The sound of silence

schermata-3Per controbattere l’apporto del buon Kolchoz (che cita, non ci provare, Ken Loach… potevi fare di meglio!) ecco due pensieri su questo anniversario che tanto fa parlare e poco pensare la miriade di commentatori post-moderni che ci circondano. L’11 Settembre. Una data che abbiamo visto, rivisto, ricreato in mille salse. Ci hanno scritto libri, fatto films e documentari di successo. Ma che cosa è stato in realtà? Per noi, che viviamo di storia, rappresenta l’incursione di un nemico inclassificabile nella nostra vita. Lo vedevamo di sguincio nei telegiornali che riprendevano le immagini dei bar di Tel Aviv e ci sistemavamo i calzoni con le tasche e ce ne fregavamo. Poi sono arrivati "le immagini" dei due aerei, le "immagini" delle persone che cadevano dalle finestre e le "immagini" della gente di New York (cioè di noi) terrorizzate. Affanculo una precisa valutazione storica dell’evento. Le "immagini" hanno fatto tutto. Nel bene e nel male. Pensate un attimo quanto dell’impopolarità di George W Bush sia legata allo sguardo vacuo dopo l’annuncio all’orecchio delle prime notizie da Manhattan (commento personale, volevo vedere voi…). Le immagini ci hanno fatto dimenticare la realtà di una guerra che va avanti da 50 anni. Che contrappone paesi democratici e ricchi con paesi per lo più governati da personaggi inqualificabili e più poveri. Le "immagini" contano ragazzi. Non c’era la CNN a Baghdad negli anni dell’embargo a filmare ragazzini morire di dissenteria. O, come ha facilmente osservato il nostro amico coreano, a filmare le torture degli aguzzini di Pinochet. E’ vero. Ma la verità storica deve far anche capire alcune cose, amico mio. Che per esempio non possiamo pensare più di convivere con un pezzo di mondo in mano a dei personaggi agghiaccianti (due nomi su tutti, Hamas e la Siria). Concordiamo che la politica estera di Bush (così aiutata da quelle "immagini") sia stata improvvida e facilona. Con un ragionamento da Risiko (lo batto, metto le armate, e poi… conquisto la Cita). Ma poi, a fare i conti, l’Iraq è un paese in cui si vota, in cui non vengono gasati i Curdi e su cui si può fare perno per azioni diplomatiche del futuro. In questi giorni, in cui i Russi simpaticamente ricordano al mondo come si gestiscono da quelle parti i problemi di confine, ancora ci ritroviamo con un’europa ridicola e con un america "facilona" ma con le idee chiare (Putin=KGB). Insomma gli americani (e quindi noi…) stanno sul cazzo. Ma che cosa volete? Volete una politica estera ridicola e tentennante? Richiamate Clinton (ricordarsi della Somalia e della ex-Jugoslavia, please….) o meglio il Nobel per la pace Carter (ma si può… chiedete un giudizio a quei poveracci rinchiusi nell’ambasciata di Teheran). No. Volete una politica estera più intrisa di realpolitik. Lo so. E allora andate a New York e chiedete numi a sua Maestà Kissinger. Ma poi si finisce a parlare di Santiago del Cile. Lo so. Ma allora siete incontentabili.
Per concludere. Odio le commemorazioni. Odio i discorsi. Odio tutto in realtà, ma questi sono problemi miei. L’unica cosa però che non voglio più vedere, mio caro spero tu sarai d’accordo, sono imbecilli come Giulietto Chiesa (che sere fa si è professato ammiratore della Cina…) perdere tempo e soldi (spero suoi) nel cercare la verità. La verità è che ci sono 3000 morti.
E che potevamo essere noi. 
Basta così. Ora un pò di silenzio. A New York sono ancora le sei di pomeriggio.

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Una Risposta to “The sound of silence”

  1. kolchoz Says:

    Per quel che riguarda i rapiti all’ambasciata di Teheran sarebbe interessante chiedere anche cosa ne pensava Bazargân….. con l’essere incontentabili non capisco cosa tu voglia intendere. Vabbeh ne riparliamo che mò devo lavorà!

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