Archive for agosto 2008

10 dischi da comprare prima di farla finita

30/08/2008

Non ho sonno. Mi sono svegliato presto nonostante Gau e AA mi abbiamo tenuto sveglio fino alle quattro a parlare della nuova stagione della Roma.
Comunque, di seguito, la lista dei migliori 10 dischi della storia della musica popolare. Così per cominciare la giornata a stomaco leggero.

Sex_PistolsNever_Mind_The_BollocksFrontal–    Never mind the bollocks – Sex Pistols (1977): più che un semplice disco.
Senza saper nè legger nè scrivere un produttore fallito prende quattro teppisti annoiati e crea un sensazionale attacco situazionista al mondo, agli ideali di fraternità ed a tutte le buone intenzioni di una generazione (quella con i fiori nei capelli) che aveva ammorbato il pianeta per un decennio. Ascoltatolo a fondo, musicalmente non rimane nulla se non  noia e rabbia senza alcun ideale.
Utilissimo come fondamentale test per valutare una persona. Di chi, a 15-17 anni, non lo ha ascoltato è sconsigliato fidarsi. A meno che non si chiamino Gau, AA e Kolchoz, ovviamente.
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–    Velvet Underground and Nico – Velvet Underground (1967): dalla tenerezza irreale di Sunday Morning (a chi interessa mia sveglia mattutina…), al delirio infernale di Venus in Furs, passando per Heroin (con la sua lucida presa di coscienza dell’inutilità di “farcela”) praticamente la pietra tombale di qualsiasi ideale. Guardate la data. In Italia gli imbecilli del ’68 avrebbero rotto i coglioni per altri dieci anni. A New York, sotto l’influenza di Andy Warhol (mica De Gregori…), un gruppo di senza Dio aveva inventato il noise e sdoganato, tra altro, il “fallimento”, il sesso umiliato e che potesse esistere il piacere, in fondo, di farla finita con una dose.

The-Clash-Sandinista-221917–    Sandinista – The Clash (1980): il disco definitivo del più influente gruppo degli ultimi 30 anni; impressionante sia nella forma (3, dico 3, dischi) che nella sostanza. Dentro c’è tutto. C’è il punk (pochino per dirla tutta). Il mix fra rock ed il neonato rap-versione old school. C’è l’amato reggae. C’è il dub. E c’è soprattutto la loro canzone più bella (One More Time). Che essendo loro è una delle più belle di tutti i tempi. Uno dei dischi più citati a vanvera e meno conosciuti dalla critica internazionale.
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–    Unknown Pleasures – Joy Division (1978): più che un disco d’esordio un autentico schiacciasassi che macinava il punk, i Doors e soprattutto la coscienza del disastro sociale e culturale dell’Inghilterra fine anni 70. Non poteva durare ed infatti il seguito (Closer, straordinario ma un gradino lievemente sotto) fu scritto, composto e cantato con la canna del gas in bocca e si sente. Tra i due colossi comunque ebbero il tempo di pubblicare il singolo più bello degli ultimi 30 anni (Love will tear us apart). Prima del disastro finale.

lou_reed-transformer-front–  Transformer – Lou Reed (1973): disco del post-tutto. Con lo sguardo mezzo sfatto ci si siede su di una panchina e si prende coscienza di come forse ce la si possa fare. Eh si, forse non moriremo di cirrosi o di tumore al polmone. Forse. Ma intanto, dopo un sabato sera devastante come al solito, è bello risvegliarsi la domenica mattina con qualcuno vicino con cui andare a prendere una Sangria allo Zoo. Lou Lou ce la fatta. Daje. Daje tutti.

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–    Darkness on the edge of town – Bruce Springsteen (1978): mentre l’inghilterra è bruciata dai Pistols e dai Clash l’america è rappresentata in modo straordinario dall’opera più difficile del mostro del New Jersey. Che, reduce dalla sbornia di popolarità di Born to Run, si rimette alla prova con un opera sull’Oscurità delle nostre città. Sullo sfondo di un disco fantastico, difficile e mille volte riscritto due canzoni leggendarie, Racing in the Street e Something in the Night.

