Andreotti

2975028967_00f04b6171"Non mi piacciono le biografie da vivo. Però capisco che ci si occupi della mia vita. In fondo, in un certo senso io sono postumo di me stesso."

                                                                                    Giulio Andreotti

Raccontare la vita di Giulio Andreotti cercando al contempo di offrire un’analisi organica di un’epoca storica complessa travagliata è impresa titanica ed improba. Onore a Massimo Franco, squisito notista politico del Corriere della Sera, per essere uscito a testa alta da un simile impegno.

Chi è quest’uomo politico che ha rappresentato una presenza immanente, apparentemente silenziosa, nella storia d’Italia dal 1946 al 2006? Chi è questo Statista la cui silhouette ha stuzzicato la fantasia perversa di un popolo dal rapporto morboso con il potere ed i suoi detentori? Chi è questo soggetto che è parso impermeabile a tutto, emblema del cinismo, vate del calcolo politico e totalmente privo di sistema nervoso e, a tratti, di umanità?

Il motivo per cui il libro di Franco "Andreotti – la vita di un uomo politico, la storia di un’epoca" va letto è che, sapientemente, l’autore si preoccupa di dare le risposte che è in grado di offrire, senza scivolare mai nelle illazioni, nelle presunzioni, nei "teoremi". Sul piano umano punta innanzitutto a demolire l’immagine di un essere umano freddo ed indifferente oltre misura, fornendo aneddoti che fanno finalmente luce sulle sofferenze che un uomo non può non provare di fronte a situazioni come "il caso Moro" o i processi lunghi di cui è stato imputato.

Sul piano politico, quello che naturamente interessa di più, Massimo Franco si affida alla piccola grande storia dei fatti che si sono succeduti dal suo ingresso tra gli universitari cattolici della FUCI fino alla candidatura a Presidente del Senato nel 2006, dando una sua interpretazione ma lasciando che siano soprattutto gli eventi stessi a fornire una chiara interpretazione di sé. Ne emerge la figura certamente in chiaroscuro di un politico, conservatore, cattolico, italiano, del secondo dopoguerra.

Ognuna di queste connotazioni ha una sua cifra peculiare ed un significato profondo. Innanzitutto, al di là di ogni attributo cui si accompagna, la base è l’aggettivo sostantivato "politico": una definizione che oggi non ha nemmeno un’accezione negativa; sembra piuttosto aver perduto ogni collegamento con la realtà. Egli ha inteso il suo ruolo come un insieme di regole da rispettare, condivise all’epoca da un intero mondo, di riti da celebrare in quanto espressione di tradizioni e valori sempre vivi, di parole plasmabili come creta o pieghevoli come giunchi in nome di fini più elevati, di visioni storiche da conciliare con l’amaro e faticoso presente, anche con comportamenti discutibili. E con una cristallina consapevolezza – talvolta affermata con toni quasi cinici – del confine che separa etica e politica.

Andreotti è stato un conservatore nel senso abilmente descritto da Prezzolini, "Un conservatore è colui che, fatti salvi i principi in cui crede, è disposto a discutere di tutto il resto". Egli è sempre stato l’alfiere di una corrente di destra della DC, vicinissimo al Vaticano al punto di essere spesso considerato un "cardinale laico", anticomunista da sempre, fedele atlantista ma mai schiacciato sulle posizioni statunitensi, europeista degasperiano, conservatore alle soglie della reazione sui temi etici. Detto questo, a seconda delle circostanze storico-politiche in cui si è trovato, ha guidato un Governo retto sull’astensione del PCI, è stato giudicato ad un certo punto il Ministro degli Esteri più filo-arabo e distante dagli USA della storia repubblicana, ha sempre rifuggito dalla prospettiva di una Germania unita come perno di un’Europa unificata, pur contrastando fieramente divorzio, aborto, etc. non ha mai dimenticato il suo ruolo di uomo di Stato.

Cossiga sostiene con una punta di veleno che Andreotti è stato "il più grande Statista del Vaticano". In parte è vero. Non del tutto, però. Ha se mai cercato di seguire in politica estera una linea che tutelasse gli interessi nazionali senza spiacere alla Santa Sede, anzi possibilmente assecondandola. I suoi legami con la Chiesa non sono mai stati visti di buon occhio da una parte consistente dell’opinione pubblica, anche di chi ha votato DC per anni. Ma posto che il divo Giulio è praticamente cresciuto in mezzo a preti, vescovi e papi, un uomo politico non può non avere appoggi in una realtà all’epoca fondamentale per il Paese.

La Thatcher diceva di lui, con disprezzo misto a timore reverenziale, che era "un uomo senza principi", che anzi tendeva a giudicare "ridicolo" chi in politica si faceva guidare esclusivamente da essi e dall’etica. Non potrebbe esistere d’altronde un fossato più largo di quello che separava all’epoca un conservatore britannico da un democristiano mediterraneo. Ed italiano, soprattutto. L’anima più liberista, rigorista e decisionista del Paese che ha insegnato al mondo principi ed istituzioni di democrazia liberale maggioritaria e tendenzialmente bipartitica ha avuto enormi difficoltà a comprendere un Paese in cui i "Papisti" sono i difensori della democrazia contro il Parttito Comunista più forte d’occidente, in cui la mediazione è spesso un valore fine a se stesso e la rottura della pace sociale (spiegatelo ai minatori britannici degli anni ’80) viene vista come una rovina. I simboli di queste due visioni, pertanto, non potevano non guardarsi con diffidenza, pur rispettando la rispettiva intelligenza.

