Archive for gennaio 2010

Cartoline dagli States

31/01/2010

po100128

Thanx to the NY Times.

J.D. Salinger (1-1-1919 – 28-1-2010)

28/01/2010

 I Balordi ringraziano quanti vorranno unirsi nel ricordo.

salinger

Oratorio e laboratorio

27/01/2010

Oratorio e laboratorioCoraggio. La fine di marzo non è lontana.
Non manca poi così tanto alla conclusione di questo rutilante caravanserraglio di voci di corridoio, di candidati mandati al massacro, di alleanze pomposamente annunciate e poi rimangiate, di "laboratori" politici che volano via al primo starnuto per rivelare soltanto il dilettantismo da oratorio dei loro artefici.
Le prossime Regionali avrebbero dovuto sancire l’avvio di un esperimento, ovvero la convergenza tra PD e UDC su alcuni candidati in vista di una possibile costruzione di un’alleanza per l’alternativa di Governo. In Piemonte, i centristi avrebbero voluto sostenere un candidato del PD che non fosse la Bresso. Risultato: la Bresso è candidata e l’UDC, obtorto collo, la sostiene. In Calabria, Bersani avrebbe voluto schierare il partito a fianco di un candidato centrista chiedendo a Loiero un passo indietro. Risultato: Loiero ha risposto picche e l’UDC si è alleato con il PDL. Nel Lazio, l’UDC avrebbe anche sostenuto un’autorevole candidatura del PD (Zingaretti?). Risultato: la Bonino ha preso tutti in contropiede, il PD è salito sul suo carro e l’UDC sostiene la Polverini.
E poi la Puglia. Il vero "laboratorio" dell’alleanza che verrà, si diceva. UDC e PD che costruiscono una piattaforma di Governo in una regione importante, per poi proporre domani un’alternativa di Governo, si diceva. Il Sindaco di Bari, Emiliano, è pronto, ma Vendola non si ritira e invoca la primarie. Emiliano dice sì alle primarie, a patto che prima si faccia una leggina regionale che gli consenta di candidarsi mantenendo la poltrona di sindaco. Bersani dice no, Emiliano si ritira. Il PD non demorde: vuole un’alleanza con l’UDC e lancia la candidatura di Boccia. Boccia, sconfitto nel 2005 alle primarie proprio da Vendola, fa quello che può, ma è un agnello scarificale. Alle primarie il risultato è sconfortante: Vendola al 67%, Boccia al 32%.  Il PD fa retromarcia e sostiene Vendola. L’UDC candida la Poli Bortone.
Al termine dell’imbarazzante sequela di piccole e grandi cialtronerie, scopriamo oggi da Bersani che Di Pietro è un alleato strategico per il PD in vista della costruzione di un’alternativa di Governo. Con Casini, si vedrà. Bravi.
Nel frattempo, a destra le cose non vanno poi molto meglio. Il PDL cede alla Lega le candidature in Veneto e Piemonte. In Veneto il vantaggio è largo, ma in Piemonte un candidato più moderato di Cota – pur apprezzabile nel suo giubbotto di pelle stile Happy Days d’antan – potrebbe avere più chances. Nel Lazio si candida la Polverini, ma una parte del PDL, sulla scorta degli attacchi di Feltri, la vuole boicottare. In Campania si pensava a Cosentino, ma Fini si è impuntato evocando rapporti poco chiari con i Casalesi e alla fine si è scelto Caldoro (Nuovo PSI). In Puglia, Fitto decide di candidare Palese, ma Berlusconi ritiene – penso a ragione – che candidare direttamente la Poli Bortone, anticipando l’UDC, sarebbe stata un’eccellente mossa e vuole tornare indietro, sconfessando i suoi in Puglia. Allo stato attuale, il favorito in Puglia resta Vendola. Per la Basilicata, viene addirittura lanciato il nome di Magdi Cristiano Allam, noto esperto di cose lucane. Qualche giorno dopo, l’annuncio si volatilizza nel nulla. Come dicevano anni fa Amurri & Verde (chi li ricorda?): "Mi dicono che non è vero".
Chissà quali altre sorprese ci attendono.
Ma non è tutto. La vicenda del sindaco di Bologna, Delbono, induce ulteriori riflessioni. Il PD ha una linea, mi si permetta, un po’ singolare  sulla integrità dei suoi amministratori e sui rapporti con la magistratura. In molti casi, ad ogni stormir di fronde in Procura la gente viene invitata a dimettersi ricorrendo alla solita bufera di aria fritta, "atto dovuto", "atto di rispetto per i cittadini", "piena fiducia nella magistratura", "non deve esserci l’ombra di un sospetto", etc. etc. Se non che, faccio un esempio, sul caso Del Turco stiamo ancora aspettando di sapere se è un delinquente o una specie di nuovo caso Tortora. I rapporti dei Carabinieri sembrano propendere per la seconda.  Vedremo come evolverà il caso Delbono, ma se alla fine si dovesse chiarire che non ha usati soldi pubblici per scopi privati e il tutto dovesse ridursi a 490 euro di nota spese di troppo, chi lo dirà ai Bolognesi che nel frattempo saranno stati commissariati, avranno avuto nuove eelezioni e poi una nuova Giunta?
Non solo. Questa linea poi non vale per tutti: Del Turco è stato trattato come un appestato, Marrazzo come un paria (nel frattempo una trans e un pusher ci hanno rimesso la pelle e di chiarezza ce n’è ancora poca), Delbono è stato bacchettato, mentre Bassolino è ancora al suo posto, la Jervolino (che aveva qualche Assessore "sfrantummato" collegato con i clan camorristi) pure e Loiero, invece, anche. Vendola, nonostante le indagini sugli Assessori, etc., non solo si ricandida, ma stravince alle primarie. A livello nazionale si può dire solo sottovoce che in effetti il problema del riequilibrio tra politica e magistratura esiste, che le Procure sono dei groviera da cui trapela qualunque notizia, che il segreto istruttorio è stato di fatto abolito.
L’unica cosa che davvero consola è che se uno come D’Alema ammette candidamente di "non aver capito cosa davvero stesse succedendo", allora siamo tutti esentati.
Almeno fino a Pasqua.

