Archive for aprile 2009

O mio Dio…

29/04/2009

Se e’ vero che, alle prossime elezioni, un italiano su dieci potrebbe votare Di Pietro, io non torno piu’.

Immagine 1(2)

P.S. lo so che sono solo sondaggi ma cacchio…
Thanx to cerazade

25 aprile 2009

28/04/2009

ap_15627207_47120Macerie intorno ieri. Macerie intorno oggi.

Morti ieri. Morti oggi. Le centinaia di migliaia di morti della Seconda Guerra Mondiale non sono paragonabili, almeno per il numero, ai trecento dell’Abruzzo. E un conflitto non è la stessa cosa di un terremoto, ben inteso.

Ma, si sa, nella storia la scenografia conta. E così, senza neanche accorgercene, anzi con una punta di indifferenza, siamo usciti dalla Prima/Seconda Repubblica. E’ il nostro destino, lo abbiamo già detto. Ricordare la tragedia vivendo la farsa. Il 25 aprile di allora con la guerra civile, un Paese spaccato, la cortina di ferro (o meglio "il sipario di ferro" diceva Churchill) che cala lentamente sull’Europa. Il 25 aprile di oggi con le dichiarazioni dei peones al TG1, un Paese spento da se stesso prima ancora che dalla crisi, un’Europa intorpidita che attende cenni da Irlanda e Repubblica Ceca (non so se mi spiego) per poter andare avanti sulla strada dell’integrazione o no.

E’ in questo scenario mediocre e grottesco che, ripeto, a nostra insaputa, si conclude un periodo storico per l’Italia. Silvio Berlusconi, ora alla guida di un partito unico con i post-fascisti, gli eredi di Salò, oltre che del Governo, afferma pubblicamente che "la Resistenza è un valore fondante della Repubblica", che "non si possono equiparare partigiani e repubblichini", che i vituperati "comunisti", insieme ad "azionisti, cattolici, socialisti, monarchici e liberali" sono stati allora una "forza di libertà" e che "Togliatti, Nenni e Terracini sono stati Padri Costituenti".

Silvio Berlusconi a Onna, villaggio martoriato ieri da una strage nazista ed oggi dallo scuotimento della terra, con addosso il fazzoletto tricolore della Brigata partigiana Majella. Impensabile fino a qualche mese fa. Certo, un consenso così non l’aveva avuto nessuno negli ultimi anni. Certo, era l’occasione più propizia – a voler essere cinici – per pronunciare un discorso che poggia su basi unificanti, dopo un dolore sordo che tutti abbiamo avvertito, dopo che un Paese intero – una volta tanto – si è stretto attorno ai propri fratelli colpiti.

Eppure poteva fregarsene. Poteva rimanere nell’ambiguità e far scivolare via la scadenza come tante altre volte, troppe secondo me, ha fatto. Invece stavolta no. Un po’ perché stavolta a sinistra quasi nessuno (se non gli ectoplasmi del PdCI e di Rifondazione) ha minacciato contestazioni brandendo il 25 aprile come un feticcio sacro, un tempio privato ed inviolabile. Ed in questo sta il merito di Franceschini (che non è affatto male). Un po’ perché il PdL DEVE essere qualcosa di diverso da Forza Italia e AN insieme. Un po’ perché l’idea di accreditarsi una buona volta come Statista è accarezzata da troppo tempo dal Cavaliere.

Come che sia, convenienze tattiche o meno, l’ha detto. E come avrebbe detto qualcuno "indietro non si torna". Il risultato politico è che i rappresentanti di una buona fetta di Paese (non solo Silvio, ma anche Alemanno ed altri) che nel 25 aprile e nella Resistenza si riconoscevano assai poco oggi considerano tutto ciò un "valore fondante".

Dovremmo esserne felici. La sinistra per prima, perché aveva ragione a insistere su quei valori. Che devono essere di tutti, con buona pace di Diliberto, Vendola e Di Pietro che preferiscono difendere la propria rendita di posizione, perpetuare il proprio antifascismo come un paio di stimmate che distinguono per sempre i buoni dai cattivi.

