Archive for novembre 2008

Mmmmm…

24/11/2008

Si cominciano a sentire gli scricchioli.
Li sentite? No? Non vi preoccupate.
Camillo che ci sta a fare, sennò?!?
Daje. Daje tutti.ù

Immagine 1

Sandro Curzi

24/11/2008

Roma 4 Marzo 1930- 22 Novembre 2008. I Balordi ringraziano tutti quanti si uniranno al cordoglio per la scomparsa dell’inventore di Telekabul! Che la terra ti sia lieve compagno Sandro!

Sandro Curzi

Fuori dalla porta, dentro dalla finestra

22/11/2008

hillary_obamaPensavamo di essercene liberati. Ci sembrava che il popolo americano – in primis nel campo democratico – avesse parlato chiaro. Delle certamente numerose cose buone che la vittoria Obama recava in nuce, oltre a tutte quelle ampiamente descritte e dibattute sui media, c’era anche la sconfitta politica netta di Hillary Rodham Clinton e la sua conseguente (o almeno speravo) uscita di scena.

L’abbiamo detto più volte: Hillary doveva uscire di scena in primo luogo per spezzare una buona volta questo monopolio da famiglie Montecchi – Capuleti cui i signori Bush e Clinton avrebbero dato vita da qualche anno a questa parte. E invece apro il giornale qualche giorno fa e che ti leggo? Che Obama avrebbe offerto alla sua ex rivale niente di meno che il Dipartimento di Stato (il posto da Ministro degli Esteri). E addirittura – colpo ancor più duro per le mie giovani ma già affaticate coronarie – scopro ieri che, dopo averci riflettuto compunta e contrita, Hillary alla fine si sarebbe decisa ad accettare.

Così, ciò che esce apparentemente dalla porta rientra in grande stile dalla finestra. Io capisco le suggestioni abrahamlincolniane di Obama sulla costruzione di un "team di avversari" capace di produrre idee migliori di un gruppo di consiglieri fedeli, sulla "magnanimità" che il nuovo Imperatore con le origini alla periferia più lontana dell’Impero vuole dimostrare, sul parcere subiectis democrat che deve sostituire il vae victis bushiano e, forse, sulla necessità di affidare la carica di Segreterio di Stato ad una personalità nota e di prestigio, magari più difficile da trovare nelle fila degli obamiani di stretta osservanza.

Temo – e spero vivamente di sbagliarmi – che sia un errore. Al di là delle considerazioni emotive sul "familismo" di cui sopra e sulla sfrenata ambizione della Signora Clinton, che lasciano il tempo che trovano, l’appointment presenta a mio avviso alcune controindicazioni. La più evidente è che, stando a quanto emerso in campagna elettorale, le posizioni dei due in politica estera sono alquanto diverse: Obama più cauto su Iran e Russia, ad esempio, la Clinton più dura con slogan tipo "con i dittatori non si parla". Ricordate poi lo spot piuttosto inquietante con cui Hillary accreditava la tesi che in caso di grave crisi internazionale il Presidente deve essere in grado di prendere decisioni anche se svegliato nel cuore della notte?

La seconda, conseguenza della prima, è che i due potrebbero lanciare sulle varie questioni messaggi "contrastanti". Il che sarebbe esiziale per i delicati equilibri nei diversi scenari "caldi" del pianeta. Inoltre, è vero sì che Obama è il Presidente e alla fine decide lui, ma non sono così sicuro che Hillary metta a tacere la propria personalità e, in caso di opinioni diverse con la Casa Bianca, si ritiri in buon ordine.

Ma a mio avviso il problema più importante è un altro. E cioè che Hillary riporti nell’Amministrazione USA i capisaldi della politica estera del marito Bill, quella che ha aperto il fronte del Kossovo per gestirlo in modo abbastanza improvvisato, che aveva creato con gli Accordi di Dayton una Bosnia instabile e perennemente sull’orlo della catastrofe, che ha mandato le truppe in Somalia per poi ritirarle frettolosamente e abbandonare il Paese al suo destino (con il risultato che oggi Mogadiscio è in mano alle Corti Islamiche), che ha sottovalutato la crescita della minaccia terrorista di Al Qaeda.

