Mariastella e i cambiamenti climatici

scuolaE’ tutta colpa dei cambiamenti climatici. Se fossimo andati incontro ad un autunno rigido come quello dei nostri nonni, ad un ottobre freddino e ad un novembre aspro e piovoso, probabilmente i nostri cari studenti sarebbero rimasti chiusi nelle loro aule (fatiscenti, in effetti) o nelle loro case a studiare, o tutt’al più a riprendersi con i videofonini.

Invece, rieccoli a ballare, cantare e pronunciare slogan di trent’anni fa nelle tiepide ed accoglienti strade e piazze italiane, impegnati a far fiorire come mimose a fine febbraio quante più "k" possibili o "o" attraversate dal lampo nelle parole occupazione ed autogestione. Con l’aggiunta neo-romantica di scene da "L’Attimo Fuggente" come le lezioni universitarie tenute all’aperto, in cortile o nei parchi. La voglia di protagonismo di chi non ha fatto il ’68, il ’77, la "pantera" e quant’altro ha fatto il resto. Va detto, a scanso di equivoci, che in questo la Gelmini è stata davvero sfortunata.

Non credo, stavolta, ad indottrinamenti partitici. La protesta suona talmente sgangherata e fuori tema che temo sia proprio farina del sacco dei manifestanti. Nell’orgia di numeri di decreti pronunciati dai giovani contestatori come versetti profetici di sventure della Bibbia, due sono i testi incriminati: la Legge n. 133 del 6 agosto 2008 ed il Decreto n. 137 del 1 settembre 2008.

Come noto, il decreto 137 parla di poche e chiare cose: i libri di testo non possono essere ristampati per cinque anni, salvo le necessarie appendici da vendere eventualmente separatamente, il che riduce dopo secoli l’emorragia di denaro delle famiglie per comprare ogni anno testi identici al precedente con l’aggiunta magari di un sicché o di un suvvia; si reintroduce lo studio dell’educazione civica, denominata "Costituzione e cittadinanza", cosa che non mi risulta provenire direttamente dai programmi di Goebbels; si reintroduce il voto di comportamento in decimi (all’apoca ci minacciavano di rimandarci col 7 in condotta…) e si ristabiliscono, accanto ai giudizi, i voti in decimi nelle singole materie. Last but not least, oltre all’abilitazione all’insegnamento nella scuola primaria per i laureati in scienze della formazione, la vexata quaestio del "maestro unico".

Un disastro, si dice. Uno smantellamento della scuola primaria. Un sopruso. Oltre a ricordare che se ora la scuola primaria italiana occupa l’8° posto in una graduatoria OCSE tra i Paesi occidentali, ai tempi del maestro unico (primi anni ’90, non un secolo fa) eravamo secondi, ed a concordare con chi autorevolmente sostiene che molte pressioni per passare al "maestro plurimo" sono state esercitate dai Sindacati per ragioni pressoché clientelari, vorrei sottolineare alcuni punti.

In effetti, in Italia il rapporto tra insegnanti ed alunni è totalmente squilibrato a vantaggio dei primi rispetto ai principali Paesi europei. Buona parte dei docenti, peraltro, sono persone che hanno fatto supplenze nelle materie più disparate per poi essere regolarizzate in una materia di cui sanno poco o nulla (leggetevi La Deriva di Stella). Molti di quelli che hanno avuto il maestro unico non hanno sofferto di traumi infantili. Anzi. L’esigenza di ridurre la spesa in un settore che si mangia tutte le risorse in salari e stipendi (90% circa) mi sembra evidente. Mi sembra anche evidentemente troppo costoso continuare a mantenere classi con 7 alunni. Mi sembra altrettanto evidente provare ad introdurre un minimo di criterio meritocratico in un ambito massificato come neanche nell’ex Unione Sovietica: è ciò che prova timidamente (forse troppo) a fare il comma 2 dell’articolo 4 del decreto 137.

