Letters from Iwo Jima

LettersfromIwoJimaSolo un genio come Clint poteva buttarsi in un’avventura del genere, dando voce anche alla faccia sconfitta della medaglia. Scostando il lenzuolo che la storia getta sui vinti per coprirne la vergogna e mostrando che anche loro sono uomini, con ambizioni, speranze, debolezze.

E’ una rivoluzione. I Giapponesi sono i veri ed unici protagonisti di un film tutto nella loro lingua, suggestivo, intenso, delicato e a tratti poetico, ma al contempo duro, crudele, di una violenza quasi surreale. E si vede ad occhio nudo che a Clint questo film piace di più. Perché sta facendo un esperimento, tentando di sbirciare dal buco della serratura per far capire allo spettatore un mondo completamente diverso, una civiltà antichissima, raffinata ma con regole spietate, eppure in fondo caratterizzata da quei tratti di umanità comuni a tutti i popoli. Man mano che il film procede, i Giapponesi diventano metafora di qualcos’altro, degli "altri" un senso lato.

La cornice è sempre quella lunare dell’isola di Iwo Jima, dove i Giapponesi combattono fino all’estremo sacrificio per la difesa della patria. La loro sagacia tattica e la geniale conduzione delle operazioni da parte del protagonista, il generale Kuribayashi, riesce a dare filo da torcere agli "invasori" americani, ma nulla può alla fine contro la loro potenza militare e la loro schiacciante superiorità numerica. 

Il genere umano che qui il regista mostra è complesso, variegato. Come complesso e variegato era quel mondo, oscillante tra rispetto del nemico e disprezzo di tutto ciò che esso rappresenta. In alcune scene sembra che i due mondi arrivino quasi a toccarsi, a conoscersi, perfino a capirsi. Ma la guerra impedisce che ciò arrivi a compimento ed interviene sempre – come Marte in un’antica tragedia greca – ad asservire l’uomo per i suoi scopi, ad abbrutirne la natura per far sì che l’uomo non riconosca se stesso in colui che lo fronteggia.

Eastwood si diletta a disegnare i personaggi come un artista orientale, si immedesima, a volte sembra soffrire con loro. Ne traccia i contorni con passione, entra nel dettaglio per tentare di comprendere, prima ancora di descrivere, quel concetto di onore e devozione che rappresenta il pilastro della cultura nipponica. Un concetto che, diciamo la verità, affascina sia per gli aspetti più nobili che per quelli più crudeli e abnormi. Il rispetto della gerarchia, l’amore per la propria origine, per i propri cari, che si trasforma in sofferenza collettiva e talora in suicidio.

Eppure Clint non si ferma a questo. Scava a fondo e racconta anche la paura, la disperazione, la compassione, financo la vigliaccheria. Il messaggio è proprio questo: scavare. Le "lettere" da Iwo Jima ricompaiono proprio così, dopo un’operazione di scavo archeologico. All’inizio della pellicola, uno dei soldati protagonisti scrive alla moglie che "scavano tutto il giorno" e che il "destino di tutti i soldati" è "scavare". Subito dopo, l’atroce quesito: "ci stiamo scavando la fossa?".

Clint, da buon soldato, ha deciso di scavare per scoprire cosa anima "l’altro", cosa c’è sotto la superficie della sua vita quotidiana, cosa dietro al suo comportamento. Lo capisci quando riprende le medesime scene di Flags of our fathers e le rigira sul versante giapponese. Perché senza gli altri, gli uni perdono significato. La guerra e la vittoria non hanno senso se non c’è un nemico. E se non si descrive quel nemico, gli si fa un torto, lo si spoglia della sua umanità. Ed allora si giustifica il suo annientamento.

Scavando, Clint non trova certezze, ma arriva ad una conclusione. I suoi compatrioti hanno combattuto per gli altri che avevano accanto, gli amici, i commilitoni. Per degli individui. I Giapponesi hanno combattuto per l’Imperatore, per il Paese, per la Patria. Concetti sociali, idee collettive.

E soprattutto, scavando nell’intimo dell’altro, spiega che il nemico ha conservato dentro di sè per decenni il disonore della sconfitta. Con dignità ed in silenzio. Tutti, dall’imperatore all’ultimo fante. Dignità e silenzio. Per questo sono ancora un grande Paese. La Storia,  che non tradisce mai, ha restituito loro con gli anni il rango che meritavano.

Clint con questo film ci ha detto che è giusto così.

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