Franco abbozza anche il percorso di rapporti tra Andreotti e USA, disegnando lo Statista romano come un fedele di Washington e della NATO ed un punto di riferimento affidabile per gli Alleati in una prima fase, in quanto simbolo di una politica degasperiana e centrista che offriva garanzie. Salvo poi assumere un profilo diverso con una politica "equivicina" quando non filo-araba in Medio Oriente, un aperto sostegno alla Ostpolitik e, all’interno, la Presidenza di un Governo nato grazie all’astensione del PCI. Anche qui, ancora una volta, una figura percepita in chiaroscuro.

Sul piano interno, Andreotti ha cercato di affrontare i problemi "sminuzzandoli" e cercando soluzioni concrete nel breve periodo, non tenendo conto spesso del contesto più ampio e a volte senza una visione organica. La risposta "concreta", anche con le tanto famigerate raccomandazioni che tanto hanno giovato alla sua "corrente", è stata la caratteristica principale della sua attività nazionale. Con risultati non sempre eccelsi, va detto.

Argutamente Franco colloca nel 1991, anno della nomina "velenosa" a Senatore a Vita da parte del Presidente Cossiga, il principio del suo declino. Senza la "forza elettorale" che la sua corrente aveva acquisito in termini di preferenze, la sua neanche tanto nascosta ambizione a correre per il Quirinale fu subito azzoppata. Per essere poi definitivamente archiviata dopo l’assassinio mafioso di Salvo Lima, uomo di spicco della sua corrente in Sicilia, e la strage di Capaci, che impose al Parlamento una rapida convergenza sul nome di un uomo integerrimo e senza macchia, quell’Oscar Luigi Scalafaro che rappresenta forse il "Romolo Augustolo" della Prima Repubblica e, a mio avviso, uno dei peggiori esempi di reggenza del Colle.

Si dice che l’omicidio di Lima sia stato un segnale inviato ad Andreotti, che dopo aver "corteggiato" i voti raccolti da amici mafiosi, sarebbe stato minacciato e poi punito per aver voltato le spalle a Cosa Nostra con leggi speciali in nome della Corsa al Quirinale. Franco ricorda con acume e raziocinio che i voti siciliani erano poca cosa rispetto alla vera roccaforte elettorale di Andreotti. Roma e il Lazio. Tuttavia, correttamente, si sospende il giudizio.

Quanto al crepuscolo della sua presenza sulla scena, i processi per mafia e per l’omicidio Pecorelli, Franco riesce con le testimonianze degli allora PM della Procura di Palermo e dell’Avvocato Bongiorno a ricostruire le falle, rivelatesi poi fatali, dell’impianto accusatorio. E se è vero che la Cassazione ha poi confermato che fino al 1980 Andreotti aveva avuto rapporti con la mafia, tuttavia ammette che per il resto si tratta di illazioni foraggiate da pentiti che non dicono il vero.

Poi in che termini questi rapporti con la mafia ci siano stati e a cosa abbiano portato resta uno dei misteri che una magistratura infoiata dal gusto del processo politico non è riuscita a chiarire e che resterà (forse per sempre) un enigma. Quanto al resto, ovvero rapporti con la P2, con i servizi deviati, con i fascisti, con chiunque abbia tramato o complottato in questo Paese per intorbidare le acque, c’è poco da dire. Il Piano di Rinascita di Gelli è quanto di più lontano dalle concezioni politico-istituzionali di Andreotti, i servizi all’epoca erano così slabbrati che erano divisi in "gruppi" che facevano riferimento ad un uomo politico, a ciascuno il suo.Per Andreotti, infine, i fascisti sono stati un bacino elettorale da proisciugare in certi momenti (Franco lo spiega bene) o persone da utilizzare per convergenze tattiche in altri.

Resta dunque una complessità di rapporti, azioni e finalità che non può essere liquidata con la vulgata popolare di Belzebù che trova la sua sublimazione recente nel film "Il Divo". Né assolvere, né condannare. Ma piuttosto capire, come si propone l’autore, il ruolo politico di quest’uomo in un’Italia che ha vissuto in quei tempi una delle fasi più buie e pericolose della sua storia. Con la consapevolezza, mi permetto di aggiungere, che – per il ruolo svolto in alcune delicate fasi politiche all’interno e, soprattutto, per la sua attività sul piano internazionale – Andreotti è stato uno dei più grandi Statisti italiani.

E come dice lo stesso Massimo Franco, "all’altezza della spalliera (dello scranno di Andreotti in Senato, ndr) è visibile un piccolo cratere quasi perfettamente circolare, con un diamtero di una quarantina di centimetri: l’impronta della schiena curva del senatore a vita (…). E’ il trionfo della sua fisicità, e dei misteriosi significati che trasmette da sessant’anni all’Italia un corpo modellato per incarnare le versioni più immaginifiche e inquietanti del potere. Quel progressivo, inesorabile ripiegamento su se stesso, millimetro dopo millimetro, finisce per diventare la metafora del Belpaese "storto"."

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4 Risposte to “Andreotti”

  1. marish Says:

    Se e quando lo sa solo (a questo punto…) Belzebù ricomincerò a scrivere su questo fantastico blog sogno di avvicinarmi a questi livelli. Straordinario tutto. Ma soprattutto il definire quel “micragnoso di stile” di Oscar Luigi Scalfaro come il “Romolo Augustolo della Prima Repubblica”… un genio. Occhio però che, come sai, per K è uno dei padri della sua tanto amata Seconda Repubblica…

  2. utente anonimo Says:

    alt…. la seconda repubblica è una speranza (per me) naufragata nel 1994 e poi ripresa nel 1996 e definitivamente naufragata nel 2001. Era la speranza di vedere un governo monocolore rosso. Del quale le inchieste di tangentopoli dovevano essere il grimaldello. Certo il pensiero che le cose sono andate dversamente mi fà piangere.

  3. utente anonimo Says:

    …senza senzo

  4. gau Says:

    Beh, almeno viva la sincerità…

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