Vai Fernandez! E’ tua!

E’ lunedì. Il mio week end è stato complicato poco meno di quello di Kolchoz. E non essendo in vena di dare cattivi esempi, mi limiterò a dare due buoni consigli.

Il primo. Qualche giorno fa, ho rivisto per l’ennesima volta quello straordinario capolavoro – soprattutto per chi ama il calcio, si intende – che è "Fuga per la Vittoria". La trama la conoscete tutti. Tutti sapete del Capitano Colby, alias Michael Caine, del Maggiore tedesco Von Steiner, alias Max Von Sydow, di Hutch l’americano, alias Sylvester Stallone, di Bobby Moore, di John Wark, di Osvaldo Ardiles e di Luis Fernandez, alias Pelé.

Il terzo giocatore più forte di tutti i tempi (dopo Maradona e Cruyff, ovviamente) impersona un bizzarro soldato dell’esercito alleato che ha imparato il gioco del calcio palleggiando con le arance per le strade di Trinidad. Tra i dialoghi e le battute celebri del film, ce n’è una in particolare che riguarda lui e che, secondo me, offre un importante spunto di riflessione.

Tralasciando infatti il geniale marasma organizzato da John Huston, fatto di campi di concentramento da cui si scappa con irrisoria facilità (ci riesce persino Stallone), di fughe non punti con la morte, di resistenti francesi che scavano tunnel a casaccio sotto lo Stade des Colombes di Parigi (dove, giova ricordarlo, vincemmo i Mondiali del 1938), di comparse allo stadio che sono vestite un po’ alla moda degli anni ’40 e un po’ alla moda degli anni ’70, la battuta che rimane impressa è questa. Siamo a quattro minuti dalla fine del match, gli Alleati – a cui hanno appena annullato un goal regolare – allargano il gioco sulla fascia destra da cui Bobby Moore fa partire un preciso cross verso il centro dell’area, dove è appostato Fernandez-Pelé, appena rientrato in campo dopo un infortunio. Il giocatore guarda il pallone, dà le spalle alla porta, si coordina e spedisce in rovesciata il pallone in fondo al sacco.

Mentre parte il cross di Moore, si sente una voce in campo: "Vai Fernandez! E’ tua!" Una frase apparentemente normalissima, specie per chi ha praticato uno sport di squadra. Apparentemente. Perché il contesto è assolutamente eccezionale: in una situazione del tutto surreale, in cui sembra che una partita di calcio possa incidere sulle sorti della guerra, in cui una squadra vince fuori dalle regole, in cui manca pochissimo alla fine, quella frase significa "tocca a te", "è la tua grande occasione". Puoi ribaltare la situazione, trasformare una sconfitta in una vittoria, dare un senso a tutti gli sforzi fatti da te e dai tuoi compagni, raccogliere i frutti del tuo lavoro.

E chi se ne frega, direte voi? Retorico, superato. Non proprio.E’ il miglior antidoto contro due delle peggiori malattie di cui la nostra epoca è l’epicentro, che rappresentano paradossalmente due facce della stessa medaglia: la rassegnazione e l’appagamento. Chi è sazio, si accontenta. Chi ritiene di non valere, si rassegna. Entrambi rinunciano all’obiettivo perché hanno paura della sconfitta. Abbiamo espulso la sconfitta e il fallimento dal nostro vocabolario. Come il dolore, la malattia, la morte. Non ci piacciono, ci risvegliano dalla nostra anestesia quotidiana. Ci danno uno schiaffo non richiesto, a cui di porgere l’altra guancia proprio non ci va.

Ecco perché John Huston ci viene in soccorso con la sua follia. C’è la guerra. In campo c’è un ambiente ostile. Stai perdendo. Hai praticamente perso. Ma se ci credi, se ti sei costruito una capacità, riesci ad issarti fino ad un’altra occasione, fosse anche l’ultima.

Quella in cui senti una voce che ti dice "Vai Fernandez! E’ tua!". 

 

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5 Risposte to “Vai Fernandez! E’ tua!”

  1. utente anonimo Says:

    Grande film, memorabile.

    Tra le altre cose, la pellicola è stata ispirata da un’evento reale (anche se con le dovute differenze cinematografiche): la partità che si giocò nella realtà fu tra una selezione tedesca e una di giocatori dell’Est europeo, che se avessero vinto, sarebbero stati lasciati liberi.

