Archive for giugno 2009

I Emma PD, che ne pensate…

29/06/2009

camillo

P.S. tralasciando ovviamente lo scontato parere di Kolchoz che e’ come gli elefanti, "…non se ne parla, e’ stata alleata co’ Berlusconi!!".
Non mi sembra poi una cacchiata.

Addio Michael Jackson

26/06/2009

29 Agosto 1958-25 Giugno 2009.

Polemiche, storiacce, accuse infamanti e sulle quali non è MAI stata fatta totale chiarezza, ma fatto sta che se ne è andato un simbolo, il cantante più famoso del Mondo, colui che ha venduto più dischi nella storia della musica con Thriller, autentica icona musicale degli anni ottanta…. è giusto ricordarlo come era quando ancora era povero, in gamba e genuino.

I Balordi ringraziano tutti quanti vogliano unirsi al cordoglio.

MIchale Jackson

Polvere e Spazzatura

24/06/2009

Where Is my Vote"Khash-o-khashak" in Farsi significa polvere e spazzatura. Così Ahmadinejad ha apostrofato le migliaia di persone che da giorni, rischiando la vita e talora perdendola, ringhiano per le strade il loro disprezzo in faccia alla teocrazia di Teheran.

Lungi dal farsi prendere dal panico, i manifestanti si sono appropriati dell’insulto e lo hanno trasformato in un inno, in un grido di battaglia, in un simbolo. Siamo noi, polvere e spazzatura, sembrano dire, i veri rappresentanti di un popolo il cui 70% ha meno di 30 anni. Siamo noi, polvere e spazzatura, le ragazze e le donne che vogliono uscire per sempre dallo stato di minorità in cui le hanno gettate quegli ayatollah che attribuiscono loro esattamente la metà del valore degli uomini.

Perché, da quella parte del mondo, persone che hanno la stessa età di un Renzi o di una Serracchiani qualunque – anzi meno – hanno deciso che è meglio rischiare la vita, e magari perderla, piuttosto che continuare a vivere così. Con i bassiji che ti pestano a sangue se all’uscita da un locale il tuo alito sa di alcol, se esce una sola ciocca di capelli nero corvino più del consentito fuori dall’hijab, se il velo è troppo colorato. Se poi sei sospettato di essere omosessuale, il tuo destino è di essere appeso per il collo ad una gru.

Per anni, i ragazzi iraniani avevano semplicemente deciso di fregarsene. Dopo l’inerzia simil-riformista di Khatami, avevano capito che c’era poco da fare ed avevano deciso di approfittare con astuzia ed elasticità degli interstizi di tolleranza dimenticati dal regime. Per sentire un po’ di musica, guardare una tv satellitare, dialogare su internet, ballare nel chiuso delle case private o di locali "sicuri" senza avere tra i piedi i guardiani della Rivoluzione.

Ma oggi no. Non più. Altri quattro anni in compagnia di un burattino della Guida Suprema, vestito come uno sfigato quattordicenne che esce dalla Standa, proprio no. Quasi un altro lustro a fingere di sopportare un patetico personaggio che è stato totalmente incapace di far crescere l’economia iraniana (Teheran, tra i principali produttori di petrolio al mondo, è costretta a razionare la benzina…), che vuole cancellare un Paese dalla carta geografica, che ha fatto dell’Iran una terra abietta agli occhi del resto del mondo, mallevadrice e protettrice di ogni grumo terroristico che si agita nelle già torbide acque israelo-palestinesi e libanesi (e irachene prima), che ha ulteriormente ristretto gli spazi di libertà, proprio no. A maggior ragione, se eletto con i brogli.

Hanno preso maledettamente sul serio quella farsesca esercitazione coreografica che la Teocrazia iraniana chiama "voto". Hanno messo in chiaro una volta e per sempre che un numero di votanti superiore a quello degli abitanti in alcune province è inaccettabile. Hanno deciso di trasformare in un rivoluzionario persino il signor Moussavi – oggi riformista ma vent’anni fa uno degli architetti della Rivoluzione di Khomeini – e chi se ne frega della sua storia. Oggi c’è la loro storia. Storia di polvere e spazzatura.

