Elogio dell’immobilismo?

Elogio dell'immobilismo?Ammettiamolo. Davanti all’incedere di questa crisi sembriamo sempre di più dei semianalfabeti del Medioevo che vengono giù dalla montagna del sapone ogni qual volta si verifica un prodigio. Prima scopriamo con stupore che colossi come Lehman Brothers possono fallire come un credito artigiano qualunque, poi che il PIL delle floride economie occidentali può crollare del 5% in un anno, e forse anche di più, poi scopriamo addirittura che Paesi dell’UE che credevamo al riparo dell’ombrello dell’euro possono tranquillamente essere giudicati a rischio dai mercati e – qualcuno dice – che potrebbero in teoria anche fallire. Infine scopriamo, sempre più basiti, che una volta tanto tra questi paria della finanza internazionale l’Italia non c’è.
Come al solito, invece, il dibattito sulla crisi ed i suoi effetti assume nel nostro Paese toni grotteschi, apocalittici e melodrammatici. Come al solito, noi rimaniamo a bocca aperta di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili, non comprendiamo i passaggi logici che sottendono all’accaduto e preferiamo interpretare pensieri di altri (economisti, professori, politici, etc.) sperando di trarne auspici divinatori o, più semplicemente, manipolarli a favore di questo o quel colore politico. Per poi, sazi e soddisfatti, ripiegarci su ciò che da sempre realmente ci affascina: guardarci l’ombelico. E così, grufoliamo daccapo nella melma dei pentiti, delle tangenti, delle regionali, dei sondaggi, dei magistrati, delle escort.
Continuiamo ad accapigliarci su domande da quiz di Bonolis, tipo "Ma l’Italia ha superato davvero la crisi meglio di altri?" oppure "Quando e come ne usciremo?". Domande rivolte con l’ansia di chi, non capendo, si aspetta un intervento esterno, magari divino, per salvarsi. Risposte date solo per tranquillizzare, o al contrario allarmare, i propri tifosi politici. Se proviamo a guardare ad alcuni dati senza le lenti della faziosità, scopriamo semplicemente che le virtù e i vizi del Paese, crisi o non crisi, sono sempre gli stessi.
Il nostro sistema bancario, si dice, ha mostrato maggiore solidità rispetto a quelli di altri Paesi, anche a causa di una minore esposizione su titoli stranieri, derivati, future, ed altri funambolici "pacchetti" avvelenati dai fantomatici subprime. Vero. Ma è vero anche che la tradizionalmente limitata propensione dei nostri istituti di credito a finanziare progetti, magari anche rischiosi ma potenzialmente redditizi, insomma a "prestare i soldi" alle imprese (specie se piccole e medie) frena la ripresa. Vero anche questo.
Il Governo – rectius Tremonti – ha fatto una scelta chiara all’inizio della crisi. Le poche risorse disponibili devono concentrarsi sulla difesa del sistema bancario e della liquidità (garanzia dello Stato alle banche, aumento del limite assicurato dallo Stato sui conti correnti bancari, Tremonti bond, etc.) e sugli ammortizzatori sociali (cassa integrazione). Il tutto limitando al massimo l’inevitabile crescita del rapporto deficit/PIL (oggi al 5% circa dal 2,5% pre-crisi) e del debito pubblico (aumentato al 114, 9% del PIL dal 111,2%).
Perché, direte voi? Ma come? Ce ne siamo sempre fottuti del debito. Siamo persino riusciti a entrare nell’euro con numeri assolutamente deficitari e ora facciamo il braccino corto proprio ora che c’è la crisi? Eh sì. Perché Tremonti ha guardato principalmente ad un dato e quando ne parlava nei talk show lo prendevano tutti per i fondelli: il famoso "differenziale" dei titoli di stato italiani con quelli tedeschi. Ovvero, il tasso di interesse che si intasca se si compra un titolo del debito publico italiano rispetto a quello che si intasca se se ne compra uno tedesco (ritenuto, va da sé, più affidabile).
Sembra un’assurdità. Ma sui mercati conta questo. Più il debito pubblico è alto, più si emettono titoli per coprirlo. Per invogliare gli investitori a comprare Bot, CCT, BtP e quant’altro, bisogna remunerarli con un tasso di interesse. Se gli investitori non hanno fiducia nel fatto che uno Stato possa un giorno pagare questo tasso di interesse, disertano le aste per i titoli, con il risultato che lo Stato deve "giocare al rialzo" e offrire tassi di interesse ancora più alti. Il rischio è che si inneschi una spirale aumento del debito – diminuzione della fiducia – aumento dei tassi che porta lo Stato alla bancarotta. E’ esattamente quello che sta accadendo alla Grecia, e in parte alla Spagna e al Portogallo. E che, si mormora, possa accadere all’Irlanda e, addirittura, al Regno Unito se non cambiano certe cose.
Perché all’Italia non sta capitando? Perché, almeno per ora, gli investitori vedono che deficit e debito in Italia aumentano a tassi ragionevoli per le possibilità del Paese, hanno fiducia nei titoli italiani e li comprano. Il deficit della Grecia è a oltre il 12% del PIL, quello della Spagna quasi uguale. Molti Paesi europei viaggiano ormai con un debito pubblico vicino al 100% del PIL, più o meno come il nostro. Solo che gli altri Paesi (Spagna, Grecia, Regno Unito, etc.) hanno "pubblicizzato" il debito privato, rilevando banche o aziende, aumentando la spesa pubblica con sussidi, etc. Noi no, anche perché avevamo già un debito altissimo. Il nostro debito "privato" è invece molto basso e la nostra propensione al risparmio ancora alta. Gli investitori quindi sanno che in Italia c’è ancora ricchezza privata da cui lo Stato, in caso di bisogno, può attingere. 