Ma il vero punto di fondo è che se si riconosce la legittimità piena di una Costituzione, se se ne considerano intangibili i principi di fondo, allora cambiarla non diventa più una "rivoluzione", un "attentato alla democrazia del Paese" o una "deriva plebiscitaria", ma una "riforma".

Un concetto agonizzante sotto le macerie degli ultimi vent’anni di vita politica nazionale. Attendiamo fiduciosi la Protezione Civile.  

Risiko dell’auto

27/04/2009

Per quelli che si sono perse le ultime.

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Terremoto….

27/04/2009

E chi se lo scorda? Erano le 03.32 dello 06 Aprile 2009 quando la terra ha tremato. L’Aquila devastata, l’altipiano delle Rocche raso al suolo, Ovindoli, Onna e tanti altri paesi che per noi romani significano vacanze, scamoagnate, amicizie e in alcuni casi  parenti se non origine feriti, lacerati, morti amici dispersi, lavori persi. Ma non è dell’emozione che vorrei parlare, non è del fatto che per noi romani è come se fosse stato colpito un quartiere periferico della nostra città. No è dello squallore mediatico che in questo mese ci ha soffocati: da Bruno Vespa in elicottero, al genio di Sky che ha chiesto all’anziano aquilano in pigiama, sobbalzato giù dal letto mentre il soffito di casa si crepava, se avesse sentito il terremoto, ma anche delle sfilate indegne del Premier, delle battutine del tipo "Fate come se stesse in campeggio" dette agli sfollati, del rincorrersi di idee più o meno bislacche, della retorica per cui bisogna raccontarsi che sia stata solo una disgrazia piovuta dal cielo, ma anche dell’immancabile caso di colui che aveva già preannunciato tutto (i terremoti non si possono preannunciare… al massimo si possono prevedere in linea di massima) e che non era stato ascoltato dal governo cattivone e interessato ai soli cavoli del Premier. Insomma in questa disgrazia c’è tutta l’Italia: un governo indegno e da operetta e un’opposizione senza idee che si rivolge al primo pseudosantone, figli entrambi di una società che ne è la degna rappresentazione. Il vedere la possibilità di costruire le case SOLO come un affare privato nel quale nessuno, nemmeno la legge, deve metterci bocca, perchè le regole esistono solo per gli altri; e il risultato è stato l’indegna edificazione della "Casa dello studente", fatta in fretta e furia e con materiali inadeguati per l’alta sismicità della zona aquilana, ma anche le numerosissime case abusive poi condonate, e le licenze date senza controlli nè sulla realtà geologica delle aree, ma nemmeno sui materiali usati. Ed ora ci ritroviamo a chiederci perchè circa 300 persone hanno perso malamente la vita mentre dormivano, con giusto il tempo di accorgersene, ma nemmeno il tempo di dire AMEN? E adesso ci raccontiamo la favoletta della fatalità inevitabile? E proprio mentre ci emozioniamo per i morti evitabili e ci trinceriamo dietro il dito della fatalità, elaboriamo un piano case che permetta ampliamenti scriteriati ed edificazioni, di fatto, incontrollate? Cosa saranno le trecento vittime che non finiremo MAI di piangere? Vittime della casualità o della folle e criminale politica territoriale adottata in Italia, almeno dal secondo dopo guerra?Vignetta strepitosa

E vai!

26/04/2009

Se è vero, torno.