Da questa parte del mondo, invece, Obama – dopo qualche giorno di eccidi e massacri e dopo aver tentato fino a qualche ora prima di dialogare con il regime – inizia a parlare di "seri dubbi sulla validità del voto" e fa risalire la protesta dei giovani eroi al suo, banale e un po’ pasticciato per la verità, discorso del Cairo. Sarkozy e Brown, poveretti, fanno dignitosamente quello che possono. Gli altri Paesi europei ed occidentali, per carità, lasciamo perdere. Ma ciò che lascia più basiti è la straordinaria capacità di riempire strade e piazze contro grembiulini, riformine della nostra amata scuoletta, contro le tasse o questo o quel governo ed altre amenità di vario genere, salvo poi non esprimere uno straccio di solidarietà, nemmeno con uno di quei finti scioperi degli studenti che andavano tanto di moda quando facevo io il liceo.

Ma d’altronde non c’è da stupirsi. Cosa volete che capiscano ancora di diritti, libertà e dignità centinaia di milioni di anestetizzati che vanno a votare sempre meno, che non riescono nemmeno a prendersela con qualcuno per la crisi economica, il crollo finanziario e la perdita del posto di lavoro. Che si dilettano con le sfide di eleganza tra Carlà e Michelle, con le veline e le escort, con i muscoli di Obama e le baggianate del principe William. Che sono stati sotto una tirannia, se ne sono liberati e oggi, sazi ed indifferenti, l’hanno dimenticata.

Cari ragazzi iraniani, non so quanto ci teniate al sostegno del cosiddetto Occidente. Secondo me, poco. Ma se mai aveste un barlume di speranza, lasciate stare. Siete soli. Non c’è nessuno dietro di voi. Davanti a voi, solo le torve sagome dei bassiji, della polizia e dei loro amichetti di Hezbollah venuti dal Libano in loro soccorso. Che vi sparano addosso, vi uccidono senza pietà, vi massacrano, vi gettano addosso acido con gli idranti.

Io non so come andrà finire. Forse la vostra "onda verde" si infrangerà contro le cariche della polizia, i Tribunali Speciali, le torture e la Legge Marziale. E’ probabile. Ma so per certo che con la vostra protesta, la Rivoluzione Khomeinista è giunta al capolinea. Con il vostro coraggio avrete strappato la maschera della Teocrazia, facendo vedere definitivamente al mondo il volto putrido della tirannia da difendere ad ogni costo, della volgare dittatura da preservare a qualunque prezzo, senza la foglia di fico della volontà di Dio.

So anche che, preferendo morire – come ha fatto Neda – con un sogno di libertà ed un sussulto di dignità negli occhi prima che le palpebre si chiudano, avrete insegnato una cosa a questa parte del mondo.

Che oggi il vero Occidente siete voi.

 

Tranquillo Silvio….

24/06/2009

Farsi "beccare" in affari spregevoli, poco istituzionali e molto sessuali, in Italia regala una popolarità incredibile…. e mi sembra che aver parlato di ciò che vorresti fare sotto le lenzuola e non di ciò che avresti dovuto fare a Palazzo Chigi ti abbbia fruttato parecchi punti percentuali. Quindi perchè accanirti contro le procure? In fin dei conti nel 1993 ti hanno consegnato il Paese, in fin dei conti riesci sempre a trovare una maggioranza che si piega alle tue necessità giudiziarie e adesso con il "Casoria Gate" hanno fatto sì che tu non fossi più un Premier che dovrebbe dare le case ai terremotati d’Abruzzo, che dovrebbe fare in modo che i disoccupati tornino a lavorare, che le famiglie ce la facciano ad arrivare a fine mese…. no tu non sei più questo, a te, ormai, non è più chiesto un ruolo da Premier, ma da concorrente del Grande Fratello. Quindi è normale che, come "Zinna Joe" dell’ultima edizione del tuo fortunato Format. non ci si chieda più cosa tu faccia, ma quanto sesso e chiacchiere a buon mercato tu possa regalare agli italiani. Tranquillo Silvio, se persino Lapo è diventato popolare, per le prossime elezioni non avrai mai nulla da temere… basta che non si parli di politica!Lapo Elkann

