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Cara Europa, benvenuta in Italia

15/05/2010
Super MarioIn un recente commento al post di Kolchoz, Marish sostiene che la superiorità italiana sugli altri Paesi sia ormai circoscritta a due asset, il cibo ed il bidet. L’immagine è amara e suggestiva, ma mi permetto di dissentire.
Potremmo obiettare che nella moda e nel design siamo i numeri uno, che il nostro sistema di piccole e medie imprese è tuttora studiato e ammirato nel mondo, che la nostra storia e la nostra cultura restano un faro di civiltà, che i nostri connazionali all’estero mostrano rigore, creatività e professionalità spesso superiori alla media.
Ma non è di questo che parlo. Opporre il clichet dell’eccezionalità a quello del declino (entrambi con un cristallino fondo di verità, ben inteso) è noioso.
Se mai, l’evoluzione della finanza, dell’economia e della politica, in particolare in Europa, dopo il lungo – e non ancora terminato – tsunami della crisi, induce a conclusioni paradossali e per questo più interessanti.
Sembra quasi, infatti, che l’Europa si sia trasformando lentamente quanto inesorabilmente in un largo, strano ed insospettato Stivale multinazionale e multilinguistico. Che l’Europa, per rovesciare e di fatto contraddire uno slogan che ci ha intossicati negli anni ’90 con Maastricht e l’euro, “stia entrando in Italia”. Come se, leggendo la realtà in filigrana, l’Italia abbia rappresentato e tuttora rappresenti una specie di sottovalutata “avanguardia”, di improvvisato “laboratorio” politico e culturale di un intero continente.
Pensateci. Eravamo accusati (dalla venerata Bundesbank, per esempio) di aver truccato i conti per entrare nell’euro? Oggi un nostro vicino la Grecia, rischia seriamente di andare a gambe all’aria per lo stesso motivo. Abbiamo sempre galleggiato sulla soglia del 3% del rapporto deficit/PIL mentre gli altri avevano “i conti in ordine”? Abbiamo sempre maledetto la “zavorra” del debito pubblico più alto d’Europa? Ecco che piano piano molti Paesi dell’UE si ritrovano in condizioni simili. Della Grecia abbiamo detto, ma ecco che arrivano Spagna, Portogallo, Irlanda, e – udite, udite – la Gran Bretagna. Ci prendevamo le bacchettate del Financial Times e dell’Economist per un mercato del lavoro sclerotico e drammatico (così è ancora, intendiamoci)? Ecco che i santificati spagnoli di Don Zapatero arrivano ad un tasso di disoccupazione del 20%.
Ma non basta. Siamo o non siamo sempre stati quelli che pensavano all’oggi, all’hic et nunc, senza pensare al domani, al futuro dei nostri figli, all’interesse generale? Quelli che si scannano alle elezioni regionali dimenticando la stabilità del Paese e la sua immagine internazionale? Bene, ecco che la Cancelliera Angela Merkel – unanimemente riconosciuta come “faro” di politica seria e razionale – ritarda fino all’inverosimile l’intervento di salvataggio della Grecia per non spaventare gli elettori nelle importantissime elezioni del Land di Nord Reno – Westfalia. E l’anomalia Berlusconi? Le sue televisioni? Le starlettes? Le escort? Voilà. Monsieur le Président Sarkozy caccia giornalisti del TG nazionale, molla la prima moglie e sposa una modella (italiana naturalmente, tout se tiens..), entra nel gossip per presunte storie con Ministre, Sottosegretarie, giornaliste, etc., prova a mettere il figlio a capo di una grande azienda, viene accusato di “populismo” e persino “accomunato” al Presidente del Consiglio italiano. E, infine, punito dagli elettori alle regionali.
Ci hanno sempre dileggiato per i governi di coalizione, instabili, con un orizzonte incerto anzi che no? Ecco che i maestri britannici, gli inventori del maggioritario, del Gabinetto di Sua Maestà e della democrazia parlamentare come noi la conosciamo, dopo elezioni difficili devono affidarsi al primo Governo di coalizione dai tempi di Churchill (ricordo che c’era la Seconda Guerra mondiale allora…), basato su un’alleanza inedita tra i Conservatori – che vogliono tagliare la spesa pubblica e le tasse, non vogliono l’euro e vogliono mantenere il maggioritario – ed i Liberaldemocratici – che vogliono aumentare le tasse per i ricchi e le banche, mantenere la spesa pubblica, vogliono l’euro e cambiare il sistema elettorale adottando il proporzionale. Ci accusavano di essere condizionati dallo strapotere delle televisioni? Ecco che non appena nel Regno Unito introducono i dibattiti televisivi tra i candidati Premier, si ritrovano con una situazione complicata e senza precedenti. Stay tuned.
Infine: si è sempre detto (ed è ovviamente ancora vero, anzi più che mai) che in Italia non mancano le leggi, bensì i controlli? Benissimo. E chi ha controllato a Bruxelles e nelle capitali europee che i conti della Grecia fossero corretti? Chi ha controllato che la complessiva situazione della finanza pubblica nella UE fosse gestibile e non ad un passo dal disastro? Chi, insomma, ha controllato l’applicazione del famigerato Patto di Stabilità?
Ammettiamolo. Se non fosse terribilmente grottesco, se non ci fossero i primi morti di mezzo e se non stessimo parlando della nostra vita e dei nostri soldi, rideremmo come pazzi. Trovo che non sia affatto un caso che l’unico – o almeno uno dei pochi – a prevedere scenari di questo tipo sia stato il Ministro dell’Economia italiano. Chi altri se non Giulio Tremonti poteva prefigurare una cosa del genere? Chi, se non un uomo costantemente alle prese con una situazione di emergenza poteva soltanto immaginare, se non addirittura raccontare, una storia così? Al danno (per l’Europa), la beffa. Nonostante si sia tutti sulla stessa barca e, con l’affondare di uno (Atene), si rischi di affondare tutti, i cosiddetti “mercati”, la stampa “finanziaria” e gli “analisti” dicono che l’Italia è un po’ più solida di altri Paesi europei. Non solo. I dati sulla crescita del primo trimestre 2010 danno l’Italia al +0,6%, davanti a quasi tutti gli altri partner e comunque sopra la media UE. L’Italia “locomotiva della ripresa”. Ma ci pensate? D’altro canto, chi – se non un Paese che in emergenza ci vive da quasi trent’anni, o forse ci ha sempre vissuto – poteva raggiungere un risultato simile? Chi – se non un Paese che ha fatto della tragica situazione in cui ora versano tutti una “comoda e calda culla” in cui vivacchiare per decenni – poteva, almeno per ora, sopravivere?
Ma non si illudano, gli amici europei. Non credano ora di aver carpito il nostro segreto, di averci “raggiunto”. Di averci copiato. Noi siamo – e saremo sempre – un passo avanti a loro. Noi l’avanguardia, loro seguono.
Per esempio, cari amici europei, state molto attenti. Vi vantate di avere mercati immobiliari più flessibili dei nostri. Di comprare e vendere belle case a prezzi più vantaggiosi dei nostri. State attenti.

