Tocqueville vs Gobineau

Tocqueville e GobineauTra i caduti del Rave, una decina di furti acrobatici negli appartamenti delle grandi città, inni padani, dialetti obbligatori e calcio d’agosto, verrebbe voglia di tuffarsi in qualche libercolo tipicamente estivo per isolarsi dal mondo. Che so, l’ultimo di Moccia o la nuova saga di Stig Larsson. Una cosa così.

Giuro che ero animato dalle migliori intenzioni. Ero pronto. Ma sul comodino restava una cosa da fare. Un ultimo sforzo da compiere. Sono mesi, infatti, che mi trascino un libro che ho comprato niente meno che a Natale. Si intitola "Del Razzismo", Donzelli Editore, pagg. 232, ed è la raccolta del carteggio tra il 1843 ed il 1859 tra due grandi intellettuali e uomini pubblici francesi del XIX° secolo. L’uno è Alexis de Tocqueville, il geniale autore della "Democrazia in America" e de "L’Ancien Régime e la Rivoluzione", aristocratico liberale. L’altro è il Conte Joseph Arthur de Gobineau, diplomatico e uomo politico del Secondo Impero, autore del celebre "Saggio sull’Ineguaglianza delle Razze".

Mi sono trascinato questo fardello per molte settimane, estenuato, quasi stremato dalla noia che percuoterebbe il lettore più ben disposto fino all’incirca a pag. 120 (cioè quasi a metà). Immedesimarsi con gli acciacchi dell’età descritti da Tocqueville o esaltarsi con le sottili analisi politiche della situazione in Svizzera (!) è compito troppo arduo, davvero. Del tema evocato nel titolo, nessuna traccia. Neanche minima.

Ma non dispero. Punto sull’aspetto umano, sull’amicizia, sul vecchio sodalizio intellettuale. Qualcosa deve pur accadere. Tocqueville, infatti, è stato Ministro degli Esteri dal maggio all’ottobre 1849 (a 44 anni…), allorché l’allora Presidente della Repubblica decise di estrometterlo. Quel Presidente poco avveduto, di lì a poco diventerà Napoleone III. All’epoca Capo di Gabinetto di Tocqueville era Gobineau (che di anni ne aveva 33). Già, proprio lui. 

Fortunatamente, il registro del libro cambia d’improvviso. Gobineau rompe gli indugi e comunica al suo "maestro" di aver dato alla luce unìopera di cui va molto fiero. In essa, l’allievo teorizza l’esistenza di razze umane specifiche, caratterizzate da peculiarità precise e soprattutto immutabili, stabilisce naturalmente che alcune razze sono "superiori" e sono naturalmente portate a dominare quelle "inferiori", e per concludere asserisce che la mescolanza delle razze produce danni incalcolabili, portando le razze "superiori" ad un rapido ed inesorabile declino.

Tocqueville, l’uomo che nel lungo e fecondo viaggio in America si confronta in prima persona con la schiavitù dei proprietari terrieri del Nuovo Mondo, controbatte punto per punto le tesi di Gobineau. Lui, che considera la democrazia un approdo inevitabile della Provvidenza nella storia dell’uomo ("Dio è per la democrazia") non può accettare un ragionamento simile. In particolare, egli stigmatizza queste teorie come anti-cristiane – Tocqueville non si professa credente, Gobineau sì, e molto – cioè contrarie allo spirito di una religione che vede gli uomini tutti fratelli discendenti da Abramo.

Ma è soprattutto l’influenza che queste nefaste affermazioni possono avere sulle società che spaventa Tocqueville. Dire che una "razza" abbia carateristiche immutabili, non modificabili dal contesto sociale in cui gli uomini vivono e destinate a produrre il medesimo comportamento all’infinito equivale a soffocare la speranza nell’evoluzione della storia e, in definitiva, a distruggere l’umanità con una sorta di dissennato nichilismo. E ciò soprattutto in un momento in cui, dice Tocqueville, dopo un secolo in cui l’uomo, almeno in Occidente, era convinto di poter cambiare tutto, i suoi contemporanei vivono una lunga fase di apatia e di torpore, convinti come sono di non poter cambiare più nulla.

Due sono le cose che, a mio avviso, colpiscono. La prima è che nel lungo carteggio si fronteggiano due diversi concetti di "modernità", anche se il razzismo di Gobineau rappresenta piuttosto un tratto di antimodernità inoculato nella modernità stessa. Il principio negativo del moderno, come suggerisce argutamente Marco Diani nella prefazione. Inquietante inoltre la soddisfazione con cui Gobineau comunica a Tocqueville che alcuni ricchi americani (gli antiabolizionisti, suggerisce sommessamente l’ex Ministro) e soprattutto molti professori tedeschi si sono interessati alla sua opera. Il seguito lo conosciamo: mentre le teorie razziste germogliano piano piano nel ventre molle d’Europa e Gobineau assurge a "vate" di spessore universale, il suo vecchio maestro scivola pian piano nel dimenticatoio e di lì nell’anonimato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando finalmente se ne riscopre il genio.

La seconda è una notazione di carattere umano. L’asprezza con cui Tocqueville contesta le tesi di Gobineau e l’orgoglio stizzito con cui l’altro difende le sue teorie non sembra scalfire un’amicizia di lunga data. Il confronto libero di idee viene prima di tutto. Eppure si percepisce un progressivo ispessimento della coltre di diffidenza tra i due. Un sottile gelo che allontana i corrispondenti nonostante le formule di cortesia, devozione e sottomissione. "Questione di metodo" – sottolinea ancora argutamente Diani – il rapporto intellettuale e le diverse convinzioni non deve incidere sull’amicizia. Ma soprattutto non deve accadere il contrario.

Giusto. Ma intanto i due, che si scrivono praticamente ogni settimana, non si vedranno mai per lunghi anni. Ogni qual volta Gobineau proverà a vedere Tocqueville, questi sembrerà accampare ogni sorta di scusa. Quando poi, proprio al culmine del dissidio intellettuale tra i due, Tocqueville morirà a Cannes il 16 aprile 1859, Gobineau invierà una lettera di cordoglio alla vedova accorata ma molto semplice.

Se Tocqueville avesse potuto constatare con i propri occhi quanto i propri timori fossero fondati, molto probabilmente l’avrebbe rimandata indietro con spese a carico del destinatario.

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