Archive for settembre 2007

Eroi da balordi – diciottesima puntata

30/09/2007

Per lenire le sofferenze dell’ultima settimana, ecco la tradizionale carrellata di acute riflessioni sui tratti della psicologia umana. Pensando con malinconia al mare di Piacenza.

Daje tutti.

Alessandro Troncon

30/09/2007

tronkyLo sapevamo tutti che ieri era L’Occasione con la O maiuscola. Lo sapevamo che se ieri avessimo battutto gli Scozzesi – ampiamente alla nostra portata, già asfaltati in casa loro al Sei Nazioni – avremmo raggiunto un traguardo storico: i quarti di finale della Coppa del Mondo. Saremmo entrati tra i primi otto del mondo, un risultato mai raggiunto dal nostro XV.

Non ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati a due punti dalla vittoria, abbiamo avuto un calcio di punzione a una manciata di minuti dalla fine e segnando avremmo vinto. Non ce l’abbiamo fatta. Purtroppo, è la mia considerazione, nel rugby la storia non si inventa. Ci vogliono anni per ribaltare i pronostici. E ogni competizione è diversa dall’altra. Nel Sei Nazioni siamo riusciti a invertire il trend negativo con alcune squadre e ora battiamo Scozia e Galles, avvicinandoci anche all’Irlanda. Ma i Mondiali sono un’altra storia. Per adesso.

Peccato. Comunque applausi e onore ai nostri che hanno lottato fino all’ultimo secondo, spingendo fino all’ultimo metro. Tra tutti, uno in particolare. Alessandro Troncon, il capitano. 101 partite in nazionale, uno splendido lettore di gioco, interprete intelligente e a tratti geniale di uno sport rude e muscolare. La partita di ieri è stata l’ultima in azzurro per lui. Avrebbe meritato la vittoria, ma ci lascia a testa alta. Con un’ovazione del pubblico, gli applausi del pubblico di tutti i Paesi che conoscano un minimo la palla ovale e la gratitudine dei compagni di squadra, che ne hanno eseguito le intuizioni, che ne hanno assecondato gli incitamenti, che hanno messo in pratica i suoi schemi e le sue aperture.

Fa specie vedere un armadio di 100 chili piangere come un vitello, consolato da altri energumeni ancora più grossi. Mette i brividi vedere quindici uomini riuniti in circolo ed arringati da un compagno (Bergamasco) che urla di non vergognarsi, di uscire dal campo orgogliosi di ciò che si è fatto, fieri di aver lottato fino all’ultimo con dignità e senza sbracare mai. E che invoca come in un rito spartano di qualche millennio fa il nome del condottiero.

Del capitano di cui, da oggi, si deve fare a meno. Di uno che ci mancherà per il suo gioco e per le sue lacrime sincere.

Di Alessandro "Tronky" Troncon.