Non vorremmo che foste costretti a scoprire fra una decina d’anni che i vostri mutui li ha pagati qualche imprenditore italiano di passaggio.

Concerti

02/05/2010

stage-diving-copy

E' un momento complesso. Gente sparsa per il mondo che, tanto per cambiare, sta per traslocare ma senza ribeccasse. Allora non è male tornare indietro ogni tanto agli anni “stabili”, quelli che ti svegliavi e ti riaddormentavi sempre a Roma.
Roma, anni ’90. Eravamo tanto giovani e ce ne andavamo in giro per concerti. Ci siamo io, Gau e Bof. Di portarsi dietro Kolchoz nemmeno a parlarne.

 

Beck (live sul Tevere, un anno tra il 1995 ed il 1996): era l’anno di Coolio, nel senso che non si trovava un essere umano che non ascoltasse Gangsta Paradise (a quindici anni di distanza si può dire… che canzone di merda!). Quella sera il patetico rapper suonava in una venue inventata dal nulla sul Lungotevere di fronte all’Olimpico (prima di lui, i Colle der Fomento). Costo: una tombola. Noi, un pò perchè non c’avevamo una lira, un pò perchè ci piaceva fare i fighetti decidemmo di andare al concerto gratuito dello squinternato Beck Hansen (sono quasi sicuro, all’epoca non aveva fatto uscire ancora Odelay). “Vaffancoolio, noi se ne annamo a sentì Beck”, era la parola d’ordine. Un concerto idiota, con un palco mezzo raffazzonato costruito sulla sabbia a pochi passi dalla letamaia del Biondo Tevere. Beck che sale sul palco completamente ubriaco ma che, dopo qualche minuto di idiozie varie (“italia, maccaroni, vino….”) riuscì a fare mente locale e tirò fuori un signor concerto: divertente, casinaro, senza grosse pretese e con la straordinaria ed inconcludente Loser a completare il tutto (che pezzo… nel marasma creato dalla gente che volava ci accorgemmo troppo tardi che avevamo creato una tempesta di sabbia che ci aveva coperti…). 

Grande concerto e soprattutto gratis.

 

R.E.M. (live al Palaeur, qualcosa tra il 1993 ed il 1994): una line-up da urlo (Grant Lee Buffalo come opening act). Acustica orrenda. Concerto da riempipiste. Divertente (il finale con It’s the end of the world fu delizioso). Ma lo si ricorda soprattutto come il concerto più bizzarro a cui andammo. Io con mezza faccia attaccata da punti di sutura (ennesimo incidente con il motorino). Gau che si presenta con dei loschi individui di cui uno, si dice, “porti sfiga…”. "Seeee….", il concerto fu interrotto due volte (di cui una, voglio precisare, durante Man on the Moon) perchè andò via la luce. Non so altro. So solo che Gau non lo ha voluto più frequentare ed io ne sono stato contento.