Purtroppo, all’interno della macchina politica democratica chi conta sono loro. Loro ed i loro collaboratori, un paio dei quali sono stati già arruolati dal neo-Presidente. Nulla da dire: la politica è una questione di equilibrio tra poteri.

Certo, il mondo non è più quello del 1992. Le minacce sono diverse, ben più gravi e arcinote. Servono maggiore multilateralismo e strategie più complesse. Ma proprio per questo Hillary è attesa al varco.

Se, come si sussurrava a Washington, era davvero lei a dare i consigli più importanti a Bill, ora ha l’opportunità di riscattarsi.

 

 

Ossessione Ting Tings

22/11/2008

TingTingsPostFAY500Sono letteralmente ossessionato da un paio di canzoni, da un gruppettino pop – elettronico britannico.

Loro sono i Ting Tings: avrete sentito uno dei loro singoli in più di una pubblicità. Sono giorni che mi sveglio la mattina e mi si stampano questi motivetti nel cervello, lavoro e continuo ad averli in testa, torno a casa e cerco i video su You Tube.

Sono due, i Ting Tings. Lei, Katie White, ha una notevole somiglianza con Natalie Imbruglia e qualche tratto di Gwen Stefani, almeno nell’atteggiamento. Lui, Jules De Martino, è identico a Ludovic Giuly, l’ex giocatore francese della Roma.

Sarà questo. Sarà che mi sono immedesimato con gli incubi di Spalletti che non ha più un giocatore di fascia degno di questo nome dopo la partenza di Mancini e dello stesso nanerottolo transalpino,  gli infortuni di Tonetto e Cassetti ed il disastro in avvio di John Arne Riise.

Sì, sarò ossessionato da questo.

Come diceva Christian De Sica in uno dei suoi ultimi spot: aiutatemi.

 

Ci copiano…

21/11/2008

veltroni…o meglio: leggono il libro su Craxi di Massimo Pini e arrivano (con qualche mesetto di ritardo) alle nostre stesse conclusioni…

Dal "Corriere della Sera" di oggi:

Il futuro a rischio del Pd

 

Quando, un paio di anni fa, la nave del Pd prese finalmente il largo, si disse che stava per nascere non un nuovo partito, ma un partito nuovo. Non voleva essere soltanto un gioco di parole. Di nuovi partiti, dopo il collasso della Prima Repubblica, ne erano nati e morti un’infinità: nessuno avrebbe potuto entusiasmarsi all’idea di metterne su un altro, seppure più grosso, nella speranza che le debolezze di Ds e Margherita, sommate, dessero luogo a una forza. Porre mano alla costruzione del partito nuovo del centrosinistra, invece, rivelava, o avrebbe dovuto rivelare, ben altre ambizioni. Magari di natura diversa. Quelli che avevano una qualche dimestichezza con il Pci potevano cogliervi, volendo, anche un richiamo al miracolo politico di Togliatti au retour de Moscou (in fondo l’unica rifondazione che il comunismo italiano, trasformandosi da setta di rivoluzionari di professione in partito di massa fedele all’Urss, certo, ma anche radicato in tutte le pieghe della società, abbia mai conosciuto), e insomma una trasfigurazione, e al tempo stesso un inveramento, della loro storia: veniamo da lontano, e andiamo lontano.

Ma di Togliatti in giro non ce n’erano, e nel costituendo Pd potevano al massimo inverarsi e trasfigurarsi, come in effetti è accaduto, il Pds e i Ds, che del Pci avevano ereditato quasi tutti i vizi ma quasi nessuna virtù. Quelli che con questa storia non avevano legami, o li avevano più nettamente recisi, immaginavano qualcosa di diverso: un partito come in Italia non c’era mai stato, la casa in cui tutti i riformismi e tutti i riformisti avrebbero potuto vivere da liberi e da eguali, una grande forza post ideologica a vocazione maggioritaria in grado di candidarsi a governare in una democrazia bipolare, e anzi tendenzialmente bipartitica. Ma per gettare le basi di un partito così sarebbe servito un big bang, o almeno un vigoroso rimescolamento delle carte: non se ne è vista traccia, come per primi hanno dovuto constatare (a modo loro, e comunque in solitudine) Marco Pannella e i radicali.

