Magnetic Fields live @ Corona Theatre, Montreal, 06.02.2010

Era uno dei concerti più attesi dell’inverno montrealese. Non solo per l’intrinseco valore del gruppo di Boston ma anche per l’anno particolarmente sfigato dalla Ville dal punto di vista Indie (Girls e Fanfarlo cancellati poche ore prima per problemi di passaporto).
La location prescelta era molto Stephin Merrit: Il Corona Theatre. Uno sconosciuto ai più teatro di posa anni’ 50 perso nel nulla della zona working-class di St: Henry. Fuori una temperatura al limite della morte per assideramento. 
All’ingresso del teatro, mentre cerchi di togliere il ghiaccio dagli occhiali, come prima botta ti imbatti in una posatissima maschera in livrea che ti stacca l biglietto. Non capisci ("cazzo ho sbagliato festa…"). Poi l’impatto con la prevedibile fauna di nerds, personalità sensibili, hipsters, fotografi et similia. Si tira un sospiro di sollievo.

Il teatro è francamente bruttino. La sala centrale è occupata da tavolini sparsi con candele in mezzo. Molto Marlene e Berlino anni 20. Suggestivo ma, anche qui, non capisco. Mi rifugio al bar.  
I nostri eroi salgono sul palco in perfetto orario (preceduti dal concertino di un attrezzo di nome Laura Barrett). Prime conferme della serata. Si. E’ vero. Stephin Merritt entra sul palco con le dita nelle orecchie. Si, le stesse dita tornano in azione, alla fine di ogni canzone, ma niente isterie particolari. Anzi, il nostro deve essere in un periodo di quelli buoni, scherza, fa battute (è simpaticissimo…). Già l’inizio è molto easy e fa crollare i timori di doversi pappare una serata di follie nevrotiche. Si siede, chiede scusa, tira fuori il cellulare, lo spegne. Molto di classe. Sulla sinistra del maestro, Claudia Gonson febbricitante, senza voce, con uno scialle al collo (che manco mi madre). Sarà lei la guida della serata. Il tramite tra Lui (trattato con una reverenza quasi biblica) ed il pubblico. Chiacchiera la Gonson. E’ simpatica. E allora il buon Merritt (con l’ukulele!!!!) le chiede di introdurre la canzone con più brevità. Lei sorride e si va. Il concerto è stato bellissimo (sono un Merrittiano e non me ne vergogno). Niente concerto promozionale del nuovo disco ma un piccolo viaggio nella straordinaria produzione del nano malefico. La qualità quindi non scende mai. Sia quando si tirano fuori le straordinarie canzoni di 69 Love Songs che quelle, un pò meno epocali ma non meno efficaci dell’ultimo Distortion (tra cui non si può non citare la già leggendaria You must be out of your mind,  "I want you crawling back to me, down on your knees, yeah, like an appendectomy sans anesthesia"). Poi pezzi sparsi da colonne sonore, dal periodo The 6ths e via dicendo. Insomma si apprezza. Si applaude. Si canticchia.

Poi però si esce prima. Appuntamento per un party di esuli italiani a Jean Talon (dall’altra parte della città).
Fuori ci sono -18 gradi. E’ tutto congelato. E’ spassoso ritrovarsi a correre verso la stazione della metro, ogni due passi rischiando la frattura combinata tibia-perone, canticchiando che "True, I’d give my right arm, to keep you safe from harm, and true, for you, I ‘d move to Ecuador…".
Ecuador, secondo l’iPhone, ci sono 15 gradi di notte. Lo vedi che quella sagoma di Stephin ha sempre ragione.

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