Archive for agosto 2009

Osheaga Festival @ Parc Jean Drupeau, Montreal, 03/08/2009

29/08/2009

3865197771_db972269e4Diciamocelo. Da quando era uscita la notizia che i Beastie Boys ci pisciavano, Gau non è stato più lo stesso. Lo conosco. A Settembre del 2010 facciamo 30 anni di amicizia e so riconoscere quando gli girano i coglioni. Ma i biglietti per il festival più mainstream dell’estate montrealese erano stati acquistati (patetici tentatvi di rivenderli on line avevano dato un esito tristissimo…) e quindi, armati di pazienza, ci siamo gettati nel limo del Parc Jean Drapeau per goderci una sana giornata "festivaliera", seppur di "mezza tacca". Presenti: io, Gau, AA (il vicino di blog) e il Cicogna. Di Kolchoz nessuna notizia (le ultime lo davano a Berlino…). Il quadro era perfetto: odore di fritto misto ad urina, fango, gente sfattissima etc. Un festival, insomma. In tutto questo non poteva poi mancare il sano diluvio a metà concerto. Così, tanto per farci due risate. La line-up della giornata, tolti i nostri eroi di Brooklyn, era peraltro inquietante. Tralasciando i simpatici Cursive e i meravigliosi Hey Rosetta! (di cui peraltro non abbiamo visto il 90 per cento del concerto….), il resto di quello che potevamo papparci era rappresentato dai tremendi Decemberists (che si è confermato uno dei combi più squallidi in circolazione) e dai patetici Vampire Weekend. Inoltre, la nostra naturale predisposizione al ritardo ci aveva fatto perdere i Crystal Castle e i Ting Tings (come dire, almeno un pò di figa…). Insomma una tragedia se non fosse stato per i fantastici Arctic Monkeys che, in un set di un’ora scarsa, in un tripudio di Union Jack (gli anglocanadesi sanno essere a volte ancora più patetici dei francesi), hanno sostanzialmente rotto il culo al mondo. Fantastici. Non ci sono altre parole. Batterista mostruoso. Bassista presente. Chitarre ben suonate e voce che ci sa fare. Il futuro non è loro, per carità, ma grazie lo stesso di esistere.
Insomma tutto è bene quello che finisce bene? E no! No, perchè gli organizzatori di Osheaga bevono (era chiaro fin dalla demenziale gestione dei palchi) e la certezza è venuta dal concerto del gruppo scelto come nuova line-up al posto dei fratellini di Brooklyn. Lo so che la scelta era facile (sempre Brooklyn è), ma gli Yeah Yeah Yeahs si sono dimostrati un gruppo di una vacuità assoluta dal punto di vista musicale. Con questa fastidiosa scimunita che urla e salta da una parte all’altra senza molto senso, vestita come un incubo alla Blade Runner. Risultato? Gau che mi guarda pallido e tremolante mi dice "andiamo via, questa mi mette tanta paura!". Contenti adesso?

PS ovviamente i balordi mandano un grande augurio al vecchio MCA. Di cuore, fratello, torna presto.

Closer

28/08/2009

Straordinaria analisi sulla tragica deriva della "sinistra italiana" da parte di Polito.

Tocqueville vs Gobineau

17/08/2009

Tocqueville e GobineauTra i caduti del Rave, una decina di furti acrobatici negli appartamenti delle grandi città, inni padani, dialetti obbligatori e calcio d’agosto, verrebbe voglia di tuffarsi in qualche libercolo tipicamente estivo per isolarsi dal mondo. Che so, l’ultimo di Moccia o la nuova saga di Stig Larsson. Una cosa così.

Giuro che ero animato dalle migliori intenzioni. Ero pronto. Ma sul comodino restava una cosa da fare. Un ultimo sforzo da compiere. Sono mesi, infatti, che mi trascino un libro che ho comprato niente meno che a Natale. Si intitola "Del Razzismo", Donzelli Editore, pagg. 232, ed è la raccolta del carteggio tra il 1843 ed il 1859 tra due grandi intellettuali e uomini pubblici francesi del XIX° secolo. L’uno è Alexis de Tocqueville, il geniale autore della "Democrazia in America" e de "L’Ancien Régime e la Rivoluzione", aristocratico liberale. L’altro è il Conte Joseph Arthur de Gobineau, diplomatico e uomo politico del Secondo Impero, autore del celebre "Saggio sull’Ineguaglianza delle Razze".

