Archive for gennaio 2009

Francesco Puccioni aka Mike Francis (26.04.1961 – 30.01.2009)

31/01/2009

Un altro pezzo di anni ’80 che se ne va.

I balordi ringraziano quanti vorranno unirsi nel ricordo.

Mike

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Lo Statista

31/01/2009

copj13Il giovane (per i canoni italiani, si intende, avendo 46 anni…) Massimo Giannini, Vice Direttore di Repubblica è una delle menti più brillanti e delle penne più argute del disastrato giornalismo italiano. Su questo, a mio avviso, non c’è dubbio.

Sarebbe difficle negare la bravura di un saggista che inizia un libro citando, devo dire non a sproposito, "Complotto contro l’America" di Philip Roth per preparare il terreno alla tesi che con un lungo ed articolato ragionamento egli intende dimostrare, portando a sostegno prove apparentemente inoppugnabili, razionali, autorevoli.

La tesi di fondo, in breve, è:questa: la smetta la Sinistra di considerare Berlusconi una "meteora", un "alieno" della politica nazionale o meglio un uomo che fa politica esclusivamente per difendere i suoi interessi. Così facendo, essa perderà sempre contro di lui. Berlusconi, lo si creda o no, è ormai uno Statista. Della peggior specie, precisa Giannini, ma questa è la realtà. Uno che vince tre volte le elezioni, trasfoma un "partito di plastica" in un blocco elettorale omogeneo e modella il Paese e le Istituzioni come nessun altro in questi ultimi vent’anni è indubbiamente uno Statista.

Ma che tipo di Statista è Berlusconi? Secondo Giannini nel suo dna vi sono alcuni tipici tratti del populismo ed alcuni (neanche pochi, né secondari secondo lui) caratteristici niente meno che del fascismo. A sostegno di tale tesi, egli menziona diversi brani di Mussolini Il Duce, una delle opere più importanti del monumentale e straordinario studio del Fascismo di Renzo De Felice. L’autore sconfessa le baggianate veltroniane sul paragone con Putin, preferendo concentrarsi sulle similitudini tra l’uomo forte di Predappio ed il Cavaliere di Arcore.

Su alcuni tratti populisti, naturalmente, si può discutere e anche concordare. Sul fascismo, sebbene ammetto che il paragone sia costruito in modo suggestivo e possa apparire credibile, non sono affatto d’accordo. Non credo basti estrapolare qualche frase qua e là dalla monografia di De Felice per scavalcare approfondite analisi storiche e giungere ad una seppur parziale identificazione. Credo infatti in primo luogo che un eventuale comparazione per essere politicamente e storicamente credibile debba fare riferimento non tanto a tratti individuali e quasi folcloristici che possono accomunare due figure, quanto piuttosto ai tratti caratteristici dei "regimi" o meglio delle forme di governo che si intendono sovrapporre e giudicare.

Sarebbe stato uno splendido lavoro di ricerca provare a rileggere le lezioni di Hannah Arendt, ad esempio, su fascisimo, nazismo e comunismo nelle loro varie declinazioni, giungendo così a separare autoritarismo e totalitarismo, o di altri epigoni successivi che hanno analizzato le varie forme di populismo affermatesi in diversi Paesi. Invece così non è stato. Ritengo peraltro che paragonare "berlusconismo" e fascismo sia scientificamente incauto a priori. Ma almeno sarebbe stato opportuno provare a farlo secondo questa linea: limitarsi a trasporre gli atteggiamenti del Duce con i comportamenti del Cavaliere o a isolate coincidenze nei rispettivi periodi storici, per quanto incontrovertibilmente affascinanti, mi sembra un’operazione di livello inferiore. Da propaganda quotidiana più che da riflessione di ampio respiro.

In secondo luogo, è a mio avviso troppo presto per capire esattamente cosa abbia rappresentato Berlusconi per l’Italia di questi anni. La sua attività politica, innanzitutto, non si è conclusa: altri passaggi delicati e dall’esito incerto ci attendono. Quando sarà tutto finito forse si potrà guardare a questo periodo con occhi più lucidi e disincantati. Per ora, secondo me, non si può.

Ma allora il libro è da cestinare? Da mettere in un angolo? Da non leggere? Niente affatto. Il libro è comunque godibile ed interessante, anche perché costringe a rileggere De Felice, e – se non lo si legge acriticamente, o per dargli assoluta ragione o torto marcio a priori – induce a riflettere per capire meglio il presente alla luce del passato italiano. Ma non è solo questo.

Oltre che Vice Direttore di Repubblica, infatti, Giannini è Direttore di Affari e Finanza, l’inserto economico del giornale di Scalfari ed Ezio Mauro. Capisce di economia, dunque. E le pagine da 170 a 182, che spiegano come il Premier stia demolendo i famigerati "poteri forti" dell’economia nazionale, approfittando della crisi e mettendo lo zampino nelle più importanti operazioni di questa fase nel Paese, sono magistrali per chiarezza e lucidità.

Personalmente, attendo con ansia da Giannini un saggio sulla pochezza del capitalismo italiano, sul suo parassitismo nei confronti dello Stato e sul tracollo della politica. Quello sì che ci aiuterebbe a capire un bel pezzo di presente.

