Fiat Lux

marchionne03gBeato Marish. Lui, che dal suo osservatorio privilegiato in un Paese sospeso tra cultura anglo-sassone (americana) e francese (québecoise), può dilettarsi a leggere commenti salaci e sottili analisi economico-finanziarie sulle ultime mosse del più noto italo-canadese della storia recente, Sergio Marchionne.

A noi, poveri meschini, tocca al massimo l’ennesimo paragone da perdenti, azzardato da immaginifici lettori del Corriere nelle "Lettere a Sergio Romano", dove si accosta il CEO di Fiat niente meno che a Enrico Mattei. Povero Paese, che continua a cercare politici, manager, sportivi, poeti e scrittori da sovrapporre a figure ormai mitizzate nel nostro aureo (?) passato. Bene ha fatto l’ex diplomatico del Corriere a sgomberare il campo da evocative suggestioni, ricordando che Mattei fu una figura a metà tra politica ed economia, italiano fino al midollo, consapevole che "i partiti sono come un taxi, li paghi e ti portano dove vuoi", mentre Marchionne – che ama rivendicare la sua parte "canadese" – è l’emblema di una generazione globalizzata, americanizzata, che dei partiti se ne frega abbastanza.

Meglio, molto meglio, allora, provare a capirci qualcosa leggendo qualche articolo dell’Herald o del WSJ. Se non altro per vedere se il ridestato entusiasmo da orgoglio nazionale è ben riposto. Sergio da Chieti ha avuto un’illuminazione: tra tutti gli automaker che perdono nel fango della crisi, FIAT è tra quelli che si comportano meglio. Perde sì, ma meno degli altri e continua a guadagnare in percentuale quote di mercato dovunque. Merito di una nuova strategia aziendale e comunicativa, di un rilancio di modelli apparentemente appassiti, di una svolta tecnologica.

Così, Sergio da Chieti si è detto: la crisi è un’ottima occasione per ristrutturare il mercato globale dell’auto e la gerarchia dei suoi protagonisti. General Motors, nonostante il bailout del Governo USA di 15 miliardi di dollari, cola a picco. Ford è con un piede nella fossa. Chrysler è alla canna del gas. Persino Toyota, per la prima volta nella storia, è in passivo. In Europa i campioni nazionali francesi (Renault e Peugeot) prendono batoste ma c’è da giurare che Sarko preferisca prestare Carla Bruni al rugbista Chabal piuttosto che abbandonare i suoi gioielli al loro destino.

Marchionne ha annusato l’aria ed ha percepito la possibilità di trasformare la Fabbrica Italiana Automobili Torino in un competitore globale. Di più, nel secondo automaker del mondo. E per farlo, si deve essere detto, bisogna dare l’assalto alla diligenza americana ed alle sue propaggini europee. Se non ora, quando? Così, abilmente, ha tessuto la sua tela con l’Amministrazione Obama accreditandosi come l’unica alternativa credibile per ridare dignità alla Chrysler, trasformadola in una compagnia innovativa che produce auto più piccole, a minore consumo e a più basso inquinamento.

L’Imperatore, stanco di buttare soldi dalla finestra per salvare aziende e vedere i manager arricchirsi, ha accettato. E così, con una mossa spregiudicata ma vincente, Sergio da Chieti ha ottenuto il massimo: Chrysler è stata condannata al fallimento pilotato in mano ai giudici americani, FIAT avrà la maggioranza relativa di una compagnia formata con i Governi di USA e Canada ed i Sindacati dei metalmeccanici che comprerà a due soldi gli asset dell’azienda americana e Lui diventerà, una volta conclusa la procedura fallimentare, il CEO della nuova Chrysler. Tradotto in soldoni, la FIAT compra Chrysler con i soldi di Washington e (…) Ottawa.

La seconda, affascinante partita di poker si gioca con General Motors per il controllo di OPEL Division e dei suoi asset non solo in Germania, ma anche in Sud America. GM, in condizioni finanziarie pessime, sta negoziando con FIAT la cessione di Opel in cambio di un ingresso nel CdA dell’azienda torinese. Gli Americani chiedono il 30% del pacchetto azionario; FIAT offre al massimo il 10%. Intanto, Sergio da Chieti non si scoraggia e va in Germania a spiegare il suo piano al Governo tedesco, ai Sindacati e ai Laender per acquisire il loro ok e spingerli a sostenere la sua proposta.

