Eia eia trallallà

490870096cb44_zoomTra i diversi umori che avvelenano la quotidianità di questo Paese asfittico al punto da scivolare gradualmente in uno stato pre-comatoso emerge – si dice – una progressiva ma tangibile recrudescenza della violenza fascista. Un rigurgito nauseabondo che lascia chiazze indelebili in diverse parti d’Italia.

In realtà, a me pare, l’interpetazione autentica di un fenomeno che non può essere taciuto è da ricercarsi altrove. Non tanto in una rinnovata strategia della tensione che miri a riportare il Paese sotto l’egida – peraltro inesistente da almeno quarant’anni – di legge ed ordine, quanto bensì in un diffuso malessere che porta due nomi ben più oscuri e pericolosi: impotenza e disorientamento.

Non credo che gli episodi dell’assassinio del ragazzo italiano di origine senegalese a Milano o del pestaggio del ragazzo di colore a Parma da parte dei vigili urbani (in borghese!) o dell’aggressione al giovane cinese a Torpignattara siano avvenimenti da inquadrare in una speciosa e fosca cornice di rinvigorimento dell’azione di forze che si richiamano al fascismo o addirittura al nazismo.

Sulle differenze ideologiche tra l’uno e l’altro (posto che il primo non ha mai avuto una vera e propria codificazione di principi, valori e regole) e tra un regime autoritario che tentò di trasformarsi in totalitario – quello italiano – ed un regime nato già come brutalmente totalitario – quello hitleriano – mi limito a rimandare alla lettura di quel genio straordinario che è stata Hanna Arendt. 

Ciò che stiamo vivendo ora, invece, è a mio avviso lo sfogo becero e belluino di un’aggressività repressa figlia di una frustrazione pressoché generalizzata e della totale assenza di punti di riferimento. L’insoddisfazione per la propria collocazione sul piano individuale, sociale, valoriale o politico, non adeguatamente canalizzata verso una "rappresentanza" religiosa, partitica, associazionistica o anche solo meramente culturale, finisce per tradursi in cieca e insensata violenza scaricata su un unico bersaglio di riferimento: il più debole, chiunque esso sia. L’immigrato, certo, ma anche l’anziano, l’isolato, l’omosessuale, il disabile. Il diverso, insomma. L’alter rispetto alla propria "tribù" di riferimento.

L’incapacità delle normali espressioni sociali in questo Paese di raccogliere le istanze di disorientamento provenienti da persone disagiate, soprattutto le più giovani, e parlo dei partiti politici, delle associazioni e dei sindacati – ormai divenute lobby a difesa di categorie ben precise e dei loro particolari interessi – della scuola e della famiglia – sempre meno in grado di fornire codici di comportamento vincolanti e di spiegare le ragioni e gli scopi della convivenza civile – e persino dei culti religiosi talvolta, lasciano sempre più spazio ad una visione distorta della realtà. Della propria realtà.

Una visione che sfocia in due possibili comportamenti sociali. L’individualismo radicale che conduce ad un vago nichilismo autoassolutorio, di cui l’espressione più concreta sono l’alcolismo sempre più diffuso, l’abuso di cocaina ed altri stupefacenti, la violenza sessuale "di branco" con videofonino o no e le folli corse in autostrada prima di schiantarsi contro un guard-rail. Oppure l’adesione a gruppi radicali o anti-sociali di vario genere.

Tra questi ci sono i risorti gruppuscoli terroristi stile BR, le baby-gang, gli ultras e, naturalmente, le bande similfasciste di estrema destra. Queste ultime incarnano in modo particolare la "via di uscita" per alcuni di questi soggetti: un codice di comportamento, un presunto "ideale" politico per cui "combattere", un "nemico" chiaro e preciso da colpire (il nero, il comunista, il cinese, a volte il poliziotto). Non è un caso che spesso questi gruppi abbiano un alter ego o "filiali" proprio nelle curve degli stadi. Il concetto è lo stesso: la bandiera della squadra da difendere, la "mentalità ultrà" come codice di comportamento, il nemico da combattere e la mistica dello "scontro fisico". L’unico mezzo per affermare la propria identità.

Questa semplice logica aggregativa è alla base della crescita oggi di Forza Nuova, Blocco Studentesco, etc. come lo era ieri alla base di fenomeni come Movimento Politico, Meridiano Zero, Base Autonoma, etc.

Non ritenendomi del tutto cieco, tuttavia, non voglio eludere la questione della maggiore visibilità che le azioni di estrrema destra ed i loro protagonisti hanno conquistato a forza sul palcoscenico slabbrato e decadente della cronaca e della politica nazionale. Il vile e lurido omicidio di Renato Biagetti a Focene, quello altrettanto ributtante di un ragazzo a Verona, i raid contro i campi rom, l’aggressione al concerto della Banda Bassotti a Villa Ada a Roma, il pestaggio di gay e lesbiche in diverse città, i cori fascisti e i saluti romani alle partite della nazionale e gli scontri a Piazza Navona tra studenti sono tutti episodi melmosi, con una matrice teppista mascherata da colorazione politica.