Manifesto della Destra Divina

23/01/2010

Manifesto della Destra Divina"Difendi, conserva, prega!"
                                                 Pier Paolo Pasolini, Saluto e Augurio, 1975

Inutile negarlo. Quello di Camillo Langone è il libro dell’anno, almeno in Italia. Lo è per diverse ragioni: oltre, va da sé, a essere stilisticamente pregiato, assurge a "caso letterario" mirando a rovesciare luoghi comuni ormai sedimentati e cristallizzati nei nostri poveri tempi su scrittori e poeti, ma soprattutto rappresenta in 148 piccole pagine l’operazione culturale più ambiziosa degli ultimi decenni.
E’ proprio quest’ultimo punto che mi sembra il più interessante.
La copertina nei libri ha sempre un valore. In questo, è quasi rivelatrice: guardatela e capirete tutto. Osservatela e avrete la chiave di lettura per comprendere prima ancora di sfogliare le pagine. Lo sfondo bianco è di per sé più che eloquente. I due oggetti ritratti al centro sono sacri, ma mantengono intatto il significato del potere temporale e civile, quasi a testimoniare che la religione cristiana non giace inerte in un iperuranio inconoscibile, ma ha un’indiscutibile valenza materiale e civile, una vitalità sociale ed una evidente, per non dire necessaria, influenza sull’agire umano, e soprattutto politco.
Il titolo è un’ulteriore conferma: le tre parole chiave, "manifesto", "destra" e "divina" chiariscono il concetto. Il libro, rectius il "manifesto", ha fini divulgativi, certo, ma ha soprattutto limpidi fini politici: esiste una parte politica, la "destra", che affonda le radici delle sue convinzioni e del suo agire nella Parola di Dio ("divina", per l’appunto). Non è, come chiarirà Langone in apertura, né la "destra grattacielara" di Formigoni e Moratti, né la "destra in Chanel" della Prestigiacomo, né la "destra opportunista e nichilista" di Gianfranco Fini. Ad un "manifesto" – ovviamente – segue un appello. A quello del Partito Comunista di Marx seguiva il celebre "Proletari di tutto il mondo unitevi", a questo della destra divina segue il "difendi, conserva, prega!" della splendida ultima poesia di Pasolini, "Saluto e Augurio", idealmente indirizzata ad un giovane fascista e nella quale viene evocata "la destra divina che è dentro di noi, nel sonno".
Langone parte proprio dai versi del Poeta per scardinare e rovesciare, come in un ideale Mercato del Tempio infestato da intellettuali soloni ed ingannevoli, il luogo comune di Pasolini uomo di sinistra (al contrario, un conservatore, cattolico apostolico romano, che vede nel PCI non il progresso ma la difesa a oltranza di un’Italia che nel frattempo cambiava, sradicandosi) per giungere a contestare e rovesciare una società, come quella attuale in Italia e in Europa, informata a principi di individualismo edonistico, sfrenato e volgarmente materiale, brandendo la duplice arma di Dio e della Chiesa.
La sua radicale critica all’Uomo moderno che ha dimenticato Dio e si fa beffe dei richiami della Chiesa si articola in salaci, ironiche, ma quanto mai efficaci "antinomie". Decisamente più divulgative di quelle kantiane, e non strutturate su tesi e antitesi ma su mere contrapposizioni tra semplici concetti, le diciassette antinomie langoniane rappresentano piuttosto un divertissement carico di vis polemica: alcune forniscono una personale interpretazione su tematiche e codici di comportamento frequentemente e seriamente dibattuti (es. Amore rischioso versus Sesso sicuro, Ubbidienza versus Coscienza, Muri versus Mondo, Indissolubilità versus Divorzio, etc.), altre sembrano riguardare temi più e leggeri (Domenica versus Week End, Gonna versus Pantalone, Presepe versus Albero, etc.). Ma del divertissement pascaliano, a ben guardare, non c’è traccia. Pur in un’atmosfera politica che se mai sembra rimandare al Joseph de Maistre di Du Pape, c’è piuttosto un audace tentativo di tradurre in un linguaggio accessibile il concetto agostiniano di "Città di Dio".
In breve, come secondo Langone deve vivere nell’Italia o nell’Europa di oggi un cittadino (si badi, non il semplice individuo) che crede che l’Etica non abbia altre radici se non quelle religiose, che non vede nel "laicismo" (si chiama ateismo, protesta il nostro) una prospettiva politica, che appartiene – in una parola – alla "destra divina". Dalle cose più piccole della quotidianità a quelle più grandi, di respiro filosofico e teologico, quest’uomo si sposa e non divorzia, fa sesso certamente per piacere ma senza snaturare l’istinto verso la procreazione, va a caccia, non ha paura delle armi se deve difendere l’uscio di casa, va a messa e prega, non affida le sue angosce ad un freddo ciarlatano chiamato psichiatra, ma al parroco, se è una donna indossa la gonna e non i pantaloni, etc. etc. In sostanza, difende, conserva e prega.
Personalmente, non condivido molti assunti. E’ vero, il profilattico non garantisce alcuna certezza blindata, ma in Africa con l’AIDS rimane meglio di niente. Nulla contro l’astinenza, ma non tutti la praticano…Si ritorna naturalmente, sulla vicenda del testamento biologico e della morte di Eluana: la mia posizione resta quella del filosofo cattolico Giovanni Reale, nulla da aggiungere. Detesto la caccia. Sono contrario alla proliferazione delle armi tra i cittadini, che spesso e volentieri – America docet – si sparano tra loro per errore, follia, imperizia, etc. Continuo per ostinata necessità a prendere l’aereo. Altri ne potrei citare, ma ognuno ha le sue opinioni.
Ho trovato invece geniale, oltre che per fettamente coerente con lo spirito di diffusione del libro, l’elenco dei libri, della musica e dei film della "destra divina". Condivido quasi tutto. Punta di eccellenza: la segnalazione del "Marchese del Grillo".
Il "manifesto", che può fregiarsi di una splendida recenzione tutto sommato positiva sul Foglio addirittura di Rina Gagliardi, eminenza grigia di un altro Manifesto (il quotidiano), prosegue a mio avviso, cesellandola e dandole al contempo spessore più quotidiano, l’operazione filosofica e culturale avviata da Marcello Pera e Joseph Ratzinger (quando ancora non era Papa) con il libro "Senza radici", ovvero il tentativo di esaltare il ruolo di "religione civile" del Cristianesimo e di farne anche un riferimento per comportamenti sociali e politici. Langone inoltre appare a mio avviso un alter ego "civile" di Giovanni Lindo Ferretti, che invece privilegia la testimonianza della tradizione "mistica" del Cristianesimo. Per me, insomma, il "manifesto"  è perfettamente complementare con "Reduce". 
Due unici appunti. Il primo è il rischio, se mi è concesso, che il "manifesto" sia male interpretato e strumentalizzato come "libro-cult" senza che venga compresa a pieno la complessità (e, a mio avviso, i potenziali problemi) di una simile operazione culturale. Che certi comportamenti, insomma, diventino una "moda" o rappresentino una sorta di novello conformismo, per ora di nicchia. L’altro è che mi pare di ravvisare nel "manifesto" più uno spirito da Antico Testamento, duro, a tratti manicheo, che uno compassionevole e mansueto sguardo da Nuovo Testamento, dove Dio si fa Uomo e poi Agnello Sacrificale.
Ci rifletterò. Nel frattempo, mi consola il pensiero che socchiudere gli occhi, ascoltare Psalm di John Coltrane e sorseggiare un Negroni, secondo Langone, mi avvicini a Dio più di tante altre cose. 