Solo 76 anni fa

30/01/2009

30 Gennaio 1933

hindenburg

Tempi Bruni

22/01/2009

carlàCredo si possa affermare una volta per tutte che viviamo in un’epoca completamente surreale.

Prendiamo un esempio a caso. Cesare Battisti.

Tutti sanno che questo signore, condannato all’ergastolo per 4 omicidi di matrice terrorista commessi nei celebri "anni di piombo", latitante da 28 anni, era riparato in Francia. L’Italia, che lo cerca per fargli scontare la pena, chiede l’estradizione. La Francia, sulle prime un po’ riluttante, dopo la vittoria di Sarkozy la concede. Se non che, non si sa come, Battisti riesce a fuggire da Parigi e trova scampo in Brasile.

L’Italia, che lo cerca per fargli scontare la pena, chiede l’estradizione. Ma il Brasile del Presidente operaio Lula la nega. Motivo? Perché "esiste per lui il fondato timore di persecuzione politica". E, non contenti, i carioca gli concedono anche "lo status di rifugiato politico". Come se l’Italia fosse il Centrafrica di Bokassa o il Myanmar della Giunta Militare.

Non è possibile, direte voi. Ci deve essere qualcosa sotto. Esatto. Sotto c’è un complotto internazionale, non giudo-demo-pluto-massonico, tutt’altro. E’ un complotto salottiero, al gusto di caviale, fatto di intellettuali, scrittori, donne bellissime ed eleganti, politici, avvocati. Accade che una scrittrice parigina di origine brasiliana, Fred Vargas, amica di Battisti, si prende a cuore la causa del fuggiasco e cerca di aiutarlo. Si fa aiutare dall’allora Ministro francese dell’Ambiente, che nel 2004 consiglia a Battisti di scappare a Rio. E chiamalo scemo. Chi non ha mai consigliato a un amico: ti rompono le palle? Ma che te ne frega! Molla tutto e vai in Brasile!

Qui, Battisti viene arrestato ma per l’estradizione i tempi sono lunghi. Nel frattempo, la sagace Vargas procura un eccellente avvocato al suo amico persguitato dai fascisti italiani, un tale Eduardo Greenhalgh, principe del foro e amico personale di Lula. Il difensore dei derelitti ha un asso della manica: l’amicizia con molti parlamentari del Partito di Lula tra cui un tizio, Tarso Genro, esponente di spicco dell’ala sinistra, che inopinatamente ad un certo punto diventa Ministro della Giustizia.

A quel punto, il cerchio si chiude. Perché l’ipercinetica scrittrice Vargas si rivolge ad una sua grande amica, la donna più potente del mondo, colei che con il solo felpato movimento dei glutei ha fatto impazzire un continente e forse il mondo. Carla Bruni, detta Carlà. Così, questa Marianna del Terzo Millennio, questa seducente vestale del cadavere della "dottrina Mitterrand", sente puzza di ingiustizia, si infervora e, minacciando forse uno sciopero assai pericoloso, convince il marito Sarkozy ad intervenire.

I due, in vacanza a Rio de Janeiro e pronti a passare il Natale a Bahia, incontrano il 22 dicembre in un albergo della città carioca niente po’ po’ di meno che il Presidente Lula, cui spiegano che in fondo non ci sono prove che Battisti sia davvero un assassino ed un terrorista, che ci sono forti sospetti che Battisti sia un perseguitato, che l’Italia non rispetta pienamente i diritti degli imputati, che se Battisti tornasse in Italia rischierebbe davvero di morire. Chi glielo ha detto? Ovvio, Fred Vargas. Come non fidarsi?

E Lula si fida. Così ne parla con il Ministro della Giustizia Genro, organizzatore qualche anno fa del Forum di Porto Alegre. Genro non oppone molte resistenze, anzi. E il gioco è fatto. Il resto lo sapete. La motivazione del diniego dell’estradizione e la successiva concessione dello status di rifugiato politico sono a dir poco offensive. L’Italia viene tratteggiata come un Paese dove le garanzie democratiche ed i diritti civili sono traballanti, dove nel periodo del terrorismo persone come Battisti sarebbero state scelte come capri espiatori.

Lode e onore sempiterne al Presidente della Repubblica Napolitano, su cui io e marish nutrivamo molti dubbi all’inizio del mandato ma che si sta rivelando giorno dopo giorno uno dei migliori Capi dello Stato che abbiamo avuto, il quale in una garbata ma ferma lettera al Presidente Lula chiede di riconsiderare la decisione, spiegando che l’Italia è un Paese civile e democratico, nonostante tutto verrebbe da aggiungere. Ma soprattutto, e per questo va elogiato, cerca di far capire cosa è stato il terrorismo in Italia e come lo Stato italiano, pur con i suoi errori, è riuscito a sconfiggerlo. Quanto ciò sia costato in termini di sangue, dolore, spaccature sociali e politiche, progresso.

Il surrealismo come chiave di lettura storica e strumento guida nelle relazioni diplomatiche. Questa è la suprema sintesi della vicenda. Carla, che in tempi non sospetti ha dichiarato di "essere fortunata ad essere francese" e di vergognarsi del suo Paese Natale senza che il marito provasse il minimo impulso di darle un ceffone, riesce – spalleggiata da una scrittrice franco-brasiliana – a convincere il Presidente operaio Lula (cui vorrei ricordare che negli anni ’70 gli operai in Italia venivano ammazzati senza pietà dalle BR) che Battisti è un sensibile, gentile ed innocuo scrittore di libri gialli e non un sanguinario potenziale ergastolano. Vorrei sapere di che prove dispongono. Forse la nostra magistratura dovrebbe farci due chiacchiere, chi lo sa.