Mi sono trascinato questo fardello per molte settimane, estenuato, quasi stremato dalla noia che percuoterebbe il lettore più ben disposto fino all’incirca a pag. 120 (cioè quasi a metà). Immedesimarsi con gli acciacchi dell’età descritti da Tocqueville o esaltarsi con le sottili analisi politiche della situazione in Svizzera (!) è compito troppo arduo, davvero. Del tema evocato nel titolo, nessuna traccia. Neanche minima.

Ma non dispero. Punto sull’aspetto umano, sull’amicizia, sul vecchio sodalizio intellettuale. Qualcosa deve pur accadere. Tocqueville, infatti, è stato Ministro degli Esteri dal maggio all’ottobre 1849 (a 44 anni…), allorché l’allora Presidente della Repubblica decise di estrometterlo. Quel Presidente poco avveduto, di lì a poco diventerà Napoleone III. All’epoca Capo di Gabinetto di Tocqueville era Gobineau (che di anni ne aveva 33). Già, proprio lui. 

Fortunatamente, il registro del libro cambia d’improvviso. Gobineau rompe gli indugi e comunica al suo "maestro" di aver dato alla luce unìopera di cui va molto fiero. In essa, l’allievo teorizza l’esistenza di razze umane specifiche, caratterizzate da peculiarità precise e soprattutto immutabili, stabilisce naturalmente che alcune razze sono "superiori" e sono naturalmente portate a dominare quelle "inferiori", e per concludere asserisce che la mescolanza delle razze produce danni incalcolabili, portando le razze "superiori" ad un rapido ed inesorabile declino.

Tocqueville, l’uomo che nel lungo e fecondo viaggio in America si confronta in prima persona con la schiavitù dei proprietari terrieri del Nuovo Mondo, controbatte punto per punto le tesi di Gobineau. Lui, che considera la democrazia un approdo inevitabile della Provvidenza nella storia dell’uomo ("Dio è per la democrazia") non può accettare un ragionamento simile. In particolare, egli stigmatizza queste teorie come anti-cristiane – Tocqueville non si professa credente, Gobineau sì, e molto – cioè contrarie allo spirito di una religione che vede gli uomini tutti fratelli discendenti da Abramo.

Ma è soprattutto l’influenza che queste nefaste affermazioni possono avere sulle società che spaventa Tocqueville. Dire che una "razza" abbia carateristiche immutabili, non modificabili dal contesto sociale in cui gli uomini vivono e destinate a produrre il medesimo comportamento all’infinito equivale a soffocare la speranza nell’evoluzione della storia e, in definitiva, a distruggere l’umanità con una sorta di dissennato nichilismo. E ciò soprattutto in un momento in cui, dice Tocqueville, dopo un secolo in cui l’uomo, almeno in Occidente, era convinto di poter cambiare tutto, i suoi contemporanei vivono una lunga fase di apatia e di torpore, convinti come sono di non poter cambiare più nulla.

Due sono le cose che, a mio avviso, colpiscono. La prima è che nel lungo carteggio si fronteggiano due diversi concetti di "modernità", anche se il razzismo di Gobineau rappresenta piuttosto un tratto di antimodernità inoculato nella modernità stessa. Il principio negativo del moderno, come suggerisce argutamente Marco Diani nella prefazione. Inquietante inoltre la soddisfazione con cui Gobineau comunica a Tocqueville che alcuni ricchi americani (gli antiabolizionisti, suggerisce sommessamente l’ex Ministro) e soprattutto molti professori tedeschi si sono interessati alla sua opera. Il seguito lo conosciamo: mentre le teorie razziste germogliano piano piano nel ventre molle d’Europa e Gobineau assurge a "vate" di spessore universale, il suo vecchio maestro scivola pian piano nel dimenticatoio e di lì nell’anonimato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando finalmente se ne riscopre il genio.

La seconda è una notazione di carattere umano. L’asprezza con cui Tocqueville contesta le tesi di Gobineau e l’orgoglio stizzito con cui l’altro difende le sue teorie non sembra scalfire un’amicizia di lunga data. Il confronto libero di idee viene prima di tutto. Eppure si percepisce un progressivo ispessimento della coltre di diffidenza tra i due. Un sottile gelo che allontana i corrispondenti nonostante le formule di cortesia, devozione e sottomissione. "Questione di metodo" – sottolinea ancora argutamente Diani – il rapporto intellettuale e le diverse convinzioni non deve incidere sull’amicizia. Ma soprattutto non deve accadere il contrario.