Cartoline dagli States

20/01/2010

Cartoline dagli States
Thanx to NY Times.

Bettino Craxi (19.01.2000 – 19.01.2010)

19/01/2010

Bettino Craxi (19.01.2000 - 19.01.2010)Dal momento che questo blog è fieramente "anarchico e schizofrenico", ci possiamo permettere il lusso di fare ben tre post in tre giorni sul decennale della scomparsa di Bettino Craxi.  D’altronde, la figura merita ben più di questo e in fondo anche noi abbiamo bisogno di chiarirci le idee.
Il nostro amico bolscevico ha ragione. E’ ora di cominciare a usare il cervello – organo sempre più a disagio in questo Paese – per ripercorrere la vicenda politica ed umana di un uomo che, lo si voglia o no, è "parte della storia d’Italia" (Massimo D’Alema).  Lasciamo dunque da parte la damnatio memoriae che alcuni vorrebbero imporre alla storia del personaggio e, al contempo, la santificazione che altri, più o meno in buona fede, invocano a gran voce. In questo – anche qui d’accordo con Kolchoz – lode al Presidente Napolitano ed alla sua lettera delicata e ragionata, scritta come può solo un uomo sereno, che ha conosciuto, stimato senza per questo condividerne molte posizioni, la persona di cui parliamo.
Premesso che chiunque voglia avventurarsi nei complessi meandri della vita di Bettino Craxi può leggere la biografia di Massimo Pini, certamente di parte ma con onestà intellettuale e completezza di documentazione, penso che la figura di Craxi sia paradigmatica per capire passato e presente, per collegare l’Italia di allora a quella di oggi, immaginando quella che dovrebbe essere.
Innanzitutto, a scanso di equivoci, si ricordi in primo luogo che Craxi è stato un uomo di sinistra. Non un conservatore, non un fascista, non un clericale, come numerosi imbecilli che oggi votano a sinistra senza sapere neanche scandire la parola. Un socialista, affermatosi in un’Italia molto meno bigotta di oggi, laico, persino con tratti anticlericali. Uno che in Consiglio Comunale a Milano nel 1967 pronunciò una sorta di orazione funebre per il Comandante Che Guevara, uno che condusse il PSI ad assumere posizioni molto più libertarie dell’allora PCI (in tema di morale molto più conservatore) e – ça va sans dire – della DC.
Da uomo politico ha perseguito un obiettivo chiaro e preciso: ridare autonomia al PSI, consentendogli di incunearsi nell’asse DC-PCI scaturito dalle elezioni del 1976 (come ricorda saggiamente Sergio Romano) per poi crescere ed assumere la guida di una nuova sinistra di stampo riformista in grado di modernizzare il Paese, cambiandolo profondamente. Gli riuscì? Solo in parte.
Da Presidente del Consiglio (1983-1987) fece approvare il Decreto di S.Valentino che prevedeva il taglio di quattro punti della scala mobile (meccanismo infernale che adeguava al millesimo i prezzi all’inflazione), spezzando una spirale ingestibile che faceva aumentare i salari perché aumentavano i prezzi, ed i prezzi perché aumentavano i salari. Il tanto celebrato accordo sul lavoro di Ciampi e Giugni del 1993 (che àncora i salari alla produttività e non all’inflazione) nasce da lì, mica dalla montagna del sapone.  Portò l’inflazione dal 16% al 4% nei quattro anni di Governo. Promosse una politica di investimenti pubblici. Stipulò un nuovo Concordato con la S. Sede nel 1984, superando i Patti Lateranensi del 1929: molti ricorderanno che, fino ad allora, il Cattolicesimo era ancora "religione di Stato". Molti non ci crederanno, ma ottenne risultati contro l’evasione fiscale (il Ministro Visentini riuscì a imporre il registratore di cassa agli esercenti ed il famoso "scontrino"). Lo 
sviluppo dell’economia italiana in quegli anni, secondo soltanto a quello del Giappone, vide sia una crescita dei salari (in quattro anni, di quasi due punti al di sopra dell’inflazione), sia il momentaneo sorpasso del reddito nazionale e di quello pro-capite della Gran Bretagna. Eravamo diventati, anche grazie al celeberrimo "sommerso" il quinto Paese più industrializzato del mondo.
In sostanza, molto del Paese di oggi – con i suoi pregi ed i suoi difetti – si plasmò in quegli anni.
In politica estera mantenne la tradizionale politica di amicizia nei confronti dei Paesi arabi dei Governi italiani, arricchendola se possibile (Ben Ali in Tunisia, Arafat e l’OLP, Gheddafi in Libia, al quale salvò la vita avvertendolo del bombardamento di Reagan) senza mai recedere dall’atlantismo, come dimostra la conferma dell’appoggio dato già prima del suo insediamento al Governo all’installazione degli Euromissili Pershing e Cruise. Sull’episodio, il Segretario di Stato di Carter, Zbigniew Brzezinski, disse, scherzando ma fino ad un certo punto: ”senza i missili Pershing e Cruise in Europa la guerra fredda non sarebbe stata vinta; senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il PSI di Craxi la decisione dell’Italia non sarebbe stata presa. Il Partito Socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo”. E poi Sigonella. Vorrei domandare quanti dei politici odierni, di destra e di sinistra, si sarebbero permessi di dire di no agli Americani per difendere una linea politica nazionale.
