La paura e la speranza

LaPaura&la speranzaSu Giulio Tremonti ha ragione Massimo D’Alema.

A "Otto e mezzo", il Ministro degli Esteri dice di "stimare" l’ex Ministro dell’Economia "in quanto persona intelligente, anche se talora paradossale. E in un panorama politico nazionale piuttosto…povero come quello attuale, è un interlocutore con cui a volte è piacevole confrontarsi". Personalmente condivido. Gli unici dibattiti che ormai seguo in televisione – quando non guardo le vecchie cassette con le tribune politiche di Nenni e Fanfani – sono quelli, ahimé rari, tra Tremonti e Bersani o tra Tremonti e lo stesso D’Alema.

Il libro "La paura e la speranza" dimostra che Tremonti, a differenza della stragrande maggioranza dei nostri amministratori di condominio, possiede uno spessore culturale ed intellettuale di tutto rispetto. Ciò non vuole dire condividerne naturalmente le idee, le analisi e le conclusioni. O almeno condividerle completamente. Significa riconoscere che qualcuno fa ancora in questo Paese lo sforzo di interpretare la realtà con il cervello, elaborando dati reali, costruendo teorie e cercando di dimostrarle con argomentazioni convincenti e basate su "prove". Non sempre riesce, ma lo sforzo – in un avvilente deserto di idee – è encomiabile.

Il "paradossale" Giulio sostiene, con qualche ragione, a partire dal crollo del muro di Berlino e dalla nascita del WTO la globalizzazione – attraverso il moltiplicatore di internet – ha accelerato in modo esponenziale ed ha fatto piombare il mondo nelle tenebre di una nuova ideologia non meno pericolosa del comunismo maoista: il "mercatismo". Il mondo si è illuso di governare se stesso attraverso il mercato e di esaurire in esso tutti gli aspetti della realtà. Il mondo, parafrasando Schopenhauer, non più come "volontà e rappresentazione" ma come "rappresentazione del mercato".

Questo substrato culturale strisciante ma progressivamente dominante ha messo al centro delle attività umane non più la politica, che a sua volta si nutre di principi razionali ed ideali, di filosofia e financo di religione, ma l’economia. Un’economia, tuttavia, totalmente "anomica", ovvero senza regole: il risultato è che i salari occidentali sono entrati rapidamente in concorrenza con quelli asiatici, creando disoccupazione da noi, le materie prime costano di più per effetto di un’improvvisa irruzione di nuovi soggetti nella produzione mondiale (Cina, India, Brasile, etc.) e il fantasma della stagflazione (bassa crescita+aumento dell’inflazione) avanza.

Ma c’è di più. La vera novità imposta dal "lato oscuro" della globalizzazione è la cosiddetta "tecnofinanza", una gigantesca macchina che lavora sotto traccia a milioni di megabyte di velocità spostando ingenti somme di denaro da un Paese all’altro, ma soprattutto facendo affluire i risparmi di milioni di cittadini in prodotti finanziari opachi e sovente truffaldini. Si pensi ai bond argentini, alle azioni Cirio e Parmalat, a diversi derivati, ai futures, ai fondi "spazzatura" che hanno determinato la crisi dei cosiddetti mutui subprime, origine dell’attuale incipiente ondata di recessione.

E qui Giulio non si limita ad indicare qualche soluzione tampone o rimedio temporaneo. Prova – e questo è il suo principale merito – ad alzare lo sguardo ed a riflettere, giungendo a conclusioni magari discutibili ma logiche. Secondo lui, l’ideologia "mercatista" ha sradicato la base del vivere sociale e civile dell’Europa e dell’Occidente. Tutto è mercato e tutto si fa per il mercato, fino ad annullare il resto. I principi arretrano, il profitto domina la scena, le risorse ambientali del pianeta deperiscono, le crisi finanziarie aumentano ed i segnali di guerra si moltiplicano. L’Europa stessa rinnega le sue radici giudaico-cristiane e concentra unicamente la sua attività nella realizzazione del mercato interno.

E sullo sfondo, si scorge la politica, con il suo patrimonio di passione ideale e riflessione razionale, che – relegata in un cantuccio – diventa sempre più ininfluente fino ad abbandonare il campo. 

Soluzione? Tremonti – a dispetto di quello che la "carta da culo" nazionale travestita da giornale continua a blaterare – non incentra la sua riflessione sui dazi. Essi non sono che una minima parte della soluzione. Possono servire solo per alcuni settori e per brevi periodi. Servono insomma "per guadagnare tempo" e consentire ad alcune industrie di riorganizzarsi per poi competere. Anzi, Il Paradossale si dice a favore dell’abolizione dei dazi imposti dall’Europa sui prodotti agricoli africani, a suo dire (e sono perfettamente d’accordo) ingiusti e dannosi per lo sviluppo del Continente nero.

