Archive for febbraio 2010

Great Lake Swimmers/Calexico @Metropolis vs El Perro del Mar/Taken by Trees@Il Motore

24/02/2010

Montreal_-_Plateau,_day_of_snow_-_bis_-_200312

Due concerti in 48 ore è un buon modo per cercare di dimenticare l’inverno che se ne sta lentamente andando, la neve che si fa fango e le temperature che diventano quasi umane. Lo so che uno dovrebbe essere felice ma io mi affeziono a tutto (anche ai -35, anche alle cadute sul ghiaccio…) e quando qualcosa finisce ci rimango male, tutto qua.

Il primo appuntamento è per giovedì sera al glorioso Metropolis su St. Catherine. Venue bella capiente per un doppio concerto dei Great Lake Swimmers e dei Calexico. Ero lì, lo devo ammettere, soprattutto per i primi ma, in fondo, pure per dare un’occhiata di sguincio ai minestrari di Tucson (si legge Tiuson, mi raccomando).

L’ingresso nel localone è da subito abbastanza avvilente. Mezzo vuoto. Tutti i presenti seduti ai tavolini a bere birra e a commentare la partita del Canada di Hockey su Ghiaccio trasmessa sui televisori sparsi in platea. Non mi sembra il posto adatto ad un concerto folk “de core”, come si dice a Roma ed infatti i miei timori si rilevano fondati.

Il set della band di Tony Dekker  passa via così, senza lasciare traccia. Ottima scelta dei pezzi, tutti ben suonati peraltro ma immagino che cantare "di certe cose" di fronte ad un audience incomprensibilmente affacendata in tutt’altro e che, al momento del loro show, riempiva a malapena un quarto della platea ha reso il tutto molto “forzato” (del tipo, siamo qui, ci pagano, ci vediamo alla prossima e venite a vederci da headliner, coglioni…). Mastico amaro. Intanto la platea si va riempiendo in modo più consono per dare il “benvenuto” ai Calexico. Per carità, li conosco poco. Da quello che so hanno dato il meglio di loro in anni oramai lontani ma qualche bel pezzone spettrale, a metà strada tra Morricone e il Dylan meno inquadrato, lo cacciano fuori ogni tanto. Peccato che l’80 per cento del concerto sia occupato da canzonacce che, più che un “roots-rock postmoderno, tra complesse partiture strumentali e suggestioni messicane”faccia tornare in mente i valorosi Los Lobos (ora capisco tutto, recuperiamo quello che ve pare ma quei cazzo di urletti “arriba, arriba…” se li potevano risparmiare). Insomma una mezza delusione, non stemperata peraltro dal fatto che il gruppo, strumentalmente parlando, sia di assoluto livello (con menzione speciale per Joey Burns, cantante-chitarrista efficace, ma un coattone della peggior specie…).  
Con gli occhi foderati dal Metropolis non sold out mi avvio stancamente il sabato successivo verso il Motore. Piccola serissima venue persa nel nulla di Jean Talon. Praticamente un negozio le cui vetrine sono state coperte e dietro le quali si suona. Occasione il concerto di Taken by Trees  e di El Perro del Mar
, due simpatiche signorine svedesi. Il primo colpo d’occhio è veramente rivitalizzante. Bel pubblico, locale pieno, gente simpatica (tranne che per un tremendo nerd cinese che mi ha attaccato un pippone di mezz’ora sugli XX, lo avrei voluto squartare vivo…). Niente spreco di denaro qui signori. Siamo nel pieno del mondo indie ed allora le due signorine shared la stessa band (tutti bravi peraltro con menzione speciale per il batterista, scocciatissimo, che suonava la batteria, le percussioni, faceva girare i samples e se buttava pure in mezzo ai cori…. un mito). I due concerti sono stati graziosissimi. Un pò più in difficoltà  El Perro del Mar. Sarà stato il make-up pesantissimo. Sarà stato il clima Montrealese (“fa molto freddo qui da voi… lo so anche da noi ma io non mi ci abituo mai!” pensa io…). Insomma non si capisce dove voglia andare a parare (la cantante acustica? la chanteuse disperata? la cantantina frizzantina? mah…). Comunque le sue tre-quattro canzoncine le canta e pure bene. In più piazza alla fine pure una otttima cover di Shelter degli XX (vi lascio immaginare il cinese ciccione come l’ha presa…). Veloce cambio palco ed il set di Taken by Trees fa un altro effetto non c’è dubbio. Un album coccolatissimo dalla critica. Forse anche qualche speranza in più di sfondare. Insomma la svedesina tiene il palco con signorile maestà. Canta la superba cover degli Animal Collective che me la fatta conoscere. Il tutto con quella faccina lì, un pò gatta morta, un pò svedese timida, un pò da “compagna del liceo, bellissima, la prima della classe, che non te la darà mai”. 