Diede un contributo importante all’integrazione europea, facendosi promotore al Consiglio Europeo di Milano nel 1985 dell’iniziativa che condusse l’anno dopo all’Atto Unico Europeo, che anticipò Maastricht su molte materie e che rilanciò la CEE, fino ad allora in fase di stallo. Lo fece andando ad una contrapposizione frontale con la Thatcher, non perdendosi in estenuanti negoziati di anni per poi arrivare ad un testo incomprensibile e di basso profilo.
Come vedete, non ci siamo inventati nulla. Se il Paese ha ancora un posticino di qualche rilievo nell’UE, nella NATO e nel G8 (domani nel G20), qualche merito quest’uomo ce l’avrà anche avuto.
Commise errori? Certamente. Tanti. Alcuni molto gravi. Pur di spezzare l’asse DC-PCI, contestò la linea della fermezza sul rapimento Moro, rischiando di indebolire lo Stato. Il suo Governo portò il debito pubblico dal 70% al 90% del PIL ed approvò un condono edilizio i cui effetti si vedono sul territorio ancora oggi. Ma soprattutto, cavalcò e gonfiò l’onda montante del finanziamento illecito ai partiti, il cui discrimine con la corruzione dei singoli diventò sempre più esile fino a scomparire. Negli ultimi anni della sua vicenda politica ingaggiò un lungo e, ex post, inutile duello con De Mita per tornare a Palazzo Chigi a qualunque costo. Per farlo, mise da parte molto del programma innovativo e riformista con cui si era presentato sulla scena politica. La Grande Riforma costituzionale di cui si era fatto paladino, imperniata su una trasformazione in senso presidenziale della Repubblica, non vide mai la luce e si inabissò fino al 1994. Indulse ad un certo culto della personalità. Facilitò l’ascesa dei network televisivi privati, ma il suo decreto fu (ed è) tuttora aspramente contestato. Abbandonò la dottrina marxista e la falce e martello, indicando nel socialismo di Proudhon il modello da seguire, ma non riuscì ad elaborare una nuova piattaforma culturale e filosofica del partito, preferendo dargli piuttosto una nuova cornice estetica. Sbagliò completamente a pensare di poter trainare nel 1989 il PDS dopo il crollo del comunismo in una nuova formazione riformista di sinistra egemonizzata dal PSI. Questo errore – aggravato dal suo intervento per far entrare il PDS nell’Internazionale Socialista – gli fu fatale.
Anche qui, come si può notare, errori concreti di cui portiamo il peso come Paese ancora oggi. Il debito pubblico è cresciuto ancora, la corruzione è ancora lì, di riforme stiamo ancora sì e no parlando, di "unità a sinistra" si vagheggia all’infinito, etc. etc., di condoni ne abbiamo avuti a bizzeffe, di partiti privi di elaborazione concettuale ma stracolmi di estetica ne abbiamo a iosa.
La sua fine, poi, ci parla di uno squilibrio irrisolto tra la politica e la magistratura. Trovo sorprendente che in un Paese democratico come il nostro si professa, l’iniziativa di un Presidente della Repubblica (Ciampi), un Presidente del Consiglio (D’Alema), un Ministro delle Riforme Istituzionali (Maccanico) ed un autorevole parlamentare e costituzionalista (Manzella) per riportare in Italia almeno per gli ultimi giorni uno Statista, certamente reo di gravi colpe, ma pur sempre uno Statista, per giunta malato, si sia miseramente infranto contro i niet dei magistrati e di una parte di opinione pubblica ancora con la bava alla bocca. Ecco, insieme a questo tentativo si spegne – forse definitivamente – il primato della politica. D’altronde, era più facile scaricare la colpa su uno solo che riflettere su problemi collettivi di un ceto politico e di una società. 
Non posso dunque a fare a meno di trarre delle conclusioni. Partigiane. Le intuizioni, i successi, gli errori politici e i danni al Paese sono ancora tutti lì. Conservati come in una teca, cristallizzati come dopo una glaciazione, in un Paese che preferisce affrontare anche la fine dolorosa di un uomo come un derby Roma-Lazio o una faida mafiosa, piuttosto che come una comunità di persone civili che spera di mantenere l’eredità positiva lasciata da un politico e di discutere per individuare il lascito negativo, così da correggerlo ed evitare il suo ripetersi in avvenire. 
Nessuno se ne è accorto, ma ha ragione quel geniaccio di Rino Formica: "se il morto è vivo, vuol dire che i vivi sono morti". 