Articolo della settimana

22/06/2009

I cazzotti di Repubblica

Ritratto del giornale-partito che ha tolto il sonno al Cav. e spezzato le reni al Pd

Lo si chiami “noto gruppo editoriale”, alla maniera di Francesco Cossiga, “giornale-partito” o “partito-giornale”, il successo di Repubblica è indiscutibile. Quali che siano i contraccolpi politici, parlamentari o elettorali dello scandalo cominciato con la sua fortunata “campagna di Casoria”, Repubblica ha già vinto. E ha vinto due volte. Ha vinto come giornale, capace di trascinarsi dietro buona parte della stampa mondiale e di piegare persino la ritrosia del suo diretto concorrente, il compassato Corriere della Sera di Ferruccio de Bortoli, costretto a scendere sul suo terreno, per rispondere al “caso Letizia” con il “caso Patrizia”. E ha vinto come “partito”.

Il 25 aprile, raccogliendo l’incauta sfida del Partito democratico, Silvio Berlusconi partecipava alla celebrazione della Resistenza, guadagnandosi il plauso dell’intera opinione pubblica e sommando così al suo già altissimo consenso popolare anche quella legittimazione che gli era sempre mancata. Ma dopo il 25 aprile veniva il 26. La festa di Casoria. E l’inchiesta di Repubblica, con tutte le conseguenze personali e politiche ormai note: le dichiarazioni di Veronica Berlusconi, le dieci domande, l’annuncio del divorzio, le altre feste e le fotografie di Villa Certosa, con il tracimare della polemica dal pettegolezzo al complotto, dal complotto alla crisi politica, con il presidente del Consiglio a offrire lui per primo alla stampa l’argomento più ambito: la sua sostituzione, i possibili congiurati nascosti nella maggioranza e gli aspiranti regicidi annidati tra i cosiddetti “poteri neutri” (che poi in Italia neutri non sono mai, e forse nemmeno altrove).

Quello di Repubblica è un successo che brilla di luce propria, tanto più abbagliante dinanzi al paradosso di un presidente del Consiglio che precipita dall’apoteosi alla demonizzazione, dall’estasi della beatificazione in vita all’inferno dello sputtanamento globale, dalla marcia trionfale sui cadaveri degli avversari all’isolamento di un rifugio antiatomico sotto bombardamento costante. E senza che in tutto questo il principale partito di opposizione abbia avuto alcuna parte. Tutto il contrario. Al momento di maggiore difficoltà della maggioranza non si accompagna alcuna ripresa dell’opposizione e del Partito democratico, che al contrario continua a precipitare come se niente fosse, e alle elezioni europee perde altri sette punti secchi rispetto alla già pesante sconfitta di un anno fa.

Il trionfo di Repubblica non potrebbe essere più completo. Il credito acquisito presso lettori ed elettori come unico e solo campione della resistenza al berlusconismo è incommensurabile. Davvero incommensurabile, se persino un avversario storico delle sue mire egemoniche sulla sinistra come Massimo D’Alema, sia pure a denti stretti, si inchina alla dimostrazione di forza, e proprio dagli schermi di Repubblica Tv.
“Io non sono, com’è noto, un fanatico simpatizzante di Repubblica”, ha detto D’Alema quando la campagna di Casoria era appena agli inizi. “Ma senza dubbio  in questo caso Repubblica ha svolto un ruolo importante per la coscienza civile del paese, con grande rigore giornalistico e con grande forza morale”. Tanto più, proseguiva, considerando il silenzio o la timidezza del sistema dell’informazione nel suo complesso. Prima che Repubblica se lo trascinasse dietro, quel complesso. Per poi fare altrettanto con il Pd. “L’influenza è stata chiarissima nella gestione di Dario Franceschini”, osserva Antonio Polito, direttore del Riformista e a lungo firma di Repubblica.