I risultati si vedono. Nessuno, nemmeno quelli che sul nascente Pd erano stati critici e comunque dubbiosi, immaginava che, in un così breve volgere di tempo, la realtà si sarebbe rivelata peggiore delle previsioni più pessimistiche. Sette mesi dopo la sconfitta elettorale, fatica oltremisura a prendere corpo non solo la poesia del partito nuovo, ma anche la prosa del nuovo partito. Magari perché un partito, vecchio nuovo o seminuovo che sia, è tante cose, nobili e meno nobili. Ma prima di tutto è una comunità di valori e, perché no di interessi, un «grumo di vissuto», direbbe Pietro Ingrao, che non sta insieme se non c’è un mutuo riconoscimento di buona fede e di lealtà. Una comunità in cui si discute, ci si divide e, nel caso, ci si accapiglia, ma avendo sempre chiaro che c’è un limite oltre il quale l’unica prospettiva diventa la scissione o, peggio ancora, l’implosione: e cioè, parafrasando Marx, la comune rovina delle parti in lotta. È tutto da stabilire se il Pd abbia queste caratteristiche. Anzi, a dire il vero sembrerebbe proprio di no. E sembrerebbe pure che quel limite, se non è già stato superato, sia sul punto di esserlo. Saremmo felici di sbagliare.

Ma già ora non ci si chiede tanto quale sarà il futuro del Partito democratico, quanto piuttosto se un futuro il Partito democratico lo abbia, o se invece siamo già all’inizio di una fine annunciata. Come se al Pd stesse capitando qualcosa di simile a quello che capitò, quaranta e passa anni fa, al Partito socialista unificato, con la differenza che allora, nel momento della separazione, fu comunque possibile ai contendenti, peggio che ammaccati, rientrare nelle vecchie case, il Psi e il Psdi, mentre stavolta non ci sarebbero tetti, seppure malcerti, sotto cui trovare riparo nella bufera. O stesse succedendo qualcosa di simile a quello che potrebbe succedere ai socialisti francesi, paralizzati dai contrasti insanabili, di potere e di linea, tra prime donne che non riescono a prevalere l’una sull’altra, ma a bloccarsi reciprocamente sì. Esagerazioni, forzature, indebite drammatizzazioni? Può darsi. Ma a chi trovasse ingeneroso porre la questione in questi termini, basterebbe suggerire di scorrere le cronache di questi giorni, con il loro ampio corredo di reciproci sospetti sempre più velenosi e di reciproche accuse (dall’insussistenza politica all’intelligenza con il nemico) sempre più infamanti.

Ci si può esercitare nel tentativo di stabilire chi porti le responsabilità maggiori. Molto probabilmente, con tutto quello, e non è davvero poco, che gli si può rimproverare, non è il segretario. Ma non è questo il punto. Il punto è se il tutto il Pd è in grado di provarsi a stabilire subito, non domani o dopodomani, come e perché si è andato a cacciare in una situazione come questa, che non si lascia spiegare soltanto con una batosta elettorale prevedibile ma mai davvero indagata, e che la gente del Circo Massimo non merita; e se è ancora possibile uscirne, e per quali vie. Il punto è, in altri termini, se stiamo parlando di un organismo malato sì, ma vitale. In caso contrario, sarebbero guai seri. Per il Pd, si capisce. Ma anche per la democrazia italiana. Che, come tutte le democrazie, di un’opposizione degna di questo nome ha un bisogno vitale. Specie in tempi calamitosi come quelli che si avvicinano.

(Paolo Franchi)

Prego confrontare con ciò che i poveri balordi dicevano il 30 luglio 2007

Non so se qualcuno al Corriere ha davvero letto quel post, ma temo proprio che nel Pd non l’abbia fatto nessuno…

Timo Maas – Live at East

15/11/2008

28-01-06_0114Prendete un dj perfetto e inquietante come solo i geni teutonici sanno essere, catapultatelo su una console di una delle discoteche più nobili e all’avanguardia dell’Europa dell’Est e circondatelo con un’atmosfera un po’ glamour, con macchine fotografiche e cineprese, e un po’ lasciva, con cubiste vestite da collegiali che si sbaciucchiano e si sculacciano col righello.