 

Jon Spencer Blues Explosion (live al Palladium, doveva essere il 1999): nella seconda metà degli anni '90 erano il gruppo che non si poteva perdere dal vivo. Fantastici. Li beccammo a Roma dopo la pubblicazione di quella tremenda zozzeria a nome ACME (non che i dischi precedenti facessero faville ma insomma…). Furono preceduti da un gruppo di cui non ricordo il nome ma la cui stramberia era talmente elevata da evitargli anche i fischi del pubblico. Il concerto della Blues Explosion peraltro fu un immenso sabba. Con Russel Siminis (miglior batterista della sua generazione, non temo discussioni) e Judah Bauer (occhi spenti, occhiaie, tecnica non male, un mito) a fare casini e poi con Jon che fece di tutto. Urletti. Si denudò. Lanciò roba. A fine concerto mentre salutavano avevi la chiara sensazione di non aver buttato dei soldi. Grandi.

 

CSI (mi sa che siamo intorno al 1993, settembre): concerto mitologico fin dalla location (il parco di Castel Sant’Angelo), passando per i protagonisti (uno dei gruppi più seri della scena mainstream italiana), finendo per Emilia Paranoica e Spara Jurij all’inizio, così, tanto per fare amicizia. Finimmo mezzi pesti con Gau che mi chiedeva notizie sulla sua schiena… "c’è qualcosa che non va, mi fa un male cane…".
Non so dove trovai la forza per spiegargli che una punkettona vi aveva lasciato una impronta di anfibio. 

 

Chemical Brothers (2006): ne ho già parlato ampiamente. Lo cito non fosse altro perchè fu il concerto della tremenda presa di coscienza dell’avvenuta vecchiaia. Biglietti presi prima e soprattutto domande come “dove le buttiamo le sigarette… per terra… dici?".

 

Oasis (Bologna, AD 1997): mitica trasferta in terra bolognese. Ricordi patetici (avevamo una sola cassetta in macchina, Marvin Gaye, nel suo imbolsimento senile… " ma sta canzone è tutta finta… non c’è niente di vero… manco la voce…"). Tutti pronti per il concertone del gruppo che, volenti o nolenti, aveva segnato (malamente) la nostra postadolescenza. Ovviamente un disastro. Già il disco non reggeva il confronto con i due precedenti poi una forma psichica al limite della denuncia penale fecero il resto. Da segnalare non fosse altro però per una scena da sogno. L’Italia, la stessa sera, affronta allo spareggio la Russia. Ci si gioca il mondiale. Passiamo il concerto aspettando il responso. Poi alla fine sul tabellone, in mezzo ad un mare di “oooooo” ci assicuriamo che abbiamo passato il turno. E daje, e allora “Inghilterra… vaffanculo!” (ci avevano sopravanzati in classifica e relegati allo spareggio e peraltro la partita con loro all’Olimpico era stata per lo meno turbolenta…). Ovviamente trasciniamo mezzo Palasport quando una signorina si avvicina a Gau e gli chiede con petulante accento albionico ("pecchè avete voi con Inghilterra?").
Che fai? L’ammazzi? 

 

Subsonica (1998): avete presente la frase "li ho visti che non li conosceva nessuno?!?" Eccoci qua. Quella volta fummo noi i protagonisti. Location terribile (Il Frontiera, un capannone industriale fuori Roma, fuori il raccordo, fuori da tutto). Un gruppo con un disco fuori che non conosce nessuno. Io mi fido di una recensione su Rumore e mi carico il buon Gau. Ma sai che…. In fondo…. Insomma quella sera eravamo in 30. La volta dopo, circa 6 mesi dopo, eravamo in un migliaio. E allora daje, li abbiamo visti che non se li cagava nessuno,  si!!!

 

Chiudiamo con un film e non con un concerto.

Serata cinefila al Palladium (ricordo ex cinema PORNO). Siamo intorno al 1995. Fanno un film di Antonioni. Quello con la colonna sonora dei Pink Floyd. Siamo io, Gau e Bof. Ci sediamo in fondo. Il pubblico è diviso a metà. Metà cinefila (per lo più femmina, rompicoglioni, seria, stucchevole). Metà è il compagno della medesima. Non je ne frega un cazzo ma sta lì, sopporta. Il film è una palla tremenda. Lo tolleriamo fino alla scena madre. Improvvisamente i due cervi del film scopano nel deserto. E' un attimo, l’inquadratura si allarga. Non si sa da dove sono comparse un centinaio di coppie che scopano nel deserto. Silenzio. Poi un applauso fragoroso. E' Bof. Lo seguiamo noi. Poi ci segue la metà bistrattata del cinema.
E’ un trionfo. Usciamo poco dopo un pò perchè ci siamo rotti i coglioni un pò perchè temevamo ritorsioni.

E adesso che si torni a pensare a dove cazzo andremo a finire tra 6 mesi.