Come se non bastasse, dovremmo prendere lezioni di garantismo, civiltà e tutela dei diritti elementari degli imputati da un Paese che è uscito l’altro ieri da una dittatura militare non molto meno sanguinaria di quella di Videla in Argentina (fino al 1985…) e che fino a ieri veniva additato al mondo come esempio di un Paese corrotto fino alle più alte cariche dello Stato (Presidente Collor de Mello). Il surrealismo è divertente, ma a tutto c’è un limite.

Se fossi un po’ più maleducato, potrei dire che al massimo dai Brasiliani potremmo prendere lezioni di calcio. Ma dopo i Mondiali del 2006 non sono più sicuro nemmeno di questo.

La CGIL dov’è?

21/01/2009

Chi lCome purtroppo molti di voi sanno bene, è da Ottobre che sono entrato nel magico mondo della disoccupazione. Avevo dimenticato quanto fosse frustrante inviare curricula alla cani&porci SpA e aspettare una risposta che, inevitabilmente, arriva settimane se non mesi dopo e che, inevitabilmente, è negativa. La mia storia professionale è fatta di tante esperienze in piccole/piccolissime realtà, con inquadramenti, a esser fortunato, di collaborazione a progetto, se non completamente a nero. Una storia frustrante: lottare, chiedere, implorare e sperare in un contratto di qualche mese che non riconosce il benchè minimo diritto, ma inquadra molto bene una serie di doveri, "estremamente flessibili", nel senso che in qualsiasi momento possono essere accompagnati da altri doveri non necessariamente messi per iscritto precedentemente. Ovviamente tra i diritti mutilati c’è quello alla malattia: l’assenza equivale, automaticamente, alla perdita della retribuzione. Ciò vale sempre&comunque per le malattie, ma in maniera assolutamente distorta, invece, per le ferie e i permessi che, al contrario, pur non essendo retribuiti devono essere concordati, perchè il committente può decidere a suo totale e insindacabile giudizio e senza preavviso di recedere la committenza.  In parole povere: se stai male, in bocca al lupo per la salute, intanto perdi i soldi e vedi di guarire presto perchè sennò non ci conviene tenerti il posto mentre il progetto perde tempo; se, invece, hai bisogno di un giorno di permesso chiedicelo, se ci và te lo concediamo, ovviamente non te lo paghiamo, ma se pensi di potertelo prendere dato che i soldi sono tuoi, allora noi ti facciamo presente che dal nostro punto di vista il progetto può finire. Questa tipologia di inquadramento professionale, umiliante per ogni essere umano, purtroppo, assume persino le caratteristiche della conquista: l’ingresso in ogni posto di lavoro medio (il caro vecchio tessuto sociale del Paese) avviene seguendo un iter illegale ma di fatto statuito:
A) invio del curriculum nel momento esatto nel quale l’azienda ha bisogno della tua figura, scrivendo esattamente quello che all’azienda serve in quel preciso istante, presso il recapito esatto (mail o fax non importa) del responsabiel delle risorse umane. Ovviamente alla C.A. Nome&Cognome. Questo significa che se non si ha un qualsiasi aggancio interno (non necessariamente raccomandazione, ma aggancio) si spara inevitabilmente a vuoto.
B) Nella seconda fase avviene il colloquio che, mediamente, è un proforma se non una perdita di tempo fatto da personale assolutamente non qualificato e con un livello di istruzione medio/basso, e nel quale vengono poste domande illogiche alle quali è attesa una risposta ipocrita ("Quale è la sua ambizione?" la risposta DEVE essere fare il servizio per il quale si sta sostenendo il colloquio, foss’anche sturare i cessi a mano)
C) se le cose vanno bene, si viene inseriti nella struttura, in attesa che il commercialista stampi il contratto da far firmare… passa all’incirca un mese nel quale si è totalmente a nero. Questo è il mese "di prova", serve a vedere quanto il futuro collaboratore sia fidelizzato all’azienda e entusiasta del lavoro. Si hanno gli stessi doveri dei dipendenti e degli altri collaboratori, si devono rispettare gli orari (anzi con maggior rigidezza), ma spesso non si ha nemmeno diritto alla scrivania per poter lavorare. In alcuni casi è richiesto il proprio computer portatile.
D) Se si è rigato sufficientemente dritti si viene finalmente inquadrati come collaboratore: un bel contratto di tre/sei mesi, perchè l’azienda deve valutare quanto sei affidabile (Ancora!). Di solito questi contratti tendono a finire subito dopo le ferie estive, cosicchè, il dipendente/collaboratore o ci rinuncia o a comunque le prende estremamente ridotte per non rischiare, al ritorno dall’estate, di trovarsi non confermato.
Completamente diversa è la realtà dei call centre, altra caratteristica lavorativa attuale. Nei call centre delle grandi aziende NON SI ENTRA! Scordatevelo. Vodafone, Tim, Wind non assumono a nessun titolo. Qualcosina arriva nei periodi di ferie per sostituire, con contratti di somministrazioni forniti dalle società di lavoro interinale, dipendenti che se ne vanno. Quindi scordatevi il Ferragosto. Altrimenti ci sono le società che prendono gli appalti in outsercing dalle compagnie, generalmente quelle telefoniche, ma anche Italgas, Ferrovie dello Stato e Poste.