F1, lo stato del disastro

25/04/2009

ferrari-monza-prove-libereSeguo, con costanza varia ma comunque rilevante, i GP di F1 dal 1983 (per le cronache vinse Piquet su Brabham rubando clamorosamente il titolo al povero Prost). Ho vissuto con orgoglio una delle epoche d’oro di questo sport straordinario: gli anni ’80. Gli anni della Ferrari che faceva veramente schifo ma che importa se poi avevi di fronte quel popò di spettacolo. Anni in cui Prost, Senna, Mansell, Piquet, Rosberg (potrei andare avanti per ore…) se le davano di santa ragione su piste da sogno, tra mille sorpassi e duelli indimenticabili. Poi…
Poi non lo so proprio cosa sia successo.
So solo che ci troviamo all’esordio di una stagione semplicemente ridicola (tra modifiche di regolamento senza senso e corse in mezzo ai monsoni iniziate alle 5 di sera….) ed io non so con chi prendermela.
Insomma, chi devo sodomizzare per aver rovinato questo sport straordinario imponendo, tra le altre cose, il massacro impunito delle piste più belle del mondo (a memoria Silverstone e Zeltweg trasformate in piste tipo Vallelunga, l’Eau Rouge di Spa trasformato in una chicane da Prototipi, Tamburello e le due Lesmo che sembrano due incroci dell’aurelia..)? Non mi si venga a dire che il motivo fu solo la sicurezza (ricordo che tutto cominciò nei giorni successivi alla morte di Senna e Ratzemberger). Basta che uno pensa al fatto che glli americani corrono tuttora a Indianapolis (avete presente le vie di fuga?) per capire che, messi alla stretta da un’onda emotiva di proteste, cambiare i tracciati fu una delle tante risposte mediocri di questo gruppo dirigente.
In più chi devo far sparire nell’acido per aver preferito a piste storiche (sulle cui tribune e prati, voglio ricordare, si ammassavamo centinaia di migliaia di spettatori) ridicole cattedrali del deserto?
Chi?
Chi devo far trucidare dalle tigre Tamil per aver praticamente creato ogni ostacolo possibile al sorpasso e, invece di togliere gli inutili rifornimenti in pista, ha deciso di introdurre il Kers (ho visto pochi secondi di un GP quest’anno e le macchine che utilizzano questo strumento idiota per superare sono lo spettacolo più indecoroso a cui abbia mai assistito! Vi meritate di beccare nell’aldilà Enzo Ferrari!).
Insomma qualcuno mi aiuta? Con chi me la prendo? Con la FIA che non ha seguito l’esempio di altri sport (vd rugby) e non ha difeso la sua storia e ha piegato la testa ai guadagni?
Con le squadre che non sono capaci di prendere una posizione una a difesa dello sport automobilistico?
Mah. Proprio non lo so.
Intanto fatemi dire la mia su questa stagione. Le ipotesi sono due. O ci troviamo di fronte ad una scena capitanata da un gruppo di angeli (Ferrari, Renault e McLaren) che se la deve vedere con un gruppo di spericolati malfattori (quelli della Brawn GP ed i famosi diffusori) ma diciamocelo non mi sembra un ipotesi che regge. E’ ovvio che non sono i diffusori la risposta al problema (nè tantomeno il ridicolo Kers). La realtà è che a capo delle squadre angeliche di cui sopra ci sono degli autentici imbecilli patentati che non saprebbero gestire nemmeno le partenze intelligenti per le vacanze figuriamoci una stagione di F1 (Domenicali poi è recidivo dopo la drammatica gestione della stagione scorsa e la assurda riconferma dei piloti…). Se è vero, come sembra, che questi diffusori sono la porta di ingresso per l’effetto suolo è peraltro giusto impedirne la proliferazione. Ricordo che proprio all’effetto suolo (che attacca la macchina al terreno come carta adesiva ma se poi, poco poco, la stessa si stacca anche di un centimetro da terra finisce che la ritrovi a cento metri di distanza) si debbono le meravigliose stagioni di sangue dei primi anni 80 ed del 1994 (altro che le piste pericolose o altre baggianate da procura di Rimini).
Ma, allo stesso modo, è certo che, se alle nuove regole aereodinamiche (che, senza diffusori e Kers, permette alla RedBull di stravincere) la Ferrari e la McLaren hanno risposto con tale negligenza e si sono fatte fregare da Brawn e Newey, beh possiamo dire che ufficialmente il gruppo dirigente di entrambe le squadre può andare in ferie.
Insomma sono perplesso.
Rimaniamo noi tifosi. Rimaniamo noi acerrimi adoratori di uno sport che ti rende diverso. Vallo a spiegare al prode Kolchoz che la F1 in realtà è uno sport assoluto. Dentro c’è tutto. C’è la strategia. C’è l’innovazione.
C’è la follia e il genio. C’è la tattica.
Ci sono i perdenti nati e quelli, che li vedi subito (p.es Vettel) che diventeranno qualcuno.
Domenica si corre in Bahrein. Io con il fuso orario mi sa che me lo perdo.
Grazie a Dio ci sono i play-off di Hockey.

