Archive for marzo 2009

La crisi economica

27/03/2009

E’ un argomento che non siamo stati in grado di trattare, ma è giusto lasciarne una piccola traccia su questo Blog. Personalmente ho trovato chi la spiega al meglio. Gustattevi questo video:

http://www.crisisofcredit.com/

Paperone

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Popolo della Libertà

25/03/2009

berlusconi_san_babilaMentre a sinistra il PD è appena riuscito a trovare un anestetico efficace di nome Franceschini ai dolori lancinanti provocati dalle divisioni e dagli errori strategici di W., ecco che a destra si volta l’ennesima pagina "storica" della politica nazionale.

A pochi giorni di distanza, la fiamma dei post-fascisti, ex missini, fu aennini si spegne ed emette i primi veri vagiti la creatura del predellino, l’invenzione di Silvio Berlusconi, il Popolo della Libertà.

Guardando all’operazione in un’ottica di lungo periodo, la buona notizia è che (forse) cala il sipario sull’ultimo spezzone di Prima/Seconda Repubblica in questo Paese. Ritrova una sua casa comune un blocco sociale che vale circa il 35-40% degli elettori e che negli ultimi sessant’anni aveva subito una rovinosa diaspora: dopo il crollo della precedente casa comune (il fascismo), forzatamente allargata, quel blocco si è disperso nascondendosi un po’ dietro le curve spalle della DC, un po’ dietro gli eleganti e raffinati liberali del PLI, un po’ dietro lo scudo sabaudo dei Monarchici, un po’ dietro il fascismo in doppio petto del MSI. Altri trasmigrarono nel PSI, altri addirittura nel PCI, ma rappresentarono un fenomeno limitato.

Oggi tutti costoro si ritrovano, inutile negarlo, solo grazie alla presenza di Silvio Berlusconi. Questo blocco, ex missini compresi, oggi ha come punto di riferimento un solo partito che fa (farà) parte del Partito Popolare Europeo e che del PPE sarà probabilmente il partito nazionale più forte. Hai voglia a dire che è populismo, un rischio per la democrazia, una dittatura morbida, un autoritarismo dolce o una telecrazia imperante. E’ soprattutto un bel colpo per lui.

Il PD non riesce a spiccare il volo perché è ancora dominato sottotraccia da due culture politiche forti, quella ex comunista e quella cattolico-democratica, che nella Prima Repubblica si sono sempre strizzate l’occhio, ma che sono sempre rimaste ben distinte e distanti. Le vestali di queste due culture sono vecchie, divise, con istinti da primedonne, che simulano preparazione da statisti senza avere più uno straccio di idea del Paese. Esiste una grande tradizione (anzi due), esiste un livello fin troppo diffuso di democrazia interna, esistono dirigenti esperti (fin troppo), strutture articolate, primarie, candidati. Esiste tutto. Tranne un capo. O meglio un "fondatore".

Il "fondatore" per la verità c’era. Era Romano Prodi. Che secondo me ha sempre capito poco di politica, ma che vuoi o non vuoi aveva il copyright dell’idea del Partito Democratico (secondo me, peraltro, affascinante ma sbagliata) ed era forse l’unico capace di tenere insieme quel coacervo di forze che è il centrosinistra. Mi convinco sempre di più che se proprio il PD andava fatto, andava fatto nel 1996 o giù di lì. Invece niente. Si è mandato a casa il "fondatore" (per ben due volte), ci si è appropriati del progetto, lo si è applicato tardi e male. Difficile immaginare un numero maggiore di errori. Oggi si rimpiange il Professore, a ragione. Ma come diceva lo splendido Guzzanti nei panni di Veltroni "stavolta è andata così".

Dall’altra parte, a mio avviso, si è verificato esattamente l’opposto. Le culture politiche degli appartenenti al PdL sono parcellizzate, atomizzate, talvolta poco strutturate. Qualcuno ha dovuto addirittura nascondere la propria sotto il tappeto. Qualche ex socialista passato dalla corrente lombardiana a quella craxiana, qualche lib-lab, qualche democristiano di destra, ciellini, morotei, ex imprenditori, missini della destra sociale, tecnocrati della Banca d’Italia, repubblicani, liberali puri, ex radicali, cattolici integralisti, atei devoti, teocon.

Tutti, però, pazientemente radunati dal "fondatore", Silvio Berlusconi. Che non ha soltanto raccolto personale politico: ha creato una vera e propria cultura politica nuova in cui il blocco sociale di cui parlavamo prima si identifica. O meglio, ha saputo individuare istanze ed istinti di questa parte del Paese, li ha plasmati come creta e ne ha fatto una cultura politica. Quel blocco si riconosce in lui certamente per il carisma, ma soprattutto perché incarna al meglio il loro sentire politico. 

Una concezione dello Stato, diciamo così, tutt’altro che hegeliana, sicuramente subordinata a quella del nucleo familiare. Una vicinanza, più o meno intimamente sentita, con i dettami della Chiesa. L’impresa e la sua libertà al centro dell’economia. Una certa insofferenza alla regolamentazione dettagliata (e in alcuni casi effetivamente eccessiva) della vita pubblica. Una certa allergia all’esterofilia. Una predilezione per il proprio campanile. Una certa predilezione alla delega dei propri interessi politici a qualcuno piuttosto che ad una partecipazione diretta, talvolta percepita come perdita di tempo (i politici di professione). L’immigrazione vista più come costo sociale che come opportunità. Sono generalizzazioni, magari anche becere, ma rendono un po’ l’idea.

