Il Comandante Massud

Massud1La storia a volte sembra beffarda. Sembra celare i collegamenti tra gli avvenimenti, ma poi – inesorabile – ce li svela. E allora tutto ci sembra chiaro, consequenziale, inevitabile. E le figure che releghiamo in secondo piano, pian piano emergono e si riprendono quell’aura di grandezza che meritano.

Questo post avrei dovuto scriverlo il 9 settembre, anniversario della morte di un eroe. Ma non si può aspettare per rendere omaggio agli eroi. Non c’è bisogno di aspettare per rendere omaggio a Ahmad Shah Massud. Un personaggio straordinario, una vita da romanzo, ma anche un combattente estremamente concreto e un tattico leggendario.

Di etnia tajika, Massud ha frequentato il liceo francese di Kabul per poi iscriversi alla facoltà di architettura dell’Istituto Politecnico della capitale. Sono gli anni della crescente influenza sovietica sull’Afghanistan e poi del colpo di stato del 4 aprile 1978 del Partito Democratico del Popolo Afghano, filo-comunista. Massud va in esilio in Pakistan, rimane affascinato dagli scritti di Mao, Giap e Che Guevara. E medita.

Riflette sulla sorte del suo popolo, eterno crocevia di eserciti stranieri, campo di battaglia per gli scontri più atroci. E decide che le sue letture sono sufficienti. Che ha fatto abbastanza esperienza. E decide che è ora di combattere. Si installa con un esercito di 15.000 uomini nella valle del Panjshir. Per dieci volte i Sovietici tentano di conquistare la valle. Per dieci volte – dal 1979 al 1988 – Massud, ribattezzato il "leone di Panjshir", li respinge.

L’URSS si ritira. La minaccia è sventata. Ma la storia – dicevamo – è beffarda. Emergono le divisioni tra i mujaheddin: c’è chi come i Talebani rivandica la nascita di un nuovo Paese, la cui legge è la sharia, i cui uomini non hanno diritti, le cui donne sono schiave, e c’è chi come Massud non riesce a togliersi dalla testa l’eco della parola libertà, a cavarsi dagli occhi l’immagine di un Paese musulmano ma libero, moderno, democratico e pacifico.

Dal 1994 al 2001 Massud lotta come un leone, non si tira indietro, sa che la partita stavolta è decisiva, che in ballo c’è l’esistenza stessa di un popolo. Combatte ma non rinuncia a cercare alleati in occidente, laddove la libertà – seppur limitata, sgangherata e a volte ripudiata – tuttavia c’è. Invoca l’aiuto degli USA, denunciando quasi da solo il pericolo proveniente dall’abbraccio mortale tra Talebani e Al-Qaeda. Denuncia i piani assassini di Bin Laden, prevede guai per gli USA e gli Europei se non gli daranno ascolto. Nell’aprile del 2001 parla – invitato dalla Presidente Nicole Fontaine – al Parlamento Europeo. Ha contatti con la CIA ed il Dipartimento di Stato americano.

Tutto inutile.

Il 9 settembre del 2001 due falsi giornalisti marocchini – con il pretesto di un’intervista – lo avvicinano e si fanno esplodere, uccidendolo a 48 anni. Due giorni dopo, l’11 settembre le sue profezie si avverano.

Ho cercato una testimonianza del suo discorso al Parlamento Europeo sul sito dell’assemblea. Non l’ho trovata. In compenso ho trovato un concerto di Baglioni e gli sproloqui di Beppe Grillo. Sono riuscito a trovarne un frammento su un sito francese. Si sa che loro su queste cose sono affidabili.

Sul suo epitaffio si legge: "Ha combattuto per la libertà e contro ogni fanatismo: senza libertà non c’è vita. Qui è sepolto un uomo che è come un angelo; seguitelo lentamente, il suo nome è Massud".

"Ha combattuto per la libertà e contro ogni fanatismo: senza libertà non c’è vita. Qui è sepolto
un uomo che era come un angelo: seguitelo lentamente, il suo nome è Massoud"
"Ha combattuto per la libertà e contro ogni fanatismo: senza libertà non c’è vita. Qui è sepolto
un uomo che era come un angelo: seguitelo lentamente, il suo nome è Massoud"
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