E qui si entra nel paradosso più totale. Ad una visione superficiale del problema, sembrano essere le uniche realtà dotate di un certo dinamismo che permette un buon livello di assunzione. Ma c’è un ma: non pagano MAI! Di solito inviare il curriculum vitae a costoro è meno frustrante, quasi appagante: prendono chiunque. Passato il colloquio ancor più paradossale, perchè si risolve in una specie di incontro con più candidati nel quale viene magnificata la convenienza del prodotto telefonico che si andrà a vendere, e nel quale viene molto sommariamente spiegata la tipologia di retribuzione, legata sempre e comunque a quantità di fatturato e ore di vendita; a meno che non ci sia distinti per atti inconsulti, minaccie e peti pubblici, nel giro di 24/48 ore si viene convocati per "il corso" di uno/due giorni lavorativi, non retribuito, nel quale si impara il lavoro che si andrà a fare. E qui arriva il "Pacco": il collegare ore/fatturato porta, di fatto, a un obbligo di presenza inderogabile, per percepire stipendi che variano dgli 80 ai 120 euro netti al mese. Non sto scherzando. Il tutto condito dal trucchetto del "Lavoro in Team": con tecniche degne del Cottolengo, si dividono i lavoratori in "squadre" messe in competizione tra di loro per premi di produzione da imbecilli. Queso significa che un’eventuale assenza di un membro della squadra non porta lo stesso a doverne rispondere col datore di lavoro, ma, ancor peggio, con i colleghi che rischiano di perdere incentivi e premi per l’assenza di un altro. Spiegata questa fase, con una presentazione entusiastica vengono mostrati tutti gli strumenti messi a disposizione del collaboratore per un controllo incrociato tra il dichiarato dall’azienda in busta-paghetta e il reale, peccato che di solito questi strumenti (programmi, collegamenti intranet) siano momentaneamente non funzionanti. Come credo abbiate notato, in tutto ciò c’è un illustre assente: il sindacato! Non si ha la benchè minima notizia di sindacalisti in incognito che rispondano agli annunci di lavoro pubblicati ogni giorno sui siti e i periodici specializzati e che, poi, denuncino portando a ispezioniministeriali; in anni e anni di lavoro non ho mai visto un rappresentante sindacale entrare dalla porta dei posti nei quali ho lavorato e chiedermi lumi, e le aziende per le quali ho lavorato sono:
Libreria "Alfa": a nero. Una volta è entrato un vigile, mentre il capo mi girava lo stipendio a nero e gli ha detto: "Che fai lo paghi a nero?" scherzando. Il capo ha detto: "Eh i soldi per il contratto non ce l’ho…" il Vigile "E che non lo sò… vabbeh, ciao". Fu quasi comico vedere il mio capo di allora andare a manifestare con Rifondazione contro il precariato e la legge 30.
GEPIN SPA, mai visto un rappresentante sindacale. Il pagamento avveniva su due trance: fisso legato al numero di ore, e variabile legato ai contratti Wind piazzati. la seconda parte era regolata da un allegato tecnico che cambiava di mese in mese. Il collaboratore poteva anche decidere che l’allegato tecnico non rispecchiasse la sua professionalità e quindi recedere la collaborazione. Leggasi: o prendi questo allegato tecnico o te ne vai!
Istituto Tecnico Agrario Europa Unita: preso a nero dal Settembre 2005 al Gennaio 2006. Nell’anno scolastico successivo ho ottenuto il contratto di categoria, valido fino al 30 giugno 2007, con vertenza. Se non fossi andato io alla CGIL, non mi avrebero mai preso in considerazione.
Operation Smile Italia Onlus: preso come stagista, dal Gennaio all’Aprile 2005, sono stato confermato a nero, poche ore, 100 euro/mese, arrivate a 400. Mai visto un sindacalista. Poi la ONLUS si è scissa, e sono andato presso la neonata
Smile Train Italia Onlus. inquadrato con co.co.pro come addetto stampa, a 400 euro/mese più 150 extrabusta legate alla qualità del lavoro svolto, giudicata dall’insindacabile giudizio della sorella del Presidente.
Una certa (e dicono famosa) casa d’arte: collaboratore a progetto dal Gennaio 2008, presso la sede della "Spa", ma collaboratore di un’altra società sempre dello stesso gruppo. Ufficialmente addeto alla creazione e allo studio di nuovi casi di specie per il call centre interno, ho svolto lavori di Human Recruting, Responsabile qualità, segreteria, logistica per i venditori, gestione delle chiavi per apertura e chiusura, servizi postali, archiviazione certificati autenticità, rassegna stampa e addetto agli ordini. Stipendio 850€/mese: mi è stato fatto un contratto della durata di dodici mesi, interrotto senza motivazione il 10 Ottobre 2008. La decisione dell’interruzione mi è stata comunicata il giorno lavorativo succcessivo ad una mia assenza (ovviamente e prontamente comunicata) dovuta ad un ricovero di mia madre al pronto  soccorso per motivi cariaci. Hanno sempre negato il collegamento tra i due episodi, ma mi è stato fatto presente che, finchè antepongo la famiglia al lavoro, difficilmente potrei fare carriera ovunque vada.  La cosa che maggiormante mi diaspiacque nell’essere stato allontanato da quella casa d’arte, comunque, fu che propio in quei giorni lanciarono un canale televisivo satellitare, al quale avrei potuto dare il mio contributo. Canale che adesso è ben visibile, anche se dedito alle linee telefoniche, cosa dalla quale, invece, mi sarei ben guardato dal dare il mio contributo…..

