Riformatorio

RiformatorioDopo l’insano gesto di Tartaglia, il "fiume carsico" (parafrasando Bonaiuti) del dialogo, del confronto in Parlamento e delle riforme condivise riemerge prepotentemente nella scena politica italiana, grazie a due fattori chiave: l’elezione di Bersani a Segretario del PD e la svolta "gollista" di Silvio Berlusconi.
Si riprende dunque a tessere quel filo interrotto dopo il varo della "bozza Violante" nella scorsa legislatura per modificare la seconda parte della Costituzione e provare ad adeguare il funzionamento delle Istituzioni al mutato contesto politico, sociale ed economico el Paese. Si ristudieranno formule condivise per ridurre il numero dei parlamentari (guadagnando in efficienza e, si spera, risparmiando denari), per spezzare il bicameralismo perfetto (rendendo più rapido il percorso legislativo) e dar vita ad un Senato delle Regioni (parlamentarizzando le istanze "federaliste" degli enti locali), concedendo più poteri al Presidente del Consiglio (oggi di fatto un primus inter pares) in una cornice rafforzata di pesi e contrappesi. Sono anni che se ne parla. Ad un certo punto eravamo giunti ad un referendum che poteva risolvere alcune di queste questioni, e invece siamo ancora qui. Ci vuole pazienza.
La vera novità, stavolta, sta nel fatto che oltre alla riforme costituzionali sono sul tappeto stavolta altre riforme non meno importanti: fisco, giustizia, scuola. Tre pilastri della ormai decrepita e terremotata architettura statale che necessitano di interventi immediati, calibrati e strutturali. Se no, altro che L’Aquila.
Ma ciò che più importa, a mio modesto avviso, è chiedersi quali siano le ragioni di fondo che hanno spinto PdL e PD ad "annusarsi" e a riallacciare i contatti. La cosiddetta Seconda Repubblica esiste da quindici anni circa ed ha risolto pochissimi problemi del Paese, o forse nessuno, e il tempo stringe. Già, perché se proprio un nome ed un cognome possono attribuirsi alla Seconda Repubblica essi sono indiscutibilmente: Silvio Berlusconi. Lo si voglia o no, con tutte le sue anomalie ed i suoi conflitti, è lui il fondatore ed il dominus di questa Repubblica e con lui bisogna fare i conti se si vogliono risultati. Si può negare o perfino combattere strenuamente tale interpretazione (Di Pietro, i No B-Day, Franceschini, Repubblica, la Bindi lo fanno), ma ciò non cambia la realtà dei fatti.
Bersani, D’Alema ed altri sanno che se e quando finisce l’esperienza di Berlusconi, in Italia cambia tutto di nuovo. Sono pronti? No. Hanno in mano un’alternativa? Nemmeno. Hanno una forza tale da riuscire ad incidere sui futuri cambiamenti? Neppure. Essi sospettano (e non sono gli unici) che dall’altra parte della barricata il dopo-Berlusconi sia già iniziato: temono che si affacci all’orizzonte un nuovo coacervo moderato-conservatore composto da Rutelli, Casini, Montezemolo, Fini. Un blocco che rischierebbe di lasciare il PD, oltre che un pezzo di PdL, la Lega e Di Pietro, all’opposizione per molto tempo. Una specie di nuovo Pentapartito, con il PD nelle vesti del vecchio PCI…un incubo, insomma.
A Berlusconi e al PdL servono essenzialmente due cose: lasciare un’impronta del loro Governo al Paese – un fallimento dopo più di dieci anni complessivi di Governo sarebbe intollerabile – e mettere in sicurezza l’esistenza del partito anche per il futuro. Perché ciò avvenga serve che il Presidente del Consiglio sia libero da impedimenti di carattere giudiziario, ora e sempre, ma serve soprattutto una "reciproca legittimazione" con l’avversario di sempre: la sinistra. Bisogna far cadere anche qui il Muro di Berlino, è il concetto di fondo. Se due forze riscrivono insieme la Costituzione, seppur con visioni della società in buona parte diverse, si legittimano automaticamente a vicenda. DC e PCI lo hanno fatto, possono farlo anche loro.
