Il Divo

GIULI_b1Nel giorno in cui si apprende che purtroppo Gomorra non è stato selezionato tra le pellicole che si contenderanno l’Oscar per il miglior film straniero, ma soprattutto nel giorno in cui un pezzo di storia d’Italia, Giulio Andreotti, compie 90 anni, sembra doveroso dedicare un paio di pensieri al trait d’union che lega il cinema allo statista. Il film "Il Divo".

Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, "Il Divo" è un prodotto riuscito. E’ il giudizio più aderente alla realtà che mi viene in mente: "prodotto riuscito". Non si può dire altrimenti perché il regista, Paolo Sorrentino, è bravo. Il film ha ritmo, è capace di far sorridere, di far riflettere e di avvincere lo spettatore. Il protagonista, Toni Servillo, è magistrale a tratti. Oltre ad interpretare molto bene curvatura, camminata e persino voce di Andreotti, trasuda carisma.

Alcune scene sono assolutamente surreali, condite da una colonna sonora di ottimo livello. Il materiale immaginario che Sorrentino plasma e offre, colpisce. E molto. Le battute del sette volte Presidente del Consiglio, la ricostruzione di alcuni incontri e di certe situazioni è piuttosto fedele ai racconti dello stesso Andreotti o di persone a lui vicine.

Però.

Il "però" è che il prodotto è riuscito perché vellica gli istinti neppure troppo sopiti di una parte consistente dell’opinione pubblica che ha considerato, e in fondo considera tuttora, Andreotti come il vero "grande vecchio" (anche quando vecchio non era…) che da dietro le quinta ha tenuto e mosso a piacimento i fili della storia del Paese. Usando quei fili, a volte se non spesso, in modo occulto, illegale, antietico e per fini subdoli, osceni, cinici. Un "Belzebù" in carne ed ossa insomma.

Se come dicevo la ricostruzione di alcune situazioni appare fedele nella forma, il taglio che gli dà la pellicola è in sostanza forzato, volutamente alterato per confermare una tesi precostituita: Andreotti è stato un intelligentissimo criminale politico, non uno statista che ha necessariamente esplorato in quarant’anni di vita politica anche i grigi interstizi della società. Annullando così di colpo la siderale differenza che passa tra un boss della mafia ed un uomo politico di potere.

Differenza invece ben spiegata da Massimo Franco nel suo recentissimo libro su Andreotti di cui vorrei scrivere due righe non appena lo finirò.

La ridicola e semplicistica "confessione" che Servillo/Andreotti rilascerebbe alo spettatore in prossimità della fine per ammettere che "è stato necessario compiere il male per fare il bene" e le immagini di un Aldo Moro provato che dalla prigione delle BR lancia velenosissime accuse di immoralità (per usare un eufemismo) ad Andreotti sono i punti cardine di una captatio benevolentiae esercitata con forti suggestioni su un pubblico che alla fine queste cose le ha sempre pensate e crede di averle sempre sapute. Il "gioco" Moro Santo vs. Andreotti Demonio è vecchio quanto il cucco, come si dice a Roma.

La pervicace volontà di rovesciare le sentenze di assoluzione emanate a favore del Divo per l’omicidio Pecorelli ed i rapporti con la mafia sono la ciliegina sulla torta. Aleggia in quelle scene un’aria da "tanto lo sappiamo com’è andata veramente", l’impressione che "gli amici" di Andreotti possono aver aggiustato i processi ma tanto "la Verità" con la V maiuscola noi la conosciamo.

E’ la stessa stupida, infantile convinzione da crociata che ha animato i deputati dell’Italia dei Valori oggi, inducendoli ad abbandonare l’aula durante la celebrazione dei 90 anni di Andreotti. 

Il quale, presumibilmente, notando la scena con la coda dell’occhio, all’ombra della sua curva silhouette, al massimo avrà alzato un sopracciglio.