affinita9qm–    Affinità e Divergenze fra il Compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggior età – CCCP – Fedeli alla Linea (1986): l’unico gruppo rock italiano che non suonava come una versione all’amatriciana di questo o di quello. Disco leggendario fin dal titolo, passando per la straordinaria copertina e finendo alle canzoni. E che canzoni. La mitragliata iniziale di CCCP, gli inni Curami e Punk Islam, il raga geniale e irripitebile di Io sto bene. Fino alla marcia funebre di Emilia Paranoica. Opera fondamentale

The Stone Roses
–    The Stone Roses – The Stone Roses (1989): la certificazione di un fallimento generazionale; un gruppo che aveva tutte le qualità per sfondare nel mondo. Un cantante figo e carismatico. Un ottimo chitarrista. Una delle più impressionanti sessioni ritmiche che si fosse mai viste. E un disco che ancora brucia di voglia di mandare a fanculo le generazioni passate. Una volta per tutte. Fallirono loro. Abbiamo fallito noi.

200px-GermsGI–    GI – Germs (1980): il punto di non ritorno. Oltre a qui non si va da nessuna parte. Oltre c’è la necessità della ristrutturazione dell’hardcore in qualcosa con cui sopravvivere ed affrontare il mondo a testa alta. Darby Crash il mondo lo salutò con un iniezione volontaria e tripla di eroina. Non consigliabile a tutti se non previo avvertimento. Ma rimane un disco fantastico e sottovalutatissimo.

DK
–    Fresh Fruit for Rottin Vegetables – Dead Kennedys (1981): l’ultimo scossone del cadavere punk prima dell’avvento dell’hardcore. Un disco straordinario, divertente, fighissimo. Canzoni come non se ne sarebbero sentite per anni da quelle parti. Uno dei cantanti più fighi e coscienti del periodo. Un grande gruppo. E soprattutto Holiday in Cambodia e California Uber Alles. Due singoli per cui i mille imbecilli gruppacci definitesi punk di questi anni (Green Day, Offspring e via dicendo) avrebbero venduto la madre per avere scritto.

Run, Banksy, run!

28/08/2008

banksyCi cascano tutti, prima o poi.

Quando il magazine britannico Mail on Sunday ha pubblicato il suo "scoop" dopo un’indagine segreta durata oltre un anno ho capito che è proprio così.

Molti ricorderanno che il 13 luglio scorso la rivista si vantava di aver finalmente svelato l’identità del più famoso "street-writer" o "graffitaro" del mondo, Banksy, che ha disegnato immagini dolci, cruente, tristi, sarcastiche e provocatorie sui muri di Londra, New York, Pechino e persino sul muro che divide Israele dalla Cisgiordania.

tfs_banksy_thumb1Più di un artista di strada, diverso da un pittore, in sostanza un genio, Banksy se ne frega. Ci tenete tanto a sapere il suo nome? Contenti voi. Io mi accontenterei di vedere un suo disegno su un muro di Roma, città temo troppo periferica per il suo mondo.

Immaginatevelo appollaiato su un muretto che se la ride mentre la gente si contende le sue opere a colpi di centinaia di migliaia di dollari (tanto sono quotate le sue opere nelle aste). E mentre vi girate, lo fissate e vi domandate se è davvero lui, vi accorgete che è un disegno, un graffito, un’illusione.

E come gli voltate le spalle, sentite di nuovo il suo ghigno.

