Elogio dell’incompetenza

HomerSimpson36-777805Con gli occhi ancora impastati di sonno ed il sapore del caffé appena preso, stamattina mi sono imbattuto nell’editoriale sul Corriere di Giovanni Sartori.

Il vulcanico professore fiorentino, con il quale mi trovo spesso d’accordo (soprattutto sulle valutazioni di scienza politica che spesso svolge sulla legge elettorale e sulle sue proposte di modifica), sostiene che i Ministri del nuovo Governo Berlusconi sono "incompetenti". Non che siano dei "cretini", ma – giustamente – i nuovi membri della squadra di Silvio non conoscerebbero le tematiche di cui andranno ad occuparsi, né tanto meno avrebbero acquisito alcuna esperienza in quegli ambiti.

Fin qui, d’accordo. Difficile sostenere infatti che la Gelmini abbia fatto la Preside e conosca a menadito i problemi della Scuola, che Angelino Alfano sia Perry Mason, che la Prestigiacomo possa sciorinare i contenuti degli Accordi di Kyoto o che Bossi conosca, oltre alla Costituzione, le principali leggi da riformare. Però. C’è un però con cui fare i conti.

Sartori sostiene infatti che nella Prima Repubblica i Ministri, considerata l’assenza di alternanza ed i governi "brevi", provenivano sempre dalla stessa "nomenklatura" e finivano sovente per tornare negli stessi Ministeri che avevano già guidato. Così, osserva l’editorialista, "la prassi finiva per produrre Ministri che si erano man mano addestrati".

Secondo me, invece, molto più modestamente, il problema è un altro. In primo luogo, come ammette lo stesso Professore, la competenza valeva fino ad un certo punto anche allora (basta vedere alcuni nomi…). In secundis, è vero che i Ministri spesso tornavano nelle stesse posizioni, ma se guardate gli elenchi dei ministri sotto la Prima Repubblica, ne troverete davvero pochi che, sommando tutti i periodi di governo, superano la legislatura (Gui alla Pubblica Istruzione, Colombo al Tesoro, etc.). Alcuni di loro, peraltro, saltellavano allegramente dagli Esteri al Bilancio (Andreotti), dalla Difesa agli Esteri e viceversa (Pandolfi, Andreatta), dall’Interno alla Difesa (Taviani), dalla Pubblica Istruzione alla Difesa (Gui), etc. Il che non faceva di loro delle persone "competenti".

Non credo nemmeno che la soluzione sia quella di affidare i dicasteri a "tecnici" di area politica, come in buona parte già avvenuto con i Governi Amato, Ciampi, Dini. La responsabilità politica di un individuo e del partito cui fa riferimento sono ingredienti ineludibili in democrazia. Ci sono state e ci possono essere eccezioni (Veronesi, Ruggiero, Padoa Schioppa), ma è davvero difficile che lascino il segno. Il condizionamento politico a quei livelli è enorme ed è piuttosto raro che un tecnico sappia gestirlo.

Cosa faceva allora la vera differenza nella Prima Repubblica? Due cose, essenzialmente. La prima era lo spessore politico e culturale dei nostri governanti dell’epoca. Quella generazione, ancorché infarcita di cialtroni, arraffoni e legulei, era comunque di un livello superiore per capacità di analisi dei problemi, di conoscenza della realtà in cui si muovevano, di lettura delle situazioni di emergenza, di riferimenti culturali cui aggrapparsi. La seconda era il costante, silenzioso e spesso invisibile sostegno della Pubblica Amministrazione.

I Ministri andavano e venivano. Ma i Segretari Generali, i Direttori Generali ed i dirigenti rimanevano. Loro conoscevano la macchina, loro assicuravano la continuità d’azione, loro individuavano problemi e prospettavano soluzioni. Il politico non doveva necessariamente essere "competente" o "esperto". Bastava che fosse intelligente, che usasse il cervello e che facesse il suo mestiere. Cioè assicurare "l’indirizzo politico". Esattamente ciò che accade ancora oggi nei principali Paesi europei e dovrebbe accadere anche in Italia.

Purtroppo, in Italia le cose sono un po’ diverse. In parte a causa di un accentuato (in misura minore esisteva già) e male interpretato principio di spoil system anglosassone (ai vertici dell’amministrazione siedono persone vicine al governo in carica, per cui spesso la soluzione più gradita al politico prevale su quella "giusta"), in parte per le continue iniezioni di politici trombati o clienti alle presidenze di enti o nei posti dirigenziali (si pensi alle ASL), in parte per il complessivo degrado culturale del Paese, che non risparmia né politici, né pubblici amministrori, ecco che il sistema su cui si è retto il governo della cosa pubblica negli anni precedenti ha perso terreno.

Il Ministro non deve necessariamente essere "competente". Anzi, spesso un tecnico ritiene di sapere già come vanno le cose e smette di ascoltare. Il Ministro deve fare il politico: fare delle scelte, indicare la direzione, verificare gli effetti della sua azione. Punto. E poi, naturalmente, deve studiare. Tanto. Perché i problemi – quelli sì – li deve conoscere.

Se mai, ci si dovrebbe porre il problema di come ricostruire una classe dirigente di livello in questo Paese. I modelli sono tanti (l’ENA francese, alcune università di eccellenza nel mondo anglosassone: LSE, Oxford e Cambridge in UK, Yale, Harvard, Columbia, etc. negli USA, e via dicendo). Basta rifletterci e scegliere.

Poi, sui nomi del nuovo Governo ognuno logicamente la pensa come vuole. Ma la "competenza" è un elemento – parafrasando Marx – di sovrastruttura.

La "struttura" resta sempre quella. Il cervello.

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3 Risposte to “Elogio dell’incompetenza”

  1. utente anonimo Says:

    Eppure, non so perché, ma sono convinto che il ministro A. Alfano farà un’ottimo lavoro…

    A
    (il vicino di blog)

  2. kolchoz Says:

    A parte il Ministro Alfano, che è un’eccezione, credo che il discorso sia valido. Personalmente ritengo che lo Spyl Sistem sia più che giusto (E’ naturale che una persona che debba prendere decisioni vitali si circondi di chi si fida ciecamente). Hai, secondo me, centrato il problema relativo alla discordia continuità/disconituintà nell’epoca democrisitana. Infatti da una parte si accusavano quei governi di essere eccessivamente brevi e volatili, dall’altra, però, si sollevava il problema di un’Italia sostanzialmente immobile, pietrificata nell’apparentemente intramontabile potere democristiano. Il risultato fu che in Italia non governavano più i ministri ma gli alti burocrati…per quel che riguarda Giu, forse era troppo impegnato con gli aeroplani per pensare alle scuole.

  3. gau Says:

    Fidarsi ciecamente dei collaboratori va bene. Ma dal 1994 in poi in Italia c’è stato di più: completare le caselle della P.A. come si riempie un cruciverba. Soprattutto con gli “amici”, indipendentemente dalla bravura e dalla competenza.
    Quello che dici sull’immobilismo è vero. Però l’inattesa conseguenza positiva del potere dei burocrati è stata che in molti casi sapevano cosa facevano. E, quando necessario, sapevano dire di no agli appetiti dei politici che, tanto, oggi c’erano e domani chissà…

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