“Franceschini era partito parlando di salario sociale per i disoccupati e dichiarando che tra moglie e marito non bisognava mettere il dito; ha finito la campagna elettorale chiedendo agli italiani se avrebbero fatto educare i loro figli da Berlusconi e ripetendo che lo scontro con il centrodestra era sui valori, peraltro dimenticandosi che c’era già un partito con i valori nel marchio, quello di Antonio Di Pietro, che ha raddoppiato i voti”.
I valori come discriminante fondamentale. Il primato dell’etica sulla politica. La questione morale. Una formula che Enrico Berlinguer lanciò non per nulla su Repubblica, in un’intervista a Eugenio Scalfari. Sul sito Internet del giornale prosegue in questi giorni la raccolta di firme contro la legge sulle intercettazioni. Costanti le campagne contro il lodo Alfano e tutte le famose “leggi ad personam”. Per il centrodestra, Repubblica è da sempre l’avanguardia del “partito delle procure” e dei “poteri forti” che vorrebbero sovvertire il responso delle urne. Una ricostruzione non nuova, e tanto meno imparziale; ma anche ammesso che le cose stiano così, resta da capire se di questa strategia la sinistra sia l’artefice (come sostiene la maggioranza) o se invece non ne sia la vittima.

“Da quando è stata fondata – ricorda Emanuele Macaluso – Repubblica si è assegnata il compito di influenzare non solo la politica, com’è naturale, ma anche la vita interna dei partiti, per favorire scelte e leadership più omogenee alla sua linea”. Dirigente del Pci e direttore dell’Unità negli anni Ottanta, Macaluso ha spesso polemizzato con Scalfari. “Ma sembrava che questo non si potesse fare. In direzione qualcuno sollevò il problema, su suggerimento di Tonino Tatò (il braccio destro di Berlinguer, ndr), sostenendo che le mie polemiche danneggiavano il partito”. Nella discussione intervenne anche un autorevole dirigente, con la verve che gli era abituale. “Qui siamo al duello tra un calabrese e un siciliano”, disse Giancarlo Pajetta, insinuando ironicamente un movente campanilistico nelle critiche del siciliano direttore dell’Unità. La polemica nasceva dal titolo con cui Scalfari aveva aperto il giorno delle elezioni, le politiche del 1983. “O Craxi o De Mita”. Il Pci aveva il 30 per cento, ricorda Macaluso, il Psi meno della metà. E la Dc perse sette punti. Ma per Scalfari la scelta  – chiamatelo, se volete, bipolarismo – era un’alternativa secca: Bettino Craxi (avversato con ogni mezzo) o Ciriaco De Mita (sostenuto con piena dedizione).

“Con Repubblica Scalfari ha dato voce
a un pezzo di borghesia progressista e radicale che prima aveva scarsa rappresentanza nel dibattito pubblico”, dice Miguel Gotor, storico dell’età moderna, ma apprezzato soprattutto per i suoi studi sul caso Moro e sulla linea della fermezza (forse la prima occasione in cui si cominciò a parlare di un “partito di Repubblica”). “Con il suo giornale – dice Gotor – Scalfari ha reso popolari, almeno a sinistra, parole d’ordine che nella cultura italiana erano sempre state di un’élite”. Una concezione della politica che prevede partiti deboli (la “sinistra dei club”, il “partito di opinione”). E anche parole d’ordine di destra. Durante Tangentopoli – dice Polito – Repubblica usò forse per la prima volta, a sinistra, la parola “partitocrazia” (“Ricordo ancora i rimproveri di Giorgio Napolitano”). Il progetto di Repubblica per la sinistra italiana, sostiene Gotor, è sempre stato quello di un “partito azionista di massa”. La stessa definizione che Veltroni ha dato del Pd, suscitando l’ironia dei dalemiani: “L’azionista lo vedo, è la massa che mi pare scarseggi”. D’altronde, non è stato Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, a incoronare Veltroni futuro leader del Pd, prima ancora che il Pd fosse nato? Eppure, durante il governo D’Alema, il giornale non era stato ostile al nuovo premier. Fausto Bertinotti, dopo aver fatto cadere Romano Prodi, era rimasto all’opposizione.

