Addio Libano

libanoNon prendiamoci in giro. Quando ieri le ultime due puntate hanno sancito la fine della serie "Romanzo Criminale" su Sky Cinema, abbiamo avvertito un senso di smarrimento. Di vuoto. Non è stato il commiato di una semplice fiction che ci ha tenuto compagnia, di una semplice presenza che ha impedito a molti (almeno a me) di trascinarci fuori di casa o viceversa biascicare assonnati che "non c’è niente in TV" il lunedì sera.

Scontati i complimenti sperticati al regista Stefano Sollima, agli sceneggiatori, agli attori e a tutti quelli che hanno lavorato ad una produzione di successo. Ma un messaggio subliminale, strisciante si è liberato dal tubo catodico, ha raggiunto le nostre case e si è incuneato nel nostro cervello. La sottile sensazione di piacere, l’inconfessabile simpatia che sfocia in commendevole ammirazione per figure che mitizzano – non dimentichiamolo – una banda di assassini, nasce da un ancestrale bisogno. Un’insopprimibile necessità dell’animo umano. L’epica.

Apparteniamo ad un’era e ad una generazione che non nascondono affatto la crisi di astinenza da "eroi" che rappresentino qualcosa, che sia un valore o un dis-valore, una certezza incrollabile o al contrario una fragilità disarmante. E la trilogia "libro – film – serie" di Romanzo Criminale, che da semplice raccolta di deposizioni, atti giudiziari e sentenze viene plasmata da uno straordinario ed insospettato "aèdo" come Giancarlo De Cataldo, magistrato con il pallino della narrazione, e trasformata in materiale epico, ne è un esempio quanto mai calzante.

Se fare del libro un film, e poi addirittura una serie, è un passaggio promozionale ed industriale quasi obbligato e per nulla originale, l’empatia che il lettore-spettatore prova nell’immergersi in una Roma anni ’70-’80 solcata da terroristi rossi e neri, trame oscure di servizi retti o deviati, politici cinici o martiri, criminali apparentemente comuni, è tutt’altro che "nazional-popolare". Il Libanese, il Freddo, Dandi e gli altri si ergono a "eroi" di una storia che dietro di loro vede cela altre figure di cui si parla meno, i Marsigliesi prima, le bande di Vallanzasca della Comasina e di Epaminonda il Tebano (poi ditemi voi se l’epica non c’entra…) a Milano poi.

Come se nella per noi ingarbugliata, incomprensibile e dolente vicenda di quei decenni del nostro Paese, l’Italiano trovasse un rifugio quasi rassicurante e consolatorio nella mitologia del "bandito", nelle saghe dei "briganti" che tanta fortuna hanno avuto in molte regioni, ma anche in Europa ed in tutto il mondo.Come se, in fondo, ci si riconoscesse di più in un gruppo di malviventi che lambiscono soltanto le complesse vicende della politica nazionale per dedicarsi con molta più attenzione a sfide chiare: vita o morte, controllo del territorio o estromissione, potere o oblìo.

Forse anche per questo la "trilogia" sembra trovare il suo sbocco naturale in un’aura di tragedia. Un ideale percorso di crimini, sogni e storie umane che si lascia dietro una lunga scia di sangue e sembra concludersi – almeno per ora – con le ultime due puntate di ieri sera. Proprio quegli episodi, infatti, danno a mio avviso la cifra della definitiva trasformazione di una mera vicenda di ordine pubblico in una narrazione epico-tragica.

Il particolare che sovrasta gli altri è la mutazione del capo della "banda". Impersonato da uno straordinario "pischello" di nemmeno 25 anni, Francesco Montanari, il Libanese smette i panni del criminale da strada e veste quelli di un Riccardo III del Terzo Millennio. Il volto sfigurato da alcol e cocaina, i connotati stravolti dalla paranoia, il delirio della solitudine, persino la progressiva incurvatura della spina dorsale trasformano un coatto omicida in un personaggio di spessore quasi shakespeariano.

La cui morte non è un semplice fatto di sangue da derubricare burocraticamente a "regolamento di conti". E’ la definitiva consacrazione di un eroe maledetto e normale, che aspira a governare Roma come un imperatore e muore piangente sotto le finestre della madre, che minaccia le spie dei servizi ma sogna e rivive le risse da ragazzino di quartiere.

Ciò che sancisce il trionfo del lato oscuro dell’uomo medio è la fine del Libanese, accasciato sull’asfalto, sotto la pioggia, davanti alla casa natìa, sotto lo sguardo del suo principale nemico. Una fine degna dell’ultimo atto di una tragedia moderna e popolare. 

Con i compagni – cortigiani che, circondandolo da lontano, sembrano pronti a gridare "il Re è morto. Viva il Re." 

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Una Risposta to “Addio Libano”

  1. utente anonimo Says:

    In assoluto la miglior fiction mai fatta in Italia.

    Andrew’s Tavern
    (il vicino di blog)

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