Black Out

black outDomani è sabato.

Oggi per me non significa molto questa affermazione. Neanche prima, in verità. Però adesso comicio a riflettere – è grave lo so – su quello che facevo il sabato quando vantavo ancora a buon diritto lo status di "pischello", una condizione giuridica che ti consentiva di cazzeggiare in posti assurdi fino a tarda notte.

Va bene, direte voi, non è che sia cambiato molto. Cosa ti impedisce di farlo ora? No, non capite. Oggi non potrei mai andare, ad esempio, in un posto come il Black Out. No, Marish, nemmeno tu potresti. A meno che tu non debba visitare dei pazienti, naturalmente.

Pensavo avesse definitivamente chiuso i battenti già da un po’ questo oscuro, fumoso refugium peccatorum della mia (della nostra, ok) post-adolescenza. Invece a Via Saturnia 18, quartiere San Giovanni, Romacapoccia, tiene botta richiamando i "pischelli" del 2007 alle danze su ritmi rock.

Credo di aver parlato del DDT. Beh, il Blackl Out era il suo alter ego. Quando non c’era qualcosa di definito da fare, l’alternativa era l’uno o l’altro. Con Marish avevamo addirittura tracciato piani settimanali che facevano impallidire l’affidamento dei bambini tra le coppie divorziate. Lunedì sbronza ovunque, martedì DDT (serata brit pop), mercoledì Black Out (serata indie), giovedì un’altra accoppiata di locali di cui perleremo un’altra volta, venerdì Black Out o DDT, sabato DDT o Balck Out, domenica campionato di calcio.

Era, insomma, casa nostra. Conoscevamo la gente. No, no, non i gestori o i Pr (manco c’erano) di una qualunque discoteca. La gente. Quelli che ballavano, quelli che ci andavano quando di andavamo noi. Quelli che facevano i nostri stessi calcoli. Quelli che, come noi, alle 2 di notte non sapevano dove andare ed inesorabilmente sbattevano lì.

Ne ricordo alcuni straordinari. C’era un ragazzo sordomuto, accompagnato sempre dalla sorella, che "pogava" il mercoledì e il venerdì come un ossesso. C’era una ragazza che veniva sempre e che si presentò ad un capodanno (sì, ci andammo anche a capodanno. mbe’?) con un vestito certamente ricavato dalle tende del suo salotto. Tutti che si agitavano alle prime note dei Rage, dei Prodigy, dei Cure, dei Beastie Boys. Con gli Smiths si agitava sempre per Marish per primo. Non so perché. Non gliel’ho mai chiesto.

Lo ammetto. Ero (eravamo, ok) talmente infatuato di quel luogo che ci abbiamo portato tutti. Amici, conoscenti, donne, parenti, tutti. Oggi posso dire che poche delle persone che contavano per me allora non ci hanno mai messo piede. Nessuno, mi risulta, è mai rimasto deluso. E se si è lamentato, io ho volutamente chiuso le orecchie.

Tuttora, se passo da quelle parti – sebbene sappia perfettamente di non essere più al passo coi tempi in quel genere musicale, di non avere la minima intenzione di passare le mie serata con ventenni addomesticati dagli ormoni, di non cooscere più "la gente" – non posso fare a meno di dedicargli un attimo di raccoglimento. Specie se è venerdì.

Perché penso che l’indomani è sabato.

  

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3 Risposte to “Black Out”

  1. marish Says:

    Sono di guardia. Sono stanco morto. Ma il solo pensiero del “Bleccaut” mi ha tirato su il morale. Grazie fratello! Un’unica considerazione: non hai parlato di quello scimunito vestito come il cantante dei Pulp, che si muoveva come il cantante dei Pulp, che parlava come il cantante dei Pulp… ma non era il cantante dei Pulp. Personaggio meraviglioso.
    A presto.

  2. gau Says:

    Hai ragione! Lo incontravamo dappertutto. Ad un certo punto ho temuto che ci seguisse.

  3. kolchoz Says:

    Mi ci portaste pure a me qualche volta: ricordo il cubalibre che sapeva di last al limone, e, soprattutto, ricordo la rissa alle tre del mattino…FISSA! Se scoppiava alle tre meno cinque voleva dire che l’orologio andava male. Ricordo l’ultima volta che ci mettemmo piede: eravamo un bel po’ spaesati!
    Che posto de merda! (Una volta ci portammo quel boione del bellantinho….ho detto TUTTO!)

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