Immaginate il tutto e avrete una vaga idea dello show che Timo Maas da Hannover ha regalato a centinaia di ragazzi di una città presa nella morsa tra orgasmo da sviluppo illimitato e tenebre da crisi incombente. Lui, Timo, continua a guardare concentrato il suo mixer buttando ogni tanto un occhio disinvolto ma attento alla platea per vedere se "obbedisce".

In una serata in cui sai di aver bisogno di buttarti alle spalle una settimana grigia e divertirti, lo guardi e non gli daresti un euro. Lui, che forte di una poco invidiabile somiglianza con John Arne Riise, sembra uno sfigatello di un liceo tedesco capitato per caso alla festa di quelli pià grandi e "fighi". E invece è un maestro che mixa e sparge dj set in Germania e per il mondo da quando aveva meno di vent’anni, che remixa brani di Madonna, Jamiroquai, Depeche Mode, Placebo, che tira fuori dal cilindro ogni tanto pezzi di bravura eccelsa.

28-01-06_0107Nella discoteca est-europea, Timo arriva presto. Alle 1.00 a.m. in punto è già in console: non perde tempo, lui. Non fa come i colleghi che iniziano "non prima delle due" o fanno i capricci "perché non c’è la bottiglia di vodka della mia marca preferita accanto al mixer". Timo sa cos’è la disciplina. Parte subito con ritmo, spazia dalla progressive trance alla house più gradevole, torna di prepotenza alla techno e condisce il tutto con crepitii di vinile "invecchiato" suggestivi che fanno perdere l’orientamento.

La platea va educata. Timo nulla concede allo "spettacolo". Per quello ci sono le due ragazzone di 1,90 che giocano davanti a lui e ad una folla di imberbiin estasi. Lui regala solo tecnica, classe, metodo e applicazione. Ma se ti distrai, perdi il filo e non riconosci i lampi di genio. I suoi pezzi che fanno capolino qua e là tra le basi altrui, le contaminazioni tra generi diversi in venti secondi. Ma del resto, Timo non ci fa caso.

Tu pensa a ballare. Al resto pensa lui. 

 

L’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo anno…. 90 anni dopo

11/11/2008

TrinceaNovant’anni sono passati dall’INUTILE STRAGE, e oggi ancora ci affascina, non l’abbiamo capita. Non abbiamo capito come la fiducia smodata dell’uomo positivista del primo decennio del XX secolo abbia prodotto il più folle massacro di persone mai concepito, esseri umani inviati a fare carne da macello in sperdute trincee, immersi nel fango, sporchi all’inverosimile, annullati nella loro dignità personale. La summa di quella follia fu proprio l’ultimo giorno: c’era tutto. Il ricorrere a un simbolismo inutile nel ripetersi ossessivo del numero undici, l’incapacità di comprendere che la pace non è solo l’assenza di combattimenti militari, ma la volontà di costruire qualcosa di comune che abbia la capacità di superare gli odii generati dal conflitto armato. Invece, proprio nel modo nel quale fu gestito quell’undici undici undici, erano già presenti i germi di tutti i massacri e gli olocausti che avrebbero insaguinato l’Europa e il Mondo nel quarto di secolo seguente: comandanti inetti, tronfi del loro potere che hanno continuato, con sempre maggiore livore, a considerare i soldati numeri e fabbriche di utilità; l’odio verso il nemico accresciuto anzichè ridotto per evitare che la tragedia si ripetesse ancora. Inutile raccontare cosa avvenne negli anni successivi in Europa, coi totalitarismi che avvelenarono le società, col sangue che scorse a fiumi. Invece vorrei ricordare cosa fu quell’undici Novembre. Fu il giorno nel quale ci fu il numero maggiore di morti in tutta la Grande Guerra, fu il giorno nel quale interi battaglioni furono lanciati alla conquista di terre devastate da anni di combattimenti, con la popolazione civile, stremata e terrorizzata, che veniva trattata ancora da nemica. Fu il trionfo del formalismo borghese del Novecento applicato alla guerra e alla distruzione di massa, fu l’incapacità di una delle peggiori classi dirigenti della storia europea e mondiale di capire come si pongono le basi della pace. Le conseguenze non sarebbero potute non essere drammatiche, ma, come avviene nelle grandi tragedie, furono anche foriere di grande slancio intellettuale: nuove e prodigiose invenzioni avrebbero fatto accrescere la qualità di vita dell’umanità, nel fango delle trincee persone semianalfabete impararono a scrivere lettere e diari, diventando, nella loro capacità di scrutare all’interno dell’inferno nel e col quale vivevano, tra i più grandi uomini di lettere della storia; il capire l’indispensabilità di ciascuno regalò una nuova coscienza e di classe e soggettiva anche al più umile dei fanti, gettando le basi ideologiche e ideali di un egualitarismo non più solamente formale, ma che avrebbe portato intere società alla conquista di nuovi diritti e quindi alla democrazia. Oggi che il XX secolo è finito, oggi che sono passati quasi vent’anni anche dalla fine del "Secolo Breve" cosa rimane di quell’Undici Novembre? A prima vista nulla, ma dobbiamo cominciare a leggere quegli eventi non come fossero le Guerre Puniche, ma come la base ideale per costruire un nuova e vera Europa. Personalmente ritengo, sia pure a 90 anni di distanza, la distruzione dell’Impero Austriaco una delle più grandi disgrazie che si siano abbattute sull’Europa del XX  secolo: la presenza di una struttura capace di assorbire i nazionalismi attraverso una "confederazione" nel centro del Vecchio Continente avrebbe permesso a molte persone di vivere un po’ meglio. Dato che, però, l’Impero Austriaco non tornerà, l’occasione per costruire la pace in Europa, per esportarla al resto del Mondo, ce l’abbiamo, e si chiama "Unione Europea": basta patti bilaterali, rafforziamo questa benedetta Unione Europea, e dedichiamo all’ Unione Europea l’Undici Novembre, non per celebrare la vittoria di un esercito, ma per far diventare questo giorno il giorno dell’Europa che rifiuta il nazionalismo.

