Archive for ottobre 2007

Quel imbécile…

30/10/2007

Il Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, viene intervistato dalla giornalista americana Lesley Stahl della CBS per il programma "Sixty minutes".

Dopo una serie di domande sulla politica internazionale, i rapporti USA-Francia ed altre amenità, la giornalista inizia a fare domande  pruriginose su Cecilia, sulla sua presunta nuova "fuga" con l’amante, etc.

Al secondo quesito, Monsieur le Président si alza e se ne va, non prima di aver mormorato – nemmeno troppo a bassa voce – un secco ed eloquente "quel imbécile!" (che imbecille) rivolto al suo inerte portavoce David Martinon, che sconsolato allarga le braccia.

La giornalista assiste impotente e basita alla scena, teme di aver violato una postilla del codice etico e deontologico e inseguendo Sarko con lo sguardo, gli domanda: "What was unfair?" (c’è stato qualcosa di scorretto?).

Incurante dell’attimo di comicità involontaria provocato dalla domanda, con un gesto della mano nervoso e distante, sprezzante come solo i Francesi (oggi sì con la F maiuscola) sanno essere, Sarko risponde: "allez!" (suvvia!).

Noi, commedianti dell’arte, avremmo risposto "ma mi faccia il piacere".

 

Influenze di stagione

30/10/2007

 

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"Regime sudamericano" a chi?

 

 

 

Boston Red Sox are world champion!

29/10/2007

Sembra essere un anno discretamente meno de merda di quello che lo ha preceduto…
La Juve è in serie A.
La Ferrari ha vinto il Mondiale.
Valentino Rossi è stato superato pure dalle Suzuki…
che manca… ah si…

sox22I RED SOX HANNO VINTO LE WORLD SERIES!
Grandi. Grandissimi. Alla faccia di quei chicani infami degli Yankees…
Un unico neo in questa stagione perfetta. Per l’ennesimo anno, non ho visto i Brooklyn Dodgers in campo.
Qualcuno mi sa dire il perchè?

Robin Gibb live at East

29/10/2007

20-02-05_2042Esci una sera senza nessuna voglia. Sei stanco. Resteresti a casa, davanti alla tv, sonnecchiando. E invece, trascinato dalla personacuitengo e da uno pseudo-ambiente lavorativo, esco. Si prospetta una serata 70s (per cui nutro una certa ritrosia a prescindere), un concerto live (non ho più l’età). Si prospetta Robin Gibb.

Proprio lui, quello dei Bee Gees. Ammetto di non essere mai stato un suo/loro fan. Ma mi faccio forza e vado. L’impatto con la Sala mi tira su; non è male, anzi. E’ moderna, ha un bel colpo d’occhio. Non è l’Auditorium con legno di ciliegio di Renzo Piano ma ha un suo perché. I posti sono ottimi: parterre vip, quarta fila, praticamente in faccia a Robin.

Pronto a soffrire, pensando che mai il nostro avrebbe avuto il coraggio o il permesso di sciorinare i migliori pezzi del repertorio della mitica band di Night Fever e Stayin’ Alive, mi accomodo e inizio a guardare l’orologio. Spero faccia almeno Juliet, l’unico pezzo che conosco della sua, anonima per la verità, carriera da solista. Robin entra, sembra felice, sorride – forse pensando al cospicuo cachet – e mostra il pollice in alto. Lo farà per tutta la sera.

Il nostro, lasciando basito il vostro e la persona cui tengo, spara subito cartucce ben mirate. Massachussets, I started the joke, Juliet (imparate, maledetti Chemical Brothers, a fare le canzoni che uno si immagina!). Così, scaldato per bene il pubblico, il simpatico Robin scruta la platea dai suoi occhialetti tondi a lente blu stile John Lennon e decide che è il momento di calare l’asso.

Ci sa fare Robin. Tiene in mano i 4000 febbricitanti della notte e li blandisce con Night Fever, li coccola con You win again e li costringe – me compreso, lo ammetto – ad alzarsi dalle comode poltroncine stile teatro per dimenarsi e ballare al ritmo di Stayin’ Alive. Per ben due volte.

20-02-05_2110Un’ora e mezza volata via con rara semplicità. Come quando hai ospiti a casa, ti aspetti una serata noiosa e invece ti trovi di fronte il simpatico fighetto sempre allegro che ti salva la cena. Ecco, Robin è proprio così. Un pizzico di gioia a ventenni incuriositi, trentenni già nostalgici, quarantenni rimasti adolescenti, cinquantenni in giacca e cravatta con una voce ancora dignitosamente all’altezza – accompagnata da quella squillante di tre buffi ma capaci coristi (un uomo che sembrava Magic Johnson, una bionda che sembrava una prostituta di Chisinau e una ricciolona che sembrava una cubista di non è la rai) – ed un pollice sempre all’erta.