Fun Lovin Criminals

30/09/2007

Giornata strana.
Avrei una caterva di robba da fare, ma non comincio. Sarà che se faccio tutto quello ho da fare è la fine. Me ne vado e "ciao ciao" a tutti. Ma vabbè, è un anno disgraziato e finirà presto. Comunque non riesco a fare di meglio che perdermi nella rete in cerca di qualcosa (con il sottofondo inimitabile di Meeting, trasmissione  allucinante al cui confronto Guida al Campionato con Mosca sembra La Storia siamo Noi). Grazie a MB (uno dei blog meno pretenziosi e per questo piu’ intelligenti che si possa trovare  in giro) mi ricapita di risentire un grande pezzo di oramai più di dieci anni fa.
Love Unlimited dei Fun Lovin Criminals.
I FLC! Che gruppo! Che miti! Una masnada di cazzoni panati amanti del rap, del rock e di tutto quello che serviva per tirare su una batteria.
Avevano tutto per piacere a dei ventenni superficiali e persi nel mondo come eravamo noi. Fighi. Bravi (il cantante rappava da Dio…). E con quell’aria da "close to the edge" che ti faceva capire a primo acchitto che dificilmente avrebbero avuto la possibilità di restare a galla in questo mondo crudele.
Nel primo disco provarono a fare la cover di "We have all the time in the world" di Louis Armstrong e ressero alla grande. Poi un discreto secondo disco e di lì si sono persi (il batterista letteralmente se ne scappò in Perù a fare che cosa non si sa…). Stanno talmente con le pezze al culo da non avere nemmeno un sito. Solo uno spazio su MySpace come Irene Grandi.
Che tristezza. Mah. Almeno loro ci hanno regalato un grande disco (Come Find Yourself, il disco d’esordio) e vari singoli fighissimi (tra cui succitata Love Unlimited, la mia preferita!).
Non allego i video preferiti di Gau (Scooby Snacks e King of New York, ecchecazzo fai lo sforzo tu di andarteli a trovare da solo una volta!). Allego il demenziale e meraviglioso video di Love Unlimited (tra parentesi una solenne presa per il culo per tutta la scena fancy di NYC).
"Barry White saved my life…". Fossi così facile.
Daje FLC. Daje tutti.

Il ritorno di Camillo

29/09/2007

Come fare gli auguri al migliore blog italiano?
Citando il geniale post di uno dei due al secondo posto…

camillo

In bocca al lupo, camillo.

Cartoline dagli USA

28/09/2007

E per concludere…

Ecco un paio di vignette del NY Times sui fatti di Myanmar.

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Resistete.

Namaste.

Cartoline dal Belpaese

28/09/2007

Tanto per non dimenticare chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo.

E le begucce della politichetta italiota.

manovra

Grazie ancora a Giannelli.

Cartoline dall’estero

28/09/2007

20070922_173015_6C99BE14Dal Corriere della Sera di oggi. Un articolo di Piperno, che è della Lazio ma non è affatto male.

Innanzitutto per spiegare una volta per tutte ai nostri osservatori e commentatori che Myanmar non è uno stabilimento fighetto di Ostia.

Poi per celebrare i giovani monaci buddisti, che vanno a farsi picchiare e talvolta uccidere per la libertà, mentre i loro vecchi capi siedono accanto ai dittatori militari e mentre le Nazioni Unite invitano alla "moderazione".

Protestate con moderazione, denunciate moderatamente una dittatura, picchiate i monaci con moderazione e sparate ad altezza moderatamente uomo.

Mi viene un sospetto. Non è che l’ONU attraverso la meditazione voglia diventare più buddista dei monaci?

28 settembre 2007
Libertà e religione
Stampiamo i bonzi sulle nostre t-shirt
«Provo a dare un nome al contegno di questi monaci: vorrei chiamarla religione della libertà»
di ALESSANDRO PIPERNO

Sarei disonesto se affermassi che so tutto della Birmania e della guerriglia in corso a Rangoon. Così come sarei un ipocrita e un filisteo se dichiarassi che le immagini che i Tg non smettono di mandare in onda di militari assai ben equipaggiati che si abbattono su monaci pelati muniti solo del loro coraggio mi abbiano sconvolto. Siamo uomini del Ventunesimo Secolo, abituati ad obbrobri ben più insopportabili, piacevolmente protetti dalla zincata corazza d’un cinismo pieno di savoir vivre.