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Absolute Beginners

27/08/2008

3medvedev_putinSarà che Barcellona ha stemperato un pò della mia sindrome depressiva. Sarà che le Olimpiadi (come dice il geniale Milani) ti permettono, ogni 4 anni, di "innamorarsi a bestia delle atlete…". Sarà quel che sarà ma finalmente mi sento in grado di scrivere due righe su questa inquietante (ma davvero…) crisi internazionale che, tanto per non smentirci mai, conferma la nostra inossidabile certezza di essere governati da principianti alle prime armi.
Ora. Capisco che esportare la democrazia sia "bello". Capisco anche che, dopo i successi di Petreus in Iraq, anche i più scettici cominciano a vedere la differenza tra un Saddam in libera uscita ed un paese che vota. Capisco quello che ve pare ma convenite con me che la politica estera della gestione Bush abbia tracimato troppo spesso dalla commovente imperizia a momenti di pura incapacità deliquentistica. E’ noto difatti che il dipartimento degli esteri americano abbia, senza vergogna alcuna di apparire ridicolo, appoggiato stupide e pacifiche rivoluzioni colorate (i cui colori non me li ricordo e di cui sinceramente me ne frega anche meno). Emissari mandati lì per istruire "i giovani rivoluzionari della democrazia" a buttare giù i cattivoni autocrati e a cominciare una nuova fase sotto le spalle calduccie della Nato. I problemi erano molti: prima, la tenuta mentale dei rivoluzionari da "operetta" messi su dai nostri eroi a stelle strisce e, secondo, "da chi" erano appoggiati gli autocrati. E qui cominciano i guai. Ora che i georgiani, per dirne uno a caso, siano un popolo (come direbbe Liddel Hart) "dalle capacità politiche alquanto dubbie" questo è assolutamente assodato. A questo poi aggiungete che "il nemico della democrazia, colui che arma gli autocrati" sono i Russi, popolo con una alquanto dubbia visione della normale gestione delle problematiche di confine. Ora fate uno più uno e a prevedere come avrebbero risposto gli amici di quel simpaticone di Putin ci voleva tanto? Mah. E’ soprattutto non si poteva evitare a quegli idioti dei georgiani di fare casino con quegli altrettanto raccogliticci di Osseti? Ma dove stavano i nostri ministri degli Esteri? Sono perplesso. Sono perplesso perchè i commenti in giro anche se partendo da basi assolutamente sane (la presa di coscienza dello scontro fra democrazie autocratiche e democratiche e la necessità di affrontarlo a muso duro) non sanno arrivare ad altro che ad un vago proposito guerrafondaio in assenza di una chiara autocritica sulle cazzate a stelle strisce. Insomma un disastro. Ah, l’Europa (tanto cara a Gau)? Lasciamo perdere. Il più grande georgiano della storia, a domanda sull’influenza del Papa sul futuro della URSS rispose chiedendo "…quante divisioni possiede la Santa Sede?". Qualcuno lo vada a spiegare ai Polacchi e ai Cechi che a certi confini guardano ancora con terrore e nemmeno prendono in considerazione l’idea di chiamare Sarkozy (da apprezzare comunque la si veda per l’interventismo non sterile di questi giorni). Si affrettano a chiudere patti con il vecchio Zio Sam. Lo stesso che sta per scegliere, al posto di un Presidente soldato (lo rimpiangeremo, vedrete, se lo rimpiangeremo…), tra una mammoletta e un simpatico vegliardo.
Ecco. Immaginateveli a fare la voce grossa con Medvedev. Ecco avete capito.
Brrrr….

Fear and loathing in barcelona…

27/08/2008

Immag075Commenti finali di una vacanza, a suo modo, esperenziale.
In primis, Barcellona rimane la migliore città europea (del mondo? non lo so ma il distacco è minimo…). Città in perenne e meravigliosa escavazione con la storia finalmente alle spalle e con il futuro puntato dal mirino di una popolazione giovane e fiduciosa.
Del viaggio rimangono le "solite" sensazioni.
Quartieri che, da un mese all’altro (non scherzo), cambiano volto e diventano una meraviglia in cui fermarsi a prendere un caffè corto ed a leggere il sommo H. Thompson.
Le tremende "solite" nottate in locali assurdi tra trans, signorine discinte ed alcolici venefici (non scherzo, qualcuno dovrà parlarne con il Ministero della Salute iberico, vendono veleno!). Il tutto con, sullo sfondo, il delirante spettacolo delle finali dei tuffi in maxischermo e il "solito" sogno nel cassetto di rimanerci un pò di più… ma non conta. Conta vedere Raval trasformato, da ricettacolo di prostituzione, a quartiere a buon mercato con, tra parentesi, uno dei più bei musei di Arte Moderna d’Europa. Contano le migliaia di taxi a discreto buon mercato che caracollano per la città. Contano le centinaia di biciclette con cui gironzolare felice e contento per le Avenide. Contano i pesci che sguazzano nel porto ed una spiaggia pulita con un mare discreto (che nel nostro lurido lungomare romano ce lo sognamo). Conta che dodici anni fa (ai tempi del nostro eroico interrail) li trattavamo da sottosviluppati e ora ci prendono per il culo pure i tassisti catalani. 
Conta, forse, che, dopo tanti viaggi e tante meravigliose storie da raccontare alle spalle, forse (dico forse…) mi sono sentito a casa mia per la prima volta. Ed allora è dura riprendere l’aereo.

Un ultimo applauso

18/08/2008

"La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto:
so dov’arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l’anima serena
der savio che s’ammaschera da matto."

