Una Striscia e via

GazaBoyTankLasciamo da parte il nome cinematografico "Piombo Fuso", che evoca l’ultimo episodio di saghe come Arma Letale o Die Hard. Trascuriamo anche il fatto che prima Olmert abbandona la sua poltrona e meglio è. Diamo inoltre per scontato che l’offensiva sia stata lanciata volutamente nell’ultimo scorcio della Presidenza Bush, allorché la normalmente stentorea voce di Obama non può che essere flebile, e a un mesetto dalle elezioni in Israele (10 febbraio), con il deliberato intento di orientare il voto verso Kadima (Livni) o Laburisti (Barak) piuttosto che sul Likud di Netnyahu.

Assodato inoltre che l’obiettivo di Israele non è quello di rioccupare la Striscia, bensì di strappare – proprio alla vigilia delle consultazioni per la Knesset – un nuovo status quo in cui Hamas risulti indebolito, vedere il traffico di armi attraverso il valico di Rafah (frontiera Gaza/Egitto) bloccato ed il lancio dei Qassam annullato o almeno ridotto drasticamente e cancellare l’onta dello smacco subito in Libano nel 2006, l’operazione militare israeliana non può non indurre alcune considerazioni.

La prima è che Paesi arabi come Egitto, Giordania e Arabia Saudita hanno ormai irreversibilmente assunto un ruolo di "mediazione" – soprattutto il primo – o al limite di "compensazione". L’antisionismo come asse portante della politica estera dei loro governi è finito ormai. Il Cairo conserva fedelmente la scelta fatta ai tempi di Sadat e considera ormai molto più pericoloso Hamas dell’esercito israeliano. Amman tiene un profilo basso e Riyad ormai non punta ad altro che a spezzare la catena Iran – Hamas – Hezbollah, vista come l’autentico ostacolo alle sue ambizioni di potenza regionale. 

L’opinione pubblica dei Paesi islamici è divisa tra chi manifesta apertamente l’odio nei confronti di Israele, vieppiù alimentato dagli ultimi attacchi e chi, pur deprecando gravemente le uccisioni di civili e provando solidarietà per un popolo arabo e musulmano attaccato, ritiene che Hamas abbia commesso errori gravi e, in fondo, porti su di sé buona parte della responsabilità di ciò che sta avvenendo. Non mi farei illusioni su un’imminente accettazione del diritto di Israele ad esistere, ma è pur sempre un passo avanti.

D’altronde, come ha spesso ripetuto Omar Souleyman, il capo dell’intelligence egiziana, "i capi di Hamas sono diventati arroganti e hanno bisogno di una lezione".

L’Unione Europea vive l’ennesima fase onirica. La Presidenza è passata alla Repubblica Ceca, ma è sempre l’iperattivo Sarkozy a prendere in mano le redini del gioco e a proporre, insieme agli Egiziani, una mediazione. Quando entrerà in vigore questo benedetto Trattato di Lisbona, che prevede una Presidenza stabile di due anni e mezzo, sarà sempre troppo tardi. O l’Europa affida il coordinamento della sua politica estera ad una figura autorevole e per un periodo di tempo un po’ più lungo di sei mesi o si condanna all’irrilevanza nello scenario internazionale.

Obama ha preferito il silenzio finora. Non poteva fare altro, d’altronde. Sarà Presidente nella pienezza dei poteri solo il prossimo 20 gennaio. Per allora, se le ostilità non saranno cessate, potrebbe anche trovarsi a giocare un ruolo decisivo e gettare sul piatto della bilancia il peso degli USA a favore di una tregua duratura.

L’impressione che si percepisce in molte parti del mondo, a occidente ma non solo, è che cresca la consapevolezza del pesante ributo di sangue che i civili pagano e forse pagheranno ancora al conflitto. Ma anche che in fondo, molto in fondo, se proprio Israele dovesse indebolire o addirittura distruggere Hamas, tutto sommato non sarà un dramma.

Eppure, sopravvivendo al fragore delle armi e delle dichiarazioni di guerra o ai proclami altisonanti di tregue umanitarie, nei più reconditi interstizi della mente di molti, echeggia una domanda. Il suo suono è flebile, appena più debole di un respiro.  

Quando torna Ariel Sharon?

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11 Risposte to “Una Striscia e via”

  1. utente anonimo Says:

    Ariel Sharon non credo tornerà mai più… indebolire Hamas (e vederlo sparire) è un auspicio generale da me ampiamente condiviso. Bisogna, però, ammettere che la scelta fatta anni orsono di attaccare Arafat e tutta Fatah sia una delle realtà alla base della crisi attuale. Anche perchè, laggiù, c’è una situazione estremamente particolare, come ben sai: Fatah è presentabile all’estero, ma è profondamente corrotta e, quindi, impresentabile all’interno. Hamas è diametralmente opposta. Attaccare Hamas e basta è il sistema migliore per rafforzarla e continuare a vivere nel costante rischio di nuovi bagni di sangue. Mi costa fatica dirlo, ma ha ragione l’attuale (Speriamo ancora per poco) Premier: occorre un piano Marshal per la Palestina.