Ma Repubblica gli dava ben poco spazio. E così il segretario di Rifondazione comunista e la responsabile dell’ufficio stampa, Ritanna Armeni, erano andati a pranzo con il direttore di Repubblica, e si erano lamentati. “Vedete – replicò Ezio Mauro – io so che il 20 per cento dei miei lettori vota per voi. Se stessi a una logica di mercato, dovrei darvi più spazio. Ma non ve lo darò, perché altro è il progetto politico cui il giornale si ispira. Un progetto di modernizzazione del paese che non è il vostro”.
L’idillio con D’Alema sarebbe comunque durato poco. E certo oggi appare curioso, dopo tante furiose campagne sulle sue intercettazioni e sui suoi continui complotti, vedere proprio D’Alema indicato come il regista dell’offensiva mediatico-giudiziaria guidata da Repubblica. Proprio lui che sui giornali del gruppo è imputato di ogni possibile “trama”. Sull’Espresso di due settimane fa, per fare un solo esempio, l’articolo sulle prossime assise del Pd era presentato così: “La batosta elettorale. Il congresso in arrivo. La contesa sulla leadership. Le trame di D’Alema”. Ma anche più significativo, ripensando alle antiche polemiche con Macaluso, era il titolo a caratteri cubitali, che lanciava una sfida inedita e in verità inesistente: “Bersani o Serracchiani?”. La sfida cioè tra Pier Luigi Bersani, simbolo del vecchio apparato, e Debora Serracchiani, simbolo del rinnovamento e del ricambio generazionale. L’avversario di Bersani al congresso sarà però Dario Franceschini: un po’ meno forte come segnale di rinnovamento. Ma forse non meno di De Mita nell’83.

All’indomani dell’intervista con cui D’Alema ha suscitato tante polemiche, parlando di “scosse” in arrivo, il titolo principale di Repubblica era però sulla crisi di Teheran, sul contestato risultato elettorale e sulle prime repressioni. “Iran, il pugno di Ahmadinejad”, titolava il giornale. E chissà che avrà pensato, leggendolo, D’Alema. Nel ’94, a poche ore dalla vittoria su Veltroni, il neosegretario del Pds aveva confidato a un giornalista le sue preoccupazioni. “Mi spiegò che fra ‘i tanti soloni dell’informazione’ – ha ricordato Giampaolo Pansa – lo preoccupavano soprattutto ‘i super soloni’ di Repubblica”. E aveva ragione, proseguiva Pansa, perché “Eugenio Scalfari tifava per Veltroni” e l’indomani fece un titolo graffiante: “Il pugno del partito”. Dopo le dimissioni di Achille Occhetto, infatti, il Pds aveva promosso una consultazione a metà tra le primarie e il sondaggio tra i quadri del partito. Consultazione vinta da Veltroni, ma rovesciata dal Consiglio nazionale, solo organo statutariamente legittimo, che aveva eletto D’Alema.
Lo statuto del Pd prevede oggi un congresso degli iscritti, che però decide solo chi è ammesso alle primarie. Il contrario di quello che il Pds fece nel ’94. E così può anche capitare che il vincitore del congresso sia sconfitto alle primarie, dove l’influenza di Repubblica potrebbe essere decisiva. In una sfida vista come la riedizione dell’antico duello tra D’Alema e Veltroni, facile immaginare il titolo sull’eventuale vittoria di Bersani tra gli iscritti. “Il pugno del partito”, va da sé.

“Sono trent’anni – confida un vecchio comunista passato con poca convinzione al Pd – che in quel gruppo editoriale domina un’ideologia capace di fagocitare anche i più elementari dati di realtà, pur di restare fedele al suo obiettivo: sradicare quel ceppo della cultura italiana che viene dal Pci. Finché non saremo azzerati non avranno pace, e per farci fuori va bene tutto. Perfino la Serracchiani”. Uno sfogo che forse dimostra solo come comunisti e berlusconiani condividano la stessa ostilità alla libera stampa. O forse semplicemente che in Italia la libera stampa non esiste, e nemmeno una libera politica, ma solo un curiosissimo ibrido, tra inflessibili “giornali-partito” e leggerissimi “partiti di opinione”.