Bettino Craxi 10 anni dopo. Una chiosa DEGNA!

18/01/2010
Date le polemiche (POLITICHE) che di tanto in tanto dividono il sottoscritto con Gau, credo che riportare il testo integrale della lettera mandata dal Presidente della Repubblica alla vedova di Bettino Craxi, in occasione del decimo anniversario della morte del leader Socialista, sia un atto doveroso e che riporta, col consueto equilibrio che contraddistingue il nostro Presidente, ordine e serenità alla questione. Copiamo e incolliano dal Sito ufficiale della Presidenza della Repubblica.
Personalmente ho apprezzato l’onestà intelluttuale con la quale Napolitano non si è tirato indietro di fronte ad alcuna questione, senza reticenze, ma anche senza preconcetti.
 
"Cara Signora,
ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente. Non dimentico il rapporto che fin dagli anni ’70 ebbi con lui per il ruolo che allora svolgevo nella vita politica e parlamentare. Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni anche sul piano istituzionale. E non dimentico quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea. Ma non è su ciò che oggi posso e intendo tornare. Per la funzione che esercito al vertice dello Stato, mi pongo, cara Signora, dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane, che suggerisce di cogliere anche l’occasione di una ricorrenza carica – oltre che di dolorose memorie personali – di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione del difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano. E’ stato parte di quel cammino l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ’90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione. E ne è stato parte il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale dell’on. Bettino Craxi, già Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Fino all’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia, dell’ex Presidente del Consiglio, dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti. Si è trattato – credo di dover dire – di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana. Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.Considero perciò positivo il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio. Di tale attività mi limito a considerare solo un aspetto, per mettere in evidenza come sia da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia la conduzione della politica estera ed europea del governo Craxi: perché ne venne un apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa. Le scelte di governo compiute negli anni 1983-87 videro un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti ; e videro nello stesso tempo un atteggiamento "più assertivo" del ruolo dell’Italia nel rapporto di alleanza – mai messo peraltro in discussione – con gli Stati Uniti. In tale quadro si ebbe in particolare un autonomo dispiegamento della politica estera italiana nel Mediterraneo, con un coerente, equilibrato impegno per la pace in Medio Oriente. Il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio si caratterizzarono inoltre per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo. Né si può dimenticare l’intesa, condivisa da un arco assai ampio di forze politiche, sul nuovo Concordato: la cui importanza è stata pienamente confermata dalla successiva evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa Numerosi risultano in sostanza gli elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia. In un bilancio non acritico ma sereno di quei quattro anni di guida del governo, deve naturalmente trovar posto il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell’assunzione della Presidenza del Consiglio, l’elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell’on. Craxi. Nel quadriennio della sua esperienza governativa, quel discorso tuttavia non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa attraverso i lavori di una impegnativa Commissione bicamerale di studio (presieduta dall’on. Bozzi) : ma alle conclusioni, peraltro discordi, di quella Commissione nel gennaio 1985 non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare. Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari. Tra i problemi che nell’Italia repubblicana si sono trascinati irrisolti, c’è certamente quello del finanziamento della politica. Si era tentato di darvi soluzione con una legge approvata nel 1974, a più di venticinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Ma quella legge mostrò ben presto i suoi limiti, in particolare per la debolezza dei controlli che essa aveva introdotto. Attorno al sistema dei partiti, che aveva svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo tessuto democratico nell’Italia liberatasi dal fascismo, avevano finito per diffondersi "degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità", che con quelle parole, senza infingimenti, trovarono la loro più esplicita descrizione nel discorso pronunciato il 3 luglio 1992 proprio dall’on. Craxi alla Camera, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato. Ma era ormai in pieno sviluppo la vasta indagine già da mesi avviata dalla Procura di Milano e da altre. E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, né una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia. L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona. Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il "diritto ad un processo equo" per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea. Alle regole del giusto processo, l’Italia si adeguò, sul piano costituzionale, con la riforma dell’art. 11 nel 1999. E quei principi rappresentano oggi un riferimento vincolante per la legislazione nazionale e per l’amministrazione della giustizia in Italia. Si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi. E’ questo, cara Signora, il contributo che ho ritenuto di dover dare al ricordo della figura e dell’opera di suo marito, per l’impronta non cancellabile che ha lasciato, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico. Con i più sinceri e cordiali saluti".
 

Roma, 18 gennaio 2010

Bettino Craxi 10 anni dopo.