Bravo, Robin, bravo. Perché ci ho pensato solo dopo. Solo quando sono tornato a casa, fischiettando un motivetto. Ho pensato che ti piace andare in giro per l’Europa a mostrare il meglio del tuo repertorio solo, in fondo, per il gusto di chiudere i concerti con la tua frase preferita. Con la frase che ti descrive meglio, un messaggio che lasci al pubblico e ai posteri.

"I am stayin’ alive".

 

Un lutto

29/10/2007

Guido NicheliHa colpito noi balordi, cresciuti con i "Ragazzi della Terza C", i film di Vanzina e Jerry Calà….addio commenda…addio Guido Nicheli.

 

 

 

 

Eroi da balordi – ventiduesima puntata

28/10/2007

Ricerca dell’equilibrio. Voglia di cambiamento. Lettura di riflessione.

Esperienze familiari. Il destino, il futuro, il presente.

Rimbalzare o non rimbalzare tutto questo?

 

L’Italia vista dalla CIA

26/10/2007

italiaVistaDaCiaUn libro molto interessante. Non esaustivo, si intende. Chi lo compra per trovarvi finalmente la soluzione ai misteri d’Italia, per scoprire chi c’era dietro alle vicende più torbide del nostro Paese, per cercare un colpevole, butta 18 euro.

Perché partirebbe dal presupposto sbagliato, dal punto di partenza dietrologico e tutto italiano che c’è un burattinaio che muove i fili, meglio se straniero, che i buoni stanno tutti da una parte ed i cattivi tutti dall’altra, che la politica è solo ideali e sogni e non anche "sangue e merda", come diceva il maestro socialista Rino Formica.

Questo libro, ben scritto da due corrispondenti de La Stampa, Mastrolilli e Molinari, raccoglie alcuni interessanti rapporti della CIA, dell’Ambasciata USA a Roma e dei Consolati americani in giro per l’Italia sugli avvenimenti principali del periodo 1948-2004 nel Belpaese. Naturalmente le fonti sono più copiose nell’immediato dopoguerra e scemano via via che ci si avvicina ai giorni nostri, ma il quadro complessivo è comunque interessante perché fa emergere alcuni elementi chiave apparentemente scontati.

Il primo è che la CIA viene inquadrata per quello che in gran parte è, cioè un sofisticato, efficiente ed attendibile centro di analisi politica. Poco o nulla viene concesso al cosiddetto "lato oscuro" dell’intelligence americana, certamente perché i documenti relativi ad azioni di vero e proprio spionaggio o intervento nelle vicende interne altrui scarseggiano, ma anche perché – è questo il messaggio principale del libro – il ruolo della longa manus a stelle e strisce nel nostro Paese è stato ampiamente sopravvalutato da alcune correnti storiografiche e politiche.

Il secondo è che viene smentito il luogo comune che vede gli Americani un Paese di bambinoni che non capisce un accidente di ciò che accade in una terra leggermente più distante del Massachussets. Le analisi svolte nel periodo in questione sono raffinate, le chiavi di lettura corrette, le previsioni azzeccate o comunque realistiche. Gli Americani, insomma, ci hanno capito molto più di quanto non lasciassero credere. Che poi gli piacessimo davvero è un altro discorso.

Il terzo è che viene smentito un altro luogo comune: quello di non essere stati apprezzati. Leggete le pagine che parlano delle elezioni del 1948 o quelle relative alla sconfitta del terrorismo o quelle inerenti alla liberazione del Generale Dozier, rapito dalle BR. Scoprirete che quando vogliamo sappiamo essere qualcosa di diverso dal Paese di Pulcinella e che gli osservatori esterni sanno riconoscerlo.

Si parla di cose note, tipo il sostegno finanziario alla DC nei momenti critici (elezioni del 1948 su tutti), ma anche di cose divertenti, come la missione organizzata dal PCI negli USA nel marzo 1980 per far conoscere il nuovo corso impostato da Berlinguer: Dettagli come l’anonimo sostenitore di Reagan davanti a un comitato elettorale repubblicano che si avvicina a due dirigenti del PCI, Colajanni e Ledda, chiedendo loro di firmare per la candidatura del futuro Presidente, o come gli unici interlocutori da cui riuscirono a trovare udienza fossero in realtà un ex funzionario CIA e due senatori, uno dei quali disse di "amare l’Italia, peccato che ci siano i comunisti…"

L’ultimo elemento che emerge dal libro è che gli Stati Uniti sanno riconoscere i propri limiti. La prova? Questa frase, riportata da un documento CIA, a proposito del crollo della DC dopo Tangentopoli: "…un partito che abbiamo appoggiato, ma che non abbiamo mai capito fino in fondo".

Diciamolo. In fondo, anche noi.

Il nobile sport di sparare sulla Croce Rossa – atto secondo

26/10/2007

Pull!

giann

Il nobile sport di sparare sulla Croce Rossa

24/10/2007

Senza parole.

