Gran Torino

gran-torinoCircoscrivere l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood negli angusti confini del rapporto con l’immigrazone e della tolleranza è semplicistico, un po’ miope e in definitiva ingiusto. In fondo, come "Million Dollar Baby" e "Letters from Iwo Jima" (e "Flags of our fathers"), "Gran Torino" è uno straordinario film sulla vita e sulla morte.

Il contatto tra un vecchio operaio della Ford in pensione di origine polacca, ex reduce della guerra di Corea, razzista (ma sarebbe meglio dire "misantropo") ed una comunità di asiatici del sud-est – i Hmong – giunta nel suo quartiere è infatti in realtà solo un pretesto per riflettere su questi due misteriosi "convitati di pietra", come l’eutanasia era il pretesto in Million Dollar Baby e la guerra in Letters from Iwo Jima.

Accanto a questo filo conduttore apparentemente nascosto, Clint abbozza sullo sfondo l’affresco dell’America di oggi che si specchia in una Detroit degradata (prego rivedersi "8 mile" di Eminem…) in cui la middle class americana si rifugia nelle tranquille periferie residenziali con i suoi Suv giapponesi e abbandona i vecchi quartieri ai nuovi immigrati. Le strade sono in preda alle incursioni di gang di giovani di diverse etnie con arsenali da mafia russa, le terraced houses sono abitate da asiatici che parlano poco o nulla inglese.

Il protagonista sembra possedere buona parte dei tratti di molti personaggi impersonati da Clint nella sua lunghissima carriera (su tutti, probabilmente, Callaghan): ostico, burbero ma onesto, pronto a reagire a violenza ed ingiustizie in una sola maniera, con le cattive. Scontato, sembra. Ma il genio  ha ben chiaro il punto d’approdo: la vita e la morte.

Stavolta, con un magistrale rovesciamento dei tradizionali canoni dell’eroe eastwoodiano, il "giustiziere" si trasforma in "agnello sacrificale". Un uomo che ripone le armi, fa finta di sparare col dito come si fa con i bambini e va incontro alla fine mormorando un’Ave Maria. Un essere umano che lascia un semplice messaggio: morire per gli altri, morire "per amore" significa far vivere. E vivere nel cuore altrui.

E’ il messaggio del Cristo. E non è un caso che, accanto alla "conversione" del vecchio razzista alla tolleranza grazie ai giovani Hmong, Eastwood accosti una narrativamente meno esposta ma altrettanto efficace "conversione" al cattolicesimo (lo si voglia o no la più forte identità spirituale ed intima dell’Occidente).

Nessuno, nemmeno un sacerdote, sembra credere davvero che la sete di vendetta da placare ad ogni costo del vecchio Callaghan/Eastwood possa spegnersi e trasformarsi in un crudo ma dolce monito.

Non abbiamo più bisogno di gente disposta ad uccidere per difendere valori, salvare vite e dignità.

Abbiamo bisogno di gente disposta a morire.

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7 Risposte to “Gran Torino”

  1. DarkAryn Says:

    gran recensione per un film capolavoro, complimenti!

  2. utente anonimo Says:

    e a dimostrare ciò è la “forma” che assume Clint quando cade a terra esanime colpituo dal fuoco delle armi. Una croce. da lacrime. stupendo.

  3. utente anonimo Says:

    DarkAryn: ringrazio commosso. E complimenti a te per il tuo blog.

    Utente anonimo: hai perfettamente ragione. Proprio la scena finale mi ha illuminato.

    gau

  4. DarkAryn Says:

    figurati!
    è vero che la scena finale riprende Jesus, è un tocco di classe!
    Film veramente bello non c’è che dire.

  5. utente anonimo Says:

    Recensione magistrale.

    L’ultima parte, poi, mi ha fatto venire i brividi.

    Daje Clint.
    Daje tutti.

    Andrew’s Tavern
    Dove si dissetano i balordi…

  6. utente anonimo Says:

    Grazie caro.
    E’ l’ultima parte del film che fa venire i brividi…se la guardi da solo…
    Daje todos…

  7. DarkAryn Says:

    The Wrestler – Gran Torino[..] In questo periodo son un pò preso dal lavoro e dalle mie paranoie, più o meno accentuate, e ho ben poca voglia di fare post decenti. Domani dovrebbe essere per me una giornata allegra, ma non ci ho mai trovato niente di bello nell’invecch [..]

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