Saccenti onnicompetenti

girotondiQuesta espressione risuona ancora nella mia scatola cranica. Difficilmente la dimenticherò perché descrive con mezza pennellata ciò che realmente sono i nostri "intellettuali" e l’ubi consistam del loro rapporto con i partiti politici di questo Paese.

L’espressione è di Sergio Romano, ex Ambasciatore, attuale corsivista del Corriere e sicuramente una delle (poche) menti lucide di questo bistrattato quanto sfarinato Paese. Condivisibile l’analisi sulla nascita del PD, eccellente l’affresco sullo stato d’animo malmostoso dei nostri cosiddetti intellettuali.

Buona lettura.

 

I tormenti del Partito democratico

INTELLETTUALI SILENZIOSI

di SERGIO ROMANO

Il Partito democratico sta nascendo con difficoltà e sarà probabilmente, anche se i suoi creatori sperano di battezzarlo con una forte partecipazione popolare alle primarie per la scelta del leader, il risultato di una intesa «al vertice» fra consigli d’amministrazione. Ma vuole ridurre il numero dei partiti e semplificare la scena politica italiana: un obiettivo che potrebbe favorire un progetto analogo nel centrodestra e che dovrebbe essere condiviso da chiunque desideri una democrazia in cui gli elettori possano scegliere fra programmi distinti.
Dovrebbe interessare in particolare tutti quegli intellettuali (artisti, studiosi, scrittori) che hanno lamentato in questi anni l’impotenza della sinistra e sono saliti sul palcoscenico, all’epoca dei girotondi, per manifestare pubblicamente la loro irritazione verso gli apparati dirigenti dell’opposizione di allora. Ma gli intellettuali, in questa fase della politica nazionale, sono assenti. Qualche studioso attento (Gianfranco Pasquino ad esempio) esprime la sua preoccupazione con osservazioni puntuali cui i Ds e la Margherita dovrebbero prestare attenzione. Ma la maggioranza dell’intellighenzia nazionale se ne sta in disparte, scettica e imbronciata, come se l’operazione fosse troppo grigia e burocratica per meritare commenti e adesioni.
E’ uno spettacolo cui non siamo abituati. Viviamo in un Paese dove per un intero secolo, dalla Voce
di Prezzolini sino alla grande mobilitazione anti- berlusconiana degli ultimi anni, gli intellettuali sono stati sempre «impegnati », se non addirittura organici e militanti. Hanno firmato manifesti, hanno scritto poesie di intonazione politica, hanno offerto la penna e il pennello alla Causa, hanno accettato candidature parlamentari, hanno dibattuto e disquisito sui giornali. Ma la nascita del Partito democratico non sembra appassionarli. Per questa nuova creatura della politica italiana vi è più interesse fra gli «uomini della strada» di quanto non ve ne sia fra coloro che venivano chiamati
maîtres à penser esi consideravano la coscienza critica della nazione.
Se questa indifferenza segnalasse il declino dell’intellighenzia come ordine sacerdotale, poco male. Confesso di non avere mai capito perché un letterato, un professore universitario, un attore o un regista cinematografico debbano essere più autorevoli, quando è in gioco la politica nazionale, di un imprenditore, di un professionista o di un operaio. Se questa categoria di saccenti onnicompetenti lo avesse infine capito e badasse d’ora in poi soltanto a fare bene il proprio mestiere, tanto meglio. Ma temo che il loro silenzio, in questo caso, sia dovuto alla natura del partito che sta nascendo.
Non amano il Partito democratico perché ha il grave difetto, ai loro occhi, di non essere ideologico. Si entusiasmano per i «partiti-religione» — come furono fascismo, comunismo e cattolicesimo di sinistra — perché offrono all’intellighenzia una cattedra ideologica da cui impartire consigli, lanciare ammonimenti, disegnare scenari futuri. Vogliono essere custodi del Libro, oracoli, consiglieri del principe. Vogliono rendere servizi a chi li ripagherà dando soddisfazione alla loro insaziabile vanità. Ma un partito senza ideologia, realista e pragmatico, deve navigare a vista fra gli scogli della realtà e può scegliere i propri consiglieri, quando ne ha bisogno, soltanto fra esperti e tecnici di specifiche discipline. Il fatto che gli intellettuali manifestino malumore, quindi, è un buon segno. Significa che il progetto ha qualche possibilità di andare in porto.
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