Yes, we can

Yes We CanL’articolo 1 della Costituzione recita: "L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Non proprio. Basta rileggere le cronache sul rogo della Thyssen-Krupp o le statistiche europee per morti sul lavoro (Italia ultima, ovviamente) per capire che non è così. Ma non abbattiamoci. La verità è che non è mai stato così.

Dopo la dittatura fascista, l’Italia è stata una Repubblica fondata sui valori – talora, consentitemi, un po’ esagerati – della resistenza e della ricostruzione. Ma è durato poco. Ben presto, la Repubblica ha trovato le sue malferme e traballanti fondamenta nel pantano della Guerra Fredda. Che ha generato un bipartitismo imperfetto (DC – PCI), in cui uno era sempre al Governo e l’altro sempre all’opposizione, ma insieme portavano la responsabilità di non far scivolare il povero stivale verso la guerra civile.

Per un periodo, la Repubblica è stata fondata anche sul boom economico, sì in un certo senso anche sul lavoro. I cinesi d’Europa – fatte le debite proporzioni, s’intende – eravamo noi. Manodopera più o meno qualificata, abbondante e a basso costo. Dialettica politica aspra ma civile, dialettica sindacale non esasperata, spiriti animali e slancio innovatore. Ma accanto a questo, c’era dell’altro.

La Repubblica ha poi trovato una base ancora diversa su cui poggiare. La dialettica sistema/antisistema, l’arco costituzionale e i gruppi terroristici. Le vittime ed i carnefici. I comunicati deliranti e le azioni di forza contro il dolore di uomini e donne per bene. E dei loro familiari, ovviamente. Sullo sfondo, il pilastro resta quello della guerra fredda.

Si succedono nuovi equilibri, il Paese cambia volto, le incrostazioni del passato svaniscono e la Repubblica si appoggia a nuove fondamenta, mostrando i primi segni di asfissia. I partiti, le correnti, i giochi di palazzo. Lentamente, poi, ci accorgiamo che una parte della Repubblica, geografica e sociologica, si fonda sulla malavita organizzata, su Sodoma e Gomorra. Per contro, un’altra parte della Repubblica invoca pulizia a tutti i livelli e si aggrappa alla magistratura come un moribondo all’ossigeno.

Questa stagione dura poco, ma è devastante. E prelude alla fase attuale, quella più triste. Non tragica, solo farsesca. La Repubblica, o quel che ne resta, si fonda oggi esclusivamente sulla guerra fra bande. E ciò che è accaduto in questi ultimi giorni ne è uno straordinario quanto illuminante compendio. Il Ministro della Giustizia Mastella, già nel mirino per l’indulto e per aver intralciato le inchieste del PM De Magistris e quella del PM Forleo su alcune parti del mondo politico, apprende dalla TV – proprio nel giorno in cui dovrebbe recarsi in Parlamento per illustrare i risultati di un anno di attività nel settore di sua competenza – che la moglie è agli arresti domiciliari per concussione. Mastella va sì in Parlamento, ma per dimettersi. I giornalisti d’assalto gongolano. L’avevano detto, loro.

Qualche giorno dopo, il CSM discute il caso De Magistris, a cui viene tolta l’inchiesta. Non potrà più fare il PM. In queste ore, cosa analoga capita alla Forleo. Poi c’è la condanna di Cuffaro, il dolce sapore dei cannoli, le dimissioni più o meno forzate. Il tutto, a margine di un moloch che sembra scandire la nostra vita più di qualunque altra cosa al mondo: la legge elettorale.

Già, perché ne va della sopravvivenza dei vari partiti e partitini. Pardon, bande. Così, Veltroni annuncia che il PD va da solo, Mastella – altro che vicende giudiziarie, sai che gli frega – capisce l’antifona e fa cadere il governo. I partiti minori non si stracciano le vesti: non Di Pietro, non Diliberto, non Pecoraro Scanio, non Dini, non i nani del centro-destra. Fa gola andare a votare con questa legge. Niente referendum, niente riforma pro-PD e FI. E la prospettiva di tirare a campare per un altra legislatura. Poi si vedrà. La banda di Silvio vuole andare a votare: lui perché si garantisce l’uscita di scena che sognava, da vincitore, gli altri – Fini e Casini – rinnegando i recenti propositi di regicidio possono tornare in posti di potere. Prodi, facendo incazzare a morte Napolitano, va in fondo e si fa votare la sfiducia. Orgoglio? Testardaggine? Sindrome da "dopo di me il diluvio" o "muoia Sansone con tutti i Filistei?"