Do per scontato, ma forse sbaglio, che non ci siano obiezioni sostanziali al voto in condotta, al divieto di ristampa dei liberi, all’educazione civica, etc. Cosa poi interessi ai liceali o addirittura agli universitari del maestro unico Dio solo lo sa. L’unica cosa che potrebbe toccare (molto di sfuggita) i liceali è il complesso dell’art. 64 della Legge 133 in cui si parla di razionalizzazione ed accorpamento di classi per favorire un costante aumento di un punto del rapporto alunni/docenti a vantaggio degli alunni.

Meno ancora si capisce il "fermento" degli universitari. L’unica norma che li potrebbe toccare (si noti il condizionale) è l’articolo 16 della Legge 133, laddove si stabilisce che "le Università possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato". Una previsione che, se i Senati Accademici delle Università riterranno di avvalersene, potrà facilitare a mio avviso la gestione amministrativa degli Atenei, il controllo della spesa e l’afflusso di contributi da parte di privati, soprattutto per la ricerca. I soldi dei privati non potrebbero essere utilizzati che per le finalità per le quali la fondazione è nata (in primis ricerca scientifica). I soldi pubblici arriverebbero solo in perequazione dei fondi privati.

Anche qui sarò miope, ma non vedo lo scandalo. La logica è chiara: i soldi dei privati vanno agli atenei che, per capacità di ricerca ed innovazione, sapranno meritarli e non a pioggia a tutte le universitucole che popolano il Belpaese con corsi di laurea assurdi frequentati da tre o quattro studenti. Inoltre, la legge 133 prevede che i libri di testo possano essere scaricati anche da internet, cosa – questa sì – che mi sembra andare decisamente incontro al "diritto allo studio" di cui tanto ci si riempie la bocca a vanvera.

Si dice: ma la vera protesta è contro i tagli alla scuola, all’università ed alla ricerca. Chiariamo. Non mi risulta che i finanziamenti a pioggia degli anni precedenti abbiano prodotto un miglioramento della qualità dell’istruzione primaria, secondaria ed universiatria e della "cosiddetta" ricerca. La verità è che in Italia la ricerca non esiste più da tempo, atrofizzata e mortificata da concorsi finti, da una visione "impiegatizia" del ricercatore, da un’assenza pressoché totale di parametri di valutazione del lavoro svolto degni di un Paese occidentale. Mandate una mail a marish e chiedetegli quanti suoi colleghi ricercatori italiani hanno scritto cose apprezzabili su riviste nazionali o internazionali di un certo livello e quanti di loro invece percepiscono stipendi più che dignitosi e arrivano a sedere su cattedre di prestigio per pura anzianità. Per parte mia, che la ricerca ho frequentato solo per un anno, posso dirvi che siamo su percentuali ridicole.

Intendiamoci: il Governo non ha preso i provvedimenti migliori di questo mondo. I tagli potevano essere più selettivi, premiando Atenei già oggi virtuosi a discapito degli altri; potevano essere già introdotti meccanismi di valutazione del merito degli insegnanti nelle scuole primarie e secondarie più stringenti; si potevano prevdere norme per contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, che soprattutto al Sud è una piaga in crescita. Si è preferito seguire la logica di "starve the beast"(affamare la bestia) nella Pubblica Amministrazione, scontentando tutti più o meno allo stesso modo per non cadere nel gioco di contrattare ogni singolo taglio con le categorie (o corporazioni) di cui questo Paese è infestato. Inoltre, se si voleva il confronto con gli studenti forse era opportuno organizzarsi prima, senza evocare l’intervento della polizia per poi rimangiarselo. L’unico punto che tenta di stimolare un ritorno al merito ed alla qualità è l’articolo 64 comma 9 della legge 133 (ripreso dal comma 2 articolo 4 del decreto 137 di cui parlavo prima), laddove si prevede che il 30% dei risparmi ottenuti nel comparto scuola (previsti per 456 milioni di euro per il 2009) vengano utilizzati per la "valorizzazione e lo sviluppo professionale" del corpo docente. Parliamo – si spera – di circa 140 milioni di euro.