17/01/2010

Craxi IndipendenteDopodomani saranno dieci anni dalla scomparsa dell’ultimo vero leader socialista italiano. Purtroppo la commemorazione stà portando a galla quanto di peggio ci sia proposto dalla politica italiana: accesi dibattiti su persone morte e sull’intitolazione di strade o parchi. Personalmente, al di là della distanza politica che mi divide da Bettino Craxi e, soprattutto, da coloro che oggi se ne professano eredi, non vedrei alcunchè di male ad intitolare una strada a Bettino Craxi: ha comunque segnato una pagina importante della storia italiana, senza macchiarsi dei crimini perpetrati, per esempio, da Mussolini. Precisazione: non è mia intenzione sovrapporre la figura di Craxi a quella del Duce, vorrei solamente ricordare che il discrimine tra il ricordare o meno uno statista con targhe o strade deve essere, ovviamente, l’aver calpestato i diritti elementari di un popolo, e, al limite, averlo trascinato in un bagno di sangue. Tornando alla figura di Craxi, ma, soprattutto, ai dibattiti intorno alla sua memoria quello che maggiormente si sta profilando come l’ennesima occasione persa per l’Italia è la totale incapacità di sollevare la figura di Bettino Craxi e la sua memoria storica dalle contingenze attuali: leggendo articoli e interventi di figure certamente autorevoli, come Giampaolo Pansa, si nota come ancora Craxi divida sull’attuale e, soprattutto, come il dibattito su Craxi sia, in realtà, un dibattitto estremamente superficiale su tangentopoli, proponendo un percorso mentale uguale e contrario al cortocircuito degli anni novanta: vediamo chi ha materialmente preso più soldi tra il PSI, da una parte, e il PDS, dall’altra. Una riproposizione in miserimmo della bieca conta dei morti che, di tanto in tanto, si ode fare tra comunisti e fascisti. Uno schifo! E purtroppo, in tutto ciò, si perde di vista la figura, quella da analizzare e capire, del Craxi politico. Ho 35 anni, quasi, e ricordo con vivida memoria Bettino Craxi e tutto il Pentapartito, soprattutto la fase autoreferenziale della legislatura compresa tra il 1987 e il 1992, gli anni del’immobilismo e del tirare a campare, delle giunte anomale e della grande crisi economica del 1987. Ma ero estremamente giovane per capirne le sfumature e le conseguenze dell’operato di quei governi; il dramma, però, per me si consuma ora: se volessi capire chi fu Craxi, cosa fece e cosa non fece da Presidente del Consiglio prima e da Leader di un partito collacato in modo anomalo nella maggioranza (Una sorta di "opposizione di governo"), non saprei a chi rivolgermi. Cosa ha fatto, da Presidente del Consiglio, che non avrebbe dovuto fare? Quale fu la sua intuizione che ha permesso di cambiare al meglio le sorti del Paese? Cosa non fece che, invece, avrebbe dovuto fare? Dove ha sbagliato alla grande, dove fu geniale? Tutto ciò, ad oggi, ancora non è dato saperlo. Il tutto si riduce a un dibattito fazioso sulla corruzione; ci si limita a vedere la parte finale di un lugno percorso di tramonto di un sistema politico immobile per vari motivi. Non ci si chiede, per esempio, se l’attuale enorme deficit pubblico non nasca proprio dagli eccessivi investimenti pubblici elargiti con manica larga proprio durante quegli anni; non ci si chiede, per esempio, se Tangentopoli non iniziò a nascere nell’autunno del 1987, quando, insieme al crollo della Borsa di New York crolarono i sogni di una generaziondi Yuppies e dei loro genitori che credevano di aver trovato, nelle azioni e nel credito facile, arrivato in Italia sulla scorta di avventate ricette Tatcheriane, un’infinita gallina dalle uova d’oro? Non ci si ferma ad analizzare il rapporto dell’Istat di quel cruciale 1987 che, proprio alla fine dell’esperienza di governo di Craxi, dipingeva un Paese rassegnatoa un bieco qualunquismo dalla pancia piena? No, tutto ciò non lo si fà. Ci si chiede se Di Pietro sia stato una marionetta, un soldatino, un arrivista. Ci si chiede se un segretario di un partito che si chiami riformista debba o meno andare sulla tomba di Craxi. Questioni essenziali per il nostro futuro. Un Paese che si accapiglia sulle tombe dimostra un preoccupante amore per il trapasso che, evidentemente, sente prossimo. In conclusione mi piacerebbe che, almeno per il ventennale, si faccia un dibattito intorno all’operato politico di Bettino Craxi e non su giudici, tribunali e soldi.
 

