Cartoline dall’estero

20070922_173015_6C99BE14Dal Corriere della Sera di oggi. Un articolo di Piperno, che è della Lazio ma non è affatto male.

Innanzitutto per spiegare una volta per tutte ai nostri osservatori e commentatori che Myanmar non è uno stabilimento fighetto di Ostia.

Poi per celebrare i giovani monaci buddisti, che vanno a farsi picchiare e talvolta uccidere per la libertà, mentre i loro vecchi capi siedono accanto ai dittatori militari e mentre le Nazioni Unite invitano alla "moderazione".

Protestate con moderazione, denunciate moderatamente una dittatura, picchiate i monaci con moderazione e sparate ad altezza moderatamente uomo.

Mi viene un sospetto. Non è che l’ONU attraverso la meditazione voglia diventare più buddista dei monaci?

28 settembre 2007
Libertà e religione
Stampiamo i bonzi sulle nostre t-shirt
«Provo a dare un nome al contegno di questi monaci: vorrei chiamarla religione della libertà»
di ALESSANDRO PIPERNO

Sarei disonesto se affermassi che so tutto della Birmania e della guerriglia in corso a Rangoon. Così come sarei un ipocrita e un filisteo se dichiarassi che le immagini che i Tg non smettono di mandare in onda di militari assai ben equipaggiati che si abbattono su monaci pelati muniti solo del loro coraggio mi abbiano sconvolto. Siamo uomini del Ventunesimo Secolo, abituati ad obbrobri ben più insopportabili, piacevolmente protetti dalla zincata corazza d’un cinismo pieno di savoir vivre.

Ecco perché di norma non me la sento neppure troppo di giudicare la fiacca indifferenza dell’opinione pubblica. Siamo fatti così — noialtri esseri umani — insensibili alle cose che non ci toccano e non ci riguardano personalmente. Indifferenti agli avvenimenti non interpretabili secondo i diaframmi politici cui siamo così pigramente affezionati. Eppure se ci penso, se penso a quei monaci e a quei militari, vedendo quelle immagini che mostrano la parodistica, grottesca furia di un esercito regolare al cospetto della mite dignità di quei bonzi, così in contrasto con il rosso delle loro tonache, ecco che mi colgo turbato. Chiamatela pure emozione indotta o commozione ragionata. Ma stavolta ho davvero il presentimento di trovarmi di fronte a qualcosa di eroico. Per capirlo basta porsi la più elementare delle domande: per cosa rischiano la pelle questi strani pacifici individui? Per cosa offrono ai calci dei fucili le loro teste pallide e scintillanti? Per cose dannatamente pratiche, ordinariamente quotidiane: in assenza di idee roboanti da contrabbandare, protestano contro l’aumento del carburante (sì, un pieno di benzina). C’è qualcosa di laico in questi monaci che prendono così seriamente la loro religione della non violenza, che non giocano con la parola "pace" ma che la realizzano con un contegno inerme così umanamente decoroso. Mi ha colpito leggere di quel giovane monaco che con le lacrime agli occhi intimava a un altro manifestante di allontanarsi perché toccava a lui prendersi le bastonate. Così come mi ha colpito il viso infantile di quella signora premio Nobel per la pace, così poco premio Nobel per la pace. Per non dire della comicità non sguaiata e miracolosamente priva di risentimento dei Moustache Brothers, mitico gruppo di dissidenti birmani confinato da anni in un appartamento dove offre la propria arte a pochi turisti illuminati. La verità è che ci troviamo di fronte a un fatto nuovo rispetto al classico conflitto novecentesco marchiato dalle stigmate dell’ideologia. Il regime militare che, tra alterne vicende, tiene in scacco la Birmania da quasi mezzo secolo ha avuto persino il buon gusto di sbarazzarsi con gli anni del comodo diaframma di un’ennesima ideologia totalitaria, per trasformarsi in un Potere crudo, nero, senza fronzoli, allo stato brado: qualcosa di irragionevole e caligolesco che esiste per esistere e che esercita il proprio dominio per puro gusto del dominio.

Ebbene questo regime discreto (chi prima dei bonzi in piazza parlava della Birmania?) eppure così torvamente minaccioso (non ha alcuno scrupolo ad accoppare giornalisti e fotografi) si trova davanti a un branco di individui che professano la più liberale e individualista delle grandi religioni e che chiedono cose semplici e pratiche: un po’ di libertà e un po’ di benzina a buon prezzo. Bisogna capire che ci troviamo di fronte a qualcosa allo stesso tempo di antico e di nuovo. Questi monaci hanno un legame di parentela con uomini come Ghandi o come Martin Luther King. Sono pacifici, ironici, non odiano nessuno, amano il proprio paese, non bruciano bandiere, non si fanno saltare in aria, hanno una fiducia discreta nel professare la verità delle loro idee, con i loro occhialetti tondi e le espressioni attonite sembrano una parodia interpretata da Peter Sellers, eppure sono maledettamente determinati. E se l’invincibile impero inglese si sbriciolò al cospetto della fermezza di un omino, c’è da sperare che questo regime da operetta possa fare la stessa fine. Per cultura e per deformazione familiare non sono molto incline alle espressioni pompose. Quindi è con un po’ di imbarazzo, non senza vergogna che provo a dare un nome al contegno di questi monaci: vorrei chiamarla religione della libertà (le minuscole, date le circostanze, appaiono indispensabili). Una fede low profile ma high cost, fondata sugli aspetti concreti dell’esistenza, scandita dai loro canti profondi e monotoni. Ecco questi monaci, pur senza saperlo (è bene che non lo sappiano), sono autentici eroi della religione della libertà. Ed è con un vago sorriso di scherno e con un po’ di malumore che penso ai nuovi e vecchi profeti pop che euforizzano i cuori dei ragazzi sedicenti libertari e di vecchi nostalgici gauchisti che infestano il nostro decrepito continente: tra Fidel Castro, Chávez, e tutti i loro compari drogati di demagogia ribellista le cui effigi ritrovo stampigliate sulle T-shirt dei miei studenti e i cui proclami deliranti inquinano i nostri giornali, scelgo i bonzi.

Concordo. E poi, secondo me, la faccia di Chavez su una maglietta non c’entra.

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Una Risposta to “Cartoline dall’estero”

  1. AminaAmina Says:

    Ti invito, se credi, a firmare la petizione causa birmana ai seguenti indirizzi:
    http://www.amnesty.it/appelli/firmamodelappelli.html?nomeappello=Myanmar_monaci
    http://www.avaaz.org/en/stand_with_burma/h.php/?cl=20623441%20
    Grazie. Un sorriso đŸ˜‰

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