Ecco perché di norma non me la sento neppure troppo di giudicare la fiacca indifferenza dell’opinione pubblica. Siamo fatti così — noialtri esseri umani — insensibili alle cose che non ci toccano e non ci riguardano personalmente. Indifferenti agli avvenimenti non interpretabili secondo i diaframmi politici cui siamo così pigramente affezionati. Eppure se ci penso, se penso a quei monaci e a quei militari, vedendo quelle immagini che mostrano la parodistica, grottesca furia di un esercito regolare al cospetto della mite dignità di quei bonzi, così in contrasto con il rosso delle loro tonache, ecco che mi colgo turbato. Chiamatela pure emozione indotta o commozione ragionata. Ma stavolta ho davvero il presentimento di trovarmi di fronte a qualcosa di eroico. Per capirlo basta porsi la più elementare delle domande: per cosa rischiano la pelle questi strani pacifici individui? Per cosa offrono ai calci dei fucili le loro teste pallide e scintillanti? Per cose dannatamente pratiche, ordinariamente quotidiane: in assenza di idee roboanti da contrabbandare, protestano contro l’aumento del carburante (sì, un pieno di benzina). C’è qualcosa di laico in questi monaci che prendono così seriamente la loro religione della non violenza, che non giocano con la parola "pace" ma che la realizzano con un contegno inerme così umanamente decoroso. Mi ha colpito leggere di quel giovane monaco che con le lacrime agli occhi intimava a un altro manifestante di allontanarsi perché toccava a lui prendersi le bastonate. Così come mi ha colpito il viso infantile di quella signora premio Nobel per la pace, così poco premio Nobel per la pace. Per non dire della comicità non sguaiata e miracolosamente priva di risentimento dei Moustache Brothers, mitico gruppo di dissidenti birmani confinato da anni in un appartamento dove offre la propria arte a pochi turisti illuminati. La verità è che ci troviamo di fronte a un fatto nuovo rispetto al classico conflitto novecentesco marchiato dalle stigmate dell’ideologia. Il regime militare che, tra alterne vicende, tiene in scacco la Birmania da quasi mezzo secolo ha avuto persino il buon gusto di sbarazzarsi con gli anni del comodo diaframma di un’ennesima ideologia totalitaria, per trasformarsi in un Potere crudo, nero, senza fronzoli, allo stato brado: qualcosa di irragionevole e caligolesco che esiste per esistere e che esercita il proprio dominio per puro gusto del dominio.

Ebbene questo regime discreto (chi prima dei bonzi in piazza parlava della Birmania?) eppure così torvamente minaccioso (non ha alcuno scrupolo ad accoppare giornalisti e fotografi) si trova davanti a un branco di individui che professano la più liberale e individualista delle grandi religioni e che chiedono cose semplici e pratiche: un po’ di libertà e un po’ di benzina a buon prezzo. Bisogna capire che ci troviamo di fronte a qualcosa allo stesso tempo di antico e di nuovo. Questi monaci hanno un legame di parentela con uomini come Ghandi o come Martin Luther King. Sono pacifici, ironici, non odiano nessuno, amano il proprio paese, non bruciano bandiere, non si fanno saltare in aria, hanno una fiducia discreta nel professare la verità delle loro idee, con i loro occhialetti tondi e le espressioni attonite sembrano una parodia interpretata da Peter Sellers, eppure sono maledettamente determinati. E se l’invincibile impero inglese si sbriciolò al cospetto della fermezza di un omino, c’è da sperare che questo regime da operetta possa fare la stessa fine. Per cultura e per deformazione familiare non sono molto incline alle espressioni pompose. Quindi è con un po’ di imbarazzo, non senza vergogna che provo a dare un nome al contegno di questi monaci: vorrei chiamarla religione della libertà (le minuscole, date le circostanze, appaiono indispensabili). Una fede low profile ma high cost, fondata sugli aspetti concreti dell’esistenza, scandita dai loro canti profondi e monotoni. Ecco questi monaci, pur senza saperlo (è bene che non lo sappiano), sono autentici eroi della religione della libertà. Ed è con un vago sorriso di scherno e con un po’ di malumore che penso ai nuovi e vecchi profeti pop che euforizzano i cuori dei ragazzi sedicenti libertari e di vecchi nostalgici gauchisti che infestano il nostro decrepito continente: tra Fidel Castro, Chávez, e tutti i loro compari drogati di demagogia ribellista le cui effigi ritrovo stampigliate sulle T-shirt dei miei studenti e i cui proclami deliranti inquinano i nostri giornali, scelgo i bonzi.