Forse è poco, ma personalmente vedo almeno il primo pallido tentativo di de-massificare un comparto ammuffito e di far emergere chi oggettivamente fa il suo lavoro meglio e con più impegno. Capisco i problemi dei genitori sul "tempo pieno", davvero. E’ forse l’unico punto su cui si poteva (e forse si può ancora) dare più aiuto alle famiglie. Ma francamente, come già per le generazioni del maestro unico, non è che l’assenza del tempo pieno ci abbia così penalizzati. E soprattutto non vedo la necessità di condurre degli ignari fanciulli di 6,7 e 8 anni a protestare contro la Gelmini (fosse almeno stato per il grembiule…).

Sono stato particolarmente prolisso e noioso, me ne rendo conto. Ma in un mondo a rovescio in cui occupare gli edifici pubblici viene difeso come "diritto degli studenti a manifestare" (ci sono già le piazze), in cui un prete sandinista diventa Pressidente dell’Assemblea Generale ONU e in cui gli estremisti di destra austriaci fanno "outing" sulla loro omosessualità, potrete serenamente accettare anche un post "balordo" come questo.

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7 Risposte to “Mariastella e i cambiamenti climatici”

  1. kolchoz Says:

    Ho letto l’articolo sull’università: è peggio del peggio, in quanto è garantito il pareggio di bilancio, “fermo restando il finanziamento pubblico”: della serie se l’Università non pareggia, ci pensa lo stato! Essendo, a questo punto, enti privati il controllo è minore e posteriore alla pubblicazione del bilancio. Oltretutto senza un benchè minimo criterio meritocratico veramente i soldi ai ricercatori verrano dati non si sà bene come e in base a cosa.

  2. gau Says:

    Dubito che una fondazione di diritto privato possa avere come unico introito il finanziamento pubblico. E torniamo al punto di partenza: l’obiettivo è che le fondazioni con progetti di ricerca credibili possano ottenere cospicui finanziamenti dai privati. Il privato finanzia le fondazioni che gli danno maggior garanzia di successo in un progetto di suo interesse. E i ricercatori verranno assunti da quella fondazione. Poi, presumo che se la prestigiosa Università di Bologna, che di ricerca ne fa molta, non dovesse arrivare a riequilibrare i conti per un anno, il finanziamento pubblico possa contribuire. Non sostituirsi in toto ai privati. Il principio è di stimolare un po’ di concorrenza tra Atenei per far emergere quelli più sani e propositivi.
    O almeno si spera.

  3. gau Says:

    Comunque, aggiungo che una cosa su cui il governo dovrà fare di più è la soluzione della questione dei precari nella scuola, in un modo o nell’altro.
    E colgo l’occasione per dire che Flavia D’Angeli (Sinistra Critica) è una delle poche voci sensate che ho sentito sull’argomento (e per la verità su altri), anche se naturalmente non condivido affatto né premesse né conclusioni.

  4. kolchoz Says:

    Sulla scuola i problemi sono molti:
    A) L’abbandono scolastico
    B) L’ignoranza dei docenti
    C) L’impossibilità materiale di aggiornarsi.
    Secondo me bisognerebbe abolire il concetto delle graduatorie, mutuando il sistema di reclutamento e valutazione al modello Anglosassone. Sarebbe anche interessante diversificare le tipologie di offerte, in modo, specialmente nelle zone più disagiate, di trasformare le scuole in veri e propri riferimenti sociali del territorio: insomma a Scampia è meglio che i bambini stiano a scuola fino alle otto, piuttosto che andare per strada!

  5. gau Says:

    Pienamente d’accordo.

  6. marish Says:

    Ma sfasciare tutto e ricominciare con le lezioni in campagna con il maestro con il frustino? Occhio che Cavour, Pavese, Pasolini, Leone et similia sono usciti da scuole così…

  7. gau Says:

    Grembiule e frustino? Sei il solito maledetto maniaco erotomane…

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