E in tutto ciò il sindacato?

E "Chi l’ha visto"?….

Benvenuto Obama

20/01/2009

Oggi si comincia…. a dire il vero la situazione che ci siamo lasciati alle spalle è, come sempre al momento del passaggio di consegne tra il Presidente uscente e quello eletto, un po’ paradossale: quello uscente, acnhe se parla, rischia di predicare nel vuoto, perchè ormai è un ectoplasma politico, quello eletto, non essendo ancora Presidente completo, non può parlare; come, per esempio, è successo per la recente crisi nella striscia di Gaza, terminata, un po’ come successe per la crisi degli ostaggi di Teheran, mentre il nuovo Presidente stava prendendo il posto di quello vecchio. Ad esempio nelle ultime settimane si è accusato Obama di non aver detto nemmeno una parola sulla crisi della striscia di Gaza, ma, citando Marish "Seguite il labiale": Obama non poteva parlare perchè in America comanda uno solo… è tutto vero, ma, evidentemente, delle volte il neo Presidente si gira mentre gli altri usano il labiale….

Ecco la sua distrazione: clikka qui

Obama Caricatura

Andreotti

17/01/2009

2975028967_00f04b6171"Non mi piacciono le biografie da vivo. Però capisco che ci si occupi della mia vita. In fondo, in un certo senso io sono postumo di me stesso."

                                                                                    Giulio Andreotti

Raccontare la vita di Giulio Andreotti cercando al contempo di offrire un’analisi organica di un’epoca storica complessa travagliata è impresa titanica ed improba. Onore a Massimo Franco, squisito notista politico del Corriere della Sera, per essere uscito a testa alta da un simile impegno.

Chi è quest’uomo politico che ha rappresentato una presenza immanente, apparentemente silenziosa, nella storia d’Italia dal 1946 al 2006? Chi è questo Statista la cui silhouette ha stuzzicato la fantasia perversa di un popolo dal rapporto morboso con il potere ed i suoi detentori? Chi è questo soggetto che è parso impermeabile a tutto, emblema del cinismo, vate del calcolo politico e totalmente privo di sistema nervoso e, a tratti, di umanità?

Il motivo per cui il libro di Franco "Andreotti – la vita di un uomo politico, la storia di un’epoca" va letto è che, sapientemente, l’autore si preoccupa di dare le risposte che è in grado di offrire, senza scivolare mai nelle illazioni, nelle presunzioni, nei "teoremi". Sul piano umano punta innanzitutto a demolire l’immagine di un essere umano freddo ed indifferente oltre misura, fornendo aneddoti che fanno finalmente luce sulle sofferenze che un uomo non può non provare di fronte a situazioni come "il caso Moro" o i processi lunghi di cui è stato imputato.

Sul piano politico, quello che naturamente interessa di più, Massimo Franco si affida alla piccola grande storia dei fatti che si sono succeduti dal suo ingresso tra gli universitari cattolici della FUCI fino alla candidatura a Presidente del Senato nel 2006, dando una sua interpretazione ma lasciando che siano soprattutto gli eventi stessi a fornire una chiara interpretazione di sé. Ne emerge la figura certamente in chiaroscuro di un politico, conservatore, cattolico, italiano, del secondo dopoguerra.

Ognuna di queste connotazioni ha una sua cifra peculiare ed un significato profondo. Innanzitutto, al di là di ogni attributo cui si accompagna, la base è l’aggettivo sostantivato "politico": una definizione che oggi non ha nemmeno un’accezione negativa; sembra piuttosto aver perduto ogni collegamento con la realtà. Egli ha inteso il suo ruolo come un insieme di regole da rispettare, condivise all’epoca da un intero mondo, di riti da celebrare in quanto espressione di tradizioni e valori sempre vivi, di parole plasmabili come creta o pieghevoli come giunchi in nome di fini più elevati, di visioni storiche da conciliare con l’amaro e faticoso presente, anche con comportamenti discutibili. E con una cristallina consapevolezza – talvolta affermata con toni quasi cinici – del confine che separa etica e politica.

Andreotti è stato un conservatore nel senso abilmente descritto da Prezzolini, "Un conservatore è colui che, fatti salvi i principi in cui crede, è disposto a discutere di tutto il resto". Egli è sempre stato l’alfiere di una corrente di destra della DC, vicinissimo al Vaticano al punto di essere spesso considerato un "cardinale laico", anticomunista da sempre, fedele atlantista ma mai schiacciato sulle posizioni statunitensi, europeista degasperiano, conservatore alle soglie della reazione sui temi etici. Detto questo, a seconda delle circostanze storico-politiche in cui si è trovato, ha guidato un Governo retto sull’astensione del PCI, è stato giudicato ad un certo punto il Ministro degli Esteri più filo-arabo e distante dagli USA della storia repubblicana, ha sempre rifuggito dalla prospettiva di una Germania unita come perno di un’Europa unificata, pur contrastando fieramente divorzio, aborto, etc. non ha mai dimenticato il suo ruolo di uomo di Stato.