 

Francesco Cundari

Oddio…

18/06/2009

Articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi.
D’accordo, lo so. Non ce ne mai fregato niente di questa storia, d’accordo.
Ma pensiamoci un attimo.
Se comincia a lasciarlo anche uno dei pochi personaggi "pensanti" che lo circondavano. Beh. Mi sa che la storia politica del nostro Premier e’ proprio giunta ad una svolta. O lui svolta. O e’ finita.
Che ne pensate, amici miei…

Il 24 luglio

Caro Cav., un premier non si difende così

Berlusconi denuncia un piano eversivo contro di lui, regista il gruppo editoriale di Repubblica e settori dell’opposizione vicini a una magistratura sensibile alle sollecitazioni politiche più faziose. Può essere che abbia ragione, tanto più che non parla di un oscuro complotto ma del dipanarsi alla luce del sole di una campagna di feroce inimicizia, che rimesta nel privato e punta al character assassination, al più completo sputtanamento del nemico sul piano interno e internazionale. Questa rappresentazione della realtà, e chiamatela se volete “funzione di garanzia della libera stampa”, nessuno la può onestamente negare.

Il problema è che le armi affilate di questa campagna provengono tutte da Berlusconi in persona e dal suo entourage. La prima arma è una licenziosità di comportamento difficile da classificare, con molti tratti d’innocuo divertimento che abbiamo cercato di spiegare e di difendere su queste colonne fin dove possibile, uno stile di vita esposto comunque ai noti meccanismi di condizionamento e di ricatto che, vero o falso che sia il singolo racconto scandalistico, sono la eterna tentazione di coloro che frequentano in condizioni non perfettamente trasparenti gli uomini pubblici. La seconda arma è un’autodifesa spesso risibile, esposta al ludibrio della stampa italiana e internazionale, difficile da capire nella logica di uno staff compos sui, capace di fare il proprio mestiere. Quando l’avvocato Ghedini, deputato, ammette anche solo per assurdo che possa essere vero il racconto di Patrizia D’Addario, la ragazza che si è non troppo metaforicamente autodenunciata come putain de la République et du premier ministre, e aggiunge che il suo cliente e leader non potrebbe comunque essere perseguito penalmente perché “utilizzatore finale” del corpo della ragazza, non soltanto dice una bestialità culturale e civile, ma riduce anche la storia in cui si cerca di invischiare il suo cliente, il che è veramente grave, a qualcosa di simile a quello che capitò all’onorevole Cosimo Mele.

Il presidente del Consiglio dei ministri, per quanto sfolgoranti siano le sue doti anomale di leader di un’Italia politica sburocratizzata, inventiva, orgogliosa, liberale, giocosa e un po’ pazza, non può comportarsi come un deputato di provincia preso con le mani nel vasetto della marmellata. Se non vuole stendere un velo di penosa incompetenza sull’insieme del suo lavoro di uomo di stato, per molti aspetti ottimo, Berlusconi deve liberarsi della molta stupidità e inesperienza politico-istituzionale che lo circonda, e deve decidersi: o accetta di naufragare in un lieto fine fatto di feste e belle ragazze oppure si mette in testa di ridare, senza perdere più un solo colpo, il senso e la dignità di una grande avventura politica all’insieme della sua opera e delle sue funzioni. Il premier non si fa rappresentare da dichiarazioni slabbrate, non naviga per settimane tra mezze bugie che alimentano sospetti anche e soprattutto sugli aspetti più candidi del suo comportamento, non si dà per accessibile al primo che passa: un capo di governo parla al paese, agisce sulle cose che contano, evita di farsi intrappolare nello scandalismo, parla un linguaggio di verità capace di indurre il grosso della nazione, o quella parte di essa che non ha portato il cervello all’ammasso dell’antiberlusconismo più fazioso, a voltare pagina e stroncare le provocazioni.

Altrimenti si andrà avanti con questo 24 luglio permanente, in un clima di sospetti di palazzo arroventato da un establishment sempre pronto a tutte le incursioni corsare e anche da una classe dirigente di maggioranza e di governo attenta alle proprie convenienze e opportunisticamente piegata, orecchio a terra, a captare i rumori e i rumors di un imminente declino. Siamo da molti anni amici politici non servili di Berlusconi, figura importante di un cambiamento italiano tuttora incompiuto, e abbiamo fatto il possibile, e talvolta l’impossibile, per razionalizzare il suo comportamento e valutarlo con la fairness che gli è negata dai molti farabutti che lo avversano. Ma ora tocca a lui tirarsi su da questa incredibile condizione di minorità civile in cui si è ficcato, e reagire con scrupolo, intelligenza e forza d’animo. La situazione si è fatta grave, e perfino seria.