Un piano straordinario, non c’è dubbio. Rischi? Eccome. Stando alla stampa anglo-sassone e non solo, ci sono molti azzardi e molti punti interrogativi. Per quanto riguarda Chrysler, qualcuno (l’Herald) dice che la procedura fallimentare potrebbe essere più complicata del previsto, dato che alcuni creditori non sembrano affatto intenzionati ad accettare il piano di Obama. Inoltre, si dice che GM – nonostante la crisi – abbia ancora un potere negoziale forte e che non sarà facile costringere il (ex) colosso americano a cedere OPEL per poco più di un tozzo di pane. Poi, i Laender tedeschi dove sono ubicate alcune delle fabbriche più importanti della OPEL temono drastici tagli del personale o addirittura inopinate chiusure degli stabilimenti e cominciano a far sentire la propria voce. Idem, naturalmente, i sindacati.

Anche in Italia si temono chiusure (Termini Imerese, Pomigliano d’Arco) o dolorose "ristrutturazioni dell’organico". La CGIL è già in allerta. Il Governo (Scajola invoca la "centralità dell’Italia") pure. Non basta. Se gli affari Chrysler e Opel andassero in porto, Marchionne si trasformerebbe in una sorta di Trimurti diventando CEO di Fiat Group, Chrysler e Opel. Gli analisti ricordano che sarebbe un esperimento "senza precedenti" e ammoniscono che "un uomo deve pur dormire". Ricordano infine che il manager Carlos Ghosn provò a gestire Renault e Nissan insieme. Gli andò bene, per un po’. Poi fu costretto a cedere.

Last but not least, gli analisti finanziari sostengono che lo stock complessivo di azioni di FIAT Auto (quindi tolti IVECO, New Holland, Magneti Marelli, etc.), al netto dei debiti, è piuttosto esiguo (circa 5,5 miliardi di euro). Gli investitori internazionali, dunque, sarebbero molto cauti sulle effettive capacità di espansione della FIAT, per non dire scettici. E poi, dicono sempre costoro, non c’è alcuna garanzia che Marchionne riesca a far funzionare un’azienda (Chrysler) che va male da decenni.

Nazionalismo venato da una punta di stizza per Davide che sfida Golia? Può darsi. Aria di sufficienza per la Fix It Again Tomorrow di qualche anno fa? Forse. Dubbi sul proverbiale passo più lungo della gamba? Certo. Ma il dato fondamentale è che – alla fine della sbornia finanziaria da "fusioni e acquisizioni" – al centro è tornata la politica industriale con le sue alleanze, i suoi obiettivi, i suoi scacchieri ed i suoi tavoli da poker. E sinceramente, sapere che sotto la lente di ingrandimento dei mercati non ci va Alitalia per le sue stravaganze, ma un’azienda guidata da un "catalyst" come Sergio da Chieti, provoca – diciamolo – un sottile brivido di piacere.

Il primo, credo unanimemente condiviso, auspicio è che la partita a poker riesca. Se proprio non andasse, il secondo auspicio è che sia colpa dello scetticismo altrui. E che magari in molti siano costretti a ricredersi.

L’incubo peggiore – che io e marish abbiamo evocato per esorcizzarlo – sarebbe di vedere Sergio da Chieti caracollare in un aeroporto internazionale con una valigia stracolma di soldi che, con il suo sguardo apparentemente docile, ci guarda e ci fa: "ma mica vi credevate davvero che…" per poi sparire appena dopo l’annuncio dell’imbarco per le isole Cayman.

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2 Risposte to “Fiat Lux”

  1. utente anonimo Says:

    Speravo in un tuo articolo sulla questione.

    Francamente non avevo capito come potesse un’azienda palesemente senza soldi acquisire altre aziende, ora almeno ne so un po’ di più. Tra l’altro credo di aver qualcosa in comune con Sergio da Chieti: anch’io, come lui, dormo poco.

    Certo che la scena dell’aeroporto finale sarebbe davvero meravigliosa…

    Andrew’s Tavern
    Dove si dissetano i balordi…

  2. gau Says:

    Anch’io ignoro un sacco di dettagli sulla vicenda. Ho cercato di ricostruire alcune cose da articoli (critici) di Herald e WSJ.

    Ma la scena dell’aeroporto è solo nostra…

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