Juventus

17/01/2010

JuventusOra di pranzo in Canada. Al lavoro come uno scemo. Mi sono svegliato presto anche, e soprattutto, per sentire e dare occhiate di sfuggita alle partite in streaming. Non so perche’ (sara’ la mia depressione latente che mi fa appassionare piu’  alle cose degli altri che alle mie…) cerco di beccare il match dell’ASRoma. Missione fallita. Il massimo e’ la ripresa dal telefonino (non sto scherzando…) dello schermo della TV di un buontempone tedesco. Non se po fa. Allora? E allora diamo uno sguardo alla mia Juve.
Santa vergine. Un disastro. Perdiamo con il Chievo 1 a 0. Non solo. Ci stiamo facendo menare dal Chievo (c’e’ un tale Granoche in campo che dovrebbe essere denunciato alla Corte dell’Aja, ne fa fuori almeno tre dei nostri). Non un tiro in porta. Affannati. Confusionari. Melodrammatici. Sono perplesso. 
Continuo a lavorare. Continuo a sentire la telecronaca in cui la squadra sembra evidentemente allo sbando. Mi tornano in mente le polemiche lette di sfuggita (ci sono cose piu’ importanti a cui dare importanza, converrete…) su tifosi che ululano, contestano e non capisco.
Non capisco perche’ la Dirigenza non possa fare semplicemente come e’ stato fatto in passato tante volte. Cioe’ silenzio, programmazione ed investimenti a lungo termine sui giocatori. E poi si vedra’.
Cioe’ noi non siamo la Roma. Noi non siamo l’Inter (che adesso e’ come eravamo noi un po’ di anni fa ma lasciamo perdere…). Non abbiamo una tifoseria enorme e malata di protagonismo da tollerare (la Juventus e’ un caso piu’ unico che raro di tifoseria "sparpagliata", ieri leggevo un intervista a Cossiga in cui diceva "sono sardo e quindi Juventino…", se questa cosa ha senso per voi…). Nessuno (dotato di un cervello funzionante ovviamente…) ha mai chiesto alla nostra dirigenza di recuperare, in tre anni, il gap (ENORME…) che ci divide dagli interisti. Ricordiamoci che, negli anni 60, mentre l’Inter ed il Milan ci sbertucciavano, noi ci andavamo a prendere i Scirea, i Cabrini, i Bettega con cui abbiamo preso a schiaffi il mondo per i successivi dieci anni.
Quindi, sangue freddo. Tranquillita’. I tifosi (ma dove sono poi…) non accettano? Cosa non accettano? Ho tifato Juve nel modo piu’ sanguigno negli anni in cui schieravamo, senza vergogna alcuna, gentaglia come Alessio, Tricella, Bruno e Fortunato. Anni in cui le prendevamo a destra e a sinistra (nell’ordine, cacciati dal Genoa, DAL GENOA!!!, dalle Coppe, dalla Roma, DALLA ROMA!!!, dalla Coppa Italia, massacrati dal Napoli di Maradona, 3 a 5, dal Milan di Sacchi, 0 a 3… potrei continuare per ore…). Adesso c’e’ una situazione un po’ inquietante ma nulla di che. La squadra e’ al quarto posto (forse al quinto ma non facciamo drammi per questo…). Gli Ultra’ chiedevano lo Scudetto? Gli Ultra’ non capiscono un cazzo di calcio se pensavano che con questa difesa, con Cannavaro, Legrottaglie e Grosso si potesse vincere contro l’inter. A proposito, se devo muovere un appunto alla Dirigenza, e’ proprio nella campagna acquisti difensiva. Insomma, qualche giovane non male in giro c’e’. Un po’ di coraggio in piu’ non sarebbe guastato.
Ma non e questo il punto. Il punto e’ che noi siamo la Juve anche e soprattutto perche’ si puo’ sbagliare. Possiamo permettercelo. Una stagione di merda? Due? Tre? E chi se ne frega!?! L’isteria, tipicamente interista, non e’ nel nostro DNA. Campagna acquisti totalmente sbagliata? Non scherziamo. Bisogna recuperare assoltamente quei giocatori su cui si e’ investito molto. Parlo, in primis, di Diego. Non sara’ Zidane ma qualcosa di buono lo potremo tirare fuori da lui. Parlo di Melo. Va bene, e’ un atleta di Cristo e solo per questo meriterebbe la Garrota ma tanto scarso non sara’ se gioca nella Selecao. Allora, al lavoro. Dentro anche i famosi giovani. Si i giovani che hanno rotto er cazzo pero’. E’ ora che facciano vedere qualcosa (parlo di quel coso che si chiama Giovinco, che sono 4 anni che si lamenta perche’ non ha spazio ma poi quando gioca fa ridere…). Parlo di De Ceglie che e’ sempre infortunato (non male, anche noi abbiamo il nostro Aquilani…). Parlo di Marchisio (il De Rossi juventino… si, vabbene…).
Insomma, sereni. Non possiamo ridurre tutte le risposte ai nostri problemi al licenziamento dell’allenatore. Non siamo l’Inter, ripeto. Non siamo la Roma.
Dai, non puo piovere per sempre. Tranquilli. Qualche acquisto serio, ponderato (oggi schieravamo un tale Paolucci, siamo seri…). E soprattutto ricordiamoci chi siamo e da dove veniamo.
Secondo i miei calcoli, l’Inter non ci recuperera’ prima del 2020… Abbiamo tempo.  

I migliori dieci cartoni animati

13/01/2010

Premessa: a scanso di equivoci, escludo dalla classifica I Simpson, I Griffin, South Park, Futurama, etc., ovvero tutti quei cartoni – splendidi certamente – che in realtà sono abbastanza o molto recenti e si rivolgono non esclusivamente a un pubblico di bambini o ragazzi, bensì anche – e aggiungerei soprattutto – a diversi adulti. Escludo anche le versioni cartoon di supereroi protagonisti dei fumetti. Se no, non vale.
Cominciamo.

I migliori dieci cartoni animati1. Lupin III. Il ladro più famoso di sempre, inventato e disegnato da Monkey Punch, alias Kazuhiko Kato, ex radiologo, nel 1967. Le puntate delle prime serie, e rispettive colonne sonore, sono dei capolavori. L’erede di Arsenio Lupin, straordinario trasformista, specialista in trucchi, colpi audaci e fughe in Fiat 500, accompagnato da un pistolero infallibile con sigaretta storta e spenta in bocca, barba lunga e cappello costantemente sugli occhi, Jigen Daisuke, da un samurai in costante meditazione e ricerca di se stesso, capace di tagliare qualsiasi cosa con la spada, Goemon Ishikawa, e da una ladra sexy e astuta, Fujiko Mine, giudicata anni fa in un sondaggio dagli uomini italiani la donna ideale con cui avere una storia. Spero sempre che qualche pazzo genialoide ci faccia un film.

I migliori dieci cartoni animati2. Lady Oscar. Al secondo posto, se no la personacuitengo si offende. Del resto, non ha tutti i torti. Come diavolo è saltatao in testa ai Giapponesi, che del termine "Rivoluzione" sanno a stento il significato, di fare un cartone sulla Rivoluzione Francese? Non lo so. Però c’era tutto: l’affresco di un’aristocrazia decadente, un Re inetto, un popolo inferocito, una nobile combattente che il papà voleva maschietto, una bella storia d’amore, la morte, l’inganno. Se qualche ricordo ho ancora nella testa della Rivoluzione, lo devo anche a Lady Oscar. Unico difetto: è un cartone vergognosamente filo-monarchico. Ci mancava solo che santificasse Maria Antonietta.