Giusto. Ma intanto i due, che si scrivono praticamente ogni settimana, non si vedranno mai per lunghi anni. Ogni qual volta Gobineau proverà a vedere Tocqueville, questi sembrerà accampare ogni sorta di scusa. Quando poi, proprio al culmine del dissidio intellettuale tra i due, Tocqueville morirà a Cannes il 16 aprile 1859, Gobineau invierà una lettera di cordoglio alla vedova accorata ma molto semplice.

Se Tocqueville avesse potuto constatare con i propri occhi quanto i propri timori fossero fondati, molto probabilmente l’avrebbe rimandata indietro con spese a carico del destinatario.

Bobadilla

16/08/2009

bobadilla estacionFerragosto è notoriamente la festività più malinconica del calendario. Alla faccia del sole, del mare, del caldo, dell’estate e del divertimento, o forse proprio a causa di tutto questo. Una festa (in primis religiosa, ricordiamolo) nel cuore di una stagione che dovrebbe essere di già una festa suona fuori posto. Sembra una chiara espressione di "horror vacui", di paura di lasciare scoperto qualcosa.

Allietato quest’anno dalla surreale diatriba tra il popolo più cattolico del mondo (i Polacchi) e da una cantante dal nome inequivoco (Madonna), Ferragosto non tradisce e segna – come sempre – la fine dell’estate, gli sgoccioli delle vacanze, il brusco rientro alla negletta quotidianità. Personalmente, non so perché, per quanti sforzi faccia, finisco regolarmente per passare Ferragosto dove mai avrei pensato, spesso dove non vorrei, quasi sempre da solo. Almeno stavolta da solo non ero.

E cosa succede a tutti quelli che passano in queste miserevoli condizioni una festa in cui l’obbligo è ingozzarsi di cocomero, schizzarsi l’acqua in piscina o abbuffarsi in pranzi che scimmiottano i banchetti funebri dell’antica Grecia? Che volete che succeda? Riflettono.

Così, mentre il tempo mi trascorre addosso indolente in una graziosa piscina di una città dell’Est, funestata da un sottofondo ipnotico di musica techno, mi torna in mente un luogo, un periodo, una sensazione. Un nome. Sì, aspetta. Com’era? Ma sì. Bobadilla. Proprio così. Bobadilla.

Sembra il nome di un piatto tipico messicano o di un personaggio di Speedy Gonzales. E invece no. E’ un minuscolo agglomerato di casette (credo fossero poco più di cinque), che nemmeno trovate sull’Atlante De Agostini, dove io, marish ed un nostro comune amico ci fermammo per puro caso nel corso di un folle interrail di tredici anni fa. Bobadilla è soprattutto una stazione ferroviaria quasi a metà del percorso tra Siviglia e Granada. Un posto praticamente in mezzo al nulla, nel cuore di un’Andalusia bruciata dal sole d’agosto, dove non c’è niente e, presumibilmente, nessuno. Salvo i viaggiatori che accettano questa fermata obbligata prima di giungere a Granada.

Non ricordo quanto ci fermammo. Credo per poco tempo, che però a noi sembrava un’eternità. Soprattutto in un bar a pochi metri dalla stazione. Granada sarebbe stata la nostra ultima tappa. Poi, saremmo ineluttabilmente tornati a casa. Ma questo non era un semplice non-luogo come tanti ne esistono al mondo. Era una straordinaria e beffarda metafora. Era una sensazione. Uno stato d’animo.

Rappresentava – e per me rappresenta tuttora – un sereno e sorprendente momento di raccoglimento, straniato da tutto e tutti, nel bel mezzo del guado tra la fine di un viaggio ed il principio di un altro. Un superbo e recondito angolo di cervello in cui rinchiudersi ed abbandonarsi senza pensieri, ansie e responsabilità. Le foto che ancora ho da qualche parte di quel frammento senza tempo né spazio parlano chiaro. Facce assenti. Perplesse, ma incredibilmente estatiche. Ogni tanto, nei giorni più grigi, trasferirsi a Bobadilla era la via di fuga più sicura, il sogno assurdo cui credere, la decisione più facile da prendere.

Invece no. Perché Bobadilla non è un rifugio. Bobadilla, checché ne pensino i tronfi ed orgogliosi Spagnoli, non esiste. E’ solo un’immagine, un’illusione. Una scintilla nell’anima che ti sussurra che qualcosa sta finendo e qualcos’altro sta iniziando. Senza angoscia, con tranquillità. Senza fretta. Prenditela comoda, hombre. Però sta iniziando.

Qualcosa che ti avverte che un periodo è quasi alle spalle e che un nuovo, ennesimo inizio ti attende.

Proprio come ogni maledetto Ferragosto.