Cosa sarebbe successo se il Governo avesse dato retta a quelli che invocavano interventi e sostanziosi aumenti di spesa per l’economia mesi fa? Molto probabilmente, saremmo oggi in compagnia dei nostri amici mediterranei e dei maestri del rugby irlandesi. E’ vero che Francia e Germania hanno fatto di più, ma loro se lo potevano permettere. Una volta per tutte, almeno sul piano della finanza pubblica, noi NON SIAMO Francia e Germania. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.
Bene. Ma questi freddi e aridi numeri non possono coprire l’amara e per qualcuno drammatica realtà della recessione e della disoccupazione. Giustissimo. E bisogna fare qualcosa. Si dice che l’Italia crescerà nel 2010 solo dell’1%, meno degli altri Paesi, che nel 2009 ha perso il 5% circa di PIL, più di altri Paesi. Certo, è vero. La disoccupazione sta crescendo, è già all’8% circa. E’ vero anche questo. E’ vero anche che c’è chi sta molto peggio di noi (Spagna al 20% per esempio, Francia quasi al 10%), ma non importa. E’ comunque grave.
Si invocano come panacee di tutti i mali varie misure, tra cui il taglio delle tasse in varie salse. Chi dice che vanno ridotte solo ai meno abbienti, chi dice che vanno ridotte solo ai lavoratori dipendenti, chi dice che vanno ridotte a tutti, chi alle imprese che innovano e così via. Nessuno però spiega da dove prendere i soldi per coprire il minore gettito che deriverebbe dal taglio.
Il problema, come spiegano Draghi, Padoan (OCSE) ed altri, è sempre il solito. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali: maggiore concorrenza, più liberalizzazioni, meno burocrazia (saranno ormai decenni che si sente parlare di "aprire un’impresa in un giorno"), più trasparenza, meno tasse, un mercato del lavoro meno sclerotizzato in alcuni settori, più competitività (che significa anche licenziamenti, se necessario), più ricerca scientifica, più infrastrutture, più risorse energetiche a basso costo. Serve una rivoluzione, insomma. Tutto ciò di cui si parla da decenni senza risultato. Tutto ciò che cetro-destra e centro-sinistra hanno sempre predicato, ahimé con pochi esiti.
Aspettarsi che una classe politica di dubbie capacità riesca a fare tutto questo ora, con il fiato della crisi sul collo, con il rischio che i mercati valutino negativamente misure suscettibili di aumentare la spesa, sarebbe come attendersi che Ahmadinejahd vada a trovare Sharon in ospedale con un mazzo di fiori. Significherebbe sottrarre risorse a corporazioni cristallizzate e invincibili che hanno referenti in tutte le forze politiche, in più a ridosso delle Regionali che ormai hanno assunto le tinte foschissime di un Armageddon della politica italiana. Tutto ciò che è lecito sperare è che Tremonti continui a resistere all’assalto alla diligenza di spendaccioni irresponsabili e che in qualche modo San Gennaro ci aiuti con qualche miracolo.
Invece, ci tocca sentire persino affermazioni del tipo "l’Italia non ha più grandi gruppi industriali" da chi ha privatizzato aziende di Stato come se si trattasse dei mobili di casa propria o "sono disposto a ragionare di pensioni solo se si parla di risorse per i più giovani" da chi guida un sindacato che i giovani li ha lobotomizzati e ammazzati. Ma tant’è.
Dovremo accontentarci, per ora, di difendere i singoli posti di lavoro con le unghie e con i denti, sperando che Alcoa non se ne vada, che qualcuno (ma chi? "Se sta’ a move’ la Cina?" come diceva Alberto Sordi) si compri Termini Imerese, che la magistratura vada a scovare i proprietari dei call center che non pagano più gli stipendi e intanto scappano, etc. Vedremo. Ma intanto, rilassiamoci. Non preoccupiamoci troppo. Non agitiamoci più del necessario.
Tra poco ricomincia Sanremo.

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2 Risposte to “Elogio dell’immobilismo?”

  1. marish Says:

    Concordo su tutto tranne che sulla tua passione (legata al millenarismo, ne sono certo…) per il nostro Ministro dell’Economia.
    Per il resto, Italia? Brutta storia. Metà paese vive in un mondo tutto suo e metà paese sogna il "lavacro purificatore" di una bella bancarotta di stato.
    (Tra parentesi, il Genoa ci sta rompendo il culo).
    Comunque, il tuo post, oltre alla qualità delle argomentazioni, ha il merito di evidenziare qualcosa che avevamo dimenticato. Nel nostro mondo dei media fatto di giornali ridicoli che seguono, con ridicolo afflato, tutte le follie "giustizialiste" e "fallimentariste" della rete, uno si potrebbe dimenticare che abbiamo un governo (del cazzo, ma comunque sempre un governo) che cerca, almeno nei suoi dicasteri economici, di salvare il salvabile.
    Ah, Il Genoa ha segnato…
     

  2. gau Says:

    Un po’ di millenarismo farebbe bene a tutti noi…

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