Ma certo è difficile escludere che in questi gruppi non ci siano persone più smaliziate che si sentono  "legittimate" in questo preciso frangente storico-politico, con un governo di centro-destra, ad alzare il livello dello scontro. Penso che soprattutto Alemanno, in virtù dell’emergenza degrado che Roma vive ormai da anni e del sospetto che il suo passato suscita, dovrebbe impegnarsi al massimo perché ciò venga evitato. 

La risposta deve essere durissima sul piano repressivo. Il reato di "apologia del fascismo" esiste eccome. La violenza va sradicata con decisione: la parola d’ordine "legalità" vale per tutti, non solo per gli immigrati. Ma da sola, la repressione non basta. Bisogna offrire un’alternativa: lo Stato torni a fare lo Stato, e così la scuola e la famiglia tornino ad insegnare in primo luogo a stare al mondo, senza falsi permissivismi. I partiti tornino a proporre modelli culturali e ideali generali, abbandonando una volta per tutte l’idea che i voti si conquistano solo blandendo singole categorie o bacini (popoli delle partite iva o dipendenti pubblici, studenti o imprenditori), la Chiesa torni a levare la sua voce sui drammi dell’uomo senza svilire il suo magistero in polemicucce da sezione di partito.

La medicina per i molti disorientati, avviliti, arrabbiati con molti perché ma senza ragione è una sola: studiare. Leggere fino a diventare orbi per far funzionare il cervello e cercare di capire come funziona ciò che ci circonda. Altro che mazze col tricolore, slogan di ogni genere, caschi, catene e tavolini lanciati.

E a tutti coloro che, giornalisti in primis, scomodano paroloni come 1968, fascismo, comunismo, diritto allo studio, libertà di informazione, attentato alla costituzione, deriva autoritaria e chi più ne ha più ne metta mi permetto di ricordare che, come disse Karl Marx, "ogni avvenimento nella storia si presenta due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa".

Rassegnamoci, amici. A noi è toccata la farsa.

   

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3 Risposte to “Eia eia trallallà”

  1. marish Says:

    Fantastico il finale. Degno di un gruppo di imbecilli come noi che si ostina a cercare di capire le cose oltre la superficiale rilettura da parte della nostra classe politica, giornalistica… etc. Ti faccio i complimenti per aver trovato la forza di parlare di un argomento che trovo demenziale nel suo solo esistere al mondo. Non ne ho parlato. Nemmeno mi interessa molto, d’altronde. In piazza navona poteva entrare l’esercito e fare una strage. Indiscriminata però. Strage di un gruppo di ignoranti che trova la sua ragione di essere nei ricordi di un appartenza politica che non esiste più nemmeno in Argentina. Ma anche di una strage di ignoranti che trova la sua ragione di vita nelle occupazioni, nello stare insieme e bla, bla, bla. Nessuno a cui sia venuto in mente di affrontare a viso aperto il problema di una scuola inesistente sotto il punto di vista della sua funzione primaria. Far studiare. Ma, ripeto, non me ne frega niente. Io la storia la conosco (come la conoscete voi, amici miei) e me ne fotto di chi la usa per divertirsi e per sentirsi “qualcuno”. Io vedo un mondo che si interroga inquieto di fronte alla verosimile, oramai e soprattutto legittima, vittoria di Obama. Uno che cambierà, dati i presupposti, molto delle modalità d’azione degli Stati Uniti. E’ un esempio. Ne avrei a pacchi. Ma lasciamoli divertire. I fascisti aggrediscono i rossi. L’Italia è rimasta culturalmente al ’77. Tutto questo mentre il mondo corre. Corre lontano. E noi lo stiamo salutando senza renderci conto che sarà difficile riprenderlo. Mi rimane solo sperare che Hamilton faccia il suo dovere.
    De.
    M

  2. gau Says:

    D’altronde, fratellino, se questo è il Paese che ha meno da temere dalla crisi – si dice – perché è rimasto al palo da anni, ci sarà pure un perché…

  3. utente anonimo Says:

    Eia eia, trallallà, ma se la storia si ripete in farsa, che dire di Cossiga che vuole il pugno duro (anche mistificando la realtà!) e poi con quello stesso pugno verga letterine che ricordano gli antichi capi indiani («Caro Capo», scrive, per intenderci; grande capo manganello potente?). A Cossiga ho scritto una bella letterina anch’io. Per chi la volesse leggere, lascio il link:
    http://mariobadino.noblogs.org/post/2008/11/10/vecchi-donne-e-bambini-una-lettera-a-francesco-cossiga

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