PdL e PD hanno un comune obiettivo nel medio termine: l’UDC di Casini. Bersani ci si vuole alleare, prima che sia troppo tardi. Berlusconi lo vuole distruggere, prima che sia troppo tardi. Entrambi temono che l’UDC possa diventare il perno di quell’alleanza moderata di cui si diceva poc’anzi, spiazzando sia gli uni che gli altri. Il PdL, abbracciando Bersani, vuole soffocare Casini al centro e togliergli spazi di manovra e visibilità politica. Il PD vuole avvicinarsi al centro, dando prova di responsabilità e moderazione, staccandosi progressivamente (per quanto possibile) da Di Pietro e Sinistra Radicale. Le elezioni in Puglia sono solo un primo esperimento in questa direzione. Entrambi vogliono sopravvivere a questa fase crepuscolare della politica italiana e sanno, per raggiungere lo scopo, di avere bisogno dell’altro: il PD ha bisogno di PdL e Lega uniti (e forti, magari) per attirare a sé l’UDC; il PdL ha bisogno del PD per diventare un partito "legittimo". Per questo, l’unico sbocco è provare a fare le riforme, cercando naturalmente di lasciare il cerino in mano all’altro nel caso in cui andasse male.
Ma su che base concreta nasce un simile accordo? E come si fa con i rapporti tra Berlusconi e le Procure? Molti giornali hanno scritto, e sembra verosimile, che sulle riforme il PdL potrebbe avere un occhio di riguardo per le proposte del PD, accantonando ad esempio il Presidenzialismo, ed il PD eviterebbe di fare le barricate, pur votando no, su alcuni provvedimenti che mettano in salvo il Premier dalle questioni giudiziarie: sicuramente sul legittimo impedimento, forse persino su una versione riscritta e resa più accettabile del processo breve (ma personalmente ne dubito). Per il futuro, il ritorno dell’immunità parlamentare, graditissimo al PdL, non indigeribile per buona parte del PD, in luogo del lodo Alfano costituzionale. Nel frattempo, i processi dovrebbero andare in prescrizione.
Apro una piccola parentesi: a sinistra si riflette sul fatto che, con l’immunità, a Silvio basterebbe – per evitare eventuali problemi in futuro – anche limitarsi a fare il parlamentare ed il Padre Nobile del partito, mentre con il Lodo Alfano costituzionalizzato dovrebbe fare ancora il Premier o il Presidente della Repubblica, per godere appieno dello "scudo". Inoltre, occorrerebbe riflettere un po’ sul caso Del Turco, dato per colpevole all’arresto, man mano che passavano i mesi i dubbi crescevano, fino ai recenti rapporti di Carabinieri, Banca d’Italia e Guardia di Finanza che smontano molte tesi dell’accusa. Cosa sarebbe accaduto se fosse stato un Ministro di un Governo di centro-simistra? Cosa si direbbe se si trattasse di un Premier del PD? Chiusa parentesi.
Difficile, se non impossibile, che vi sia qualche passo avanti concreto prima delle regionali di marzo, anche considerato che i provvedimenti giudiziari (le cosiddette "leggi ad personam") verranno presentati in Parlamento e discussi proprio in questi giorni. E i risultati delle elzioni saranno importanti: se il PD tiene, si può andare avanti. Se crolla, e guadagnano Di Pietro, Sinistra radicale, etc., ne dubito.
Ma in ogni caso, la strada sembra tracciata.
In caso contrario, toccherà sopportare le beffarde allusioni di Repubblica, Di Pietro, Grillo, No B-Day, etc. al "partito dell’amore" come l’ennesima, infruttuosa e disdicevole ammucchiata.

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