Il rimedio ad una crisi di tale portata non può essere solo nazionale. Deve essere europeo. E non può essere solo economico. Deve essere anche e soprattutto politico o non sarà. L’Europa deve recuperare il primato della politica: deve essere la politica ad esempio a rendersi conto che per essere più competitiva nel mondo l’Europa deve sfrondare la selva di regole a volte asfissianti su cui basa il proprio mercato interno. Meno regole inutili all’interno, dunque, e più azione internazionale a sostegno del "rules-based trade" nel mondo. Anche a costo di fare la voce grossa al WTO e di uscirne, se necessario. Rispettino anche gli altri gli standard ambientali, di sicurezza e di tutela del lavoro che vengono difesi in Europa.    

Occorre recuperare concetti considerati superati come autorità e responsabilità. L’Europa inoltre deve tornare a decidere, e per farlo deve integrarsi politicamente.  Lasciando basito il lettore che ricordava un Tremonti euro-scettico, Il Paradossale invoca una riforma del Trattato di Lisbona che dia al Parlamento Europeo – attualmente piuttosto inutile – il potere di iniziativa legislativa, per creare un autentico spazio politico europeo, creare una coscienza politica europea e, in definitiva, una politica europea.

La tela di fondo convince, anche se in molti ricordano un Tremonti meno pessimista sulle virtù del mercato qualche anno addietro. Convince meno il mancato riferimento a situazioni più tipiche dell’impastoiato sistema italiano: il bisogno di liberalizzazioni e di più mercato in un Paese dove spesso ce n’è troppo poco. E’ molto interessante l’analisi sullo sradicamento dei principi ideali del Vecchio Continente, che Tremonti attribuisce al ’68. In buona parte è condivisibile. Ma affidare alle sole radici giudaico-cristiane la rinascita dell’Europa appare un filino pretenzioso. Naturalmente chiara ed elegante l’analisi dell’attuale crisi economica e dei problemi che affliggono l’Europa ed in particolare l’Italia. Da un economista di livello non mi attendo di meno. Ma c’è anche il rovescio della medaglia di un Paese che – soprattutto al Nord – ha completato nel silenzio della politica e nell’indifferenza generale una ristrutturazione industriale che ha portato le piccole e medie imprese in pochi anni ad aumentare di molto le loro esportazioni, nonostante l’euro forte ed i prezzi in aumento. 

Nel complesso, Tremonti riesce nell’intento di abbozzare un "manifesto" della destra italiana, cercando per primo di mettere ordine in quel brodo primordiale di idee, principi e slogan che Berlusconi ha fatto emergere dalla pancia dei suoi elettori dal 1994 ad oggi. Libertà individuali e radici cristiane, nazionalismo e globalizzazione, mercato e protezione. Tutto cucito con maestria fino a giungere ad un prodotto consequenzialmente logico e che ambisce a rappresentare un piccolo modello per la destra europea. Del resto, al Paradossale una certa dose di presunzione non ha mai fatto difetto. Il tentativo, in alcune parti un po’ lacunoso e certamente discutibile, resta comunque estremamente apprezzabile sul piano intellettuale.

Il saggio è attualmente ai primi posti delle vendite in Italia. Ne discendono, a mio avviso, una paura ed una speranza. La speranza è che possa rappresentare un punto di partenza per cercare nuovi spunti di riflessione su Europa, globalizzazione, mercato, principi, ruolo della politica. Temi che in Italia trovano meno spazio delle boutades della Canalis a Controcampo.

La paura, temo fondata, è che dato il melmoso humus culturale ed il "panorama politico povero" in cui questo Paese è sprofondato, il brillante contributo di Tremonti anneghi nell’incomprensione o nella critica ideologica e termini rapidamente nell’indifferenza.

La paura è che, ancora una volta, abbia ragione D’Alema.

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Una Risposta to “La paura e la speranza”

  1. kolchoz Says:

    Sinceramente non capisco qualie sia stata la colpa del 1968. Non riesco a comprendere il nesso tra il rifiuto delle baronie, l’abbattimento del principio di autorità con il proliferare del mercatismo. Alcune idee sono anche da prendere in considerazione (Tipo l’abolizione dei dazi verso l’Africa, anche se temo sia già troppo tardi…ormai l’Africa è cinese), su altre analisi (da quello che hai riportato tu) non riesco sinceramente a capire come possano essere state concepite dalla mente di Tremonti: tipo tutto questo afflato europeista, l’anteporre le idee e gli ideali al mercato. Credere che questo libro sia il manifesto di una nuova destra italiana, sinceramente, mi sembra una pia illusione perchè purtroppo la realtà di Destra in Italia è eccessivamente variopinta: si passa da un sostanziale iperliberismo rappresentato da soggetti quali Antonio Martino, a persone che, pur proveniendo da realtà liberiste, cercano di reintrodurre dei calmieri ideali alle loro proposte, come, per l’appunto Tremonti; per arrivare fino a soggetti onestamente reazionari come Alemanno, che, oltretutto, hanno un notevole appeal sull’elettorato. Purtroppo alcune idee, con le quali si potrebbe anche discutere, si scontrano con una realtà fatta di un elettorato da accontentare, di proposte demagogiche e populiste, e di realizzazioni sostanzialmente inutili. Comunque, in conclusione, fa piacere vedere che in questa campagna elettorale sia uscito qualcosa che non parli solo di par condicio, libri di storia e visibilità dei candidati…qualcuno che proponga qualcosa sul futuro e non sul presente o il passato è sempre il benvenuto.

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