Intanto fuori ha ricominciato a nevicare ma, si vede, che non reggerà.

 

Bentornata Annalena

15/02/2010

Spassosissimo (certo, non lo direi se la polmonite l’avessi presa io…) pezzo di una delle nostre penne preferite.

"La sera prima della Grande Malattia Da Romanzo si stava amabilmente litigando al ristorante riguardo alle vacanze estive: io minacciavo la fuga, il suicidio, lo sciopero della sete, il voto a Emma Bonino all’idea di rimettere piede nell’orribile luogo di villeggiatura dell’anno scorso, quello per gente con prole nana, lui sosteneva che non esistono alternative (in seguito la lite è servita, ma con scarsi risultati, nell’opera di colpevolizzazione: “Hai visto, a dirmi quelle cattiverie mi hai fatto venire la polmonite”, o anche: “Ecco, per la tristezza e per la mancanza di prospettive il mio sistema immunitario ha ceduto di schianto”). Scontentezza, paragoni con scintillanti vite altrui: “Hai idea di quanto si diverte Alexander McQueen? Come chi è? Insomma di certo anche Guido Bertolaso fa una vita più festaiola della nostra, nonostante quel fastidioso mal di schiena”. Poi febbre alta che non scende, abbaglio-influenza (non leggerò mai più idioti articoli di giornale con l’elenco dei sintomi e della durata della suina, ma ogni volta andrò a intasare le file dei pronto soccorsi gridando: fatemi una lastra), infine la decisione sofferta di andare, prima volta nella vita tranne i parti (non i party, caro resto del mondo che se la spassa, solo brevi degenze in cui sono nati due piccoli cosi), in ospedale. Non so che faccia avessi, ma ancora prima di varcare la soglia del pronto soccorso c’era un tizio che mi correva incontro con una sedia a rotelle: ridicolo tentativo di rifiutarla sdegnata e crollo strutturale prima di finire in “emergenze”. Anche lì, l’umiliazione di essere quella con la vita più piatta: elencavo sintomi piccolo borghesi, mi mettevano l’ossigeno e una flebo, dicevo che boh, magari era un virus portato a casa dall’asilo, mio marito telefonava ai miei genitori e alla baby sitter mentre accanto a me una luccicante, truccatissima signora in barella (non credo fosse proprio una femmina in realtà) raccontava quanto whisky aveva bevuto la sera prima e quanto beveva di solito, con il supporto morale di un uomo incravattato e imbarazzato, in piedi accanto a lei. Le chiedevano: solo whisky, nient’altro? Nonostante la curiosità morbosa, l’insufficienza respiratoria acuta mi ha impedito di origliare la risposta, non ho potuto nemmeno girare un video a scopo di ricatto perché il telefonino interferiva con i monitor del battito cardiaco. Insomma, persino a rischio rianimazione la solita noia: mi hanno chiesto se tornavo da qualche aeroporto, da un luogo esotico e infetto, ho risposto: “Vale un viaggio a Parigi di quattro anni fa?”, allora il medico del pronto soccorso ha detto, leggendo la mia carta d’identità: “D’ora in poi voglio solo pazienti di Ferrara” “Perché?” “Perché lei non fa scene, sta malissimo eppure si comporta normalmente, non succede mai”. Nemmeno il brivido di una bella sceneggiata, uno svenimento, allucinazioni, niente, solo l’inspiegabile infatuazione del dottore, che con eccesso di zelo mi prendeva la mano e credendo che non sentissi elencava a mio marito le percentuali di morte nel mio stato, sperando forse che decidesse modernamente di staccarmi la spina subito e mi abbandonasse lì con lui. Poi la diagnosi: “Polmonite coi contro, come si dice a Roma”, un ricovero coi contro, sabati sera a guardare “Ballando con le stelle” (“Milly Carlucci è sempre una gran signora”, ha detto la mia infermiera preferita). Volevo un’avventura, una novità, qualcosa da ricordare? Ecco qua, cretina, orasmettila di lamentarti."

da Annalena                                                                                                      © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

Sempiterni ringraziamenti al Foglio.

