Non fate gli indiani

telecom001Il marketing, si sa, ha le sue ragioni che la ragione spesso non è capace di intendere.

Per questo me la prendo fino ad un certo punto con quei cialtroni di Telecom Italia. E me la prendo un po’ di più con tutti quelli che hanno salutato come l’avvento del Messia la pubblicazione della versione integrale del discorso di Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche di New Delhi del 2 aprile 1947.

Avete presente, no? Lo spot di Spike Lee in bianco e nero, la voce tenera e suadente dello statista indiano, gli slogan "Io credo in un mondo unico" e "Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole"? Ecco proprio quello. Avrete visto l’annuncio in TV del ritrovamento dell’audio completo del discorso di Gandhi. Ne siamo tutti estremamente lieti.

Avrete udito i commenti entusiasti di persone comuni, ex grandi della storia, etc. "Un discorso d’amore" dicono alcuni. "Parole attuali ancora oggi" dicono altri. "Un messaggio di speranza" e via dicendo. E vi assicuro che se fossi indiano, magari di religione indù, magari un po’ nazionalista e fautore dell’utopia pan-asiatica, sarei perfettamente d’accordo.

Lo avete letto? Lo avete ascoltato? Se sì, vi sarete accorti che è un discorso fieramente "antioccidentale" nella più squisita accezione politica e filosofica del termine. In cui si dice che la vera India non è quella trasformata dagli Inglesi, ma quella delle capanne di Bhangi, che la vera saggezza è stata portata dall’Oriente all’Occidente, da Zarathustra a Buddha, da Gesù a Maometto, che l’Asia è stata la culla della civiltà e può tornare ad esserlo per scongiurare la deriva del mondo verso una guerra atomica. Che il Cristianesimo, arrivando in Occidente, si è come "trasfigurato". Nel senso che ha perso le sue radici, ovviamente, e che è stato "travisato".

Ignorando, così, che il pensiero occidentale, dai Greci ai Romani, dalla Patristica al Rinascimento, da Spinoza a Kant, dall’Illuminismo al Romanticismo, da Hegel a Nietzsche e financo a Marx, ha saputo crescere su se stesso. Ha saputo far tesoro del passato per poi accantonarlo, se necessario. Da questa evoluzione sono nate la separazione tra Stato e Religione, la scienza come noi la conosciamo oggi, la rivoluzione industriale e persino quel po’ di benessere che alcuni Paesi dell’Asia – l’India per prima – stanno conoscendo. La riconciliazione della dicotomia tra Fede e Ragione, tanto cara a Ratzinger.

Nulla di strano, beninteso. Il discorso di Gandhi è il discorso di uno statista anti-colonialista, nazionalista, con fortissime venature religiose, in un contesto storico specifico. Basta saperlo però. Basta leggerlo e capirlo. Altrimenti nella testa resteranno solo le frasi che – estrapolate dal contesto – si trasformano in slogan pubblicitari, in parole d’ordine che una parte di opinione pubblica paurosamente imbevuta di terzomondismo e pacifismo di matrice fideista non può che fare proprie mentre sorseggia una tazza di te’ verde, discute con l’agente di viaggi per andare a Goa e si lamenta dell’aridità dell’occidente.

L’incapacità di leggere un testo e capirlo e la mistificazione semplicistica su cui inevitabilmente il marketing fonda le sue regole costituiscono una miscela esplosiva i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, almeno in Italia.

In Telecom poi, seppure con fenomenologie diverse, sono recidivi. Ministro Gelmini, mandiamo anche lì il maestro unico. Ma che sia bravo.

Per i grembiuli possono chiedere consiglio ad Afef.

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7 Risposte to “Non fate gli indiani”

  1. utente anonimo Says:

    Partendo dal presupposto che un nostro mito lo sai che cosa avrebbe detto di Gandhi… Ma lasciamo perdere queste amenità che il disprezzo per l’opinione pubblica del nostro paese finisce per farci andare di traverso una personalità non comune come l’amato mahatma. Comunque, e lo ripeto, ha ragione Kolchoz. Gli italiani sono tutti lì. Vincenti. Abbronzatissimi. Soddisfatti. A godersi il discorso del buon indiano. E io e te? Due vecchi tromboni rompicoglioni! Grazie a Dio che hai fregato quella anima santa prima che capisse chi siamo. Almeno tu avrai chi ti lava la vestaglia e chi ti compra il WSJ (perchè lo sai che finiremo così…).

    M
    P.S. W Churchill!!!

  2. AndrewsTavern Says:

    Davvero un bel post.
    Probabilmente il più acuto e interessante degli ultimi tempi… certe cose, purtroppo, vanno spiegate più volte.

    Comunque, per inciso, Kolchoz non ha mai ragione. Neanche quando ce l’ha.

    Avanti così.

  3. gau Says:

    Hai ragione, fratellino. Bastano poche cose: un buon bicchiere di brandy, un sigaro romeo y julieta, una vestaglia con le iniziali (anche quelle di qualcun altro, non importa..), un paio di pantofole e una copia al giorno (anche se di una settimana prima, non importa…) del WSJ. Penso, amico mio, che ce le siamo meritate…

    Caro Andrew,
    grazie mille. Vuoi unirti a noi e diventare un trombone precoce? Si sta da Dio, fidati.

  4. kolchoz Says:

    Letto a distanza di 60 anni fa un certo effetto. Mettere in dubbio la buona fede di Ghandi è bestemmiare…certo, poi, l’idea (vista con gli occhi a posteriori) di farmi “conquistare” da Idi Amin, da Bokassa e similia mi fà un po’ ribrezzo….

  5. utente anonimo Says:

    bravo gau!

    BRAVO!

    quando ho letto il discorso ci sono rimasto di sasso…

    grazie mille per il post.

    bof

  6. gau Says:

    Grazie a te, bof.
    Spero di vederti e di venirti a sentire presto…

  7. AndrewsTavern Says:

    Trombone precoce?
    E’ da quando vi frequento che mi ci sento… e devo dire che la cosa non mi dispiace affatto.

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