                        Trilussa, Il libro muto

  sensi

 

Addio.

E grazie.

Cartoline dagli States – Quando il nome √® tutto…

14/08/2008

Non è che per caso nessuno ha avuto il coraggio di spiegare a George W. che la Georgia in pieno conflitto non è lo Stato americano bensì la Repubblica del Caucaso?

po080813E per una volta che i Francesi fanno una cosa come si deve…

jd080813

Thanx to the NY Times, as usual.

Multi…who?

13/08/2008

krushchev-bootIl mondo, si sa, non gode di ottima salute. Mentre miliardi di persone si attaccano ogni giorno alla flebo anestetica del tubo catodico che trasmette il tiro con l’arco o i 100 farfalla 24 ore su 24, in Ossezia scoppia una guerra a dir poco devastante. Il prezzo del petrolio va sull’altalena ma resta comunque alto. L’energia resta un problema serio, l’ambiente idem. Gli squilibri tra Nord e Sud del mondo sembrano rimanere intatti e la crisi dei subprime imperversa da ovest ad est.

Sono problemi più grandi di noi, si dice. Bene. Gli Stati non sono più in gradoi di affrontarli da soli, è il coro unanime. Benissimo. Solo nelle sedi "multilaterali" appropriate si possono affrontare simili problemi, è la sentenza. Eh già, proprio così.

Tant’è che l’ONU è praticamente in silenzio da tempo. Non una parola sull’Ossezia, qualche balbettìo sul Kossovo e fine. Paralizzata dai veti di Cina e Russia e dalle discussioni sulla riforma del Consiglio di Sicurezza (Germania, Giappone, India e Brasile devono entrare come membri permanenti?), continua a mantenere l’assetto del 1945 e ad affrontare problemi da Terzo Millennio. Praticamente come affrontare Nadal con una racchetta da badminton.

Il WTO, indicato alternativamente come la panacea di tutti i mali o come l’incarnazione di Satana, discute di liberalizzare il commercio dei prodotti agricoli e di introdurre regole all’imperante globalizzazione ormai da anni, ma senza risultato. L’ultimo round ha dato recentemente ancora un esito negativo.

La NATO, emblema del genio di Truman e Marshall e simbolo della vittoria nella Guerra Fredda, è impantanata in Afghanistan: i suoi membri sono riluttanti a mandare nuove truppe, si dividono su un possibile ulteriore allargamento (Macedonia, Serbia, Bosnia, Ucraina, Georgia) e sembrano proprio non sapere più che pesci pigliare.

Già, direte voi, ma noi dobbiamo innanzitutto guardarci attorno, guardare all’Unione Europea. Perfetto. Se riuscite a vederla, vi prego, avvisatemi. Siamo seri: un allrgamento gestito in modo dilettantesco, i referendum francese e olandese prima e quello irlandese adesso che bloccano le riforme istituzionali e dei meccanismi decisionali. Nessuna ipotesi di governance economica, nessuna politica estera. Mentre fuori il mondo va avanti. Male, ma va avanti. Ricordate Nadal e la racchetta da badminton? Ecco bravi.

Il concorso di colpa nel naufragio del "multilaterale" è facile da individuare. Conciliare sei, sette o dieci interessi "nazionali" si può fare. A fatica, ma si può. Farlo con ventisette Stati diventa pressoché impossibile. Non parliamo poi di mettere d’accordo su un pezzo di carta un centinaio di Paesi. Se a ciò aggiungete che tutto ciò va fatto con regole ormai stantìe, che si basano inequivocabilmente su "unanimità" o "consensus", allora si comprende come si è giunti fino a questo punto. Menzionerei, tanto per gradire, anche la pochezza degli "amministratori di condominio" che dovrebbero governare i Paesi più importanti.

Risultato? L’unico modo per andare avanti a piccoli passi è un "bargaining" continuo tra lobby di Paesi che condividono interessi (geopolitici, economici, religiosi). Paesi cosiddetti "like-minded". Non c’è un progetto di fondo, non un obiettivo comune, non un’idea fondamentale che si può anche declinare in più modi ma senza scadere nel piccolo cabotaggio quotidiano. Navigano tutti a vista quando invece servirebbe azzardare ad avere la "palla di cristallo".

Come se ne esce?

Non lo so. E non me ne frega niente.

Stanotte devo alzarmi presto. Ci sono i 200 rana.