E così il 13 e 14 aprile ci recheremo di nuovo in buon ordine alle urne per dire a questi signori cosa devono fare. Sperando che ai due principali capi banda, lo splendido settantenne e l’uomo del "ma anche" abbiano un barlume di lucidità e dopo il voto si fermino a ragionare. Perché stavolta, tra la monnezza, i salari e la recessione, sarà davvero difficile trovare una valida alternativa alla guerra tra bande. E se non si trova, la Repubblica ci crollerà in testa.

Consoliamoci pure con lo sgomento dei Francesi per le gesta di Sarkozy o con la prospettiva per gli USA di passare dai Dallas Bush ai Dinasty Clinton per altri otto anni. La verità è che abbiamo toccato il fondo.

Ma la domanda é: possiamo ancora scavare?

Yes, we can.

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8 Risposte to “Yes, we can”

  1. kolchoz Says:

    Un po’ lunghetto…l’excursus storico molto bello è arcinoto. Sostanzialmente vieni al mio discorso: il fatto che il Governo sia caduto perchè Mastella si è incazzato perchè hanno osato indagare e arrestare la moglie (Agli arresti domiciliari in quella villa non è un dramma, credo!) è l’emblema dello schifo del Paese. Altrove in sistuazioni analoghe il Governo sarebbe caduto per l’onta non per rispondere ad un ministro che pretende l’impunità per sè e i familiari. Il fatto che forse farà da ago della bilancia per il QUARTO governo Berlusconi non è una gran bella notizia per l’Italia.
    Una postilla: ricordo che nel 1994 si diceva che l’attuale classe dirigente sarebbe durata poco perchè è giusto garantire i ricambi generzionali. Era una delle poche cosa nelle quali c’era un accordo bipartisan. A distanza di 15 anni circa ho come la sensazione di essere stato preso per il culo!

  2. marish Says:

    Non male, non male, amico mio. Se non fosse per il commento da “tifoso,arbitroecalciatore” di K. Ma lasciamolo stare. Ha votato Crucianelli per anni. Continua a pensare a Diliberto come ad un uomo politico.
    Non male dicevo. Non so piu’ dove trovare le soluzioni, se ce ne sono. Secondo me l’opzione “BAGNODISANGUE” rimane la migliore. Pensateci. Riunioni di partito tipo Corea del Nord. Ci troverebbero una moglie loro. Sarebbe bellissimo.

  3. utente anonimo Says:

    Caro Kolchoz, veramente penso il contrario. Secondo me Mastella non si è sfilato per le vicende giudiziarie. Quello è un pretesto. Si è sfilato perché Veltroni ha detto che il Pd andava da solo e perché alle porte c’era il referendum che ne avrebbe fortemente limitato la presenza in Parlamento. Sul ricambio posso essere d’accordo solo in parte: abbiamo liquidato Andreotti, Forlani, Craxi, Cossiga, Formica ed altri come ladri, assassini e spie e ci siamo ritrovati i loro portaborse (Casini, Mastella, Boselli), sindacalisti rivoluzionari (Bertinotti), amanti di libri antichi con tentazioni maoiste (Diliberto), funzionari di Bankitalia (Dini), eterni delfini che non sanno nuotare in mare aperto (Fini), sfigati (Segni), imprenditori prestati alla politica e mai più restituiti (Silvio), funzionari di partito senza la grandezza dei loro predecessori (Fassino, D’Alema, Veltroni). E la gente alle loro spalle non mi sembra meglio.

    Per Marish: perfettamente d’accordo. Un po’ cruento forse, ma bisogna pensarci. Ho già comprato un dizionario di coreano.
    gau

  4. utente anonimo Says:

    Lucido e come sempre “Il Migliore”. saluti da un giovane che dopo 14 anni di militanza ed una “quasi elezione” da domani, schifato, lascia definitivamente la politica attiva. BUONA STRADA

    PS: Gau con una penna cosi dovevi stare al corriere altro che Bulgaria

  5. gau Says:

    Grazie.
    Ma se io dovevo andare al Corriere, tu devi andare in manicomio. Perché lasci? Non fare cazzate.

  6. utente anonimo Says:

    con questa penna gau: servi ovunque tu sia.

  7. kolchoz Says:

    Secondo me Veltroni ha detto che sarebbe andato da solo perchè aveva capito che presto Mastella (o Dini) avrebbe staccato la spina alla legislatura. E poi perchè, dopo l’acclamazione di Ottobre, non avrebbe avuto senso restare a fare il Sindaco di Roma.

  8. gau Says:

    Diciamo che aspettava un segnale per staccare la spina al governo, ma non so se abbia indotto volutamente Mastella a lasciare. Credo che il punto cardine sia stato l’ok della Corte al referendum. Clemente non aveva alternative….

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