Maaammmmmaaaaaa…..

24/04/2009

No ma noi continuiamo a occuparci di cose serie sui giornali itaiani.
Intanto nel mondo "vero" succede questo:

Pakistan_mappa
P.S. come sempre, grazie a quelli del Foglio semplicemente di esistere.

Auguri…

20/04/2009

Ha ragione Rondolino sulla Stampa di oggi. Massimo D’Alema, a vederlo lucidamente,  e’ oramai un peone. Non e’ niente. Non ha apparentemente alcuna carica politica.
Ma rimane indiscutibilmente il numero 1. Qualcuno mi spieghi perche cazzo di motivo a nessuno del PD e’ venuto in mente di farla finita con le cazzate da buffoni e invece non si sia chiamato lui al momento delle dimissioni di Veltroni.
E’ inutile ricordare che quando si e’ vinto, lui c’era sempre?
Auguri.

massimo-paint-small

Gran Torino

12/04/2009

gran-torinoCircoscrivere l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood negli angusti confini del rapporto con l’immigrazone e della tolleranza è semplicistico, un po’ miope e in definitiva ingiusto. In fondo, come "Million Dollar Baby" e "Letters from Iwo Jima" (e "Flags of our fathers"), "Gran Torino" è uno straordinario film sulla vita e sulla morte.

Il contatto tra un vecchio operaio della Ford in pensione di origine polacca, ex reduce della guerra di Corea, razzista (ma sarebbe meglio dire "misantropo") ed una comunità di asiatici del sud-est – i Hmong – giunta nel suo quartiere è infatti in realtà solo un pretesto per riflettere su questi due misteriosi "convitati di pietra", come l’eutanasia era il pretesto in Million Dollar Baby e la guerra in Letters from Iwo Jima.

Accanto a questo filo conduttore apparentemente nascosto, Clint abbozza sullo sfondo l’affresco dell’America di oggi che si specchia in una Detroit degradata (prego rivedersi "8 mile" di Eminem…) in cui la middle class americana si rifugia nelle tranquille periferie residenziali con i suoi Suv giapponesi e abbandona i vecchi quartieri ai nuovi immigrati. Le strade sono in preda alle incursioni di gang di giovani di diverse etnie con arsenali da mafia russa, le terraced houses sono abitate da asiatici che parlano poco o nulla inglese.

Il protagonista sembra possedere buona parte dei tratti di molti personaggi impersonati da Clint nella sua lunghissima carriera (su tutti, probabilmente, Callaghan): ostico, burbero ma onesto, pronto a reagire a violenza ed ingiustizie in una sola maniera, con le cattive. Scontato, sembra. Ma il genio  ha ben chiaro il punto d’approdo: la vita e la morte.

Stavolta, con un magistrale rovesciamento dei tradizionali canoni dell’eroe eastwoodiano, il "giustiziere" si trasforma in "agnello sacrificale". Un uomo che ripone le armi, fa finta di sparare col dito come si fa con i bambini e va incontro alla fine mormorando un’Ave Maria. Un essere umano che lascia un semplice messaggio: morire per gli altri, morire "per amore" significa far vivere. E vivere nel cuore altrui.

E’ il messaggio del Cristo. E non è un caso che, accanto alla "conversione" del vecchio razzista alla tolleranza grazie ai giovani Hmong, Eastwood accosti una narrativamente meno esposta ma altrettanto efficace "conversione" al cattolicesimo (lo si voglia o no la più forte identità spirituale ed intima dell’Occidente).

