Sofia 1973: Berlinguer deve morire

sofiaUn mio caro amico dal passato molto comunista mi ha prestato mesi fa una valanga di libri. Solo ora, con l’ausilio delle vacanze, sto iniziando a restituirgliene alcuni. Tra questi, un paio di libri di fumetti, un giallo ambientato nell’Impero Ottomano, un libro di cui farò cenno tra qualche giorno ed un libercolo, cui – devo ammetterlo – avevo dato non soverchia importanza all’inizio.

Il quaderno – più che libro – in questione, reca un titolo che risulterebbe perfetto per un settimanale scandalistico o per una sordida inchiesta pilotata da chissà quale magliaro del giornalismo nostrano: "Sofia 1973: Berlinguer deve morire". Lo hanno scritto due giornalisti di Panorama, Giovanni Fasanella e Corrado Incerti e lo ha pubblicato Fazi Editore.

Vinte le comprensibili, iniziali resistenze, il libro si divora facilmente (107 pagine), in parte per una gustosa serie di indicazioni sulla vita di un Paese dell’Est – la Bulgaria, nella fattispecie – dopo il crollo del Muro di Berlino, sulla difficoltà di ricostruire tra lo sbando dei funzionari e le macerie dell’antica struttura che fu alcuni episodi della storia del regime, sulla complessità di una transizione che qualche strascico continua a lasciarlo.

Ma soprattutto per il breve, incisivo ed illuminante spaccato di alcune realtà italiane ed internazionali del periodo della Guerra Fredda. Realtà che si intrecciano, incastrandosi come le tessere di un puzzle e che compongono un quadro cristallino, razionale. La tesi naturalmente è che nel corso di una sua visita a Sofia nel ’73, l’allora Segretario del PCI sia scampato ad un attentato organizzato dai servizi segreti bulgari per conto di Mosca.

Sia chiaro, prove schiaccianti non ce ne sono. Ci sono le impressioni di Berlinguer confidate a familiari ed amici, ricostruzioni del clima politico di allora, un discreto lavoro di ricerca di documenti e testimonianze (assai difficile nel 1991 per la situazione degli archivi bulgari, ma il reperimento dei varbali dell’incontro tra Berlinguer e Zhivkov merita un applauso), un buon compendio delle relazioni tra i diversi partiti comunisti europei e tra loro e l’orso sovietico.

Non mi addentro in dettagli. Se riuscite a trovare il libro (in bocca al lupo), consiglio di leggerlo. Basti sapere, tuttavia, che al centro della storia non c’è tanto il puro e semplice intrigo, o presunto tale, per assassinare il leader del PCI, quanto piuttosto il filo conduttore della politica del leader del PCI.

Ciò che più avvince, infatti, è la battaglia ingaggiata da Berlinguer, uomo appassionato, con l’ortodossia moscovita sin dalla sua elezione a Vice Segretario nel 1969, che si traduce progressivamente in una aspra critica del "pugno di ferro" brezneviano nell’Europa dell’Est, di cui la repressione della Primavera di Praga rappresenta il primo tragico esempio, nel distacco dai principi della leadership dell’URSS sui partiti comunisti d’Europa e del mondo e nell’avvio dell’esperienza, poi rivelatasi fallimentare, dell’eurocomunismo. Una "guerriglia" politica senza esclusione di colpi, che Berlinguer deve giocare anche in casa, fronteggiando un’autentica "quinta colonna" sovietica in seno al partito, guidata da Armando Cossutta (…) con l’aiuto dei fondi e dell’intelligence di Mosca. Sia detto per inciso, molti dei nomi che con lui condividevano questa strategia, lo hanno seguito nella successiva scissione della Bolognina e nella nascita di Rifondazione Comunista.

C’è la lucida descrizione del milieu politico in cui matura la celebre affermazione di Berlinguer di sentirsi "più sicuro stando di qua", riferendosi all’ombrelo della NATO, e l’accenno alla brusca interruzione della sua avventura politica – di cui ancora oggi è difficile individuare i potenziali punti di arrivo – dopo il noto comizio di Padova del 7 giugno 1984.

E, in fondo, pur vellicando i pruriti dei dietrologi incalliti, il libercolo non è che un piccolo omaggio alla grande esperienza politica di un uomo che ha costruito una parte fondamentale – condivisibile o meno, in tutto o in parte – della storia di un grande partito italiano.

No, per favore. Oggi non mi va. Niente paragoni col presente.

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Una Risposta to “Sofia 1973: Berlinguer deve morire”

  1. utente anonimo Says:

    Ecco lo sapevo che mi avresti fatto piangere… comunque mi ricordavo che quello strano incidente era avvenuto a Praga… avevo capito male!

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