TV On The Radio @ Metropolis vs The Lost Fingers @ Apple Store

17/06/2009

photoA volte succede. Che uno si fa le pippe su di un concerto per settimane e ne ricava una delusione nemmeno poco cocente e poi si butta per caso ad un concerto gratuito di tre sconosciuti e non vorrebbe piu’ andar via.
Ma andiamo per ordine. Si comincia il 3 giugno scorso. Location, il Metropolis. Storica balroom su Rue St Catherine East. Zona zozza della Downtown. Tra punkabbestia con cani e take-away tremendi, i "sensazionali" TV on The Radio sbarcano in Quebec sull’onda dell’entusiamo accesso da Dear Science nella critica di mezzo mondo. Preceduti da i tremendi Dirty Projectors (un gruppo che cerca di rivitalizzare in chiave pop i King Crimson…) i nostri eroi si presentano in tutto il loro splendore. Un chitarrista ciccione con una foresta di barba e capelli afro sensazionali. Un cantante con problemi comportamentali. Un batterista nullo. E il chitarrista bianco che sembra stare li per caso e poi scopri essere uno dei produttori piu’ richiesti al mondo. Perche’? Non lo so proprio. Fino ad ora il mio pezzo preferito dei TVOTR era la versione live di Wolf Like Me cantata al Letterman Show. La versione su disco (e con esso tutto il resto della loro produzione) si presenta, alle mie orecchie, senza mordente con chitarre vaghe e batteriuole timide. Uno schifo, insomma. Ma, lo so, sono schiavo della critica rock e quindi "devo amare" i TV On The Radio. Trascino tre poveretti con me al concerto ed assisto, in assoluto, ad una delle peggiori performance dal vivo mai viste (nulla puo’ peraltro battere gli Smashing Pumpkins all’EUR, AD 1998, TREMENDI…). Si passa senza colpo ferire tra nuove e vecchie canzoni. Ci si rivitalizza un po’ con la succitata Wolf Like Me. Si assiste allo spreco di Halfway Home (canzone che sarebbe potuta essere molto di piu’…). E si prende coscienza che molta della tua delusione e’ legata anche ai canadesi. Pubblico di una educazione e di una compostezza quasi imbarazzante. Ma la delusione resta.
Passano 10 giorni e, dopo una cena ipervitaminica da MBRGR, io e la povera donna che mi accompagna, ci rechiamo all’Apple Store di St. Catherine Ouest. Motivi: primo, comprarmi IWork e, secondo, godermi lo spettacolo dal vivo dei Lost Fingers.
Dentro l’Apple Store. Senza senso.
I Lost Fingers sono il classico gruppo che scomparira’ tra un anno. Due chitarristi gitani e un contrabassista. Cantano in francese e fanno cover demenziali di canzoni di Samantha Fox e degli AC/DC. E’ insomma il gruppo che fa presa piu’ sull’idea geniale che sui contenuti. Tre buzzurri vestiti con giacche ridicole che cantano canzoni nonsense (la migliore? Ca Plane pour moi). Non reggeranno. Poi li vedi dal vivo e dici: "…ma chi se ne frega?!?". Il mondo e’ loro. Suonano a cazzo, e’ vero. Ma cio’ che suonano, lo suonano benissimo. Sono verosimilmente  improponibili al di fuori del Quebec, ma non conta. Sono simpatici, se la godono un sacco e si divertono con il pubblico. Ci si diverte, insomma. E per una volta la tua donna non vuole strozzarti ficcandoti in gola i biglietti. E quest’ultimo particolare, lo sottolineo, e’ estremamente importante.
Non si finisce di assistere all’intero "spettacolo" (?!?!) e il rammarico c’e’. Oddio, a dirla tutta, poi sto rammarico sparisce dopo cinque minuti ed un sorso di birra blanche su St. Denis. In fondo sono in tour per il Quebec tutto l’anno, torneranno a Montreal quanto prima e peraltro per il resto della loro pecionissima produzione c’e’ il loro spassoso sito MySpace.
Andateci e buona serata.
Unica la scena underground canadese. Unica davvero.

Gundam (30° anniversario)

10/06/2009

Dio benedica il Giappone.