Nessuno, nemmeno un sacerdote, sembra credere davvero che la sete di vendetta da placare ad ogni costo del vecchio Callaghan/Eastwood possa spegnersi e trasformarsi in un crudo ma dolce monito.

Non abbiamo più bisogno di gente disposta ad uccidere per difendere valori, salvare vite e dignità.

Abbiamo bisogno di gente disposta a morire.

C’era una volta una casetta piccolina…

08/04/2009

bandiera_canadaColoro che scrivono abitualmente su questo blog hanno vissuto giorni complicati. Senza entrare eccessivamente in dettagli, mi limito a dire che abbiamo affrontato il tema della "partenza", in modo divertente e compulsivo, cercando di conciliare la gioia per l’opportunità capitata ad un amico con l’inevitabile peso del distacco.

Evito di analizzare sensazioni e percezioni di cui probabilmente non frega nulla a nessuno. Meno che mai a noi che vogliamo saltare a pie’ pari questa fase e pensare a futuri successi, ritorni, abbracci e bevute. Penso però che – nei dieci minuti di sobrietà conquistati in cinque giorni a dir poco confusi – mai come ora due parole ascoltate fino alla nausea e da noi stessi usate a iosa, "globalizzazione" e "declino", ci sono state sbattute in faccia come uno straccio bagnato.

Vivere sulla propria pelle la necessità di abbandonare casa, città, amici e famiglia per fare un salto di qualità professionale all’estero, o in alcuni casi per costruirsi una carriera, è una rivelazione. Ma acquisire la definitiva consapevolezza che ciò riguarda sempre più individui nella più o meno ristretta cerchia di amici e conoscenti induce a riflessioni più serie.

Se tra una birra e l’altra in un qualunque quartiere di Romacapitale si mastica amaro perché un amico si trasferisce oltreoceano o perché si punta a Londra come possibile punto di partenza per una svolta radicale o si elogia la multiculturalità e il profluvio di opportunità di Bruxelles, allora due sono le considerazioni.

La cosiddetta "globalizzazione" – crisi o non crisi – ormai ci è entrata dentro. E temo (o spero, ancora non lo so) che non se ne andrà mai più. Inoltre, l’Italia, questa Italia ci sta stretta. Il problema è che o la si allarga, in termini di opportunità, di prospettive, di dinamismo, oppure ci accucceremo sul nostro patrimonioartisticomozzafiato, sulla nostra cucinacheèlamiglioredelmondo, sul nostro climacheunomigliorenoncen’è e ci addormentermo nella comoda coperta del tanto temuto o negato "declino".

Guardarsi intorno, fare due conti e scoprire che la pattuglia di amici rimasti si è clamorosamente assottigliata e che probabilmente continuerà a farlo fa capire che molti ragazzi che ne hanno la possibilità non si rassegnano a mettersi in fila per "aspettare il proprio turno" quando avranno cinquanta o sessant’anni, posto che per quell’epoca ci sia ancora un turno da aspettare, e preferiscono provare a conquistarsela ora quell’occasione. Scompaginare la fila, ecco la questione. Non accontentarsi dell’eterno praticantato, stage, internship, o come diavolo lo si chiami. Rischiare.

Guardarsi intorno, fare due conti e scoprire che di americani, europei, asiatici ed africani iperqualificati che vengano a lavorare da noi per sfruttare ipotetiche opportunità ce ne sono davvero pochi. Quasi nessuno. E’ l’altra faccia della medaglia della globalizzazione, o se preferite il lato oscuro del declino. E francamente mi consola poco il pensiero che le merchant banks siano fallite tutte o quasi, perché credo che un sistema elastico, dinamico e soprattutto meritocratico possa rialzarsi per poi riprendere la marcia.

L’auspicio è che questa generazione prima o poi torni e riesca a dare un contributo decisivo al cambio di mentalità che ci occorrebbe. Almeno qualcuno.

Al limite anche uno solo.

Io un nome ce l’ho già.