Concordo. E poi, secondo me, la faccia di Chavez su una maglietta non c’entra.

Storie di ordinario zapping

26/09/2007

f_telecomando_dtt1952806fe7564d-95cd-47e8-aa56-1d433b2d060E’ il solito trito e ritrito luogo comune. Ma è così. La televisione è un terno al lotto.

Certi giorni non c’è nulla di commestibile. E allora torni primate sfruttando il pollice opponibile, vanto della nostra specie da millenni, alla ricerca di uno straccio di film, di un documentario, di una partita di calcio – anche vecchia – di un po’ di sesso o di violenza, al limite. E invece niente. Così, inferocito, eserciti una pressione sempre maggiore sul povero telecomando. E a nulla vale la rivestitura di plastica Meliconi. Il malcapitato remote control sa che lo aspetta presto un brusco ed immeritato abbraccio con il pavimento del salotto.

E’ così che ho letto la maggior parte dei libri della mia vita, lo ammetto. E’ miserando, ma è così. Se avessero fatto tutte le sere un film di Kubrick o di Lino Banfi, un documentario della BBC, un programma di approfondimento politico, i Simpson, una partita vittoriosa della Roma – anche vecchia – ed un porno dalla trama credibile, non avrei toccato una pagina.

Altri giorni, invece, sembra lo facciano apposta. Ieri, per esempio, sono stato travolto da un insolito destino televisivo nel mare parabolico. I Simpson su Fox si accavallavano con una splendida puntata di Otto e Mezzo in cui il Marpione par excellence, Ferrara, riusciva a far litigare la Bindi e la Melandri sul Partito Democratico e a far fare alla prima la figura dello statista. Ma non finiva qui: dopo aver concesso qualche minuto alla fine di un discreto episodio di Law & Order, mi imbatto in uno dei più grandi film della storia. L’Allenatore Nel Pallone. Sì, proprio lui (attendiamo con ansia il sequel). Me lo gusto quasi tutto, ma non faccio in tempo a dichiararmi soddisfatto e vinto dalle radiazioni catodiche che spunta il colpo di scena.

Già, perché è bastato far scivolare dolcemente il pollice opponibile di cui sopra per scoprire che su La 7 iniziava di lì a poco Arancia Meccanica. Cosa fai? Rinunci? Una volta tanto che puoi scongiurare il rischio di incappare in una lite tra Loretta Goggi e Mike (Senatore a vita!) affidandoti ad una pietra miliare, ancorché vista e rivista, ti arrendi? E così mi immergo nelle putride malefatte di Alex e dei suoi Drughi, nel rancido ma esaltante sapore di Latte Più, nei sogni di somministrazione di dolce su e giù. Degna chiusura della serata? Neanche per idea. La parabola – già segno di Satana per i fanatici del Fronte di Salvezza Islamico algerino – ha in serbo un’ultima diabolica sorpresa: puntata di Doctor House a cavallo tra le scene-madre del capolavoro di Kubrick.

Benedico la pubblicità che mi consente di sbocconcellare fotogrammi della pellicola del 1971 e delle imprese del burbero e geniale medico. Ma la frittata è fatta ormai. Il risultato è che vai a dormire con un frullato di personaggi e storie, con i detective di Law & Order Stubbler e Munch che indagano sulle partite truccate della Longobarda di Speroni e Borlotti, con Ferrara che fa litigare Bart e Lisa Simpson sul Partito Democratico mentre la Bindi e la Melandri ridono a crepapelle di fronte ad una puntata di Grattachecca e Fichetto (Itchy & Scratchy, sorry), con il Doctor House che somministra la "cura Ludovico" ad un meraviglioso Malcolm Mc Dowell.

Obietterete: e il videoregistratore? E’ rotto. Ma non sono programmi che hai già visto? Sì, ma sono i migliori. E il video on demand? Adesso c’è quello di Alice…Siate seri, non penserete che mi faccia convincere da uno spot i cui protagonisti sono Abatantuono ed un cane di nome Bau?