Elogio dell’immobilismo?

13/02/2010

Elogio dell'immobilismo?Ammettiamolo. Davanti all’incedere di questa crisi sembriamo sempre di più dei semianalfabeti del Medioevo che vengono giù dalla montagna del sapone ogni qual volta si verifica un prodigio. Prima scopriamo con stupore che colossi come Lehman Brothers possono fallire come un credito artigiano qualunque, poi che il PIL delle floride economie occidentali può crollare del 5% in un anno, e forse anche di più, poi scopriamo addirittura che Paesi dell’UE che credevamo al riparo dell’ombrello dell’euro possono tranquillamente essere giudicati a rischio dai mercati e – qualcuno dice – che potrebbero in teoria anche fallire. Infine scopriamo, sempre più basiti, che una volta tanto tra questi paria della finanza internazionale l’Italia non c’è.
Come al solito, invece, il dibattito sulla crisi ed i suoi effetti assume nel nostro Paese toni grotteschi, apocalittici e melodrammatici. Come al solito, noi rimaniamo a bocca aperta di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili, non comprendiamo i passaggi logici che sottendono all’accaduto e preferiamo interpretare pensieri di altri (economisti, professori, politici, etc.) sperando di trarne auspici divinatori o, più semplicemente, manipolarli a favore di questo o quel colore politico. Per poi, sazi e soddisfatti, ripiegarci su ciò che da sempre realmente ci affascina: guardarci l’ombelico. E così, grufoliamo daccapo nella melma dei pentiti, delle tangenti, delle regionali, dei sondaggi, dei magistrati, delle escort.
Continuiamo ad accapigliarci su domande da quiz di Bonolis, tipo "Ma l’Italia ha superato davvero la crisi meglio di altri?" oppure "Quando e come ne usciremo?". Domande rivolte con l’ansia di chi, non capendo, si aspetta un intervento esterno, magari divino, per salvarsi. Risposte date solo per tranquillizzare, o al contrario allarmare, i propri tifosi politici. Se proviamo a guardare ad alcuni dati senza le lenti della faziosità, scopriamo semplicemente che le virtù e i vizi del Paese, crisi o non crisi, sono sempre gli stessi.
Il nostro sistema bancario, si dice, ha mostrato maggiore solidità rispetto a quelli di altri Paesi, anche a causa di una minore esposizione su titoli stranieri, derivati, future, ed altri funambolici "pacchetti" avvelenati dai fantomatici subprime. Vero. Ma è vero anche che la tradizionalmente limitata propensione dei nostri istituti di credito a finanziare progetti, magari anche rischiosi ma potenzialmente redditizi, insomma a "prestare i soldi" alle imprese (specie se piccole e medie) frena la ripresa. Vero anche questo.
Il Governo – rectius Tremonti – ha fatto una scelta chiara all’inizio della crisi. Le poche risorse disponibili devono concentrarsi sulla difesa del sistema bancario e della liquidità (garanzia dello Stato alle banche, aumento del limite assicurato dallo Stato sui conti correnti bancari, Tremonti bond, etc.) e sugli ammortizzatori sociali (cassa integrazione). Il tutto limitando al massimo l’inevitabile crescita del rapporto deficit/PIL (oggi al 5% circa dal 2,5% pre-crisi) e del debito pubblico (aumentato al 114, 9% del PIL dal 111,2%).
Perché, direte voi? Ma come? Ce ne siamo sempre fottuti del debito. Siamo persino riusciti a entrare nell’euro con numeri assolutamente deficitari e ora facciamo il braccino corto proprio ora che c’è la crisi? Eh sì. Perché Tremonti ha guardato principalmente ad un dato e quando ne parlava nei talk show lo prendevano tutti per i fondelli: il famoso "differenziale" dei titoli di stato italiani con quelli tedeschi. Ovvero, il tasso di interesse che si intasca se si compra un titolo del debito publico italiano rispetto a quello che si intasca se se ne compra uno tedesco (ritenuto, va da sé, più affidabile).
Sembra un’assurdità. Ma sui mercati conta questo. Più il debito pubblico è alto, più si emettono titoli per coprirlo. Per invogliare gli investitori a comprare Bot, CCT, BtP e quant’altro, bisogna remunerarli con un tasso di interesse. Se gli investitori non hanno fiducia nel fatto che uno Stato possa un giorno pagare questo tasso di interesse, disertano le aste per i titoli, con il risultato che lo Stato deve "giocare al rialzo" e offrire tassi di interesse ancora più alti. Il rischio è che si inneschi una spirale aumento del debito – diminuzione della fiducia – aumento dei tassi che porta lo Stato alla bancarotta. E’ esattamente quello che sta accadendo alla Grecia, e in parte alla Spagna e al Portogallo. E che, si mormora, possa accadere all’Irlanda e, addirittura, al Regno Unito se non cambiano certe cose.