  2. utente anonimo Says:

    Si vabbè e poi? Non so che aggiungere alle vostre analisi se non che sarebbe ora che Siria e Iran venissero seriamente asfaltati dalla storia. Non fosse altro per la decennale “presa per il culo “nei confronti dei poveri palestinesi, tipo “fate casino, noi saremo con voi…”. Poi si incazza Israele e tu li vedi?!? Ora, premesso che i Palestinesi a questo punto sono “de coccio”, mi sembra che sia ora che l’approvvigionamento militare e politico di Hamas ed Hezbollah debba finire. In un modo o nell’altro. Finisco dicendo una delle poche verità emerse in questi mesi. Dove stavamo tutti noi tre mesi fa? E’ fondamentalmente ingiusto lasciare un popolo di disperati con l’abilità politica di un opossum ed un alleato fedele con il tatto di un carroarmato a fronteggiarsi per mesi salvo poi inorridire quando “muoiono i bambini”. I bambini muoiono da decenni. Ed è ora che qualcuno si svegli. L’europa? Non diciamo cazzate. Noi siamo politicamente MORTI. Gli Usa? Cor cazzo che si mettono a rompersi il muso da soli in questo casino con il rischio di passare per “guerrafondai”. E allora? Allora lasciamoli soli. Un’altra volta, l’ennesima. Per quanto conti io continuo a leggere le notizie dai giornali israeliani. Giornali di un paese libero e democratico. L’unico in quella zona, non dimentichiamolo.

  3. utente anonimo Says:

    Concordo in pieno.
    Però io nel risveglio del golem Sharon un po’ ci spero ancora. Magari fra dieci anni la medicina farà miracoli, che dici?

  4. utente anonimo Says:

    No. Purtroppo per lui è finita. Punto.
    La situazione è un disastro comunque la si veda. Un disastro Israele paese democratico e straordinario ma che non sa piu’ gestire le res politicae se non invadendo qualcuno (premetto a tutto che uno se li sogna un ministro della difesa e degli esteri con due palle così…). Un disastro la Palestina. Paese non paese. Senza un nulla che assomiglia ad una struttura sociale. Un popolo preso per il culo dalla storia. Ma soprattutto da miserabili alleati che lo hanno utilizzato come scudo umano per anni. Loro si, meritano la morte. Un disastro l’opinione pubblica del mondo “civile” incapace di cercare una risposta cognitivamente seria che non fosse “non uccidete i bambini”. Attenzione. I bambini di Israele uccisi in questi mesi non contano. Ma lo sapete abbiamo sempre bisogno di un nemico con cui sfogare il nostro benpensantismo. Ah dimenticavo due cose:
    1. un disastro tutti gli idioti che si sono appellati ad Obama. Idioti! Deficienti! Leggete il labbiale: Obama non è ancora il Presidente degli Stati Uniti! Mio Dio. Abbiamo avuto in anticipo quello che sarà il nostro futuro. Tutti ad aspettare da Obama la risposta che dovremmo chiedere ai nostri governi europei (comatosi cronici oramai).
    2. come semre ha ragione Gau. Ma è mai possibile che un Presidente anglosassone non se ne possa andare in pensione a non fare danni. Tu quoque Tony!

    M

  5. gau Says:

    E comunque applausi per quell’infame di Gordon Brown che davanti ai giornalisti, serafico, sospira:”Dov’è Tony Blair? Credo sia ancora in vacanza…”

  6. utente anonimo Says:

    Ma non eravate voi due (Marish soprattutto) che me facevate du palle così incensando e imbrodando le mirabili capacità politico-diplomatiche di Tony Blair e di tutto lo staff e la schiera degli scotish, così bravi nell’ottenere anche la magica “devolution” per il loro Paese? Ciò premesso, il mio auspicio di aiuto economico diretto per il popolo palestinese si basa su un concetto: portare la democrazia e basta, sostanzialmente solamente attraverso libere elezioni non porta da nessuna parte. Mi sembra strano che gli americani, dopo la scoppola in Somalia di 15 anni fa, ancora credano nelle libere elezioni come avvio e non come arrivo di un processo democratrico. Ecco perchè, forse, sarebbe il caso che il mondo cambiasse leadershep….. magari meno multipartitica, ma questa è una mia fissazione.

  7. gau Says:

    Posto che Tony Blair allìepoca era il rappresentante democraticamente eletto di un Paese e oggi è il “mediatore” nominato da quattro entità, USA, UE, ONU e Russia, una più inguaiata dell’altra, mi chiedo quale sarebbe la leadership alterantiva che vagheggi per il nuovo ordine mondiale…
    aspetta, non dirmelo…già tremo al pensiero…

  8. utente anonimo Says:

    Te lo dico io. Uno a caso fra un Nobel per la Pace, un Presidente di qualche Repubblica delle Banane del Sud America o qualche comico che “ha capito tutto…”.
    Io, per quello che ne so, voglio Nixon.

  9. gau Says:

    Sempre onore a “Tricky Dick” ed al suo maestoso Segretario di Stato.

  10. utente anonimo Says:

    per esempio a me la Cina non spiacerebbe!

  11. utente anonimo Says:

    “chessestà a move a cina?!?” A. Sordi

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