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3 Risposte to “Il Divo”

  1. utente anonimo Says:

    scusa, ma su quest’interpretazione del finale de “Il Divo” non sono d’accordo. A me ha dato perfettamente l’idea, invece, del ritratto di un uomo che abbia “usato” ciò che in quel momento gli serviva…. mi spiego, l’atto di accusa che viene lanciato dal film è micidiale verso gli italiani: vi è piaciuto avere chi vi “cullasse”, sostanzialmente che permettesse cose impossibili da ottenere, vi è piaciuto che l’Italia non cadesse in una seconda guerra civile come, invece, è successo in Grecia, vi è piaciuto mettere vostro figlio ragioniere coi punti della Nutella a direttore di banca? OK… tutto questo ve l’ho garantito io Giulio Andreotti, e per farlo ho fatto questo questo e quest’altro. In quel film non esce fuori un Andreotti mafioso, ma un Andreotti che si avvicina alla Mafia. La scena del bacio di Riina è meravigliosamente emblematica: lì non c’è affatto un avvicinarsi di Andreotti al boss locale, lì Andreotti prende il bacio di Riina con lo spirito di chi è convinto che sia una croce necessaria; tant’è che non appena la maifa non è più utile ad Andreotti, Andreotti non ci mette niente a “tradirla”. Il risultato è che la Mafia si vendica facendogli saltare la corsa al Quirinale.

  2. utente anonimo Says:

    tant’è che la critica che, spesso, è stata mossa al film è esattamente quella opposta: cioè di essere stato eccessivamente assolutorio verso Andreotti. Personalmente, nel film, ho trovato sublimi le interpretazioni di Franco Evangelisti da parte di Flavio Bucci (STREPITOSO) e di Sbardella… forse il soggetto meglio riuscito in tutto il film. Anche altri episodi che, nella vulgata, venivano letti in un certo modo in quel film assumono tutt’altro aspetto: ricordo che, quando nel 1992, Falcone fu ucciso, in Italia si diceva “L’ha ordinato Andreotti”, invece in quel film si capisce che l’altra vittima è stata proprio Andreotti. All’opposto la nomina di Senatore a Vita: “Cossiga l’ha fatto per parare le chiappe all’amico” altra frase vulgata. Invece proprio quella scelta scompaginò la corrente Andreottiana nella DC minando la possibilità per il gobbo di salire al Quirinale. Per quel che riguarda la scelta dei deputati dell’IDV, a parte che credo che nemmeno se ne sia accorto, ma poi, anche qualora se ne sia accorto, non credo che ne sia rimasto meravigliato…

  3. gau Says:

    Sull’IDV sono d’accordo.
    Sul resto, un po’ meno. Come ho detto, la ricostruzione degli eventi è abbstanza fedele. E’ la luce in cui vengono presentati che trovo banale e storicamente ingiusta. Al di là delle interpretazioni sull’ utilizzo della mafia, secondo me passa il messaggio – come dicevo, avvalorato dalla “confessione” di Andreotti/Servillo quasi alla fine – che in fondo i sospetti di alcuni magistrati e di buona parte dell’opinione pubblica sullo zampino di Belzebù nelle principali vicende torbide della storia d’Italia siano assolutamente “la verità”. Le impressioni di cui tu parli sono già più corrette (anche se non troppo, a mio avviso) sul piano storico, ma la realtà mi sembra ancora più sfumata e complessa di così. Invece nel film si lancia il sasso di “Andreotti capo della P2, vero capo della Mafia, mandante dell’omicidio Pecorelli, di quello Calvi e di quello Dalla Chiesa”, tentando poi un po’ puerilmente di nascondere la mano…
    Aggiungo anche che durante i processi di Perugia e Palermo, come ben racconta Massimo Franco nel suo libro (che conto di recensire presto…), Andreotti ha sofferto psicologicamente le pende dell’inferno, come del resto è normale per qualunque imputato. Nel film, invece, sembra quasi in attesa di un esito già scritto, freddo, cinico e distaccato. Accreditando così l’ipotesi di una sorta di essere non umano, senza sistema nervoso. Diabolico, insomma.

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