Perché all’Italia non sta capitando? Perché, almeno per ora, gli investitori vedono che deficit e debito in Italia aumentano a tassi ragionevoli per le possibilità del Paese, hanno fiducia nei titoli italiani e li comprano. Il deficit della Grecia è a oltre il 12% del PIL, quello della Spagna quasi uguale. Molti Paesi europei viaggiano ormai con un debito pubblico vicino al 100% del PIL, più o meno come il nostro. Solo che gli altri Paesi (Spagna, Grecia, Regno Unito, etc.) hanno "pubblicizzato" il debito privato, rilevando banche o aziende, aumentando la spesa pubblica con sussidi, etc. Noi no, anche perché avevamo già un debito altissimo. Il nostro debito "privato" è invece molto basso e la nostra propensione al risparmio ancora alta. Gli investitori quindi sanno che in Italia c’è ancora ricchezza privata da cui lo Stato, in caso di bisogno, può attingere. 
Cosa sarebbe successo se il Governo avesse dato retta a quelli che invocavano interventi e sostanziosi aumenti di spesa per l’economia mesi fa? Molto probabilmente, saremmo oggi in compagnia dei nostri amici mediterranei e dei maestri del rugby irlandesi. E’ vero che Francia e Germania hanno fatto di più, ma loro se lo potevano permettere. Una volta per tutte, almeno sul piano della finanza pubblica, noi NON SIAMO Francia e Germania. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.
Bene. Ma questi freddi e aridi numeri non possono coprire l’amara e per qualcuno drammatica realtà della recessione e della disoccupazione. Giustissimo. E bisogna fare qualcosa. Si dice che l’Italia crescerà nel 2010 solo dell’1%, meno degli altri Paesi, che nel 2009 ha perso il 5% circa di PIL, più di altri Paesi. Certo, è vero. La disoccupazione sta crescendo, è già all’8% circa. E’ vero anche questo. E’ vero anche che c’è chi sta molto peggio di noi (Spagna al 20% per esempio, Francia quasi al 10%), ma non importa. E’ comunque grave.
Si invocano come panacee di tutti i mali varie misure, tra cui il taglio delle tasse in varie salse. Chi dice che vanno ridotte solo ai meno abbienti, chi dice che vanno ridotte solo ai lavoratori dipendenti, chi dice che vanno ridotte a tutti, chi alle imprese che innovano e così via. Nessuno però spiega da dove prendere i soldi per coprire il minore gettito che deriverebbe dal taglio.
Il problema, come spiegano Draghi, Padoan (OCSE) ed altri, è sempre il solito. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali: maggiore concorrenza, più liberalizzazioni, meno burocrazia (saranno ormai decenni che si sente parlare di "aprire un’impresa in un giorno"), più trasparenza, meno tasse, un mercato del lavoro meno sclerotizzato in alcuni settori, più competitività (che significa anche licenziamenti, se necessario), più ricerca scientifica, più infrastrutture, più risorse energetiche a basso costo. Serve una rivoluzione, insomma. Tutto ciò di cui si parla da decenni senza risultato. Tutto ciò che cetro-destra e centro-sinistra hanno sempre predicato, ahimé con pochi esiti.
Aspettarsi che una classe politica di dubbie capacità riesca a fare tutto questo ora, con il fiato della crisi sul collo, con il rischio che i mercati valutino negativamente misure suscettibili di aumentare la spesa, sarebbe come attendersi che Ahmadinejahd vada a trovare Sharon in ospedale con un mazzo di fiori. Significherebbe sottrarre risorse a corporazioni cristallizzate e invincibili che hanno referenti in tutte le forze politiche, in più a ridosso delle Regionali che ormai hanno assunto le tinte foschissime di un Armageddon della politica italiana. Tutto ciò che è lecito sperare è che Tremonti continui a resistere all’assalto alla diligenza di spendaccioni irresponsabili e che in qualche modo San Gennaro ci aiuti con qualche miracolo.
Invece, ci tocca sentire persino affermazioni del tipo "l’Italia non ha più grandi gruppi industriali" da chi ha privatizzato aziende di Stato come se si trattasse dei mobili di casa propria o "sono disposto a ragionare di pensioni solo se si parla di risorse per i più giovani" da chi guida un sindacato che i giovani li ha lobotomizzati e ammazzati. Ma tant’è.
Dovremo accontentarci, per ora, di difendere i singoli posti di lavoro con le unghie e con i denti, sperando che Alcoa non se ne vada, che qualcuno (ma chi? "Se sta’ a move’ la Cina?" come diceva Alberto Sordi) si compri Termini Imerese, che la magistratura vada a scovare i proprietari dei call center che non pagano più gli stipendi e intanto scappano, etc. Vedremo. Ma intanto, rilassiamoci. Non preoccupiamoci troppo. Non agitiamoci più del necessario.
Tra poco ricomincia Sanremo.