I migliori dieci cartoni animati3. Daitarn III. E’ uno dei cartoni più semplici e allo stesso tempo innovativi. C’è tutto: il mito negativo dell’uomo-macchina (i meganoidi), il terrore di Marte (dove una volta c’erano i terribili Don Zauker e Koros, oggi solo misere tracce d’acqua), l’energia solare come arma di salvezza (ben prima del vertice di Copenaghen). Il tutto raccontato alternando toni spensierati e talvolta persino scollacciati (Beauty ignuda…) a cupe riflessioni sull’umanità distrutta dal suo sogno di governare le macchine. Adoravo la sigla italiana. Haran Banjo, pettinatura a parte, è il prototipo dell’eroe fine anni ’70.

I migliori dieci cartoni animati4. Wile Coyote e Road Runner (Beep beep). Chi ha concepito l’idea di chiudere ogni infruttuoso tentativo del Coyote di acchiappare Beep Beep con l’inevitabile caduta del predatore giù da un burrone in una gola del canyon e l’altrettanto inevitabile "puf" è un genio. Se è lo stesso che fa esprimere il Road Runner solo con dei "bip bip" e il Coyote solo attraverso esilaranti cartelli, allora merita il Nobel come benefattore dell’umanità.

I migliori dieci cartoni animati5. Holly e Benji. Ma il quinto posto sarebbe da condividere con il loro progenitore, Shingo Tamai, che per primo ci ha fatto conoscere il folle calcio dei cartoon giapponesi. Holly e Benji è un cartone mitologico per un’intera generazione, che ha trepidato per la gamba di Benji, il cuore di Julian Ross, la povertà di Mark Lenders, l’amore di Patty per Holly, che è rimasta sconvolta dalla lunghezza infinita di un campo a schiena d’asino, che si è chiesta, senza mai trovare risposta, come diavolo si potesse fare un tiro da centrocampo in grado di strappare la rete di una porta. Ma non importa. Era pur sempre calcio.

I migliori dieci cartoni animati6. L’Uomo Tigre. Strappalacrime come un romanzo ambientato negli orfanotrofi inglesi di fine ‘800. Violento come uno dei peggiori splatter di Lamberto Bava o dei B-movies americani. Incontri di lotta libera in cui chi vince vive e chi perde muore, come al Colosseo. Dove ci si conficcano le dita negli occhi, ci si spappola il cervello col gong e persino con il telefono. Omicidi legali, senza polizia. La saga di Naoto Date è quella di un uomo capace di sopportare fino alle soglie del masochismo le sofferenze imposte dalla vita e dagli avversari. E poi c’era quel posto mitico chiamato "Tana delle Tigri", una palestra dove tutti noi abbiamo sognato di allenarci una volta o l’altra per diventare invincibili. Su You Tube trovate ancora l’ultima puntata, cruenta e cupa trasposizione moderna della tragedia greca. Un capolavoro.

I migliori dieci cartoni animati7. Conan. Cartone "catastrofista" in cui due strani bambini, un maschietto in canottiera con dita dei piedi prensili ed una femminuccia triste, riflessiva, insopportabilmente matura,vanno alla ricerca del nonno di lei dopo che le armi elettromagnetiche della Terza Guerra Mondiale hanno sconvolto il mondo nell’estate del 2008 (chi sa se Ahmadinejahd o Bin Laden lo sapevano). Il nonno di cui sopra è uno scienziato che va salvato dalla tirannia della potente Indastria. Tra scenari apocalittici ripresi da film successivi, contatto con la natura, buffi personaggi, la storia d’amore tra i due bambini si sviluppa di pari passo con quella della rinascita dell’umanità.

I migliori dieci cartoni animati8. La corsa più pazza del mondo. Ovvero Penelope Pitstop, Peter Perfect, l’Armata Speciale, il Diabolico Coupé, ma soprattutto Dick Dastardly ed il cane Muttley. C’è poco altro da aggiungere. Straordinari personaggi, sufficienti a tenere incollati allo schermo senza che le trame degli episodi offrano chissà che di nuovo e di speciale.

I migliori dieci cartoni animati9. Goldrake. Merita la citazione perché è stato il primo. Se abbiamo conosciuto i cartoni giapponesi in Italia è grazie a lui e ad Actarus. Della storia non ricordo nulla, ma chi se ne frega. Il 45 giri con la sigla vinse in Italia il disco d’oro per il numero di copie vendute. Naturalmente io ce l’avevo. Risentirla alle serate revival è straziante. Mazinga (altra grande sigla) e Mazinga Z furono gli altri due personaggi fantastici di una trilogia unica.

I migliori dieci cartoni animati10. Goku/Monkey. Le avventure di una piccola scimmia arrogante e dispettosa in viaggio in un mondo surreale con una banda improbabile alla ricerca di bottini e ricchezze. Tratto da un fortunatissimo romanzo cinese studiato a scuola in Giappone, "Viaggio in Occidente".

Altri meritano una menzione d’onore per tutte le puntate che hanno fatto compagnia a me e ad altri bambini/adolescenti, sottraendoli al giogo dei compiti e trasportandoli in un mondo lontano: ringrazio in particolare Mila e Shiro, Pollon, Tom e Jerry, Ken Il Guerriero (so che mi lincerete per non averlo messo tra i primi dieci), Capitan Harlock (altro linciaggio in arrivo), All Star Blazers – I Guerrieri delle Stelle, Supercar Gattiger, Jeeg Robot (con la falsa leggenda della sigla di Piero Pelù), Candy Candy, Sam ragazzo del West, Georgie, i Flintstones, Rocky Joe, i Puffi, Heidi (però che palle…), Belle e Sebastien, Remi (vedi Heidi), Principessa Zaffiro, Bia, Creamy, etc. Chiedo perdono per tutti quelli che certamente ho dimenticato.  I migliori dieci cartoni animati

I migliori dieci cartoni animatiInfine, un ringraziamento particolare a Lamu e Occhi di Gatto per avermi assistito e confortato nei periodi più difficili della mia crescita.