Miriam Makeba

10/11/2008

Johannesburg, 4 marzo 1932-Castelvolturno 9 Novembre 2008. I Balordi ringraziano quanti si uniranno al cordoglio. Addio "Mama Afrika"

Miriam Makeba

Un po’ de musica!

09/11/2008

Si chiamano Toe Jam e hanno fatto questo video godibilissimo…. giusto per uscire dalla politica! (Anche perchè se mi metto a parlare della Roma mi prendono i dolori addominali!)

 

Il mondo alla rovescia

09/11/2008

key_john16022qLa Nuova Zelanda non è proprio quello che si dice una potenza mondiale.

Famosa nel pianeta per gli All Blacks, i kiwi, la Coppa America e le mai sopite dispute con gli aborigeni Maori, la Nuova Zelanda è un Paese ricchissimo che se ne sta tendenzialmente per i fatti suoi.

E di questi tempi, direi che fa bene.

Poi uno legge che hanno appena votato e che dopo nove anni di governo laburista, hanno deciso di buttarsi a destra. E chi se ne frega, direte voi. Ne avranno pure il diritto? Come no, ci mancherebbe. Del resto, in linea con le tendenze in auge in tutto il mondo occidentale (tranne noi, of course), hanno votato John Key, un signore di 47 anni, nato 5 giorni dopo Obama, che come il neo Presidente americano ha promesso "il cambiamento".

Se non fosse che l’uomo, laureato in economia (bene), è un ex trader di valute (che evoca brutti ricordi…), e – cosa più importante – ha fatto carriera prima nella banca di investimenti Merrill Lynch (comprata da Bank of America a seguito della crisi finanziaria) e poi nella Federal Reserve di New York (un’altra istituzione lievemente sotto accusa negli ultimi tempi)…

Va bene che sono ai celeberrimi e tradizionali "antipodi" ma andare incontro alla crisi con uno così mi sembra un filino azzardato.

Che stiano pensando anche di modificare il loro nome? Che non ritengano ormai un po’ retro il nome di Nuova Zelanda? In fondo, chi conosce la vera Zelanda (anonima provincia olandese)?

Non è che stanno pensando ad un esempio di perfetta simmetria con l’emisfero boreale?

Non so, una cosa tipo Nuova Islanda?