Se semo fatti vecchi

11/02/2010

Ennesima indagine choc della Magistratura.
Ennesime prese di posizione.
Ennesime intercettazioni hot pubblicate (non è più di moda nemmeno chiedersi come siano arrivate a Repubblica…).
Ennesimi editoriali in cui si chiede di smetterla di affrontare i problemi del paese come se si stesse organizzando una festa di piazza ma di prendersi le proprie responsabilità e di farlo tramite una organica e seria riforma costituzionale.

Sono passati 17 anni da Mani Pulite.

Miss me yet?

10/02/2010

Nei giorni scorsi è apparso un misterioso cartellone pubblicitario sulla strada Interstatale 35 nei pressi di Wyoming, Minnesota, USA.

george-bush-miss-me-yet

La domanda è chiara.
E la risposta?

Magnetic Fields live @ Corona Theatre, Montreal, 06.02.2010

07/02/2010

Era uno dei concerti più attesi dell’inverno montrealese. Non solo per l’intrinseco valore del gruppo di Boston ma anche per l’anno particolarmente sfigato dalla Ville dal punto di vista Indie (Girls e Fanfarlo cancellati poche ore prima per problemi di passaporto).
La location prescelta era molto Stephin Merrit: Il Corona Theatre. Uno sconosciuto ai più teatro di posa anni’ 50 perso nel nulla della zona working-class di St: Henry. Fuori una temperatura al limite della morte per assideramento. 
All’ingresso del teatro, mentre cerchi di togliere il ghiaccio dagli occhiali, come prima botta ti imbatti in una posatissima maschera in livrea che ti stacca l biglietto. Non capisci ("cazzo ho sbagliato festa…"). Poi l’impatto con la prevedibile fauna di nerds, personalità sensibili, hipsters, fotografi et similia. Si tira un sospiro di sollievo.