Gundam

 

 

D-Day

07/06/2009

Ecco il magistrale discorso di Nicolas Sarkozy.

Nulla da aggiungere. Se non gratitudine.

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Povera Patria ovvero Berlusconi e gli spagnoli…

07/06/2009

Tricolore a mezzasta per lutto nazionale_1239368380Vivendo, da circa due mesi, in un paese civile in cui la prima parola d’ordine è "crisi" e la seconda è "come risolverla" mi sento un pò un’idiota quando apro i giornali italiani (ed europei, cazzo…) e trovarli, da oramai un mese, pieni di articoli riguardanti un vecchio idiota e le storielle piccanti sul suo circo di ammiratrici. Ma tant’è, bisogna farci il callo come bisogna farlo alle mille domandine degli stranieri che ti tempestano a colazione, pranzo e cena su “be-llu-sssconnni” e sul “come è possibile che sia al governo uno così” e via dicendo.
La cosa, devo precisare, mi ha toccato poco fino a 48 ore fa. Fino alla famosa notte in cui tutte le agenzie di stampa italiane hanno cominciato a sparare a duemila sulla pubblicazione delle foto del nostro amicone. Ed allora ho letto, un po’ perplesso, i commenti liberati e compiaciuti di Repubblica (la cui longa manus dietro la storia è evidente) e l’adeguamento sottobanco del Corriere (giornale finito, è ufficiale).
“Grazie a Dio che ci sono gli Spagnoli!”. “Evviva el Pais!”. Questi ed altri i commenti più letti in rete e sentiti tra gli amici collegati. “Grazie a Dio che ci sono loro a smascherare le magagne del nostro Premier!”.
Ripeto. L’argomento della signorina Noemi e della altre baldracche mi ha toccato sempre poco (come al resto della mia ciurma di balordi) ma a quel punto qualcosa è scattato. E mi sembra assurdo che nessuno ne abbia mai parlato. Cioè Berlusconi è il Premier eletto di un paese democratico e sovrano. Può piacere o meno (io lo detesto e lo ritengo il più inefficace premier della nostra storia repubblicana). Ma è il mio Premier ed è il prodotto di elezioni democraticissime (con, sottolineo, percentuali di affluenza che se le sognano i tanto democratici paesi che ora si permettono di deriderci).
Insomma, amici miei, qui si è accettato impunemente che un giornale di un paese straniero abbia gettato nel ridicolo tutta la nostra classe politica e, di seguito (vorrei precisare), tutto il nostro paese. Qualcuno ha capito la gravità della situazione?!? Cioè, nel mio ragionare idiota, l’unica certezza che ho è che se qualcuno si era deciso a gettare il mio paese nella fossa di credibilità in cui è adesso certo quello non doveva essere un cosiddetto paese “alleato”. Ora, mettiamo che fosse stato il Corriere a pubblicare le immagini di Clinton mentre se lo faceva spupazzare dalla stagista. Come l’avrebbero presa gli americani?!? Come minimo c’invadevano (e non facevano un sordo de danno…).
Sono perplesso, lo ammetto. Poi se uno legge il risibile editoriale del Pais la conferma delle mie perplessità aumenta. Ma quale pericolo per l’Europa? Ma di che stanno parlando? Una storiella squallida starring un imbecille imbonitore di folle sarebbe un pericolo per un continente di per sé in disarmo?!? Lasciamo perdere.
Lasciamo perdere perché l’aver permesso, senza poi veder muovere un dito dalla Farnesina (ma abbiamo un ministero degli Esteri?!?), che il nostro paese facesse una tale figura di merda meriterebbe lo spolpamento delle interiora da vivo del fotografo, l’uccisione di chi ha venduto quelle foto, l’eviramento dei nostri Servizi ed infine l’invasione di quegli stronzi di spagnoli che, dopo aver vissuto 40 anni di Franchismo, non vedo proprio come possano venire a farci lezione di democrazia.
Ora basta, però. Oramai tanto è tutto finito.
Venite a Montreal amici miei che idolatrate lo sputtanamento cieco ed irrazionale del vostro nemico alle elezioni.
Venite a vedere la vergogna di tutta la comunità italiana.
Vi aspetto.