelles degli ultimi giorni, abbiamo deciso di inaugurare questa nuova rubrica settimanale con la classifica dei dieci migliori Presidenti della storia degli Stati Uniti. Giudizi diversi sono – come di consueto su questo blog – tollerati.

479px-Harry-truman1. Harry Spencer Truman (Lamar8 maggio 1884 – Kansas City26 dicembre 1972). Presidente dal 1945 al 1953. Democratico. Secondo me e Marsh, il più grande. Ingiustamente sottovalutato a favore di personaggi molto più accattivanti, ha gestito in modo ineccepibile – lui, semplice contadino – il passaggio più delicati della storia dell’uomo: l’inizio della Guerra Fredda. Riformista e anti-maccartista in patria, determinato e risoluto all’estero: soluzione della crisi coreana e del blocco di Berlino, invenzione del Piano Marshall, nascita della NATO, invito all’Europa ad unirsi. Si parlerà per sempre, tuttavia, di Hiroshima e Nagasaki.

Harry S. Truman

479px-Official_Portrait_of_President_Reagan_19812. Ronald Wilson Reagan (Tampico6 febbraio 1911 – Los Angeles5 giugno 2004). Presidente dal 1981 al 1989. Repubblicano. Sono stato tentato più volte di considerarlo il più grande, per diversi e apparentemente non convincenti motivi. Il vincitore della Guerra Fredda in politica estera, colui che ha raccolto i frutti di quanto seminato da Truman quarant’anni prima. L’ex attore che con la folle quanto geniale idea della Strategic Defence Initiative (il famoso "scudo stellare"), peraltro rimasta irrealizzata, ha contribuito al collasso dell’URSS insieme ai disastri di Gorbaciov. Campione del liberismo e della riduzione delle tasse insieme alla Thatcher, rimane tutt’oggi l’esempio dei conservatori in economia di tutto il mondo. Disse di lui Kissinger: "un Presidente con i più inconsistenti precedenti accademici avrebbe sviluppato una politica estera di straordinaria consistenza e coerenza."

Immagine:Reagan signature.png

507px-Roosevelt203. Franklyn Delano Roosevelt (Hyde Park (New York)30 gennaio 1882 – Warm Springs12 aprile 1945). Presidente dal 1933 al 1945. Democratico. Con lui, più che con Wilson, gli USA diventano il perno delle relazioni internazionali e la superpotenza che conosciamo. Seppe affrontare con successo la crisi del 1929 con politiche keynesiane, non sempre efficaci ma in grado di restituire soprattutto fiducia ai cittadini. E’ il naturale vincitore della Seconda Guerra Mondiale (anche se io e marish gli preferiamo Churchill e kolchoz Stalin). Inventore della moderna comunicazione di massa: le "fireside chats" (chiacchierate al caminetto) sono state uno strumento di propaganda ed informazione copiato in tutto il mondo. Sopportò gli effetti della polio con forza e tenacia.

Franklin D. Roosevelt

Nixon4. Richard Milhous Nixon (Yorba Linda9 gennaio 1913 – New York22 aprile 1994). Presidente dal 1969 al 1974. Republicano. Chiuse con onore la guerra del Vietnam, avviò il dialogo con la Cina, spiazzando i Sovietici, e firma il SALT (Trattato sulla limitazione delle armi strategiche) con Mosca. Grazie a Kissinger, seppe imprimere una svolta nella politica americana: quella del realpolitik. Un esempio rimasto inascoltato soprattutto ai giorni nostri. Sì, certo, Pinochet. Lo so. Ma resto dell’idea che Bernstein e Woodward potevano farsi i cazzi loro.

Richard Milhous Nixon

456px-Abraham_Lincoln_head_on_shoulders_photo_portrait5. Abraham Lincoln (Hodgenville12 febbraio 1809 – Washington15 aprile 1865). Presidente dal 1861 al 1865. Repubblicano. Vinse la guerra di secessione contro i Confederati del Sud, favorevoli al mantenimento della schiavitù ed abolì l’ignobile pratica. Non è poco. Il suo discorso a Gettysburg è tuttora uno dei più grandi esempi di oratoria della storia. Morì vittima di un attentato.

Abraham Lincoln
496px-Dwight_D6. Dwight David "Ike" Eisenhower (Denison14 ottobre 1890 – Washington28 marzo 1969). Presidente dal 1953 al 1961. Repubblicano. L’eroe militare della Seconda Guerra Mondiale divenne l’equilibrato continuatore della politica del "New Deal" di Roosevelt in economia e della "dottrina Truman" in politica estera. Saggio, concreto, seppe circondarsi di eccellenti collaboratori (in primis il Segretario di Stato Foster Dulles) ed ebbe un grande merito: impedire ad uno dei personaggi più inconcludenti della storia americana, Adlai Stevenson, di divenire Presidente.

Dwight David Eisenhower

GW-painting7. George Washington (Bridges Creek22 febbraio 1732 – Mount Vernon14 dicembre 1799). Presidente dal 1789 al 1797. Padre della patria, fondatore degli Stati Uniti. Figura mitica per tutto il Paese. Sagace tattico militare, politico illuminato. Rifiutò il terzo mandato dicendo che il potere non doveva concentrarsi per troppo tempo nelle mani di un solo uomo. Evitiamo paragoni con l’attualità di alcuni Paesi, per favore.

George Washington

John_F8. John Fitzgerald Kennedy (Brookline29 maggio 1917 – Dallas22 novembre 1963). Presidente dal 1961 al 1963. Democratico. Presidente più giovane della storia americana. Primo Presidente cattolico. La storia lo ricorda più per ciò che avrebbe (forse) potuto fare che per ciò che ha effettivamente fatto. Lodevole l’impegno per i diritti civili in patria, non altrettanto la sua azione in politica estera. La soluzione della crisi di Cuba fu l’unico episodio gestito come si deve. Meno, molto meno, la nascita del muro di Berlino, lo sbarco alla Baiai dei Porci, l’inizio dell’avventura in Vietnam, etc. Sopravvalutato anche grazie al glamour di Jackie e Marylin Monroe. Seppe tuttavia interpretare una speranza di grande cambiamento in quegli anni.

John Fitzgerald Kennedy

481px-Lyndon_B9. Lyndon Baines Johnson (Johnson City27 agosto 1908 – San Antonio22 gennaio 1973). Presidente dal 1963 al 1969. Democratico. Ero indeciso tra lui ed il Generale Ulysses Grant (vincitore militare della Guerra di Secessione), ma ammettiamolo: subentrare ad un’icona appena santificata non è mai facile. Johnson seppe tradurre in progressi concreti le idee progressiste ed innovative del suo predecessore. Non altrettanto fece con la guerra di Vietnam, che conobbe il suo acme durante la sua Presidenza. Riuscì comunque a traghettare il Paese in una fase difficile. Tutto sommato un brav’uomo.

Lyndon B. Johnson

492px-President_Woodrow_Wilson_portrait_December_2_191210. Thomas Woodrow Wilson (Staunton28 dicembre 1856 – Washington3 febbraio 1924). Presidente dal 1913 al 1921. Democratico. Accademico di grande livello, è ricordato soprattutto per la vittoria nella Prima Guerra Mondiale. Nonostante le speranze di pace e progresso democratico suscitate nel mondo, la sua gestione del dopoguerra sullo scenario internazionale fu pressoché fallimentare. Reintrodusse la segregazione razziale ed ebbe, sembra, forti simpatie verso il Ku Klux Klan. Soffriva di dislessia.

Thomas Woodrow Wilson