Cossiga sostiene con una punta di veleno che Andreotti è stato "il più grande Statista del Vaticano". In parte è vero. Non del tutto, però. Ha se mai cercato di seguire in politica estera una linea che tutelasse gli interessi nazionali senza spiacere alla Santa Sede, anzi possibilmente assecondandola. I suoi legami con la Chiesa non sono mai stati visti di buon occhio da una parte consistente dell’opinione pubblica, anche di chi ha votato DC per anni. Ma posto che il divo Giulio è praticamente cresciuto in mezzo a preti, vescovi e papi, un uomo politico non può non avere appoggi in una realtà all’epoca fondamentale per il Paese.

La Thatcher diceva di lui, con disprezzo misto a timore reverenziale, che era "un uomo senza principi", che anzi tendeva a giudicare "ridicolo" chi in politica si faceva guidare esclusivamente da essi e dall’etica. Non potrebbe esistere d’altronde un fossato più largo di quello che separava all’epoca un conservatore britannico da un democristiano mediterraneo. Ed italiano, soprattutto. L’anima più liberista, rigorista e decisionista del Paese che ha insegnato al mondo principi ed istituzioni di democrazia liberale maggioritaria e tendenzialmente bipartitica ha avuto enormi difficoltà a comprendere un Paese in cui i "Papisti" sono i difensori della democrazia contro il Parttito Comunista più forte d’occidente, in cui la mediazione è spesso un valore fine a se stesso e la rottura della pace sociale (spiegatelo ai minatori britannici degli anni ’80) viene vista come una rovina. I simboli di queste due visioni, pertanto, non potevano non guardarsi con diffidenza, pur rispettando la rispettiva intelligenza.

Franco abbozza anche il percorso di rapporti tra Andreotti e USA, disegnando lo Statista romano come un fedele di Washington e della NATO ed un punto di riferimento affidabile per gli Alleati in una prima fase, in quanto simbolo di una politica degasperiana e centrista che offriva garanzie. Salvo poi assumere un profilo diverso con una politica "equivicina" quando non filo-araba in Medio Oriente, un aperto sostegno alla Ostpolitik e, all’interno, la Presidenza di un Governo nato grazie all’astensione del PCI. Anche qui, ancora una volta, una figura percepita in chiaroscuro.

Sul piano interno, Andreotti ha cercato di affrontare i problemi "sminuzzandoli" e cercando soluzioni concrete nel breve periodo, non tenendo conto spesso del contesto più ampio e a volte senza una visione organica. La risposta "concreta", anche con le tanto famigerate raccomandazioni che tanto hanno giovato alla sua "corrente", è stata la caratteristica principale della sua attività nazionale. Con risultati non sempre eccelsi, va detto.

Argutamente Franco colloca nel 1991, anno della nomina "velenosa" a Senatore a Vita da parte del Presidente Cossiga, il principio del suo declino. Senza la "forza elettorale" che la sua corrente aveva acquisito in termini di preferenze, la sua neanche tanto nascosta ambizione a correre per il Quirinale fu subito azzoppata. Per essere poi definitivamente archiviata dopo l’assassinio mafioso di Salvo Lima, uomo di spicco della sua corrente in Sicilia, e la strage di Capaci, che impose al Parlamento una rapida convergenza sul nome di un uomo integerrimo e senza macchia, quell’Oscar Luigi Scalafaro che rappresenta forse il "Romolo Augustolo" della Prima Repubblica e, a mio avviso, uno dei peggiori esempi di reggenza del Colle.

Si dice che l’omicidio di Lima sia stato un segnale inviato ad Andreotti, che dopo aver "corteggiato" i voti raccolti da amici mafiosi, sarebbe stato minacciato e poi punito per aver voltato le spalle a Cosa Nostra con leggi speciali in nome della Corsa al Quirinale. Franco ricorda con acume e raziocinio che i voti siciliani erano poca cosa rispetto alla vera roccaforte elettorale di Andreotti. Roma e il Lazio. Tuttavia, correttamente, si sospende il giudizio.

Quanto al crepuscolo della sua presenza sulla scena, i processi per mafia e per l’omicidio Pecorelli, Franco riesce con le testimonianze degli allora PM della Procura di Palermo e dell’Avvocato Bongiorno a ricostruire le falle, rivelatesi poi fatali, dell’impianto accusatorio. E se è vero che la Cassazione ha poi confermato che fino al 1980 Andreotti aveva avuto rapporti con la mafia, tuttavia ammette che per il resto si tratta di illazioni foraggiate da pentiti che non dicono il vero.