Concetti semplici che però Berlusconi ha saputo tradurre in piattaforma politica, modulandola a seconda delle circostanze (e dei sondaggi), e che oggi rappresentano il collante di buona parte degli elettori del PdL. Lo si chiami "berlusconismo" ma è ciò che si può definire, con tutti i caveat del caso, una "nuova cultura politica".

Di strutture, dunque, se ne vedono poche. I processi di dialettica interna al nuovo partito sono tutti da definire. I candidati sono ancora da valutare. Le primarie non ci sono. Ma c’è il "fondatore". Il capo. Ma i rischi per il PdL sono evidenti: questa "cultura politica" tanto appare solida quanto è incarnata da Berlusconi. Che però – lo ammette persino lui – non è eterno. Difficile oggi pensare ad un suo successore capace di tenere unito un gruppo di anarcoidi provenienti dalle famiglie politiche più disparate. L’assenza di regole precise di dialettica interna può rappresentare a rovescio l’alter ego dell’eccessiva dialettica interna al PD e mandare tutto allo sfascio. Infine, il PdL nasce oggi perché è al governo. Cosa accadrà se e quando andrà all’opposizione?

Si vedrà. Lega e UDC sono alla finestra, pronti ad approfittare di un passo falso. E ad un certo punto, per quanto difficle da credere, prima o poi le cose si chiariranno persino a sinistra.

Forse sono troppo pessimista. Forse tra venti o trent’anni si guarderà a questa fase della storia italiana come ad uno splendido laboratorio politico. Forse si parlerà di Prodi e Veltroni come degli uomini che hanno realizzato il sogno di Moro. O di Berlusconi come di colui che è riuscito laddove lo stesso De Gasperi e la DC avevano fallito.

Spero solo per allora di essere già concime per la terra. 

Nazirock

01/03/2009

nazirockUn brutto sabato sera, nel quale mi è saltata, all’ultimo momento, la visione del film Frost/Nixon, mi ha, comunque, permesso di vedere Nazirock, un film del 2007 di Claudio Lazzaro, già autore di "Camice verdi", altro docufilm sulle follie leghiste. L’opera ruota intorno a due eventi di Forza Nuova: il congresso di Marta (VT) della primavera del 2006, in vista delle elezioni legislative e la manifestazione del Centrodestra dello 02 Dicembre del medesimo 2006, contro il governo Prodi. A parte l’interesse inquietante sul vedere come molte risorse umane dell’estrema destra neonazista, antisemita, negazionista e razzista siano state mirabilmente riciclate e ripulite nel PDL, quello che personalmente maggiormente mi ha colpito è stato vedere, con l’asciuttezza del documentario, come la vera forza dei neonazisti italiani sia quella di essere pericolosamente insediati nel territorio e nella capacità che hanno di rapportarsi con gli strati più gretti e senza futuro della popolazione, proponendo loro risposte facili e soluzioni immediate a problemi complessi: la disoccupazione è colpa degli immigrati; gli insuccessi nella loro vita è solamente colpa di una classe dirigente complottarda su base etnico-politica: gli ebrei con i comunisti e i negri insegnano una storia mendace che tu non hai mai imparato perchè sei un eletto che non si abbassa alle menzogne dei vincitori…. Insomma la solita paccottaglia neonazista, ben rappresentata nella scelta della formula del documentario che ha dato loro la parola. Finchè non si è appalesata LA problematica, e qui mi è corso un brivido lungo la schiena: la questione ISRAELO-PALESTINESE. Il nome con cui i partecipanti a questo convegno definivano Israele è "L’entità sionista", gli interventi degli esponenti (anche "stranieri": provenienti dalla Spagna abbigliati con la divisa della falange, dalla Germania, dalla Romania e dalla Palestina) rimandavano a un antisemitismo di maniera ma comunque ignobile: gli ebrei ritengono (secondo la lucida visione di un esponente dell’associazione "Magna Charta" di Marcello Pera… complimenti) di essere geneticamente superiori a tutti gli altri, sin dal feto. Insomma un ribaltamento delle vomitevoli idee nazifasciste del 1938, non avendo un territorio di origine sono l’emblema del meticciato e quindi corruttori delle interità nazional razziali delle nazioni che li ospitano… la solita merda. Ad un tratto è stato invitato a parlare della questione mediorientale un esponente di Hezbollah e qui mi è venuto da piangere e da riflettere: le tematiche e le denucne erano le stesse che spesso si sono sentite in interessanti convegni all’interno dei centri sociali, tematiche e parole della sinistra estrema, ascoltate in un convegno di Forza Nuova! E’ stato in questo momento che mi è venuto anche da piangere: "Quand’è che la sinistra mondiale si è ridotta a tanto? A usare le stesse parole dell’estrema destra?" Insomma un bel film, ben fatto e, soprattutto, una violentissima denuncia soprattutto alla Sinistra che, rimasta impatanata nelle logiche della Guerra Fredda, non si è accorta che l’idea del "nemico del mio nemico" non ci appartiene.