Bobadilla

bobadilla estacionFerragosto è notoriamente la festività più malinconica del calendario. Alla faccia del sole, del mare, del caldo, dell’estate e del divertimento, o forse proprio a causa di tutto questo. Una festa (in primis religiosa, ricordiamolo) nel cuore di una stagione che dovrebbe essere di già una festa suona fuori posto. Sembra una chiara espressione di "horror vacui", di paura di lasciare scoperto qualcosa.

Allietato quest’anno dalla surreale diatriba tra il popolo più cattolico del mondo (i Polacchi) e da una cantante dal nome inequivoco (Madonna), Ferragosto non tradisce e segna – come sempre – la fine dell’estate, gli sgoccioli delle vacanze, il brusco rientro alla negletta quotidianità. Personalmente, non so perché, per quanti sforzi faccia, finisco regolarmente per passare Ferragosto dove mai avrei pensato, spesso dove non vorrei, quasi sempre da solo. Almeno stavolta da solo non ero.

E cosa succede a tutti quelli che passano in queste miserevoli condizioni una festa in cui l’obbligo è ingozzarsi di cocomero, schizzarsi l’acqua in piscina o abbuffarsi in pranzi che scimmiottano i banchetti funebri dell’antica Grecia? Che volete che succeda? Riflettono.

Così, mentre il tempo mi trascorre addosso indolente in una graziosa piscina di una città dell’Est, funestata da un sottofondo ipnotico di musica techno, mi torna in mente un luogo, un periodo, una sensazione. Un nome. Sì, aspetta. Com’era? Ma sì. Bobadilla. Proprio così. Bobadilla.

Sembra il nome di un piatto tipico messicano o di un personaggio di Speedy Gonzales. E invece no. E’ un minuscolo agglomerato di casette (credo fossero poco più di cinque), che nemmeno trovate sull’Atlante De Agostini, dove io, marish ed un nostro comune amico ci fermammo per puro caso nel corso di un folle interrail di tredici anni fa. Bobadilla è soprattutto una stazione ferroviaria quasi a metà del percorso tra Siviglia e Granada. Un posto praticamente in mezzo al nulla, nel cuore di un’Andalusia bruciata dal sole d’agosto, dove non c’è niente e, presumibilmente, nessuno. Salvo i viaggiatori che accettano questa fermata obbligata prima di giungere a Granada.

Non ricordo quanto ci fermammo. Credo per poco tempo, che però a noi sembrava un’eternità. Soprattutto in un bar a pochi metri dalla stazione. Granada sarebbe stata la nostra ultima tappa. Poi, saremmo ineluttabilmente tornati a casa. Ma questo non era un semplice non-luogo come tanti ne esistono al mondo. Era una straordinaria e beffarda metafora. Era una sensazione. Uno stato d’animo.

Rappresentava – e per me rappresenta tuttora – un sereno e sorprendente momento di raccoglimento, straniato da tutto e tutti, nel bel mezzo del guado tra la fine di un viaggio ed il principio di un altro. Un superbo e recondito angolo di cervello in cui rinchiudersi ed abbandonarsi senza pensieri, ansie e responsabilità. Le foto che ancora ho da qualche parte di quel frammento senza tempo né spazio parlano chiaro. Facce assenti. Perplesse, ma incredibilmente estatiche. Ogni tanto, nei giorni più grigi, trasferirsi a Bobadilla era la via di fuga più sicura, il sogno assurdo cui credere, la decisione più facile da prendere.

Invece no. Perché Bobadilla non è un rifugio. Bobadilla, checché ne pensino i tronfi ed orgogliosi Spagnoli, non esiste. E’ solo un’immagine, un’illusione. Una scintilla nell’anima che ti sussurra che qualcosa sta finendo e qualcos’altro sta iniziando. Senza angoscia, con tranquillità. Senza fretta. Prenditela comoda, hombre. Però sta iniziando.

Qualcosa che ti avverte che un periodo è quasi alle spalle e che un nuovo, ennesimo inizio ti attende.

Proprio come ogni maledetto Ferragosto. 

 

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