Poi in che termini questi rapporti con la mafia ci siano stati e a cosa abbiano portato resta uno dei misteri che una magistratura infoiata dal gusto del processo politico non è riuscita a chiarire e che resterà (forse per sempre) un enigma. Quanto al resto, ovvero rapporti con la P2, con i servizi deviati, con i fascisti, con chiunque abbia tramato o complottato in questo Paese per intorbidare le acque, c’è poco da dire. Il Piano di Rinascita di Gelli è quanto di più lontano dalle concezioni politico-istituzionali di Andreotti, i servizi all’epoca erano così slabbrati che erano divisi in "gruppi" che facevano riferimento ad un uomo politico, a ciascuno il suo.Per Andreotti, infine, i fascisti sono stati un bacino elettorale da proisciugare in certi momenti (Franco lo spiega bene) o persone da utilizzare per convergenze tattiche in altri.

Resta dunque una complessità di rapporti, azioni e finalità che non può essere liquidata con la vulgata popolare di Belzebù che trova la sua sublimazione recente nel film "Il Divo". Né assolvere, né condannare. Ma piuttosto capire, come si propone l’autore, il ruolo politico di quest’uomo in un’Italia che ha vissuto in quei tempi una delle fasi più buie e pericolose della sua storia. Con la consapevolezza, mi permetto di aggiungere, che – per il ruolo svolto in alcune delicate fasi politiche all’interno e, soprattutto, per la sua attività sul piano internazionale – Andreotti è stato uno dei più grandi Statisti italiani.

E come dice lo stesso Massimo Franco, "all’altezza della spalliera (dello scranno di Andreotti in Senato, ndr) è visibile un piccolo cratere quasi perfettamente circolare, con un diamtero di una quarantina di centimetri: l’impronta della schiena curva del senatore a vita (…). E’ il trionfo della sua fisicità, e dei misteriosi significati che trasmette da sessant’anni all’Italia un corpo modellato per incarnare le versioni più immaginifiche e inquietanti del potere. Quel progressivo, inesorabile ripiegamento su se stesso, millimetro dopo millimetro, finisce per diventare la metafora del Belpaese "storto"."

Tova, koeto Iskash

16/01/2009

Questa canzone dal titolo ammiccante, "Tova, koeto iskash" ("la cosa che vuoi", più o meno), è al secondo posto della World Top Chart Express di MTV.

Lei è Krista ed è bulgara.

 

Il Divo

14/01/2009

GIULI_b1Nel giorno in cui si apprende che purtroppo Gomorra non è stato selezionato tra le pellicole che si contenderanno l’Oscar per il miglior film straniero, ma soprattutto nel giorno in cui un pezzo di storia d’Italia, Giulio Andreotti, compie 90 anni, sembra doveroso dedicare un paio di pensieri al trait d’union che lega il cinema allo statista. Il film "Il Divo".

Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, "Il Divo" è un prodotto riuscito. E’ il giudizio più aderente alla realtà che mi viene in mente: "prodotto riuscito". Non si può dire altrimenti perché il regista, Paolo Sorrentino, è bravo. Il film ha ritmo, è capace di far sorridere, di far riflettere e di avvincere lo spettatore. Il protagonista, Toni Servillo, è magistrale a tratti. Oltre ad interpretare molto bene curvatura, camminata e persino voce di Andreotti, trasuda carisma.

Alcune scene sono assolutamente surreali, condite da una colonna sonora di ottimo livello. Il materiale immaginario che Sorrentino plasma e offre, colpisce. E molto. Le battute del sette volte Presidente del Consiglio, la ricostruzione di alcuni incontri e di certe situazioni è piuttosto fedele ai racconti dello stesso Andreotti o di persone a lui vicine.

Però.

Il "però" è che il prodotto è riuscito perché vellica gli istinti neppure troppo sopiti di una parte consistente dell’opinione pubblica che ha considerato, e in fondo considera tuttora, Andreotti come il vero "grande vecchio" (anche quando vecchio non era…) che da dietro le quinta ha tenuto e mosso a piacimento i fili della storia del Paese. Usando quei fili, a volte se non spesso, in modo occulto, illegale, antietico e per fini subdoli, osceni, cinici. Un "Belzebù" in carne ed ossa insomma.

Se come dicevo la ricostruzione di alcune situazioni appare fedele nella forma, il taglio che gli dà la pellicola è in sostanza forzato, volutamente alterato per confermare una tesi precostituita: Andreotti è stato un intelligentissimo criminale politico, non uno statista che ha necessariamente esplorato in quarant’anni di vita politica anche i grigi interstizi della società. Annullando così di colpo la siderale differenza che passa tra un boss della mafia ed un uomo politico di potere.

Differenza invece ben spiegata da Massimo Franco nel suo recentissimo libro su Andreotti di cui vorrei scrivere due righe non appena lo finirò.

La ridicola e semplicistica "confessione" che Servillo/Andreotti rilascerebbe alo spettatore in prossimità della fine per ammettere che "è stato necessario compiere il male per fare il bene" e le immagini di un Aldo Moro provato che dalla prigione delle BR lancia velenosissime accuse di immoralità (per usare un eufemismo) ad Andreotti sono i punti cardine di una captatio benevolentiae esercitata con forti suggestioni su un pubblico che alla fine queste cose le ha sempre pensate e crede di averle sempre sapute. Il "gioco" Moro Santo vs. Andreotti Demonio è vecchio quanto il cucco, come si dice a Roma.

La pervicace volontà di rovesciare le sentenze di assoluzione emanate a favore del Divo per l’omicidio Pecorelli ed i rapporti con la mafia sono la ciliegina sulla torta. Aleggia in quelle scene un’aria da "tanto lo sappiamo com’è andata veramente", l’impressione che "gli amici" di Andreotti possono aver aggiustato i processi ma tanto "la Verità" con la V maiuscola noi la conosciamo.