    La partita in effetti la vinsero, ma i tedeschi, purtroppo, non rispettarono i patti… e vennero tutti fucilati.

    Ottimo post, Gau.

    Andrew’s Tavern
    (il vicino di blog)

  2. kolchoz Says:

    Caro Andrea, a me fà molto piacere che si sappiano queste cose, ma l’evento fu completamente diverso, ed è per questo che, al contrario di Gau, considero Fuga per la vittoria una fanfaronata hollywoodiana..molto meglio “L’allenatore nel Pallone”. L’episodio al quale ti riferisci tu fu una partita giocata nel 1942 tra la squadra campione di Germania e la Dinamo Kiev. Dopo l’occupazione tedesca la Dinamo era sciolta, ciononostante le SS non resistettero alla tentazione di umiliare a casa loro i mostri del calcio ucraino (Allora la Dinamo era forse la squadra più forte al mondo). Fu organizzata una prima partita: lo stadio era stracolmo, 1000 agenti delle SS guardavano a vista gli spettatori…la partita finì 4-0 per la Dinamo! Alchè interevennero le forze di occupazione tedesche che dissero a chiare lettere se perdete non vi trucidiamo…la partita fu rigiocata, stadio obbligatoriamente stracolmo di Ucraini condannati ad assistere alla disfatta della Dinamo ad opera dei superiori tedeschi, controllati a vista da dieci mila SS. Alla fine del primo tempo, ovviamente, la Dinamo perdeva…nel secondo tempo un sussulto di orgoglio pervase gli atleti della Dinamo che seppellirono sotto cinque pere i tedeschi…il finale fu, ovviamente, quello previsto: tutti gli atleti, i tecnici e i dirigenti della Dinamo furono ammassati al centro del campo e davanti agli spettatori pietrificati…continua

  3. kolchoz Says:

    …furono uccisi con una pistolettata alla nuca. Tutti fuorchè il portiere che, invece, fu messo sulla linea di porta, col cecchino che volle togliersi la soddisfazione di fucilarlo direttamente dal dischetto del calcio di rigore! Altro che fuga per la vittoria o vittoria per la fuga!

  4. marish Says:

    Sei pesante oltre che inutilmente pomposo. Il cinema, dovresti ricordatelo, non è rappresentazione del reale ma della realtà del regista (che è cosa molto diversa). Gli americani (che sono i maestri indiscussi di questa arte) lo sono perchè capacissimi di inventare “mondi” e non pallosissime copie della nostra vita (pensa, ti prego, ai mille soggetti “socialmente utili” ed artisticamente inutili del nostro cinema degli ultimi vent’anni). Fuga per la Vittoria non è un film di denuncia o un tentativo di raccontare una storia. E’ un (in alcuni momenti, diciamolo, goffo) tentativo di “fare arte” dell’amore per il calcio di noi europei. Cosa che gli americani non capiranno mai. Comunque tu pensala come ti pare. Io da un film di Virzì e di un altro suo compare non imparerò un cazzo. In Fuga per la vittoria ho conosciuto la resistenza francese, il dramma dei popoli dell’europa dell’est, il potere evocativo del West Ham (da allora mia squadra britannica del cuore). Ho conosciuto un grande attore. Forse il più grande attore europeo. Michael Caine. Potrei continuare per ore a cercare di spiegarti che cosa rappresenta per un trentenne rivedere un film che lo ha fatto piangere a nove anni e lo fa piangere ancora. Ma sei diventato, anche tu come me, inutilmente palloso ed ampolloso. Mah.

  5. kolchoz Says:

    Mi spiace ma non la penso come te, secondo me un film deve raccontare qualcosa di realmente accaduto (o che sia possibile che possa essere accaduto). In questo mi sento molto più Manzoniano. Una storia può anche essere inventata ma deve essere collocabile in una cornice storica e storiografica ben definita e definibile, e in questo il rispetto per quel che è documentato storicamente e storiograficamente deve essere rigoroso. Poi, visto che stiamo parlando di un monumento del cinema mondiale, è chiaro che l’interpretazione sia eccelsa, la regia sopraffina e così via. Ma dato che un film non è un saggio di bravura dell’attore o del regista, ma è soprattutto una storia, nella quale il regista e l’attore non sono altro che, come gli effetti speciali, meri strumenti per raccontarla, è chiaro che la sceneggiatura DEVE essere veritiera e verosimile. E in “fuga per la vittoria” tutto ciò manca. Pur essendoci, comunque, del materiale valido.

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