I Balcani nel pieno dell’Europa? To be continued

belgio2internaNe ha parlato oggi anche uno dei pochi giornali italiani dignitosi (il Foglio).

Saremmo quasi tentati di darvi un aggiornamento quotidiano sulla crisi, anche per rispetto dei sottili e raffinati politici belgi, uno dei quali è ritratto in alto a sinistra.

Se non fosse per la sacrosanta frase finale dell’articolo.

 

 

 

A cento giorni dalle elezioni il paese è ancora senza governo. Fiamminghi e valloni litigano pure sull’ipotesi secessione

Anche il Belgio si sta sciogliendo come un Polo nord qualsiasi

Bruxelles. “Non capita spesso di assistere alla scomparsa di un paese”, dice al Foglio un diplomatico europeo. Cento giorni senza governo e il Belgio immagina una separazione alla cecoslovacca. Dal 10 giugno i partiti fiamminghi e valloni litigano nel tentativo di, formare una coalizione. Per la prima volta nei sondaggi, la maggioranza della popolazione riconosce che la divisione del paese è probabile”, anche se non auspicabile.

Nelle Fiandre separatiste, solo” il 43 per cento è favorevole all’indipendenza, mentre l’88 per cento dei valloni vuole che il Belgio resti unito. Nelle strade di Bruxelles si scherza su quello che appare come l’estremo atto di auto-ironia di un paese che si vanta per il suo grossolano senso dell’umorismo. Le querelle separatiste riguardano i politici, ma tra noi, gente del popolo, non c’è problema”, assicura un commerciante francofono della capitale.

In realtà, nel nord fiammingo e nel sud vallone il divorzio è nei fatti. “Quando vado nelle Fiandre, mi sento molto più straniero che nelle francesi Lille o Metz”, dice un cuoco di Namur. Dall’altra parte, in Vallonia, difficilmente qualcuno è in grado di indicare una strada in fiammingo. Oltre la frontiera linguistica, che separa a metà il Belgio, ci sono un’altra cultura, un’altra religione e un’altra mentalità. “E’ uno stato che cerca di costruirsi senza nazione”, spiega Jean Benoit Pilet dell’Università libera di Bruxelles.

Tra crisi politica e separazione culturale, “c’è un’unica valida soluzione”, secondo l’Economist: “E’ tempo che il Belgio, dopo neanche due secoli di vita, chiuda i battenti”. Ma Bruxelles, ricorda il cuoco di Namur, “rende la separazione molto difficile”. La sorte della capitale è un elemento importante della crisi politica attuale. Yves Leterme, il cristiano-democratico fiammingo uscito vincitore dalle elezioni, aveva chiesto ai potenziali alleati francofoni – i liberali del Mr e i democristiani del Cdh – di trasformare il Belgio in una confederazione, trasferendo alle regioni la maggior parte delle competenze su giustizia, fiscalità, sicurezza sociale, codice della strada, statuto degli stranieri e acquisizione della nazionalità.

Mr e Cdh hanno risposto un secco “no”, a meno che le Fiandre non cedano a Bruxelles alcuni comuni che circondano la capitale e impediscono la continuità territoriale con la Vallonia. Obiettivo: creare un “corridoio” in caso di secessione. Solo che, pur essendo all’85 per cento francofona, Bruxelles è anche capitale “irrinunciabile” delle Fiandre e per i fiamminghi il baratto “confederalismo in cambio di Bruxelles” equivale a una dichiarazione di guerra. Così Leterme – diventato famoso per aver intonato la Marsigliese al posto della Brabançonne come inno alla festa nazionale il 23 agosto ha rinunciato all’incarico di primo ministro designato e il re ha dovuto nominare un nuovo esploratore” che da tre settimane brancola nel buio.

Ieri, il più letto dei giornali francofoni, il Soir, ha evocato cinque scenari per la regione di Bruxelles – una delle tre del complicato sistema federale belga – in caso di secessione. Escludendo i meno probabili – capitale di uno stato vallone o di uno fiammingo – rimane la creazione di un terzo stato indipendente oppure di un “distretto europeo” sul modello di Washington DC.

Bruxelles è già popolata da una maggioranza di origine straniera: alloctoni marocchini, turchi e congolesi e funzionari, diplomatici e lobbisti europei hanno preso il posto degli indigeni, trasferitisi in periferia. In una città di un milione di abitanti si parlano più di 300 idiomi – come a Londra – e l’inglese più del fiammingo. Zinneke” – cane bastardo – è il soprannome che i brussellesi si sono dati per spiegare un multiculturalismo che ha origini lontane. “Bruxelles può dedicarsi a diventare la capitale burocratica dell’Europa”, ha scritto l’Economist.

Per Costituzione, il re non è del Belgio, ma “dei belgi”, perché Leopoldo I si era accorto che nel 1831 gli volevano affibbiare un paese che non c’era. Per l’Economist, Simenon, Magritte, Tintin “non hanno bisogno del Belgio”.

Ma le barzellette dei francesi perderebbero i loro carabinieri.

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2 Risposte to “I Balcani nel pieno dell’Europa? To be continued”

  1. utente anonimo Says:

    Da quello che se ne evince da questo articolo la situazione è meno tranquilla di quello che sembra.
    Primo perchè Bruxelles è di fatto la Capitale dell’Europa
    Secondo perchè la situazione ricorda molto da vicino quella che era la situazione negli anni 50 dell’ottocento in America e il Congresso del Partito Socialista Jugoslavo di Lubiana del 1989.
    Certo l’Europa non permetterà MAI una guerra in seno a se stessa…ma, anche alla luce di presenze un tantinello arroganti ed egoiste (Polonia, per esempio) che bloccano ogni cosa non convenga solo ed esclusiavamente loro, non è concreto il rischio che di fronte ad uno sfaldamento improvviso del Belgio l’Unione Europea si trovi assolutamente impreparata?
    O forse non c’è il rischio che un’improvvisa crisi economica (magari figlia dell’attuale crisi dei mutui) possa dare la stura a movimenti ipernazionalisti, demagocgici (ora non tiriamo in ballo Grillo, Gau ti conosco troppo bene, lo leggo nei tuoi occhettini furbi!) con conseguenze quanto meno antipatiche?
    K
    PS: non mandatemi a fare in culo…almeno non subito. Grazie, ve ne sarebbe grato!

  2. gau Says:

    marish, scusa, qual era il nome di quel sedativo miracoloso di cui parlavamo?

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