E poi, in fondo, me lo merito. E’ il giusto prezzo da pagare per poter tornare ad avere serate inutili, in cui in TV non c’è nulla. Per sbuffare di noia, riflettere, spegnere l’aggeggio e cominciare finalmente a sfogliare "Pastorale americana" di Philip Roth.

Lezioni di democrazia

25/09/2007

Ognuno la può pensare come vuole.

Certo, gli Americani commettono errori. A volte molto gravi. Con ripercussioni ovviamente tremende, trattandosi della prima potenza mondiale. Hanno invaso l’Iraq per motivi politicamente inesistenti, economicamente superati e per di più mentendo. A suo tempo, abbiamo (come moltissimi altri) stigmatizzato questa decisione. Non per vago e sentimentale pacifismo, ma per ragioni strategiche concrete.

Eppure non finiscono mai di darci lezioni. Hanno invitato il Presidente iraniano Ahmadinejad a parlare in una delle loro più prestigiose università – la Columbia University di New York – e gli hanno consentito di dire liberamente le scemenze che da tempo la marionetta degli Ayatollah (lo potevano scegliere almeno più elegante) va predicando.

Ma non è un generico afflato di libertà di pensiero e di espressione. Gli Americani sono liberali, non scemi. Davanti ad una platea di studenti, il rettore dell’Università – Lee Bollinger – ha sottolineato punto per punto le malefatte del Presidente iraniano e del suo regime. Senza falsi pudori, senza moralismi, senza peli sulla lingua, gli dà del "ridicolo" e gli dice di credere "che non avrà il coraggio intellettuale di rispondere alle nostre domande". Affinché gli studenti americani – e chiunque ascolti l’intervento di Ahmadinejad – sappia veramente quali sono i pilastri ideologici ed i comportamenti quotidiani della teocrazia iraniana. Sembra banale, ma non lo è. L’altra faccia della medaglia della libertà di espressione è la libertà di critica. Un concetto assimilato da loro, indigesto per noi.

L’invitato, da parte sua, ha sciorinato il solito copione da "strafottente tranquillo", non rispondendo alle incalzanti domande rivoltegli, continundo a negare l’Olocausto, scagliandosi contro l’esistenza di Israele, ribadendo che la sua corsa al nucleare non ha scopi militari, ma civili e dunque pacifici. Sarà.

A me ha convinto di più Bollinger. E tutti coloro i quali sono andati sì di fronte all’Università a protestare ma senza impedirgli di parlare, senza lanciare bulloni, uova o altri oggetti contundenti. E ho pensato che studiare alla Columbia – e in molti altri atenei americani – non deve essere male.

Ho pensato anche che oltreoceano discutere di questi temi ha ancora un significato. E lo ha ancora di più farlo davanti a ragazzi di 20 anni. Da noi non ha più senso. Non ce ne frega nulla. Molti, se va bene, ne parlano solo con un occhio rivolto alle beghe politiche interne. Tutti gli altri ascoltano. Ma, sia chiaro, sempre con un occhio rivolto al celebre "Lato B" delle ragazze di Miss Italia.

Buona visione. Ossigeniamoci le meningi.

E infine, le domande. E quel che è peggio, le risposte.

 

E momenti di comicità più o meno volontaria.

 

Cartoline dagli States

25/09/2007

Alcuni piccoli flash sulle principali notizie che hanno toccato gli Stati Uniti d’America in queste ultime settimane.

1. Il Presidente iraniano Ahmadinejad tiene un discorso alla Columbia University di New York.

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2. La guerra in Iraq. Si notano miglioramenti sul terreno. E’ a Washington che crescono i problemi.

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3. All’Assemblea Generale di New York si discutono i famigerati cambiamenti climatici.

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4. La campagna per le presidenziali. Hillary Clinton a caccia di finanziamenti…

gm070921

Daje Fred!