E’ la stessa stupida, infantile convinzione da crociata che ha animato i deputati dell’Italia dei Valori oggi, inducendoli ad abbandonare l’aula durante la celebrazione dei 90 anni di Andreotti. 

Il quale, presumibilmente, notando la scena con la coda dell’occhio, all’ombra della sua curva silhouette, al massimo avrà alzato un sopracciglio.

Addio Libano

13/01/2009

libanoNon prendiamoci in giro. Quando ieri le ultime due puntate hanno sancito la fine della serie "Romanzo Criminale" su Sky Cinema, abbiamo avvertito un senso di smarrimento. Di vuoto. Non è stato il commiato di una semplice fiction che ci ha tenuto compagnia, di una semplice presenza che ha impedito a molti (almeno a me) di trascinarci fuori di casa o viceversa biascicare assonnati che "non c’è niente in TV" il lunedì sera.

Scontati i complimenti sperticati al regista Stefano Sollima, agli sceneggiatori, agli attori e a tutti quelli che hanno lavorato ad una produzione di successo. Ma un messaggio subliminale, strisciante si è liberato dal tubo catodico, ha raggiunto le nostre case e si è incuneato nel nostro cervello. La sottile sensazione di piacere, l’inconfessabile simpatia che sfocia in commendevole ammirazione per figure che mitizzano – non dimentichiamolo – una banda di assassini, nasce da un ancestrale bisogno. Un’insopprimibile necessità dell’animo umano. L’epica.

Apparteniamo ad un’era e ad una generazione che non nascondono affatto la crisi di astinenza da "eroi" che rappresentino qualcosa, che sia un valore o un dis-valore, una certezza incrollabile o al contrario una fragilità disarmante. E la trilogia "libro – film – serie" di Romanzo Criminale, che da semplice raccolta di deposizioni, atti giudiziari e sentenze viene plasmata da uno straordinario ed insospettato "aèdo" come Giancarlo De Cataldo, magistrato con il pallino della narrazione, e trasformata in materiale epico, ne è un esempio quanto mai calzante.

Se fare del libro un film, e poi addirittura una serie, è un passaggio promozionale ed industriale quasi obbligato e per nulla originale, l’empatia che il lettore-spettatore prova nell’immergersi in una Roma anni ’70-’80 solcata da terroristi rossi e neri, trame oscure di servizi retti o deviati, politici cinici o martiri, criminali apparentemente comuni, è tutt’altro che "nazional-popolare". Il Libanese, il Freddo, Dandi e gli altri si ergono a "eroi" di una storia che dietro di loro vede cela altre figure di cui si parla meno, i Marsigliesi prima, le bande di Vallanzasca della Comasina e di Epaminonda il Tebano (poi ditemi voi se l’epica non c’entra…) a Milano poi.

Come se nella per noi ingarbugliata, incomprensibile e dolente vicenda di quei decenni del nostro Paese, l’Italiano trovasse un rifugio quasi rassicurante e consolatorio nella mitologia del "bandito", nelle saghe dei "briganti" che tanta fortuna hanno avuto in molte regioni, ma anche in Europa ed in tutto il mondo.Come se, in fondo, ci si riconoscesse di più in un gruppo di malviventi che lambiscono soltanto le complesse vicende della politica nazionale per dedicarsi con molta più attenzione a sfide chiare: vita o morte, controllo del territorio o estromissione, potere o oblìo.

Forse anche per questo la "trilogia" sembra trovare il suo sbocco naturale in un’aura di tragedia. Un ideale percorso di crimini, sogni e storie umane che si lascia dietro una lunga scia di sangue e sembra concludersi – almeno per ora – con le ultime due puntate di ieri sera. Proprio quegli episodi, infatti, danno a mio avviso la cifra della definitiva trasformazione di una mera vicenda di ordine pubblico in una narrazione epico-tragica.

Il particolare che sovrasta gli altri è la mutazione del capo della "banda". Impersonato da uno straordinario "pischello" di nemmeno 25 anni, Francesco Montanari, il Libanese smette i panni del criminale da strada e veste quelli di un Riccardo III del Terzo Millennio. Il volto sfigurato da alcol e cocaina, i connotati stravolti dalla paranoia, il delirio della solitudine, persino la progressiva incurvatura della spina dorsale trasformano un coatto omicida in un personaggio di spessore quasi shakespeariano.

La cui morte non è un semplice fatto di sangue da derubricare burocraticamente a "regolamento di conti". E’ la definitiva consacrazione di un eroe maledetto e normale, che aspira a governare Roma come un imperatore e muore piangente sotto le finestre della madre, che minaccia le spie dei servizi ma sogna e rivive le risse da ragazzino di quartiere.

Ciò che sancisce il trionfo del lato oscuro dell’uomo medio è la fine del Libanese, accasciato sull’asfalto, sotto la pioggia, davanti alla casa natìa, sotto lo sguardo del suo principale nemico. Una fine degna dell’ultimo atto di una tragedia moderna e popolare. 

Con i compagni – cortigiani che, circondandolo da lontano, sembrano pronti a gridare "il Re è morto. Viva il Re."