Avviso in codice

11/08/2008

Chi ha orecchie per intendere, intenda…

 

Antonio Gava (1930-2008)

09/08/2008

Pensatene ciò che volete.

Tuttavia, costui, ex Ministro dell’Interno, è stato accusato di associazione mafiosa (con la Camorra, nel suo caso) nel 1993.

E’ stato assolto nel 2006.

La Prima Repubblica non si scorda mai.

Gava

I Balordi ringraziano quanti si uniranno nel ricordo.

Il Pianeta Rosso

08/08/2008

Pechino10Pensateci. Scenario futuribile, tecnologico, quasi alieno.

Colore dominante: il rosso. Una dittatura feroce fa da sfondo. Uno scenario da tutti dipinto come ostile.

Migliaia di corpi indistinti che si muovono all’unisono generando coreografie perfette. Un capo assoluto, incontrastato dominatore di quelle terre. Un pianeta a parte.

Sono le Olimpiadi della Repubblica Popolare Cinese del 2008.

Ma ammettiamolo.

Chi almeno per un momento non ha pensato di trovarsi su Marte? Chi non ha immaginato anche solo per un attimo che i duemilaeotto percussionisti di tamburi luminosi fossero in realtà meganoidi travestiti? E vedendo il faccione del Presidente cinese Hu Jintao, nessuno ha avuto il sospetto che si trattasse dell’odiato Don Zauker?

Pechino14E chi non ha temuto che la splendida cerimonia potesse essere interrotta da uno scontro all’ultimo sangue tra Daitarn III ed il Megaborg di turno?

Ma poi l’illusione svanisce, la nebbia si dirada, la realtà riprende il sopravvento.

Il TG2 – atteggiandosi a Radio Londra – continua a ricordare le battaglie per i diritti umani, anche se in un contesto di impetuosa ed incessante "modernizzazione". Non c’è dubbio. Siamo proprio in Cina.

La cerimonia di inaugurazione delle XXIX° Olimpiadi dell’era moderna giunge al termine di un’orgia giornalistica di ricordi degli eccidi a Tien an Men, dei diritti individuali negati, delle libertà religiose conculcate, delle diverse etnie assoggettate e calpestate, della repressione in Tibet, dell’inquinamento alle stelle, del rischio di attentati di terroristi islamici. Non abbiamo avuto tregua. Ci avessero dato una baionetta saremmo andati a suonargliele, ai "musi gialli". Eravamo pronti, dai.

pechino16Dal Dalai Lama alla censura su internet, dalla setta Falun Gong ai rapporti con la Chiesa Cattolica. E gli aborti di Stato delle figlie femmine. E le inondazioni. E le copiose esecuzioni capitali di queste belve assetate di sangue. Ad un certo punto ci si era messo persino il K2. Dannati meganoidi, cioè cinesi!

Tutto giusto. Per carità. E tutti gli articoli scritti e letti, di cui forse uno dei migliori e più condivisibili è quello di Facci. E poi i proclami di Gasparri e della Meloni.

Però, in fondo, riflettendoci, qualcosa ci ha impedito di ricordarcene prima. 

Cioè quando abbiamo inondato i meganoidi, pardon i cinesi, di prodotti, di delocalizzazioni produttive, di minacce di dazi unite a tenere preghiere per rivalutare il temutissimo yuan, di bacchettate per l’imitazione dei nostri prodotti e di implorazioni affinché non mettano gli USA col culo per terra vendendo le immense percentuali di buoni del Tesoro americano che possiedono. Finanche di balbettanti proposte per limitare il sostegno di Pechino in cambio di fresco oro nero al governo genocida del Sudan. 

Pechino20Così, ci accontentiamo di Bush che tuona per il rispetto delle libertà fondamentali, di Sarkozy che mena liste di prigionieri da liberare, di Putin che in maniche di camicia si sbraccia per salutare gli atleti russi mentre "i suoi ragazzi" un minuto prima le suonavano ai Georgiani perché l’Ossetia del Sud è roba loro.

Forse non siamo pronti. Forse ha ragione ancora una volta Kissinger a ridersela sotto le sue bretelle in tribuna allo stadio. Lui sì che ci aveva parlato con "quelli". Forse dobbiamo chiarirci le idee prima noi.

Forse il Pianeta Rosso è ancora troppo lontano.

In attesa che arrivi un nuovo Haran Banjo.