Il teatro è francamente bruttino. La sala centrale è occupata da tavolini sparsi con candele in mezzo. Molto Marlene e Berlino anni 20. Suggestivo ma, anche qui, non capisco. Mi rifugio al bar.  
I nostri eroi salgono sul palco in perfetto orario (preceduti dal concertino di un attrezzo di nome Laura Barrett). Prime conferme della serata. Si. E’ vero. Stephin Merritt entra sul palco con le dita nelle orecchie. Si, le stesse dita tornano in azione, alla fine di ogni canzone, ma niente isterie particolari. Anzi, il nostro deve essere in un periodo di quelli buoni, scherza, fa battute (è simpaticissimo…). Già l’inizio è molto easy e fa crollare i timori di doversi pappare una serata di follie nevrotiche. Si siede, chiede scusa, tira fuori il cellulare, lo spegne. Molto di classe. Sulla sinistra del maestro, Claudia Gonson febbricitante, senza voce, con uno scialle al collo (che manco mi madre). Sarà lei la guida della serata. Il tramite tra Lui (trattato con una reverenza quasi biblica) ed il pubblico. Chiacchiera la Gonson. E’ simpatica. E allora il buon Merritt (con l’ukulele!!!!) le chiede di introdurre la canzone con più brevità. Lei sorride e si va. Il concerto è stato bellissimo (sono un Merrittiano e non me ne vergogno). Niente concerto promozionale del nuovo disco ma un piccolo viaggio nella straordinaria produzione del nano malefico. La qualità quindi non scende mai. Sia quando si tirano fuori le straordinarie canzoni di 69 Love Songs che quelle, un pò meno epocali ma non meno efficaci dell’ultimo Distortion (tra cui non si può non citare la già leggendaria You must be out of your mind,  "I want you crawling back to me, down on your knees, yeah, like an appendectomy sans anesthesia"). Poi pezzi sparsi da colonne sonore, dal periodo The 6ths e via dicendo. Insomma si apprezza. Si applaude. Si canticchia.

Poi però si esce prima. Appuntamento per un party di esuli italiani a Jean Talon (dall’altra parte della città).
Fuori ci sono -18 gradi. E’ tutto congelato. E’ spassoso ritrovarsi a correre verso la stazione della metro, ogni due passi rischiando la frattura combinata tibia-perone, canticchiando che "True, I’d give my right arm, to keep you safe from harm, and true, for you, I ‘d move to Ecuador…".
Ecuador, secondo l’iPhone, ci sono 15 gradi di notte. Lo vedi che quella sagoma di Stephin ha sempre ragione.

Io sto con Sarah Palin

04/02/2010

sarah-palin-thumb

Penso che definitivamente il Corriere della Sera possa essere considerato un giornale finito. 
I residui dubbi che albergavano nella mia testa sono stati spazzati via stamane dalla lettura di questo spaventoso articolo di Maria Luisa Rodotà, argomento: le esternazioni politiche di Sabrina Ferilli.
Spaventoso? Non vorrei esagerare, direi freddamente terrorizzante. Una cosa tipo Sandra Milo che parla del sequestro Moro. 
Capitemi, sono all’estero. Vivo a 6 ore di fuso orario e mi sveglio quando da voi la giornata è mezza che consumata. Mi sveglio, dopo un’ennesima notte insonne, apro il Mac e mi ritrovo davanti a questo articolo allucinante in cui si straparla di questa poveraccia che era finita giustamente a reclamizzare tinte per capelli (primo commento personale… anvedi ancora campa la Ferilli…) e che cerca disperatamente di tornare in auge utilizzando la politica. Ora, premesso che ritengo superfluo ogni commento sul fatto che, in Italia, si consideri la politica come un mezzo per ricostruire una carriera da puttanella non penso si possa sorvolare sul fatto che un giornale sputtani argomenti serissimi (le unioni di fatto) affidandoli alla voce di una sguattera di Fiano Romano (ma il Corriere è finito, lo ripeto, è giustificato…).
Poi però succede qualcosa. Succede che per dare al penoso articolo un senso si cerchino pericolosissime analogie. Il dramma è tutto raccolto in pochissime frasi.
"Il fu centrosinistra scopriva di avere tra le sue file una Sarah Palin (vabbè, Ferilli è più colta e informata di Palin)"
Gelo, non capisco, rileggo. Sono basito. 
Secondo questa deficiente della Rodotà, un Governatore di uno Stato americano, una candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti sarebbe "meno colta ed informata della Ferilli". 
Povera Sarah. Chissà se lo sa che non solo è stata paragonata ma anche sbertucciata di fronte ad una patetica soubrettina italiana.
Insomma, sono perplesso. Ma questo è il mondo visto dal Corriere della Sera.
Questo è ciò che vi meritate.
Dovrò tornare (sono mezzo obbligato da motivi di lavoro e familiari) ma quanto mi girano i coglioni.