 

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Rosso Trevi

23/10/2007

"C’è il rosso del Red Carpet, il rosso Valentino e il rosso Ferrari. Ora c’è anche il rosso Trevi".

                                                                            Graziano Cecchini, Roma, 22 ottobre 2007

 

02Folle gesto. No, azione futurista. Atto vandalico. Macché, finalmente un po’ di colore.

Ecco che un po’ di anilina versata nella placida acqua della Fontana di Trevi a Roma qualche giorno fa divide "pubblico e critica", per usare un’espressione cara a chi di spettacolo se ne intende, meglio della finanziaria o del taglio delle tasse.

Così Alemanno dice che è stata una stupidaggine, Veltroni non commenta la provocazione diretta alla "sua" Festa del Cinema, altri politici parlano genericamente di vandalismo. Al contrario, Mughini, Vattimo, Toscani e persino il maestro Morricone (tutti più o meno di sinistra, o ex tale) parlano di "idea geniale". Si potrebbe quindi cogliere l’occasione per discutere cosa è "di destra" o "di sinistra" in questo Paese. Ma è un dibattito che non mi appassiona: sono due categorie ormai morte. Inutile parlarne.

Sarebbe ben più interessante invece parlare una volta per tutte di senso estetico. Non di cosa è al di qua o al di là dell’emiciclo di Montecitorio ma piuttosto di ciò che valica o meno la frontiera del "brutto", dell’"osceno", del "vandalico". Il gesto del destrorso romano, inutile negarlo, ha un certo fascino. Lo ha – specie per me e Marish, ma anche per la vena sovietica e avanguardista di Kolchoz – chi si richiama al Futurismo, con un’azione che una volta tanto qualcosa di futurista ce l’ha.

Ce l’ha perché a mio avviso pone interogativi su due concetti che abbiamo irrevocabilmente perso di vista. Il "decoro" e l’"estemporaneità". Quanto al primo, è indiscutibile che molte nostre grandi città (e Roma ne è un chiaro esempio) registrano una contraddizione insanabile tra appiattimento culturale da un lato su una presunta idea di "decoro" che sfocia spesso e volentieri in conformismo e, dall’altro, su una totale ignoranza – o peggio – negazione di esso.

Ecco che dunque, da un lato, diventa "cultura" solo ciò che il mainstream stabilisce: la festa del Cinema, il concerto di Simon & Garfunkel o di Paul Mc Cartney, l’Auditorium di Renzo Piano, l’Ara Pacis o la Nuovola di Fuksas. Tutte iniziative lodevoli, intendiamoci. Ma che non esauriscono in sé il concetto di cultura. Per contro, spesso, viene definita "cultura", magari con l’aggiunta dell’aggettivo "metropolitana" buono per tutte le stagioni, anche il graffito, il tag, il murale, il tadzebao, ecc. Anche qui occorre distinguere: alcuni graffiti o murales sono effettivamente arte, altri sono solo spruzzate di vernice che imbrattano i muri.

Qual è allora la discriminante? Il concetto di "bello", strettamente legato alla sensazione di armonia o distonia che un evento, un immagine, una forma provocano nello spettatore. Possibilmente senza deturpare monumenti, s’intende. E qui, a mio avviso, interviene l’estemporaneità del gesto dell’altro giorno. Dopo esser stati col fiato sospeso per un giorno per sapere se l’anilina aveva danneggiato la Fontana, dopo aver ascoltato i titoli roboanti dei Tg che parlavano di atto vandalico, ci siamo rilassati e abbiamo usato un po’ il cervello. Ed è emerso tra molti l’apprezzamento per l’estemporaneità del gesto. Uno scatto di fantasia a buon mercato. Un lampo colorato nel grigiore di una giornata romana di ottobre.

03Ebbene sì. Un gesto che con rapidità marinettiana, colori alla Depero e arroganza capitolina ha fatto il giro del mondo, facendoci ricordare comunque che la Fontana di Trevi non è soltanto un salvadanaio acquatico di monetine lanciate da turisti beoti e raccolte da teppistelli altrettanto beoti sotto lo sguardo inerte dei più beoti di tutti, i pizzardoni della Capitale. E non è neppure un punto di raccolta per gruppi di villeggianti o un posto per rimorchiare straniere. Non è insomma lo sfondo della grigia quotidianità di una città sonnacchiosa e indolente sotto mentite spoglie di brulicante frenesia.

E’ l’esatto contrario. E’ arte. Qualcosa che è stato concepito come elemento dirompente del normale tran tran dell’uomo comune. Qualcosa di "bello", che al bello deve farci aspirare.

Certo, Marinetti, Balla e Boccioni erano un’altra cosa, per carità. E’ stato persino scomodato Andy Warhol. Non è il caso.

Ma nel regno della cultura "pop" ci si può accontentare anche di un bagliore di Rosso Trevi.